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Obesità: una malattia sempre più “giovane”, più 1,6 milioni di adulti in 20 anni in Italia

Rispetto a 20 anni fa, sono circa 1,6 milioni in più le persone con obesità in Italia, per un totale di quasi 6 milioni di cittadini. Un incremento del 38 per cento rispetto al 2003, dove il tasso di obesità risulta in aumento soprattutto tra i giovani adulti: in particolare nella fascia di età 18-34 la percentuale di persone affette è passato dal 2,6 al 6,6%, raddoppiando tra gli uomini e triplicando tra le donne, mentre in quelle 35-44 è passata dal 6,4% al 9,8. Anche tra gli over74 il tasso incrementa dall’11% del 2003 al 13,8% del 2023. Questi sono alcuni dei dati Istat 2023 sull’epidemiologia dell’obesità in Italia che verranno presentati oggi pomeriggio durante il sesto Italian Obesity Barometer Summit “Unire gli sforzi per ridurre, prevenire e curare l’obesità” durante il quale Istituzioni, esperti, società scientifiche e associazioni pazienti si confronteranno per definire le strategie da mettere in atto per contrastare la pandemia di sovrappeso e obesità nel nostro Paese.

L’evento è realizzato, su iniziativa della Senatrice Daniela Sbrollini, in collaborazione con l’Intergruppo parlamentare obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, Intergruppo parlamentare qualità di vita nelle città, Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation Spin off Università di Roma Tor Vergata, Istat, Coresearch, Crea Sanità, Bhave, Università di Roma Tor Vergata – Dipartimento di medicina dei servizi, le società scientifiche di  area, Italian Obesity Network, Open Italy, Amici Obesi e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk nell’ambito del progetto internazionale Driving change in obesity.

«L’obesità è una sfida complessa che va ben oltre l’aspetto individuale, impattando profondamente sulla salute pubblica, sui sistemi sanitari e sull’economia di un Paese. Il costante aumento dei casi anche in Italia, associato a malattie croniche come diabete e patologie cardiovascolari, ci impone di agire con decisione e coerenza. Il Ministero della Salute, consapevole dell’urgenza, ha posto la lotta all’obesità tra le sue priorità. Le nostre strategie, in linea con le raccomandazioni internazionali e con gli obiettivi del Piano Nazionale della Prevenzione, mirano a promuovere stili di vita sani fin dalla più giovane età, incentivando l’attività fisica e una dieta equilibrata», spiega il Ministro della Salute Orazio Schillaci nella prefazione dell’Italian Barometer Obesity Report 2024.

L’obesità è associata a oltre 200 complicazioni, inclusi tumori, malattie cardiovascolari, diabete tipo 2 e malattie respiratorie croniche con conseguenze sulla morbilità e mortalità. L’obesità grave è stata associata a una diminuzione dell’aspettativa di vita e ad un aumento del tasso di mortalità indipendentemente dall’età, regione geografica, titolo di studio o l’abitudine di fumare.

«L’obesità è molto più di un semplice eccesso di peso, basti pensare che il 41% di tutta la mortalità cardiovascolare negli Stati Uniti corrisponde a un alto indice di massa corporea (IMC). Esiste, infatti, una chiara associazione tra IMC e ipertensione alla base delle principali malattie cardiovascolari, come infarto, ictus e insufficienza cardiaca. È stato osservato in Italia che l’ipertensione è presente nel 45% delle persone con un IMC normale, nel 67% di quelle con sovrappeso, fino ad arrivare all’87% in coloro che soffrono di obesità», dice Paolo Sbraccia, Presidente di IBDO Foundation.

«Secondo le stime Istat più aggiornate, nel 2023 sono l’11,8% gli adulti con obesità in Italia. Il lieve aumento registrato rispetto al 2022 (0,4 punti percentuali) non risulta statisticamente significativo nel complesso della popolazione adulta, ma dall’analisi per età emerge un incremento importante tra i più giovani tra gli adulti, ovvero quelli compresi nella fascia di età 18-34 anni. Infatti, anche se la percentuale di persone con obesità in questa fascia di età rimane sempre inferiore rispetto alle altre, si è passati dal 5% nel 2022 al 6,6% nel 2023. Si conferma dunque la tendenza all’aumento dell’obesità tra i giovani adulti registrata nel lungo periodo. La quota più elevata di obesità si registra come sempre tra gli anziani di 65-74 anni, dove si stima che oltre 1 persona su 6 abbia la malattia (15,9%) nel 2023», spiega Roberta Crialesi, Responsabile del Servizio Sistema integrato salute, assistenza e previdenza dell’Istat. «Restano invece del tutto stabili rispetto all’anno precedente i livelli complessivi di eccesso di peso, che continua a riguardare complessivamente quasi un adulto su due in Italia (46,3%)».

«L’obesità e un problema globale in crescente diffusione, considerata una delle principali sfide per la salute pubblica. Si tratta di una condizione complessa, multifattoriale, che richiede interventi coordinati e personalizzati, capaci di incidere non solo a livello individuale ma anche comunitario e politico. In questo contesto, le strategie e gli interventi multi-setting emergono come approccio essenziale per combattere l’obesità, in linea con le politiche di salute e benessere promosse a livello internazionale – commenta Nathan Levialdi Ghiron, Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata nella prefazione dell’Italian Barometer Obesity Report 2024 -. Le strategie multi-setting sono approcci integrati che agiscono su più livelli e in contesti diversi – dalla scuola, al luogo di lavoro, all’ambiente urbano – per affrontare i determinanti sociali e ambientali dell’obesità».

«A livello nazionale, dobbiamo garantire che i nostri servizi sanitari, tutti i livelli istituzionali territoriali e le nostre comunità, inclusi gli ambiti scolastici e imprenditoriali, siano adeguatamente alfabetizzati, e conseguentemente attrezzati, per ridurre il rischio e l’impatto dell’obesità. A livello parlamentare, attraverso i provvedimenti che abbiamo presentato sia alla Camera dei Deputati sia al Senato della Repubblica, ci stiamo impegnando per affrontare le radici strutturali dell’obesità e per far riconoscere la stessa come malattia», chiosa l’On. Roberto Pella, Deputato della Repubblica, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e malattie croniche non trasmissibili e Presidente ff di ANCI.

«In questa XIX Legislatura ci stiamo concretamente impegnando come Intergruppo parlamentare ad avviare iter legislativi che portino a considerare l’obesità, nella propria complessità, come una malattia che esige prevenzione e cura. L’inserimento dell’obesità nelle politiche sulla salute del G7 può aprire nuove prospettive globali nell’affrontare una malattia che ha impatti devastanti a livello clinico, sociale ed economico», aggiunge la Sen. Daniela Sbrollini, Senatrice della Repubblica, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e malattie croniche non trasmissibili e Vice Presidente della 10a Commissione permanente del Senato (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale).

