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La digitalizzazione a supporto degli obiettivi di sanità pubblica

Se la visione americana raccontata di Agostino Sibillo, inventore del Cloud computing system e fondatore di Spychatter, a Walter Ricciardi, Prof. Igiene presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel corso del primo giorno del 57° Congresso Nazionale SItI sembrava davvero lontana, nell’ultima giornata di congresso sono state presentate una serie di situazioni concrete da cui si evince che la Sanità Pubblica si sta davvero preparando anche in Italia alla trasformazione digitale.

Nel corso della Plenaria su “La digitalizzazione a supporto degli obiettivi di Sanità Pubblica: governare l’innovazione tecnologica verso il miglior modello di prevenzione” è stata analizzata la digital health prevention dalla normativa alla reale messa in pratica. Con la moderazione di Gabriele Pelissero, Prof. Emerito Università degli Studi di Pavia, di Tancredi Lo Presti, Coordinatore Consulta Specializzandi SItI e gli interventi di Giuseppina Lo Moro, Ricercatrice presso il Dip. Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche presso l’Università degli Studi di Torino, di Anna Odone, Ord. Igiene Università di Pavia, di Stefania Boccia, Ord. Igiene Università Cattolica di Roma e Vice Direttore Scientifico IRCCS Gemelli, di Walter Mazzucco, Ord. Igiene presso Università di Palermo, e di Antonio Ferro, Direttore Generale APSS Trento, è emerso che l’Italia è partita con un gap infrastrutturale da colmare dal punto di vista della digitalizzazione dei sistemi informativi e dei dati sanitari ma, con i fondi del PNRR, si stanno facendo grandi passi grazie a diversi progetti in corso.

«Nell’ambito della Digital Health Prevention stanno sorgendo – racconta Walter Mazzucco, Ordinario di Igiene Università di Palermo e Segretario Generale SItI – una serie di iniziative che stanno portando alla nascita di centri di performance computing (HPC) – che potranno federarsi al Supercomputer di Leonardo – in grado di far fare un salto innovativo di qualità nell’ambito della Sanità Pubblica».

«Questi interventi – continua Mazzucco – consentiranno, entro il 2026, non soltanto di raccogliere grandi moli di dati, ma anche di creare delle reti che potranno restituire in maniera capillare l’esito di queste analisi sia sotto forma di interventi di prevenzione mirati su specifici target della popolazione, che facilitando l’adesione ai percorsi di prevenzione,grazie all’utilizzo e all’implementazione di tecnologie digitali (piattaforme software di interoperabilità, dispositivi e sensoristica per la raccolta di dati)».

«Fra queste iniziative – aggiunge Mazzucco – rientra il progetto “Digital Life Long Prevention – DARE”, curato da una Fondazione, che coordina 28 Partner pubblici e privati, che stanno lavorando alla interoperabilità del dato, a partire dalla valorizzazione di dati già esistenti, oltre che allo sviluppo di tecnologie digitali a supporti di percorsi di prevenzione innovativi. Uno dei centri HPC, policentrico e diffuso, sarà realizzato in Sicilia, con capofila l’Università degli Studi di Palermo, in collegamento con l’ARPA Sicilia, l’Università KORE di Enna e i Policlinici Universitari di Catania e Palermo. Tra gli obiettivi, quello di realizzare una interoperabilità tra i Registri Tumori e i dati sul monitoraggio degli inquinanti ambientali per avviarli ad analisi di intelligenza artificiale».

Alcuni dei progetti già avviati sono stati illustrati, nell’ambito del Congresso Nazionale SItI, da Stefania Boccia, Prof. Ordinario Igiene presso Università Cattolica di Roma e Vice Dir. Scient. IRCCS Gemelli: «All’interno del progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca “Digital Long Life Prevention – DARE”, – racconta l’esperta – l’idea è quella di sfruttare al massimo la raccolta dei dati sia da parte dei cittadini sani che di pazienti al fine di identificare quelli che sono i bisogni maggiori della popolazione su cui intervenire per migliorare il relativo stato di salute».

All’interno del progetto DARE vi sono inoltre vari progetti “pilota” che stanno sperimentando alcune potenzialità dell’uso di App per monitorare a distanza pazienti con morbo di Parkinson e dei loro care giver (es. monitorare l’andamento della malattia da parte del medico con poche domande da compilare settimanalmente, monitorare la mobilità del paziente, e l’assunzione del farmaco in questione). E ancora altre applicazioni che permettono di verificare l’idoneità di un’abitazione al momento della dimissione di un paziente fragile per mappare i rischi cadute (es. rimozione tappeti e barriere architettoniche ecc) velocizzando così i tempi di dimissione es. dopo interventi chirurgici ortopedici.

Questi strumenti digitali, quindi, offrono un’utilità pratica e quotidiana, raccogliendo dati e fornendo feedback, non solo alle persone sane, ma anche al malato. Informazioni molto utili per cercare, in qualche modo, di monitorare i relativi stati di salute. «Vi sono diversi progetti pilota che si realizzano all’interno del Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica di Roma supportati dal finanziamento di DARE – conclude Boccia -. Uno di questi, ad esempio, usa algoritmi predittivi di rischio di malattia cardiovascolare in persone sane basato sulla conoscenza delle varianti genetiche comuni ereditate da ciascun individuo (si chiama rischio poligenico). Per ora si tratta di un uso limitato alla ricerca, ma l’ambizione è che una volta conosciuto anche il proprio rischio di base (non modificabile), i soggetti con rischio particolarmente elevato possano motivarsi maggiormente a migliorare i propri stili di vita (es. smettere di fumare, essere più attivi, alimentarsi meglio ecc.».

Giornata Mondiale della Psoriasi: una sfida sociale

«Far comprendere che la psoriasi non è solo una malattia della pelle, ma una patologia a 360 gradi che ha un impatto significativo sulla qualità di vita delle persone. Si tratta di una malattia dalla quale non si guarisce, che può essere invalidante nei casi più severi e che molto spesso sfocia nell’isolamento sociale. L’impegno di APIAFCO è costante tutti i giorni ma oggi è sicuramente l’occasione per individuare e confrontarci sugli obbiettivi urgenti che possano porre rimedio ai bisogni non ancora soddisfatti dei pazienti». Per Valeria Corazza, Presidente dell’Associazione Psoriasici Italiani Amici Fondazione Corazza ETS, deve essere questo il senso autentico della conferenza stampa che si è tenuta a Roma, il 29 ottobre in Senato, su iniziativa del senatore Guido Quintino Liris, che ha introdotto i lavori celebrativi della Giornata Mondiale della Psoriasi con questa dichiarazione: «Sono orgoglioso di aver depositato, in occasione della Giornata Mondiale della Psoriasi, un disegno di legge a mia prima firma per fa si che questa malattia sia riconosciuta tra le patologie croniche».

All’evento – che già nel titolo mette in evidenza il focus sulla “sfida sociale” posta in essere dalla malattia – oltre alla Presidente APIAFCO Valeria Corazza, hanno preso parte Clara De Simone (professore associato di Dermatologia, Policlinico A. Gemelli, Roma), Viviana Lora (Dirigente medico ambulatorio psoriasi Istituto dermatologico San Gallicano, Roma e rappresentante di Adoi Associazione dermatologici venereologi ospedalieri italiani) e Sabrina Nardi (fondatrice e consigliera Salutequità).

L’obiettivo dell’iniziativa è di elevare la sensibilità politica, istituzionale e sociale verso una malattia che, pur colpendo in Italia circa 1,8 milioni di persone (di cui 250 mila in forma severa), appare ancora sottovalutata e non attenzionata dalle Istituzioni. La psoriasi espone inoltre al rischio di molteplici comorbidità: le malattie infiammatorie croniche intestinali, le malattie metaboliche (diabete e obesità) e quelle cardiovascolari, oltre al pesantissimo impatto sulla sfera psicologica: i dati indicano che il 26% dei pazienti soffre di 1 comorbidità associata alla psoriasi, il 24% di 2 e il 19% di 3, e che almeno il 30% sviluppa l’artrite psoriasica.

Nel merito Viviana Lora, Dirigente medico ambulatorio psoriasi Istituto dermatologico San Gallicano, Roma e rappresentante di Adoi, commenta «È cruciale che i pazienti psoriasici, affetti da una malattia che coinvolge l’intero organismo, siano seguiti da professionisti altamente specializzati che conoscono a fondo la patologia. È attraverso un approccio integrato e un percorso di cura condiviso che il medico può prendersi in carico il paziente a tutto tondo, garantendo un supporto completo e mirato». Concorda con l’approccio sistemico anche Clara De Simone, che precisa: «Le problematiche di questi pazienti non sono soltanto legate agli effetti fisici e psicologici dovuti alla malattia cutanea, pertanto è opportuno prevedere l’intervento di professionalità sanitarie differenti che possano disegnare e seguire un opportuno percorso terapeutico per una gestione ottimale della cura».

Aspetto centrale della conferenza, moderata da Gaia De Scalzi, sono state le testimonianze di chi ogni giorno si impegna per supportare chi convive tutti i giorni con questa patologia, per rendere evidenti le sfide quotidiane di chi ne è affetto e l’inevitabile peso sociale e sanitario.

Nel corso del dibattito sono stati espressi obiettivi del tutto coincidenti con le azioni di tutela dei cittadini psoriasici, soprattutto in termini di diritto alla salute e qualità di vita, intraprese da APIAFCO, costantemente in dialogo con le istituzioni regionali e nazionali per ottenere l’inserimento della patologia nel Piano nazionale di cronicità, l’adozione dei Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA), che assegnano concretezza alla presa in carico multidisciplinare del paziente e l’aggiornamento dei LEA, in particolare l’estensione del codice 045 a tutte le forme di psoriasi severa. 

A ciò si aggiungono le azioni di  empowerment e awareness, per rendere il cittadino psoriasico sempre più informato e consapevole circa i percorsi e gli strumenti utili per tenere sotto controllo questa patologia dalla quale non si guarisce mai.

Sabrina Nardi sottolinea l’impronta istituzionale delle azioni da attuare in supporto alla gestione della malattia psoriasica: «Da anni insieme ad APIAFCO ed alle società scientifiche chiediamo il riconoscimento della psoriasi nel Piano Nazionale Cronicità (PNC), una necessità che grazie alle evidenze e al lavoro che abbiamo fatto insieme ha portato nelle scorse settimane la Commissione Salute delle Regioni ad inviare un parere scritto al Ministero della Salute per chiederne l’inserimento nella bozza di aggiornamento in discussione. L’ultimo miglio ora resta al Ministero della Salute che ha l’opportunità di mostrarsi altrettanto attento e sensibile a questa istanza. La mancata programmazione nazionale ha portato a percorsi tortuosi e a consultare fino a 4 diversi specialisti prima di giungere al centro giusto, all’assenza di PDTA (percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali) Regionali e ad iniziative sparse di livello aziendale, intraprese però prima dell’introduzione del DM 77 e dell’introduzione degli strumenti di telemedicina. Attraverso il PNC e la definizione di reti dermatologiche si potrebbe cambiare la situazione attuale».

Il senatore Guido Liris chiude con un impegno: «La psoriasi rappresenta una delle maggiori sfide per la salute pubblica, colpisce non solo la pelle ma incide profondamente sulla qualità della vita dei pazienti. È essenziale che le istituzioni, il sistema sanitario e la società civile comprendano l’impatto devastante che questa malattia sistemica ha non solo a livello fisico, ma anche psicologico e sociale. Per garantire il pieno diritto alla salute per le persone che ne soffrono è necessario includere la Psoriasi nel Piano Nazionale Cronicità e lavorare per migliorare la cura e la presa in carico dei pazienti a livello territoriale, anche sfruttando la potenzialità delle tecnologie digitali che possono rappresentare una possibile soluzione per risolvere il problema delle liste d’attesa e per migliorare la capacità degli specialisti di dare risposta alla grande richiesta di salute, oltre che per l’ efficientamento del Sistema Sanitario Nazionale».

“Care for Caring”, la prevenzione del tumore al seno conquista le giovani poliziotte

Oltre 1400 le donne raggiunte in soli due mesi e, a 2 giorni dalla chiusura del progetto (31 ottobre), circa 500 le ore messe a disposizione dal personale medico e oltre 600 le visite mediche eseguite e gli incontri di counseling. Ma soprattutto, successo di adesioni fra le più giovani. Sono questi i risultati di “Care for Caring – Ambasciatrici della Prevenzione”, www.careforcaring.it,il progetto di sensibilizzazione sull’importanza della prevenzione del tumore al seno, rivolto alle donne in forza alla Polizia di Stato, che sono stati illustrati oggi al Ministero della Salute, presso l’Auditorium Cosimo Piccinno.