Riforma degli IRCCS, a che punto siamo?

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Proprio in queste ore entra in servizio il nuovo Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, Graziano Lardo: sarà lui il primo interlocutore del sistema degli IRCCS

Fondi, personale e territorio. Sono questi i tre nodi che vengono al pettine quando si affronta il tema IRCCS, Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. «Se il loro numero aumenta a dismisura c’è un problema. Se i fondi che vengono assegnati non hanno lo stesso andamento, o se restano gli stessi, allora c’è un altro problema. Se sono troppo concentrati in alcuni territori – su 52 IRCCS la Lombardia ne ha 18 e il Lazio 9, Sardegna, Calabria, Umbria, Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta nessuno – allora c’è un altro problema ancora. Se non si mantengono valutazioni scientifiche rigorose che li equiparano a standard internazionali e non si revoca il riconoscimento di IRCCS a chi perde quel livello – cosa mai avvenuta finora – allora i problemi aumentano. Se si diluisce troppo il carattere monospecialistico a favore dei grandi policlinici multidisciplinari allora nuovi problemi possono manifestarsi. E, infine, se non si stabilizza e valorizza il personale che fa ricerca, tutti quei problemi sono destinati ad ingigantirsi».

Il cahiers de doléances compilato per TrendSanità da un esperto del settore non vuole essere un’ombra sul fondamentale ruolo che hanno gli IRCCS per la ricerca sanitaria italiana, tutt’altro. Questi nodi sono gli stessi affrontati anche dalla riforma approvata e resa operativa tra il 2022 e il 2023 e scioglierli vorrebbe dire difendere e rafforzare la missione e il ruolo d’eccellenza che gli istituti hanno da quasi 90 anni.

«Uno dei miei primi atti da Ministro è stata proprio la legge di riordino di questi Istituti, volta a potenziare la rete degli IRCCS e a sostenere la loro capacità di trasferire efficacemente l’innovazione e la conoscenza dai laboratori alla cura dei pazienti» dichiarava il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, in occasione del “compleanno” dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena.

Storia

Iniziarono la storia IRCCS proprio l’Istituto Regina Elena di Roma e l’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano con il Regio Decreto del 1938, Norme generali per l’ordinamento dei servizi e del personale sanitario degli ospedali, che distingueva questi istituti dagli ospedali tradizionali per la loro duplice missione: non solo fornire servizi di ricovero e cura, ma condurre anche attività di ricerca scientifica. Seguì Napoli, qualche anno dopo, con la Fondazione Pascale, anch’essa con un focus sui tumori. Il loro obiettivo innovativo era quello di migliorare l’assistenza sanitaria attraverso l’applicazione diretta delle scoperte scientifiche “al letto del paziente” con lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche, l’introduzione di strumenti terapeutici innovativi, la sperimentazione di nuove molecole e sostanze biologiche con potenziale terapeutico, lo studio di modelli organizzativi e gestionali più efficienti. Questo approccio integrato tra ricerca e cura rappresentava un esempio pionieristico di quella che oggi viene chiamata ‘ricerca traslazionale’, anticipando di decenni un modello che sarebbe diventato fondamentale nella medicina moderna in tutto il Mondo.

«Se noi oggi raggiungiamo l’88% dei casi di tumore alla mammella diagnosticati che si risolve nell’arco del quinquennio successivo alla diagnosi, lo dobbiamo sicuramente alla presa in carico tempestiva, al nostro sistema ospedaliero, ma lo dobbiamo soprattutto alla ricerca. E, in quest’ottica, quella pubblica portata avanti dagli IRCCS è fondamentale» spiega a TrendSanità Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute. «Ma le sfide attuali per la nostra sanità sono inedite ed enormi e la riforma degli istituti è solo uno dei tasselli di un quadro più complessivo che non può rispondere con strumenti datati a questo scenario» ammette ancora Gemmato.

Evoluzione e derive

Un panorama dove si sono affastellate, via via, eccellenze e realtà non così brillanti, tanto da motivare il Governo attuale e il precedente a mettere mano alla materia

Proseguendo la storia degli IRCCS dai tumori si arrivò a centri che si occupavano di sistema nervoso e salute materno-infantile e poi di altri temi. Dagli anni ’70 del secolo scorso si assistette ad una crescita via via più veloce, con una vera esplosione negli ultimi anni, con il riconoscimento anche per grandi policlinici multidisciplinari e con la nascita di istituti privati inseriti nei servizi sanitari delle Regioni. Un panorama dove si sono affastellate, via via, eccellenze e realtà non così brillanti, tanto da motivare il Governo attuale e il precedente a mettere mano alla materia per fare ordine e tenere alto il livello qualitativo della ricerca e il suo impatto per il Servizio Sanitario Nazionale. «Dobbiamo spingere e accorciare i tempi, c’è una lentezza burocratica tra ricerca e messa in pratica. Dobbiamo puntare sul proof of concept per portare la ricerca a determinare un beneficio per i pazienti e per tutto il SSN» diceva qualche mese fa ai microfoni di TrendSanità Maria Rosa Campitiello, Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze del Ministero della Salute, in un commento alla riforma.

Fondi

È sotto gli occhi di tutti il caso IRCCS Santa Lucia di Roma, dedicato alla neuroriabilitazione ospedaliera di alta specialità e alla ricerca nelle neuroscienze, sommerso da 300 milioni di euro di debiti

Il tema del finanziamento degli IRCCS, al netto della capacità di attrarre fondi per la ricerca pubblici e privati, cade sotto il tema più generale delle crescenti difficoltà nel finanziare tutta la sanità italiana. È intuitivo che, con un numero crescente di strutture pubbliche, anche i finanziamenti andrebbero accresciuti per non generare una complicata corsa “fratricida” a garantirsi le risorse facendo restare qualcuno a bocca asciutta. Il finanziamento ministeriale corrente prevede 5 criteri diversamente pesati: un 55% per la produzione scientifica, un 20% per l’attività assistenziale, un 10% per la capacità di operare in rete, un 10% per la capacità di attrarre risorse e un 5% per il trasferimento tecnologico. Un sistema di valutazione che, nonostante gli aggiustamenti, negli ultimi tempi ha subito critiche perché tende a privilegiare indicatori quantitativi come il numero di pubblicazioni, che sappiamo essere soggetto a pericolose derive, rischiando di mettere in secondo piano l’impatto reale sulla salute dei pazienti. Inoltre, viene evidenziato da più parti il rischio che la penuria di finanziamenti pubblici e la necessità di attrarre finanziamenti privati possa orientare la ricerca verso ambiti più “redditizi”, a scapito di settori ugualmente importanti ma meno attraenti per gli investitori. Così come è sotto gli occhi di tutti il caso IRCCS Santa Lucia di Roma, dedicato alla neuroriabilitazione ospedaliera di alta specialità e alla ricerca nelle neuroscienze, sommerso da 300 milioni di euro di debiti e su cui è dovuto intervenire il Governo nell’agosto scorso versando 11 milioni per garantire il pagamento degli stipendi arretrati agli oltre 800 dipendenti.