L’iniziativa, ideata e coordinata da Ladies First, ha coinvolto il personale medico specialistico di quattro strutture, Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Sant’Orsola-Malpighi, Spedali Civili di Brescia e AUSL di Piacenza. Le attuali fasce di popolazione sottoposte a controllo mammografico sono quelle tra i 45 e i 49 anni (una volta all’anno) e tra i 50 e i 74 anni (ogni due anni), attraverso i programmi di screening gratuiti previsti dalle Regioni.

“La campagna promossa dalla Polizia di Stato ha in sé un valore essenziale, quello della prevenzione. – ha commentato il Sottosegretario di Stato per la Salute, On. Marcello Gemmato nel corso dell’evento al Ministero. – I dati ci raccontano che andiamo incontro alla cronicizzazione del tumore alla mammella per le donne. L’88% delle donne nei cinque anni successivi la conclamazione e la presa in carico sostanzialmente guariscono. Siamo una best practice nella cura del tumore alla mammella, ma insieme a questo si rilancia il tema essenziale della prevenzione: oggi il Ministero spende circa il 95% in cura e soltanto il 5% in prevenzione. Se riuscissimo a controbilanciare questi importi, cureremmo meglio gli italiani facendo in modo che eventuali patologie non si conclamino e dall’altro lato renderemmo sostenibile il nostro Ssn. Plaudo personalmente alla Polizia di Stato perché questo esperimento che coinvolge diversi capoluoghi dà il segno di come anche componenti importanti come la Polizia si pongano il problema della prevenzione. Per questo mi auguro che l’iniziativa prosegua nel 2025 e in tal senso do il mio sostegno, aiutando così quel 12% di donne che non diagnosticano per tempo la patologia.”

“La campagna Care for Caring – Ambasciatrici della prevenzione è un’iniziativa lodevole sotto molti punti di vista. In primo luogo, perché accende l’attenzione sul tema della prevenzione, elemento primario per la salute individuale e di comunità, che sappiamo essere un fattore decisivo soprattutto in ambito oncologico” – ha aggiunto l’On. Simona Loizzo, Componente della XII Commissione (Affari Sociali) alla Camera dei deputati – “Inoltre, la campagna ha coinvolto moltissime giovani donne in forza alla Polizia di Stato, che quindi ora potranno diventare loro stesse “ambasciatrici della prevenzione”, diffondendo i valori che son stati trasmessi loro durante le visite e il counseling. Infine, penso che questo progetto sia un esempio virtuoso di collaborazione tra le Istituzioni, la Comunità Scientifica e l’industria, e spero che possa essere un modello per iniziative future. In qualità di Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulle Nuove Frontiere Terapeutiche nei Tumori della Mammella – ha concluso l’On. Loizzo – sono dunque molto orgogliosa di aprire l’evento conclusivo di presentazione dei risultati della campagna Care for Caring”.

La novità dell’iniziativa consiste nel focalizzare l’attenzione sulla prevenzione del tumore al seno già partendo dalla fascia di età tra i 20 e i 44 anni. Lo si è fatto mettendo a disposizione un controllo clinico senologico ed ecografico, che ha offerto l’opportunità di promuovere la cultura della prevenzione all’interno della Polizia di Stato, affinché il prendersi cura della propria salute possa riflettersi in una sempre più efficace offerta di sicurezza alla collettività. Alla fascia di popolazione femminile tra i 45 e i 60 anni, sono state messe a disposizione brevi sessioni di counseling educazionale a cura di medici specialisti, sull’importanza di sottoporsi ai controlli mammografici previsti dalle Regioni, eseguire l’autopalpazione, seguire stili di vita sani.

L’evento è stato aperto dal Sottosegretario di Stato per la Salute, On. Marcello Gemmato e dalla promotrice dell’evento On. Simona Loizzo, Presidente Intergruppo Nuove Frontiere Terapeutiche nei Tumori della Mammella, XII Commissione Affari Sociali e Sanità, Camera dei deputati. Il progetto ha avuto il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Fondazione AIOM e tra gli interventi del mondo scientifico, quello del Presidente AIOM, Società Scientifica di riferimento in oncologia, Francesco Perrone.

“Diagnosticare un cancro a uno stadio precoce significa raggiungere livelli di sopravvivenza superiori al 95%. Quindi la prevenzione primaria è il modo ottimale per salvare vite e ridurre i costi sanitari”, dichiara il Professor Giuseppe Curigliano, Presidente della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e Vicedirettore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. “Sovrappeso o obesità, fumo, eccessivo consumo di alcolici, sedentarietà, alimentazione non corretta sono fattori di rischio noti, insieme alla familiarità: chi ha parenti di primo grado (madri, nonne, zie, sorelle) che hanno sviluppato un carcinoma mammario corre più pericoli. Bene che ci siano iniziative come questa che lavorano sul concetto di cultura della prevenzione, così da aumentare anche tra le giovani donne l’awareness sull’importanza di sottoporsi a controlli ecografici una volta all’anno e, specialmente, di abituarsi a fare l’autopalpazione una volta al mese, così che, se notano anomalie, non venga perso tempo prezioso”, conclude Curigliano.

“Per la nostra struttura è stato un onore mettere la professionalità dei nostri specialisti a disposizione delle donne in servizio alla Polizia di Stato, che hanno risposto con fiducia ed interesse alla possibilità di accedere agli esami e ai consulti. Ci auguriamo che campagne come questa possano ripetersi, magari coinvolgendo anche altre categorie professionali, per amplificare sempre più l’azione della prevenzione e moltiplicare le opportunità di individuare precocemente i casi ed agire tempestivamente”, commenta Gianpaolo Carrafiello, Direttore Struttura Complessa di Radiologia dell’Ospedale Policlinico di Milano.

“Abbiamo abbracciato con convinzione questa iniziativa virtuosa – evidenzia Paola Bardasi, Direttore Generale dell’Azienda Usl di Piacenza – insieme ai nostri professionisti perché si tratta di un’azione concreta che si affianca alle attività di prevenzione che sono il nostro impegno quotidiano e irrinunciabile. La risposta a Piacenza è stata positiva, soprattutto tra le giovani under 45 della Scuola di Polizia, segno che sul nostro territorio c’è una sensibilità forte sul tema. La nostra Azienda, in linea con la Regione Emilia-Romagna, crede fortemente nell’offerta dello screening gratuito che, insieme agli altri, si è dimostrata capace di modificare la storia della malattia. Scoprire una patologia il più precocemente possibile, prima della comparsa dei sintomi, permette di controllarne l’evoluzione: possiamo offrire maggiori possibilità di cura, terapie meno aggressive e meno impattanti sulla qualità di vita, con una notevole riduzione di mortalità. Prevenire è creare salute. Non ci stancheremo di ripeterlo alle donne: è difficile trovare il tempo per un esame, ma sono 5 minuti che valgono una vita”.