Personale

La riforma degli IRCCS «recepisce solo parzialmente, e in maniera confusa, la richiesta di introduzione di una percentuale minima di personale dedicato alla ricerca. Non ha individuato un vero percorso di stabilizzazione del personale della ricerca e di supporto» scriveva la CGIL in una nota a commento del Decreto legislativo 200 del 23 dicembre 2022. E quello del personale dedicato alla ricerca è un tema ricorrente quando si tratta di questi istituti. Attualmente sono circa 10mila i ricercatori impegnati e molto si è fatto negli ultimi anni per inquadrare al meglio la loro figura e limitare la “fuga di cervelli” verso altro Paesi. A partire dalla riforma della cosiddetta “piramide della ricerca sanitaria” si è cercato di coniugare le esigenze del settore, caratterizzato in tutti i Paesi da flessibilità, mobilità e da una competizione giocata a suon di assegni, con quelle proprie dei ricercatori di avere stabilità economica e continuità nel rapporto di lavoro. Ma le complesse procedure di attuazione di quelle norme ancora non sono andate compiutamente a regime e negli istituti ancora convivono figure atipiche con borse di studio, co.co.co. e partite IVA, mentre vanno avanti le battaglie sindacali e giuridiche per vedere riconosciuti diritti maturati nei 13 anni di precariato che, in media, ha svolto un ricercatore IRCCS.

Territorio

Da poco è arrivato uno stanziamento di 20 milioni di euro in favore degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico da destinare alla cura di cittadini residenti in Regioni diverse da quelle di appartenenza

La distribuzione geografica degli istituti rivela il terzo elemento di disequilibrio: la forte concentrazione nel Nord Italia, con particolare densità in Lombardia, crea disparità nell’accesso alle cure d’eccellenza per i cittadini del Centro-Sud creando ulteriori ondate di spostamenti di pazienti da una Regione all’altra. Su questo aspetto il sottosegretario alla Salute, Gemmato, ha di recente applaudito per lo stanziamento di 20 milioni di euro «in favore degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, da destinare alla cura di cittadini residenti in Regioni diverse da quelle di appartenenza». E, intanto, la riforma dovrebbe essere all’opera per procedere a razionalizzarne funzioni e distribuzione collegando maggiormente gli istituti al territorio dove operano e definendo le modalità di individuazione di un ambito di riferimento per ciascuna area tematica, per rendere la valutazione per l’attribuzione della qualifica IRCCS più coerente con le necessità dei diversi territori in virtù del criterio del “bacino minimo di utenza su base territoriale” introdotto dalla norma. Così, mentre in tanti bussano al portone di Lungotevere Ripa per ottenere l’ambito riconoscimento e tentare la corsa ai finanziamenti per la ricerca, non è remota la possibilità che qualche istituto perda il suo status.

Futuro

Il sistema IRCCS si trova oggi di fronte a nuove sfide. La medicina di precisione, l’intelligenza artificiale, la telemedicina richiedono investimenti importanti e competenze sempre più specializzate. La competizione internazionale si fa più intensa, mentre le risorse pubbliche rimangono limitate. Proprio in queste ore entra in servizio il nuovo Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, Graziano Lardo. Sarà lui il primo interlocutore del sistema degli IRCCS e a lui toccherà dare concretezza alla riforma per portare nel futuro una storia così stratificata.

Per GIMBE i conti non tornano in Manovra: rispetto alle misure previste, mancano 19 miliardi per la sanità fino al 2030

«Il Disegno di Legge sulla Manovra 2025 – ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è molto lontano dalle necessità della sanità pubblica: le risorse stanziate non bastano a risollevare un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) in grave affanno, sono ampiamente insufficienti per finanziare tutte le misure previste dalla Manovra e mancano all’appello priorità rilevanti per la tenuta della sanità pubblica». Queste le criticità principali emerse dall’audizione della Fondazione GIMBE presso le Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, dove il Presidente ha invitato a non utilizzare la sanità come terreno di scontro politico ed ha avanzato proposte concrete per il rifinanziamento del Fondo Sanitario Nazionale (FSN).

Fondo sanitario nazionale

«Innanzitutto – ha spiegato Cartabellotta – il titolo dell’art. 47 “Rifinanziamento del Fabbisogno Sanitario Nazionale Standard” e ancor più le modalità con cui vengono presentati gli importi sono fuorvianti: vengono riportati solo gli incrementi cumulativi del FSN, anziché le risorse aggiunte annualmente, con la relativa rideterminazione del FSN». Cartabellotta ha proposto di rinominare l’art. 47 in “Fabbisogno Sanitario Nazionale Standard” e di esplicitare per ciascun anno sia l’incremento in valore assoluto, sia l’importo rideterminato del FSN (tabella 1).

La Fondazione ha evidenziato come la crescita del FSN sia nettamente insufficiente rispetto alle difficoltà della sanità pubblica di garantire in maniera equa il diritto alla tutela della salute. «L’incremento di 2,5 miliardi di euro per il 2025, che porta “in dote” 1,2 miliardi dalla Manovra 2024 – spiega Cartabellotta – aumenta il FSN a 136,5 miliardi, di fatto solo dell’1% rispetto a quanto già fissato nel 2024». E negli anni successivi, eccezion fatta per il 2026 (+3%), gli incrementi percentuali del FSN sono risibili: +0,4% nel 2027, +0,6% nel 2028, +0,7% nel 2029 e +0,8% nel 2030.

«Ma soprattutto – ha rilevato il Presidente – emerge chiaramente la riduzione degli investimenti per la sanità rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese, segno che il rafforzamento del SSN e la tutela della salute non sono una priorità nemmeno per l’attuale Governo». Infatti, in termini di percentuale di PIL, il FSN scende dal 6,12% del 2024 al 6,05% nel 2025 e 2026, per poi precipitare al 5,9% nel 2027, al 5,8% nel 2028 e al 5,7% nel 2029 (figura 1). «Questo trend – ha osservato Cartabellotta – riflette il continuo disinvestimento dalla sanità pubblica, avviato nel 2012 e perpetrato da tutti i Governi. L’aumento progressivo del FSN in valore assoluto, sempre più sbandierato come un grande traguardo, è in realtà una mera illusione: perché la quota di PIL destinata alla sanità cala inesorabilmente, fatta eccezione per gli anni della pandemia quando i finanziamenti straordinari per la gestione dell’emergenza e il calo del PIL nel 2020 hanno mascherato il problema. E con la Manovra 2025 si scende addirittura sotto la soglia psicologica del 6%, toccando il minimo storico» (figura 2).

Misure previste

Il Presidente ha poi presentato l’analisi dettagliata delle misure previste dall’art. 47 della Manovra 2025, evidenziando un netto divario con le risorse stanziate. Nel periodo 2025-2030, il costo complessivo delle misure ammonta a 21.365 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i rinnovi contrattuali del personale sanitario, non riportati dal testo della Manovra. Costi che la Fondazione GIMBE ha stimato in 7.649 milioni: 3.618 milioni per il triennio 2025-2027 e 4.031 milioni per il 2028-2030. «Calcolatrice alla mano – ha chiosato Cartabellotta – le misure previste dalla Manovra per il periodo 2025-2030 hanno un impatto complessivo di oltre 29 miliardi di euro, mentre le risorse stanziate ammontano a circa 10,2 miliardi. Con un divario che sfiora i 19 miliardi e un SSN già in grave affanno, è ovvio che anche le Regioni più virtuose faticheranno a implementare le misure disposte dalla Manovra e dovranno tagliare i servizi o aumentare le imposte regionali» (tabella 2).

Misure non previste

«Dalla Manovra 2025 – ha rilevato Cartabellotta – restano escluse priorità cruciali per la tenuta del SSN. Innanzitutto, il piano straordinario di assunzione medici e infermieri, l’abolizione del tetto di spesa per il personale e risorse adeguate per restituire attrattività al SSN, visto che le indennità di specificità sono solo briciole. Mancano inoltre risorse per ridurre/abolire il payback sui dispositivi medici e per gestire il continuo sforamento del tetto di spesa della farmaceutica diretta, che pesa sempre di più sull’industria del farmaco». Infine, anche i “nuovi” LEA per le prestazioni specialistiche e protesiche, attesi da ben 8 anni, rischiano di slittare oltre il 1° gennaio 2025, per esiguità delle risorse stanziate.

Il rifinanziamento del SSN

Secondo il report OCSE sulla sostenibilità fiscale dei servizi sanitari, pubblicato nel gennaio 2024, la spesa sanitaria crescerà “fisiologicamente” in media del 2,6% annuo fino al 2040, spinta dal costo crescente di farmaci e tecnologie sanitarie, invecchiamento della popolazione e inflazione. «Purtroppo – ha spiegato Cartabellotta – gli incrementi previsti dalla Manovra 2025, ben al di sotto di questa soglia, non saranno sufficienti a mantenere il passo, lasciando il nostro SSN sempre più indietro». Con il finanziamento assegnato dalla Legge di Bilancio 2025, infatti, dal 2026 ci allontaneremo dal tasso di crescita del 2,6% annuo, accumulando un gap di circa 12 miliardi di euro nel 2030 (figura 3).

Proposte per il rifinanziamento del SSN

«Se il nostro Paese intende davvero rilanciare il SSN – ha continuato il Presidente – è indispensabile avviare un rifinanziamento progressivo accompagnato da coraggiose riforme di sistema. Perché aggiungere fondi senza riforme riduce il valore della spesa sanitaria, mentre fare riforme “senza maggiori oneri per la finanza pubblica” crea solo “scatole vuote”, come il DL anziani, il DL liste di attesa e il DdL sulle prestazioni sanitarie. Nonostante la stagnante crescita economica, gli enormi interessi sul debito pubblico e l’entità dell’evasione fiscale, con un approccio scientifico e la giusta volontà politica è possibile pianificare un incremento percentuale annuo del FSN, al di sotto del quale non scendere, a prescindere dagli avvicendamenti dei Governi».

Seguendo le opzioni politiche suggerite dal report OCSE del gennaio 2024, la Fondazione GIMBE ha presentato in audizione proposte concrete per rifinanziare il SSN. Nell’impossibilità di aumentare la spesa pubblica totale visto l’inverosimile balzo del PIL nel breve-medio termine e i vincoli EU sul debito, occorre puntare sulla combinazione delle altre strategie proposte dall’OCSE. Innanzitutto, aumentare le risorse per la sanità, riallocandole da altri capitoli di spesa pubblica e/o introducendo tasse di scopo, in particolare su prodotti che danneggiano la salute (sin taxes): sigarette, alcool, gioco d’azzardo, bevande e prodotti zuccherati, e/o tassando i redditi milionari e/o gli extra-profitti di multinazionali. In secondo luogo, rivalutare i confini tra spesa pubblica e spesa privata: previo aggiornamento efficace dei Livelli Essenziali di Assistenza (le prestazioni che il SSN è tenuto a fornire a tutte le persone, gratuitamente o dietro pagamento di ticket), occorre attuare una “sana riforma” della sanità integrativa che permetta di coprire i bisogni di salute aumentando la spesa intermediata e riducendo quella pagata di tasca dai cittadini (out-of-pocket); rivedere le compartecipazioni alla spesa sanitaria; incentivare, previa definizione di una governance nazionale, le partnership pubblico-privato. Infine, attuare un Piano Nazionale di disinvestimento da sprechi e inefficienze per aumentare il valore della spesa sanitaria.

«È ormai tempo di rimboccarsi le maniche – ha concluso Cartabellotta – abbandonando sia i proclami populisti del Governo sia le proposte irrealistiche di rifinanziamento delle forze di opposizione, evitando di fare della sanità un campo di battaglia politica. Perché senza un adeguato potenziamento del SSN con adeguate risorse e coraggiose riforme di sistema, non resterà che assistere impotenti al suo declino: vedremo dissolversi la sua funzione di tutela universale della salute, disattendendo il principio sancito dall’art. 32 della Costituzione. Di conseguenza, è indispensabile ripensare le politiche allocative del Paese per contrastare la progressiva demotivazione e fuga del personale sanitario dal SSN, le difficoltà di accesso alle innovazioni farmacologiche e tecnologiche, le diseguaglianze nell’accesso a servizi e prestazioni sanitarie, l’aumento della spesa privata e la rinuncia alle cure. Altrimenti, diremo definitivamente addio all’universalismo, all’uguaglianza e all’equità, princìpi fondanti del SSN».