“Questo progetto rientra tra le attività di promozione della salute del nostro personale ed è stato favorevolmente accolto dalle donne della Polizia di Stato, che hanno mostrato un’adesione pari al 65% nella provincia di Bologna e all’88% tra le Allieve Agenti della Scuola di Polizia Giudiziaria e Amministrativa di Brescia” – spiega Mario Mazzotti, Dirigente Ufficio di Coordinamento Sanitario Polizia di Stato – Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna. “Dall’analisi dei dati preliminari risulta che, nonostante il 26% di queste colleghe presentasse familiarità per il tumore al seno, oltre la metà di loro non si era mai sottoposta ad una visita senologica e ad un’ecografia al seno. Per questo riteniamo che averle informate e sensibilizzate sia stato estremamente importante e abbia trasferito quanto la cultura della prevenzione sia fondamentale per scongiurare situazioni di malattia oggi in molti casi evitabili o circoscrivibili”. Conclude Mazzotti:Consegniamo queste evidenze alle Istituzioni e alle Società Scientifiche, affinché possano essere valutati e intrapresi i passi necessari per rendere questi programmi di prevenzione una realtà solida, accessibile e continuativa anche per le giovani donne, nel loro percorso di vita”.

In chiusura dei lavori, i rappresentanti dell’azienda main sponsor, AstraZeneca, e delle aziende partner tecnici, Centro Diagnostico Italiano-Gruppo Bracco, GE HealthCare e Samsung Healthcare Italia hanno infine portato il punto di vista dell’Industria sull’importanza dell’educazione alla prevenzione.

“Siamo orgogliosi dei risultati di questa campagna, in particolare per l’impatto avuto sulle giovani donne in forza alla Polizia di Stato” – ha sottolineato Francesca Patarnello, VP Market Access & Government Affairs, AstraZeneca. “La prevenzione e la tutela della salute sono fondamentali ad ogni età e questa iniziativa risponde alla necessità di coinvolgere nei programmi di screening anche le fasce di popolazione più giovane. Per AstraZeneca la ricerca di soluzioni terapeutiche innovative e l’accesso equo e tempestivo alle cure sono essenziali per garantire, su tutto il territorio nazionale, le risposte più attuali ed efficaci. Come dimostra questo progetto crediamo fortemente nel valore delle partnership con istituzioni, società scientifiche, associazioni di pazienti e clinici per generare un impatto reale nella definizione di migliori percorsi di cura”.

Intelligenza artificiale e salute di genere, Fondazione Onda ETS: rischio disuguaglianze è alto

Diagnosi non accurate, disparità nel riconoscimento di immagini diagnostiche, rischio maggiore di reazioni avverse a farmaci o trattamenti, farmacologia di precisione sbilanciata: queste alcune delle conseguenze dell’utilizzo in medicina dell’intelligenza artificiale (IA) sulla salute di genere portate a galla da Fondazione Onda ETS all’interno di un appello intersocietario firmato dal Centro di riferimento per la Medicina di genere dell’ISS -Istituto Superiore di Sanità, dal Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere, dal GISeG -Gruppo Italiano Salute e Genere e dalla SIT – Società Italiana per la Salute Digitale e la Telemedicina.

Nell’era della rivoluzione tecnologica, l’applicazione dell’IA in settori cruciali come la biomedicina e l’assistenza sanitaria sta offrendo opportunità senza precedenti per migliorare la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie. Tuttavia, il crescente utilizzo di queste tecnologie solleva preoccupazioni legate alle disuguaglianze legate al sesso e al genere, che rischiano di divenire sistematicamente radicate negli algoritmi stessi dell’IA.

Il tema è stato al centro dell’VIII Congresso di Fondazione Onda ETS, che si è tenuto dal 24 al 26 settembre. Secondo una ricerca condotta da Elma Research su 433 medici la conoscenza dell’IA in campo medico si sta gradualmente facendo strada, rimanendo tuttavia ancora a livello superficiale, tanto che viene collegata soprattutto al supporto alla diagnosi (48%) nonostante le molte altre possibilità di utilizzo, come il supporto alla decisione terapeutica e alla ricerca clinica, allo sviluppo di device e alla chirurgia robotica. Allo stesso modo, emerge un forte senso di incertezza per più della metà dei medici (52%), soprattutto in merito a trasparenza, sicurezza e utilizzo etico dei dati, e la necessità di disporre di uno strumento di qualità, che sia certificato e che rassicuri in termini di privacy e sicurezza dei dati. Dall’indagine emerge, dunque, come ci sia ancora molta strada da fare per informare e rendere i medici consapevoli delle importanti applicazioni tecniche dell’IA nel loro ambito.

Regolamentare l’utilizzo di questo strumento tanto utile quanto rischioso è fondamentale, come ricorda Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS: «L’intelligenza artificiale sta sempre più prendendo piede in diverse aree della nostra vita, diventando protagonista indiscussa del discorso sull’innovazione tecnologica nella maggior parte dei settori, tra cui anche la medicina. Se da un lato è innegabile che l’utilizzo dell’IA possa dare una spinta non indifferente al settore della ricerca, dall’altro è necessario che vengano posti dei paletti. Infatti, il suo utilizzo in ambito medico può essere associato a disuguaglianze di genere, scatenando a loro volta conseguenze sul piano sociale e della salute stessa delle persone coinvolte, in primis le donne. Il rischio è che parte della popolazione riceva cure meno efficaci o possa subire ritardi diagnostici, con un conseguente peggioramento delle condizioni mediche e, in alcuni casi, un aumento della mortalità. Attraverso questo appello, vogliamo promuovere un approccio di genere nella progettazione e applicazione dell’Intelligenza artificiale a garanzia di equità e pari opportunità nella salute. In tal senso, come Fondazione Onda ETS, ringrazio tutti i partner firmatari di questo appello, i quali ci hanno permesso di continuare il lavoro iniziato in concomitanza con il nostro Congresso, a dimostrazione dell’importanza di questo tema al fine della tutela della salute di genere».