Massimo Agosti è il nuovo presidente della SIN

«I cosiddetti “Primi 1000 giorni”, dal concepimento ai 2 anni di vita, condizionano la salute a lungo termine dell’essere umano. La Neonatologia ha, quindi, un ruolo fondamentale e la responsabilità di creare, insieme alle famiglie, le condizioni ottimali per poter garantire il miglior futuro possibile per ogni neonato, costruendo ponti multidisciplinari e multiprofessionali con gli ambiti perinatali, pediatrici e specialistici. Continueremo ad impegnarci in un dialogo ancora più attivo e costruttivo con le Istituzioni, sia a livello nazionale, che regionale, come interlocutori privilegiati nelle decisioni che riguardano le politiche sanitarie per i neonati, affinché possano essere adottate strategie durature, basate su dati ed evidenze scientifiche di cui la nostra Società si rende garante. I rapidi mutamenti epidemiologici, demografici e sociali, influenzati dalla recente crisi pandemica e da una denatalità che non accenna ad attenuarsi, insieme alla difficoltà di reperire risorse dedicate (umane e tecnologiche) stanno accentuando problematiche significative in ambito neonatologico, mettendo in luce criticità che non possiamo ignorare, perché ogni neonato merita le stesse opportunità di salute, indipendentemente da dove nasce».

Questa la dichiarazione di Massimo Agosti, Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi dell’Insubria, dove dirige la Scuola di Specializzazione di Pediatria, nonché Direttore della Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale e del Dipartimento Materno Infantile dell’Ospedale Del Ponte di Varese, Coordinatore del Gruppo di lavoro “Percorso Nascita” e Membro della “Commissione Vaccini” di Regione Lombardia, eletto Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN), per il triennio 2024-27, a Padova, nel corso del XXX Congresso Nazionale della SIN.

Il neopresidente è autore di numerosi articoli scientifici in ambito neonatologico su riviste internazionali, tra i campi di maggiore interesse: la nutrizione con particolare riguardo alla promozione dell’allattamento materno, gli aspetti gastroenterologici del neonato sano e prematuro, la prevenzione e la terapia contro le infezioni neonatali, l’attenzione della cura complessiva del neonato con la sua famiglia sia nel corso della degenza in terapia intensiva, che dopo la dimissione, con sistemi di follow-up integrati con il territorio.

Consiglio direttivo e obiettivi del nuovo mandato

Massimo Agosti guiderà la SIN insieme al nuovo Consiglio Direttivo, composto da: Gina Ancora, Rimini (Vicepresidente), Alessandra Coscia, Torino (Tesoriere) e dai Consiglieri Arianna Aceti (Bologna), Antonino Di Toro (Napoli), Eloisa Gitto (Messina), Simonetta Picone (Roma), Daniele Trevisanuto (Padova), Stefania Troiani (Perugia).

Tra gli obiettivi principali del nuovo mandato: promuovere e sostenere l’allattamento materno per tutti i neonati, anche per i più piccoli e fragili, e la disponibilità del latte di banca umano donato; collaborare con le famiglie in tutti i setting di cura (fisiologia, piccola patologia, terapia intensiva neonatale, follow up); applicare gli standard organizzativi e gli standard europei di cura centrati sul neonato e sulla famiglia, in primis l’apertura delle Terapie Intensive Neonatali h24 ai genitori, affinché possano essere presenti e vicini ai propri figli ricoverati; garantire un servizio di trasporto d’emergenza neonatale distribuito omogeneamente su tutto il territorio nazionale; fornire un’adeguata formazione neonatologica, sostenendone la ricerca scientifica per i medici specializzandi in Pediatria; coinvolgere le diverse figure professionali in un continuum di collaborazione tra ospedale e territorio per la cura di tutti i neonati. «Le sfide da affrontare sono molte, ma ciascuna di esse rappresenta anche un’opportunità; dobbiamo continuare a lavorare insieme per costruire un sistema che metta al centro il neonato e la famiglia tutta, garantendo cure adeguate e accessibili in modo omogeneo, per promuovere, sin dall’epoca neonatale, una salute di qualità», conclude il Presidente Agosti.

Dall’informatica medica alla digital health: 50 anni di storia nelle parole di uno dei “padri fondatori”

Correvano i primi anni ’70 e in Italia l’informatica, che all’epoca si chiamava cibernetica e ci vedeva come uno dei Paesi più all’avanguardia, si basava su calcolatori mainframe (o sistemi di computer centralizzati per l’elaborazione dei dati e per calcoli matematici e statistici). Si era già alla 4ª generazione di macchine computabili che, solo verso la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, furono incrementate e rimpiazzate da minicomputer e da reti di personal computer. Fu così che i sistemi mainframe (IBM System, Sperry-Univac, Honeywell-Bull, ecc…) segnarono l’alba dell’era digitale anche nella nostra sanità. Per la prima volta – e ancora non era nemmeno nato il Servizio Sanitario Nazionale istituito nel dicembre del 1978 – con questo framework tecnologico furono archiviati ed elaborati i primi dati in ambito sanitario.

Informatica medica già progenitrice della digital health

Quest’anno sono 50 anni esatti dalla prima conferenza mondiale di informatica medica MedInfo che si svolse nell’agosto 1974 a Stoccolma. L’informatica medica intendeva trattare già allora i dati e l’informazione come conoscenza nel settore biomedico e la loro archiviazione e gestione ottimale come soluzione dei problemi clinici e sanitari. Similmente alla moderna informatica medica che, attualmente, sfrutta la scienza e la tecnologia del calcolo e trattamento automatici per migliorare i risultati sanitari e la cura dei pazienti, potenziando il supporto all’attività clinica e l’erogazione dell’assistenza sanitaria, interfacciandosi con tutti i settori di base e applicativi della scienza medica e delle tecnologie biomediche.

Francesco Sicurello, ricercatore associato all’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Milano e Presidente dell’Istituto Internazionale di Telemedicina, uno dei padri fondatori dell’informatica medica in Italia, ha ricostruito con TrendSanità, e con l’ausilio di alcune domande, quegli anni e il periodo in cui è nata l’informatica medica in Italia.

Lei è un padre fondatore dell’informatica medica in Italia (negli anni ’70 si laureava in Fisica a Milano con indirizzo elettronico e cibernetico con tesi su procedure automatiche nei flussi informativi di sistemi organizzativi complessi). Secondo il suo punto di vista, qual è la definizione attuale di informatica medica?