Dello stesso parere anche Elena OrtonaDirettrice del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere, Istituto Superiore di Sanità: «La considerazione dei determinanti di sesso e genere nella salute è una necessità di metodo e analisi che deve diventare anche strumento di programmazione sanitaria. Con l’avvento delle nuove tecnologiche che si basano sull’intelligenza artificiale si è resa subito evidente una nuova sfida per la ricerca scientifica: la necessità di superare i bias di genere. Infatti, nonostante l’efficacia ed i benefici di queste tecnologie nell’aumentare l’efficienza dell’assistenza sanitaria, comincia ad essere chiara la scarsa rappresentatività femminile nei database su cui si costruiscono gli algoritmi alla base dei sistemi di machine learning».

In tal senso, si rivela necessario incorporare nei modelli dell’IA dati sempre più inclusivi che tengano conto delle differenze biologiche di genere al fine di addestrare l’intelligenza artificiale con dati equilibrati e realistici: «Oggi il concetto di Medicina di genere è notevolmente evoluto ed è passato dalla considerazione dei parametri biologici (sesso, età etnia, comorbilità, reazioni a farmaci) alla valutazione, sicuramente più complessa, di indicatori di contesto quali condizioni sociali, economiche, culturali, religiose, ambientali e delle relative fonti di informazione. La definizione di corretti indicatori di genere ed un’attenta valutazione di essi nella pratica clinica, è fondamentale per la costruzione di un percorso assistenziale condiviso fra medico, operatori sanitari e paziente e per la programmazione di linee di indirizzo di tipo normativo e di governance, utili per il miglioramento della qualità dell’assistenza», aggiunge Anna Maria Moretti, Presidente Nazionale GISeG, Gruppo italiano salute e genere e Presidente Internazionale IGM, International Gender Medicine.

«Nell’era della medicina di precisione siamo di fronte ad un baratro. L’IA che attendiamo come la soluzione di molti problemi scientifici e clinici in medicina, si basa su database in cui non sono inserite le donne! Questo peggiorerà l’ignoranza della necessità assoluta di una medicina genere-specifica. La ricerca di base e clinica è incentrata su casistiche maschili, la farmacologia si è sviluppata su animali da esperimento maschi ed i farmaci sono stati sperimentati su uomini. Dobbiamo assolutamente lanciare un allarme affinché le conoscenze sulle differenze di genere in medicina ed in farmacologia non siano annullate da dati provenienti da un’IA che non le considera», sottolinea Giovannella Baggio, Presidente Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere -Professore Ordinario, Studioso Senior, Università di Padova e Scientific Editor del Journal of Sex and Gender-specific Medicine.

Tuttavia, la sola raccolta di dati più inclusivi e più completi non è sufficiente al fine di garantire un approccio gender-based nella progettazione e nell’utilizzo dell’IA in medicina: questa deve essere accompagnata da rigidi controlli di qualità, come revisioni periodiche per identificare e correggere eventuali bias di genere.

«L’adozione dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario rappresenta una straordinaria opportunità per migliorare diagnosi, trattamenti e prevenzione delle malattie. Tuttavia, se non affrontiamo le disuguaglianze di sesso e genere presenti nei dati utilizzati per addestrare questi algoritmi, rischiamo di amplificare pregiudizi storici che hanno penalizzato le donne per decenni. Le disuguaglianze di sesso e genere nella sanità digitale rappresentano una sfida urgente da affrontare. È imperativo che la progettazione e l’implementazione dell’IA riflettano equamente la diversità tra uomini e donne e maschi e femmine. Solo così potremo garantire un’assistenza sanitaria più precisa, personalizzata ed equa, evitando diagnosi errate o ritardate e migliorando la diagnosi e il trattamento per tutte le persone, indipendentemente dal loro sesso o genere», conclude Maria Grazia Modena, Centro P.A.S.C.I.A., Programma Assistenziale Scompenso Cardiaco, cardiopatie dell’Infanzia e a rischio, AOU Policlinico di Modena, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

ECDC raccomanda una maggiore copertura vaccinale contro influenza e COVID

Secondo due rapporti pubblicati oggi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), la copertura vaccinale contro l’influenza stagionale e la vaccinazione COVID-19 per i gruppi a rischio come gli anziani non è stata ottimale in diversi Stati membri dell’UE/SEE durante la stagione 2023-2024.

Il tasso di vaccinazione contro l’influenza stagionale per le persone di età pari o superiore a 65 anni durante la stagione 2023-2024 è variato significativamente tra i Paesi, dal 12% al 78%, con solo due Paesi che hanno superato il 75% di copertura vaccinale in questa fascia di età. Ciò sottolinea la necessità di sforzi vaccinali più mirati.

I tassi di vaccinazione contro la COVID-19 tra settembre 2023 e luglio 2024 variano ancora di più, dallo 0,02% al 66,1%, con una copertura mediana tra le persone di 60 anni e oltre di appena il 14%.

«La vaccinazione è una delle misure più efficaci che abbiamo per proteggere i soggetti più vulnerabili della società da malattie gravi, ricoveri ospedalieri e morte. Dato che sono pochi i Paesi che raggiungono livelli di protezione adeguati per i gruppi target, è essenziale aumentare la diffusione delle vaccinazioni con l’arrivo della stagione invernale», ha dichiarato Pamela Rendi-Wagner, direttore dell’ECDC.

Con l’imminente stagione invernale, si prevede una co-circolazione di influenza stagionale, RSV, SARS-CoV-2 e altri virus respiratori, che metterà a dura prova i sistemi sanitari e colpirà in modo sproporzionato le persone appartenenti a gruppi ad alto rischio, come gli anziani e le persone con un sistema immunitario indebolito e patologie di base.

Anche la vaccinazione degli operatori sanitari di prima linea è importante, data la loro esposizione agli agenti patogeni, la loro interazione con i pazienti vulnerabili e per prevenire la carenza di forza lavoro.

Oltre alla vaccinazione, è importante prendere in considerazione misure preventive di base per ridurre la trasmissione del virus. L’ECDC raccomanda di rimanere a casa in caso di sintomi di un virus respiratorio, di rispettare l’igiene respiratoria e il galateo della tosse, di lavarsi frequentemente le mani e di ventilare gli ambienti interni. Inoltre, in presenza di sintomi, si può prendere in considerazione la possibilità di indossare una maschera nei luoghi affollati o in prossimità di persone vulnerabili.

L’ictus colpisce 12 milioni di persone nel mondo, ma con la prevenzione si può evitare fino al 90% dei casi

Sette milioni di persone perdono la vita ogni anno per l’ictus a livello globale, altri cinque milioni sopravvivono, il 75% con una forma di disabilità. Ma si stima che fino al 90% dei casi di ictus si potrebbero evitare, agendo sui principali fattori di rischio modificabili come  l’ipertensione o l’eccessivo consumo di sale.  A questo proposito il 49% degli uomini e il 39% delle donne nel nostro paese ha livelli di pressione arteriosa elevati la quantità media di sale di sale consumato giornalmente è pari a 9,2 grammi negli uomini e 7,1 nelle donne (quella  raccomanda dall’Oms è meno di 5 grammi al giorno), come risulta dai dati raccolti nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità nel contesto della periodica Italian Health Examination Survey – Progetto Cuore.

Il 29 ottobre è l’occasione per sensibilizzare tutti e ovunque sull’importanza della prevenzione di questa grave patologia cerebrovascolare. La campagna della World Stroke Organization (Wso) con il claim Greater Than stroke, più forti dell’ictus quest’anno ha scelto di puntare sul potere coinvolgente dell’attività fisica per veicolare i messaggi di prevenzione dell’ictus.

Cos’è l’ictus

L’ictus è il danno cerebrale provocato dall’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello per l’ostruzione (ictus ischemico, la forma più frequente) oppure per la rottura di un vaso sanguigno (ictus emorragico). I neuroni privati dell’ossigeno e delle sostanze nutrienti trasportate dal sangue, iniziano rapidamente a morire, di conseguenza vengono meno le funzioni controllate dalla zona interessata dal mancato afflusso ematico, e compaiono i sintomi.

I sintomi: quali sono e cosa fare. Subito.

 

L’ictus è una patologia tempo-dipendente: più rapidamente si interviene e più neuroni si possono salvare dalla morte per mancanza di sangue. L’efficacia massima si ottiene intervenendo entro 4,5-6 ore dall’esordio dei sintomi.  Che riportiamo di seguito:

  • improvvisa riduzione o perdita di motilità e di forza e improvvisi deficit sensitivi (formicolii, perdita di sensibilità) alla metà inferiore del viso (asimmetria della bocca, soprattutto quando il paziente prova a sorridere), al braccio o alla gamba di un lato del corpo;
  • improvvisa difficoltà nel parlare o nel capire altri che parlano;
  • improvvisi disturbi visivi a carico di un occhio o di entrambi;
  • improvvisa perdita di coordinazione dei movimenti, sensazione di vertigine, di sbandamento, cadute a terra;
  • improvviso mal di testa lancinante e inconsueto

In caso di comparsa di uno o più di questi segnali – è l’indicazione del Ministero della salute – chiamare immediatamente il 118 o il 112 per il trasporto urgente al Pronto Soccorso di un Ospedale dove si eseguono le cure specialistiche per l’ictus (Stroke Unit).

Prima causa di invalidità

L’ictus può colpire tutti, negli adulti è la prima causa di invalidità e la seconda di morte nel mondo. La prevalenza e l’incidenza dell’ictus aumentano con l’età, in particolare a partire dai 55 anni. Dopo i 65 l’aumento dell’incidenza è esponenziale.

La mortalità per ictus è del 20-30% a un mese dall’evento, e del 40-50% a un anno, mentre il 75% dei pazienti sopravvissuti presenta qualche forma di disabilità, che, nella metà dei casi, comporta perdita dell’autosufficienza.

A livello globale si stima che nel 2019 l’ictus abbia causato 6,55 milioni di decessi (84,2 per 100.000), risultando la seconda causa di morte dopo la cardiopatia ischemica, con una incidenza di 12,2 milioni di casi (150,8 per 100.000) e una prevalenza di 101 milioni di casi (1.240,3 per 100.000). La quinta edizione dello European Cardiovascular Disease Statistics indica l’ictus come la seconda causa di morte in Europa, con 405.000 decessi (9%) negli uomini e 583.000 (13%) decessi nelle donne.

I dati italiani

Le malattie del sistema circolatorio, che includono l’ictus (oltre alle malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie cardiache), rappresentano la prima causa di morte in Italia con il 30,8% di tutti i decessi nel 2021 (ultimo dato di mortalità disponibile). E i decessi per le malattie cerebrovascolari rappresentano il 24,7% del totale dei decessi dovuti alle malattie del sistema circolatorio. Nel nostro paese, in linea con l’Europa e a differenza che nei paesi a basso-medio reddito, negli ultimi tre decenni si assiste a un calo del numero dei casi e della mortalità per ictus.

Negli ultimi anni nel nostro Paese si continua a registrare una riduzione dei decessi per le malattie del sistema circolatorio: il tasso di mortalità standardizzato (Eurostat 2012) si è ridotto del 12% nei 5 anni dal 2017 al 2021: dal 30,31 per 10.000 abitanti nel 2017 al 26,67 per 10.000 abitanti nel 2021.

Nello stesso periodo il tasso di mortalità delle malattie cerebrovascolari si è ridotto del 15,4% (da 7,77 a 6,57 per 10.000 abitanti).

La riduzione della mortalità per le cause cerebro e cardiovascolari, ha continuato a essere rilevata nonostante nel 2020 si sia registrato un aumento totale di circa 110mila decessi rispetto alla media degli anni 2018 e 2019, spiegato principalmente dalla mortalità per Covid-19.

Se si osserva la tendenza dagli anni ’80 fino al 2021, il tasso di mortalità delle malattie cerebrovascolari si è ridotto del 74% (75% negli uomini e 73% nelle donne).

Questa riduzione della mortalità è stata favorita dal miglioramento dell’efficacia delle misure preventive, terapeutiche e assistenziali e riabilitative di queste patologie. E dei fattori di rischio.