Quest’anno sono 50 anni esatti dalla prima conferenza mondiale di informatica medica MedInfo che si svolse nell’agosto 1974 a Stoccolma

«L’informatica medica è quella disciplina tecnico-scientifica che riguarda le applicazioni di teorie e metodi basati sull’uso dei calcolatori elettronici, in termini di hardware e di software, per il trattamento automatico di dati utili al processo di cura, diagnostico e terapeutico. Quindi una raccolta rilevante e analisi di dati perché possa supportare l’intera équipe medica e infermieristica per arrivare a una buona diagnosi e terapia. Questo processo necessita di continua alimentazione di dati sia anamnestici sia strumentali per la diagnosi, che solo la conoscenza del medico porta a formulare. L’informatica medica è quindi un’attività interdisciplinare, perché mette in relazione le competenze di informatica e medicina, coadiuvate inoltre da scienza e tecnologia.»

Francesco Sicurello

Dobbiamo però distinguere l’informatica medica dall’informatica sanitaria: ci aiuta a capire peculiarità e differenze?

«L’accezione formulata 50 anni fa a MedInfo Conference, prima conferenza mondiale di medical informatics, era quella del data processing ad indirizzo diagnostico-terapeutico. L’informatica sanitaria va distinta, a mio avviso, e riguarda il miglioramento, con l’ausilio delle tecnologie IT prima e ICT ora, del flusso delle informazioni a fini gestionali di tutto ciò, fuori dal processo diagnostico-terapeutico, concorre a facilitarlo dal lato degli strumenti biomedicali, infrastrutture e processi organizzativi che il sistema aziendale ospedaliero e sanitario mette in campo per la sua attività produttiva principale o mission, cioè la cura del malato. Come il miglioramento dell’accesso del paziente alla struttura sanitaria, e quindi anche la gestione delle liste d’attesa con le prenotazioni. L’informatica, applicata al servizio sanitario in senso lato, può facilitare il ricovero e il rapporto cittadino-paziente con l’ospedale, l’ambulatorio, la casa della salute, il medico di base. Due cose distinte: l’informatica sanitaria per i dati delle strutture e l’informatica medica per i dati clinici dei pazienti».

Quando nacque, quindi, l’informatica medica in Italia?

«L’informatica medica in Italia nacque con l’Associazione Italiana di Informatica Medica (AIIM) nel 1975 a Parma (presidente Tardini di quell’Università e successivamente Angelo Serio di Roma), con lo scopo di promuoverne il progresso attraverso lo scambio di esperienze, opinioni, studi in ogni campo della ricerca, dell’insegnamento e dell’assistenza sanitaria. Era un momento denso di sviluppi per la computerizzazione; tuttavia, dobbiamo tenere presente che i computer di allora erano General Purpose, ovvero delle grosse macchine che risolvevano problemi generali perlopiù statistici, con fogli di calcolo, trattavano pochi dati ed erano poco performanti».

Gli “strumenti informativi” erano già previsti nell’art. 27 della Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale

Poi nacque il Servizio Sanitario Nazionale…

«Con la legge di istituzione del SSN, la 833 del 23 dicembre 1978, al Capo III art. 27, “Strumenti informativi”, già allora si è sottolineata l’importanza della gestione dei flussi sanitari, se si voleva avere un servizio sanitario efficiente. Un esempio: a metà anni ’70, nell’ospedale di Desio, in Brianza, si stava realizzando, con l’Istituto Mario Negri di Milano, un modello sperimentale di gestione automatica dei farmaci ospedalieri. L’obiettivo del progetto era quello di risparmiare e di contenere lo spreco di farmaci: il progetto prevedeva un sistema informativo che controllasse i magazzini, quello centrale e i piccoli magazzini di reparto. Ovvero, gestire al meglio i flussi dei dati di questo aspetto organizzativo dell’ospedale. Per tale progetto era stato installato, da una società di informatica di allora, presso la farmacia ospedaliera il calcolatore, all’epoca il potentissimo, Digital PDP-11, famoso anche per essere stato utilizzato nell’avventura spaziale dello sbarco sulla luna».

Come si evolse quella sperimentazione?

«Allo scoppio, di lì a poco nel luglio 1976, del disastro chimico dell’ICMESA nella zona brianzola di Seveso, Paolo Mocarelli, Primario del Servizio di Medicina di Laboratorio dell’Ospedale di Desio (poi Professore Ordinario di Biochimica Clinica on Università di Milano-Bicocca) venne incaricato dalla Regione Lombardia di seguire l’emergenza sanitaria da diossina per una vasta fetta di popolazione. Il computer PDP-11 presente in ospedale fu subito utilizzato per immagazzinare tutti i dati di laboratorio e clinici dei soggetti sottoposti al piano di monitoraggio e sorveglianza epidemiologica, per gli eventuali rischi sanitari da diossina. Ho partecipato alla progettazione e sviluppo di quel sistema informativo epidemiologico, e come analista-programmatore ho supportato tutte le fasi del lavoro informatico: raccolta, archiviazione, elaborazione ed analisi statistica. Vennero allora creati i primi data base gerarchici e poi relazionali e dei registri di patologia e quello dei tumori tuttora attivo. Il nostro gruppo di informatici, fisici e ingegneri (non c’era ancora la laurea in informatica) era costituito da diversi sistemisti e programmatori, tra cui il dottor Andreani che collaborava con l’Istituto Mario Negri (tra i consulenti di idee e supporto ingegneristico vi è stato per un certo periodo anche il professor Somalvico del Politecnico di Milano)».

Con il disastro chimico di Seveso il potente calcolatore dell’Ospedale di Desio, inizialmente dedicato ai flussi della farmacia, fu utilizzato per il sistema informativo epidemiologico di monitoraggio e sorveglianza

Come arriviamo ai giorni nostri?

«In seguito, con l’affermarsi delle reti – e siamo già negli anni ’80 – possiamo parlare di sistemi informativi stabili, quindi ospedalieri, di laboratorio, di radiologia, di reparti clinici, dove il flusso cablato delle informazioni era dentro alla realtà organizzata, ospedaliera o ambulatoriale. Queste erano le LAN – Local Area Network – per poi passare alle reti metropolitane e geografiche (MAN e WAN), che da lì a poco si sarebbero ampliate, negli anni ‘90 grazie ad Internet e al WWW – World Wide Web – per arrivare, nel mondo sanitario e della medicina, all’attuale digital health ed alla telemedicina. Proprio alla fine del secolo scorso, io ed alcuni colleghi, tra cui ricordo il professor Balossino dell’Università di Torino, il dottor Nicolosi del CNR di Milano, il professor Mauri della nascente Università di Milano Bicocca, il dottor Pellicanò dell’Ospedale Careggi di Firenze, abbiamo fondato a Milano l’AITIM, Associazione Italiana di Telemedicina e Informatica Medica, per rimarcare l’importanza delle reti di comunicazione (ICT) e di estendere il processo di cura medica anche a distanza, sul territorio e a casa del paziente con malattie croniche, con una specie di ospedale virtuale e la recente tragedia del Covid-19 ci ha poi costretto a riconsiderare e riorganizzare questo nuovo modo di erogazione delle prestazioni sanitarie. Voglio ricordare anche due pionieri di questo settore innovativo e dell’intelligenza artificiale in medicina che ci hanno lasciato da tempo: il dottor Riccardo Maceratini dell’Università La Sapienza di Roma ed il professor Mario Stefanelli dell’Università di Pavia, che ne è stato anche prorettore».