I principali fattori di rischio 

  • ipertensione arteriosa;
  • dislipidemie (valori aumentati di colesterolemia e/o di trigliceridemia);
  • sedentarietà/insufficiente attività fisica;
  • tabagismo (fumo e uso di altri prodotti del tabacco e con nicotina);
  • scorretta alimentazione (non equilibrata e ipercalorica, ricca di grassi, zuccheri e di sale, povera di frutta e verdure);
  • sovrappeso e obesità;
  • diabete mellito;
  • fibrillazione atriale;
  • cardiopatie (cardiopatia ischemica, cardiomiopatie, patologie delle valvole cardiache, forame ovale pervio, aneurisma del setto interatriale);
  • vasculopatie (lesioni ateromasiche dell’arco aortico, delle carotidi e dei vasi intracranici; aneurismi cerebrali)

Il Progetto Cuore dell’Iss: ipertensione e sale in eccesso

Dai dati raccolti nel 2023 dall’Iss nell’ambito della periodica Italian Health Examination Survey – Progetto Cuore condotta dall’Istituto superiore di sanità è emerso che tra i 35 e i 74 anni:

  • il livello medio di pressione arteriosa sistolica è pari a 134 mmHg negli uomini e 126 mmHg nelle donne, il 49% degli uomini e il 39% delle donne risulta avere livelli di pressione arteriosa elevati o è in trattamento farmacologico specifico (tra questi 4 uomini su 10 e 3 donne su 10 non ne sono consapevoli);
  • Il livello medio di sale consumato giornalmente è pari a 9,2 g negli uomini e 7,1 g  nelle donne (livello raccomandato dall’Oms – meno di 5 g/giorno), con il  9,5 % degli uomini e il 23,7 % delle donne a target Oms.

No alla sedentarietà, la campagna della World Stroke Organization 2024

La campagna della World Stroke Organization (Wso) con il claim Greater Than stroke, più forti dell’ictus quest’anno ha scelto di puntare sul potere coinvolgente dell’attività fisica per veicolare i messaggi di prevenzione dell’ictus.

Di seguito, alcune indicazioni e considerazioni della Wso per contrastare la sedentarietà:

  • ogni anno 1 milione di casi di ictus sono legati all’inattività fisica: con una adeguata quantità di movimento, si riduce il rischio di avere un ictus;
  • sono sufficienti 30 minuti di esercizio cinque volte alla settimana per abbattere il rischio di ictus del 25%;
  • praticare con regolarità l’esercizio fisico riduce diversi fattori di rischio, per esempio ipertensione, diabete, colesterolemia, depressione, stress;
  • è importante essere attivi anche nelle azioni di tutti i giorni come camminare e utilizzare i mezzi pubblici invece dell’auto, fare le scale invece che prendere dell’ascensore;
  • oltre a mantenersi attivi, si raccomanda a tutti di puntare ad almeno 2 ore e mezza complessive di esercizio da moderato a intenso a settimana che possono essere distribuite come si preferisce;
  • se non si è in forma o non si fa attività fisica da molto tempo, o si ha una condizione che aumenta il rischio di ictus, o se si stanno assumendo farmaci, è necessario parlare con il proprio medico prima di iniziare qualsiasi attività fisica regolare

Programma Nazionale Esiti, migliorano gli indicatori ma solo 3 ospedali su 356 raggiungono l’eccellenza

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Rompersi il femore è il terrore di ogni over 65. Un intervento tempestivo, però, effettuato entro le 48 ore, può davvero fare la differenza. E, infatti, questo è uso dei parametri con cui ogni anno AGENAS misura le performance dei nostri ospedali e gli esiti per i pazienti nel “Programma Nazionale Esiti”. I dati più recenti mostrano un quadro in miglioramento: la proporzione di pazienti anziani operati tempestivamente è salita al 59%, avvicinandosi alla soglia del 60% prevista dalle linee guida nazionali. Un balzo significativo rispetto al 53% del 2022, anche se permangono importanti disparità territoriali. Spiccano per eccellenza cinque strutture che hanno garantito l’intervento entro 48 ore per oltre il 95% dei pazienti: gli ospedali Umberto I di Siracusa, Monopoli di Bari, Sandro Pertini di Roma, S. Giovanni di Dio di Agrigento e Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Ma il Programma Nazionale Esiti 2024 di AGENAS presentato oggi a Roma e relativo al 2023 fotografa anche altri aspetti cruciali della sanità italiana. Gli ospedali hanno quasi completamente recuperato i livelli pre-pandemia, con quasi 8 milioni di ricoveri (+312mila rispetto al 2022). Significativi progressi si registrano nell’area cardiovascolare, dove il 59% delle strutture raggiunge standard di qualità alti o molto alti.

Nella chirurgia oncologica, i numeri rivelano luci e ombre. Per il tumore al seno, l’85% degli interventi viene effettuato in centri ad alto volume (oltre 150 operazioni l’anno), garantendo maggiore esperienza e sicurezza. Preoccupa invece la situazione del tumore al pancreas: solo 10 strutture in Italia superano i 50 interventi annui, mentre il 42% dei casi viene ancora trattato in centri con volumi bassi.

Sul fronte nascite, continua il calo: 381.766 parti nel 2023, 11.700 in meno dell’anno precedente. Un terzo dei punti nascita resta sotto la soglia minima dei 500 parti annui, mentre diminuisce lentamente il ricorso al taglio cesareo (22,7%), con marcate differenze tra Nord e Sud e tra strutture pubbliche e private.

Il quadro complessivo che emerge dal treemap AGENAS – strumento che valuta la qualità delle cure attraverso indicatori in 8 aree cliniche – mostra che nella maggioranza degli ospedali convivono aree di eccellenza e criticità. Su 950 strutture valutate, di cui 356 analizzate per almeno 6 aree cliniche, solo tre raggiungono livelli di qualità alti o molto alti in tutte le aree considerate, con tutti gli indicatori calcolati e sono: il Careggi di Firenze, l’Humanitas di Rozzano e l’azienda ospedaliera universitaria delle Marche. Il treemap permette di restituire una rappresentazione grafica sintetica della qualità delle cure, attraverso gli indicatori relativi a 8 diverse aree cliniche. Nel 2023, vengono valutate con il treemap il 70% delle strutture rispetto al 66% del 2022. Circa un terzo delle strutture è stato valutato solo per una o due aree cliniche. Le strutture non valutate con il treemap sono strutture con volumi complessivi molto bassi (in media circa 500 ricoveri).

Nessuna struttura con almeno 6 aree valutate e tutti gli indicatori calcolati per quelle aree ha una valutazione di qualità bassa o molto bassa per tutte le aree cliniche considerate. Nella stragrande maggioranza delle strutture ospedaliere convivono aree di qualità alta o molto alta con aree di qualità di livello basso o molto basso. Dati che confermano come la strada verso un’assistenza sanitaria uniformemente eccellente sia ancora lunga, ma anche come esistano centri di riferimento, non solo al Nord del Paese, capaci di garantire standard elevati, a cui guardare come modelli per un progressivo miglioramento dell’intero sistema.

«Il sistema sanitario si è lasciato alle spalle gli effetti della pandemia», diminuisce il divario tra Nord e Sud, mentre Calabria e Sicilia, per anni maglia nera fanno un balzo in avanti dal punto di vista del miglioramento dell’assistenza ai pazienti». Lo ha detto Domenico Mantoan, direttore generale dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), commentando, a margine della presentazione in corso alla sede del Cnel, i risultati del Programma nazionale esiti. I dati mostrano che il livello di attività ospedaliera «sta tornando all’epoca pre-Covid 19 e finalmente il sistema è riuscito a ripartire, lasciandosi alle spalle il triennio 2020-2022. Abbiamo eccellenze al Nord e iniziano a esserci eccellenze anche al Sud. Ci sono ospedali che non funzionano al Nord e altri che non funzionano al Sud. Quindi sta diminuendo il divario – ha detto Mantoan -. La grande sorpresa – ha precisato ancora – è la Calabria che è stata per anni maglia nera nel garantire i Livelli essenziali di assistenza e non lo è più: ha fatto notevoli balzi in avanti e addirittura ci sono ospedali con reparti di buona sanità. Un’altra regione che ha fatto un buon balzo in avanti – ha aggiunto Mantoan – è la Sicilia: si vede che l’impegno profuso sta dando i suoi risultati». L’altro dato che emerge dai risultati del Programma Nazionale esiti, ha concluso il direttore di Agenas, è che «l’autonomia regionale non è sinonimo di efficienza».

LEGGI E SCARICA IL “PROGRAMMA NAZIONALE ESITI 2024 – AGENAS”

Partenariato pubblico-privato come leva per la sostenibilità

La sostenibilità in sanità può essere potenziata tramite partenariati pubblico-privati (PPP), intesi come modelli di governance collaborativa per ottimizzare risorse limitate e generare valore per la società. Lo sottolinea a TrendSanità Veronica Vecchi, Professor of Practice, Business Government Relations, SDA Bocconi School of Management: «In questo contesto, il PPP permette di accelerare tempi di realizzazione e migliorare l’efficienza finanziaria e ambientale, coinvolgendo capitali privati e strategie di impact investing».

È essenziale un cambio culturale e una visione strategica da parte delle istituzioni per sfruttare appieno il potenziale del PPP, rendendolo una policy strutturale per il settore sanitario.

Raffaella Buzzetti è la prima donna al vertice della Società italiana di Diabetologia

È la prima donna al vertice della Società Italiana di Diabetologia che quest’anno compie 60 anni di vita. Raffaella Buzzetti, Professore Ordinario in Endocrinologia, (SSD MED13) Dipartimento di Medicina Sperimentale-Facoltà di Medicina ed Odontoiatria, Sapienza Università di Roma.

Con la sua elezione, la SID si conferma come società innovativa e si pone l’obiettivo di migliorare la gestione del diabete in Italia, con particolare attenzione al supporto delle donne. «La mia intenzione è quella di ‘tingere di rosa’ la SID, dando una nuova impronta alla nostra società – ha dichiarato la professoressa -. È fondamentale aprire la strada a molte altre donne, soprattutto giovani, che possano ambire a ruoli di leadership. Spero di essere la prima di una lunga serie».

La nuova Presidente ha evidenziato che, sebbene la prevalenza del diabete sia maggiore negli uomini, le donne tendono a trascurare la propria salute, spesso per i molteplici impegni di caregiver. «Le donne si recano meno ai controlli rispetto agli uomini e questo può portare a maggiori complicanze, esiste quindi un gap di genere nella patologia», ha aggiunto. «Dobbiamo aiutare le donne a prendersi cura di se con adeguate campagne di informazione e prevenzione».

Forte la necessità di aumentare la consapevolezza riguardo ai rischi associati alla menopausa: «Grazie ai media e all’informazione, promossa dalla SID, c’è una crescente consapevolezza nella popolazione. Ma è cruciale continuare in quest’opera di informazione per incidere e prevenire il rischio di diabete e di malattie cardiovascolari post-menopausa quando le donne perdono la protezione fornite dagli estrogeni».

Buzzetti ha messo come punto cardine dell’agenda SID quello di dare ampia diffusione all’importanza di effettuare controlli della glicemia ed analisi complete a partire dai 35 anni, evidenziando la necessità sempre più impellente di monitorare le donne a rischio o familiarità. L’auspicio è quello di lavorare per una maggiore inclusione e per una forte sensibilizzazione nel campo della diabetologia.

Un modello innovativo per la fornitura di dispositivi sanitari: al via il nuovo contratto Consip per le valvole cardiache (TAVI)

È attivo il nuovo Accordo Quadro multi-aggiudicatario per la fornitura di valvole cardiache (TAVI) per gli enti del SSN, per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro, che mette a disposizione delle strutture sanitarie 12.260 kit per l’impianto trans-catetere di valvole cardiache tipo TAVI (sia autoespandibili sia non autoespandibili).

La novità dell’iniziativa è la possibilità per le amministrazioni di aderire utilizzando un contratto “a incentivo”, in cui il corrispettivo economico della valvola sarà correlato all’esito clinico (positivo o negativo) monitorato successivamente all’impianto.

L’iniziativa segna, dunque, il passaggio dalla logica tradizionale di ”acquisto associato a un prezzo” alla nuova impostazione della “valutazione del valore generato”, ovvero la misurazione dell’impatto della tecnologia sul singolo paziente. Un nuovo modello di acquisto che mira a migliorare la qualità dei risultati ottenuti, superando il criterio del mero risparmio sul prezzo.

La collaborazione tra Consip e la Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE) ha contribuito a definire gli esiti clinici ai quali correlare il prezzo finale della valvola, a garantire l’appropriatezza clinica e tecnologica dei dispositivi, a stabilire le caratteristiche tecniche dei prodotti, successivamente valutate da una Commissione di esperti.

Per tutto il periodo di durata dell’Accordo quadro (12 mesi), le amministrazioni potranno affidare appalti specifici (della durata di 24 mesi) ad uno o più degli operatori economici aggiudicatari, individuati in funzione della graduatoria di merito o sulla base di una decisione motivata in relazione a storia clinica e anatomia del paziente (criterio della scelta clinica).

Tutti i dispositivi offerti dai concorrenti possiedono standard di elevata qualità tecnologica e risultano in linea con i percorsi clinici e con le esigenze terapeutiche dei pazienti, condivise con la società scientifica di riferimento.