Oggi, dopo questa cavalcata di 50 anni, pensa che innovazioni tecnologiche in ambito sanitario e intelligenza artificiale nella medicina e nella sanità costituiscano ancora una vera rivoluzione?

«Oggi vi sono tutte le condizioni favorevoli per un vero cambio di paradigma con tutti i benefici e anche con dei possibili rischi: da giovane studente e da ricercatore pensavo sempre (o sognavo) la completa automazione dei processi lavorativi e sociali e che il sistema binario o digitale dell’informatica e dell’elettronica, anche quantistica, da Turing in poi potesse permettere di riuscirvi. Siamo arrivati a quella meta non considerando bene però che l’automazione potesse toccare anche i processi cognitivi del ragionamento e delle decisioni umane, “artificializzandoli” fortemente con algoritmi intelligenti. Questa è la nuova realtà di oggi e la sfida che l’essere umano non può eludere è complessa e piena di incognite. Abbiamo la connettività veloce, l’Internet of Things e i biosensori in grado di acquisire dati in continuum. Tutto questo alimenta i data base in modo esponenziale, i cosiddetti Big Data, utili per addestrare programmi e software avanzati che imparano da esempi, dalla realtà anche clinica, grazie alle migliori performance delle reti neurali artificiali, del machine e deep learning. Nuovi e potenti risultati inimmaginabili negli anni ’80-90, quando studiavo il modello di neurone di Hopfield (oggi insignito del premio Nobel per la Fisica) e le reti neurali, semplici, a back propagation, ecc… Sistemi che giravano sui primi PC (tipo NeuralWork che ho portato nel 1992 dagli USA) e sono passati in 30 anni da qualche migliaio di neuroni artificiali ai milioni di oggi ed alla potenza di ragionamento e conoscitiva dell’intelligenza artificiale generativa attuale».

Quali sfide e quali opportunità porta l’AI?

«È un capitolo nuovo e da esplorare in modo serio e razionale quello dell’Intelligenza Artificiale odierna, basata su statistiche e verosimiglianze che si ripresentano in modo sempre più preciso, riuscendo a classificare meglio oggetti e concetti, rispetto a quella di ieri basata su deduzioni logiche e regole definite e ridefinite da gruppi di esperti. Con l’apprendimento automatico sempre più veloce, con una specie di nuovo e proprio linguaggio di comunicazione tra macchine oltre che tra uomo e computer, i problemi si complicano e toccano la sfera etica, morale e legale oltre che quella tecnologica, considerando bene il rapporto tra benefici e rischi dell’intelligenza artificiale: nell’uso particolare in Medicina, ci sono senz’altro più benefici per le cure e le predizioni di sviluppo di patologie, mentre in applicazioni più in generale, dell’economia, della politica, penso possano portare più rischi».

Regione Piemonte riapre i termini per la selezione per incarichi di direzione generale delle aziende sanitarie

La Regione Piemonte ha riaperto i termini per la partecipazione all’avviso pubblico di selezione per il conferimento di incarichi di direzione generale presso le aziende sanitarie locali, ospedaliere, ospedaliero-universitarie e presso l’Azienda Zero. «L’obiettivo della procedura – viene spiegato dal sito web della Regione – è integrare le rose di candidati idonei, come stabilito dalla Delibera della Giunta Regionale n. 9-7383 del 3 agosto 2023. Le domande possono essere presentate a partire dal 22 ottobre 2024 fino alla scadenza fissata per il 5 novembre 2024 alle ore 23:59 e devono essere inviate esclusivamente via PEC all’indirizzo personale.sanitario@cert.regione.piemonte.it».

«Possono partecipare all’avviso i candidati già iscritti nell’elenco nazionale degli idonei alla nomina a Direttore Generale delle aziende ed enti del Sistema Sanitario Nazionale, come previsto dall’art. 1 del Decreto Legislativo n. 171/2016. La procedura è gestita dal Settore Sistemi Organizzativi e Risorse Umane del SSR, sotto l’Assessorato alla Sanità e Welfare della Regione Piemonte. Per ulteriori informazioni, è possibile contattare i referenti Paolo Sarazzi, telefono 011.432.2264, email paolo.sarazzi@regione.piemonte.it, o Maria Massimino, telefono 011.432.2241, email maria.massimino@regione.piemonte.it. L’avviso completo e il testo della procedura sono disponibili nell’allegato DGR n. 21-287/2024/XII del 18 ottobre 2024. Questo avviso è rivolto a cittadini, enti pubblici, imprese, liberi professionisti e organizzazioni del terzo settore interessati a candidarsi per incarichi dirigenziali in ambito sanitario» spiega ancora la Regione Piemonte.

Nisticò (AIFA): «Per velocizzare l’accesso ai farmaci potenziare e qualificare gli organici dell’Agenzia»

«L’assenza in manovra di misure per il potenziamento e la qualificazione del personale AIFA rischia di compromettere l’efficiente funzionamento di un’Agenzia che regolamenta attraverso decisioni su prezzi e rimborsabilità dei farmaci un mercato con un valore della produzione pari a 50 miliardi di euro». Così il Presidente di AIFA, Robert Nisticò, esprime il suo rammarico per il depennamento di disposizioni che, come altre, non hanno alla fine trovato posto nel testo bollinato della Legge di Bilancio 2025, «nonostante la prossima applicazione del regolamento europeo sull’HTA comporti un maggiore impegno dei nostri organici ma anche maggiori entrate». 

«Due misure – prosegue Nisticò – sono da considerare indispensabili al buon funzionamento dell’Agenzia e alla velocizzazione delle pratiche: quella che prevede il rafforzamento degli organici per avvicinare l’AIFA agli standard delle altre Agenzie regolatorie europee che hanno quasi il doppio degli attuali 600 dipendenti  della nostra Agenzia; l’estensione del ruolo unico alla dirigenza sanitaria dell’AIFA, che significa in primo luogo impedire la fuga dei dirigenti sanitari oggi impegnati nell’Agenzia, oltre che reperirne di nuovi, visto che a fronte di incompatibilità assolute oggi non beneficiano dell’indennità di esclusività che compete invece ai medici dipendenti del SSN», spiega Nisticò.

«La nuova AIFA post-riforma – prosegue – ha in poco più di sei mesi smaltito oltre 150 dossier arretrati e velocizzato i tempi di approvazione dei nuovi farmaci che sono leggermente migliori della media europea, ma che siamo impegnati a ridurre ulteriormente per rendere più rapidamente disponibili ai cittadini i medicinali innovativi. Un’attività, che come forse è poco percepito all’esterno, l’Agenzia svolge dietro remunerazione per ciascun dossier portato a termine, che produce un avanzo economico inutilizzabile però da AIFA per migliorare la propria funzionalità. Per questo – conclude il Presidente Nisticò – l’auspicio è che le disposizioni espunte dalla manovra possano trovarvi posto in sede di conversione parlamentare».

Digitale, AI e sostenibilità: gestione di cronicità e liste d’attesa

Garantire l’erogazione delle prestazioni entro i tempi massimi di attesa previsti dai codici di priorità, cambiare passo sulla verifica e controllo dei tempi, aumentare la programmazione regionale, stanziare risorse strutturali per le liste d’attesa e per il personale e rivedere i modelli organizzativi e professionali del SSN.

È questa la ricetta di Tonino Aceti, presidente di Salutequità, per governare le liste d’attesa.

Un SSN sostenibile deve garantire l’equità di accesso e di cure: «Manca un vero sistema di stratificazione della popolazione, indispensabile per intercettarne i bisogni. In aggiunta, la responsabilità della sostenibilità ambientale del SSN è di tutti, anche delle aziende del farmaco».

Il 20% degli italiani non riceve alcun invito a fare screening e 1 su 5 rinuncia alla prevenzione per difficoltà logistiche del SSN

Il 20% degli italiani non riceve alcun invito a fare screening. E dei cittadini che vengono coinvolti, 1 su 3 ha difficoltà a partecipare i controlli e 1 su 5 rinuncia alla prevenzione a causa di orari incompatibili, liste d’attesa e difficoltà logistiche del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Sono solo 6 su 10 quelli che vengono messi in condizione di portare a termine i controlli di prevenzione.

È quanto emerge dai dati del Barometro del Patient Engagement, la prima indagine nazionale sulla percezione del coinvolgimento attivo degli italiani nel proprio percorso di cura, realizzata da Helaglobe e presentata oggi alla ASL Roma 1 con le analisi del comitato scientifico composto da Paolo Petralia, Direttore Generale ASL 4 Liguria, Caterina Rizzo, Ordinario di Igiene Generale e Applicata all’Università di Pisa – AOU Pisana, Matteo Scortichini, Ricercatore Facoltà di Economia, Valutazione Economica e HTA (EEHTA), CEIS, Università Roma “Tor Vergata”, Vito Montanaro, Consigliere AIFA e Direttore Dipartimento Salute Regione Puglia, e Alessandra Ferretti, Referente Comunicazione istituzionale Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare Regione Emilia-Romagna. A commentare i dati anche Gennaro D’Agostino, Direttore Sanitario ASL Roma 1.

«Il quadro che viene delineato dai tanti dati che abbiamo raccolto con i questionari sottoposti ad un campione di circa 3mila cittadini in tutte le Regioni, è quello di una sanità costantemente sollecitata ma che si preoccupa poco di coinvolgere i cittadini, di ascoltare le loro esigenze e di prendere in considerazione le loro proposte di miglioramento. Prescrive visite ed esami, suggerisce screening, ma poi in molti casi abbandona il paziente a sé stesso senza metterlo in condizione di seguire quelle indicazioni», dice Davide Cafiero, managing director di Helaglobe.

Nella ricerca spicca l’87% dei cittadini che afferma di non essere mai stato coinvolto in indagini sulla qualità del servizio di ospedali o di strutture sanitarie o in gruppi di lavoro specifici per progettare e migliorare tali servizi. Questo, a fronte di un 35% che ha trovato difficile o molto difficile prenotare esami o visite. E anche a livello di singoli professionisti sanitari si rispecchia questa mancanza di partecipazione con il 22% dei pazienti che dichiara di non venire mai coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla propria salute e un 40% che viene coinvolto saltuariamente, nonostante da parte di quasi tutti i cittadini ci sia il desiderio di partecipare ed essere ingaggiato nelle scelte pur rispettando le scelte effettuate dai camici bianchi.

«Coinvolgere i pazienti non è solo una questione etica, ma è fondamentale per l’efficienza del sistema sanitario. Quando i pazienti sono informati, educati e coinvolti attivamente nelle decisioni terapeutiche, il tasso di adesione alle terapie e il rispetto delle prescrizioni migliorano sensibilmente riducendo ricoveri e accessi al pronto soccorso», afferma Matteo Scortichini, Ricercatore Facoltà di Economia, Valutazione Economica e HTA (EEHTA), CEIS, Università Roma “Tor Vergata”.

«Le difficoltà organizzative segnalate dall’indagine così come la gestione del tempo e gli impegni personali, evidenziano la necessità di rivedere i modelli di erogazione degli screening prevedendo la possibilità di organizzare appuntamenti flessibili in luoghi prossimi al domicilio o al lavoro della popolazione target, promuovere campagne informative più efficaci e assicurare una comunicazione diretta con gli utenti per migliorare la partecipazione» commenta Caterina Rizzo, Professore Ordinario di Igiene Generale e Applicata Università di Pisa – Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.

«Ascoltare, per chi deve elaborare strategie di governo dell’offerta sanitaria, significa avere un canale sempre aperto con i cittadini e coinvolgere nei tavoli tecnici i rappresentanti delle associazioni di pazienti. Informare, nel Terzo Millennio, vuol dire utilizzare anche web, social e tutti gli strumenti che l’evoluzione del digitale mette a nostra disposizione» spiega Vito Montanaro, Consigliere d’amministrazione dell’Aifa e direttore del Dipartimento Salute della Regione Puglia.

«Tre azioni per coinvolgere meglio i pazienti nella sanità: primo, un’azione di educazione sanitaria nei confronti del grande pubblico, che trasmetta in modo coinvolgente, attraverso la scuola e i canali dell’informazione, processi, dubbi, successi e fallimenti della scienza. Secondo, un potenziamento della preparazione sul Patient Engagement alla Facoltà di Medicina e Chirurgia e Infermieristica e una formazione continua degli operatori sanitari. Terzo, l’assunzione di una prospettiva “di complessità” da parte di tutti gli agenti coinvolti, i quali siano consapevoli che il valore aggiunto del sistema viene dall’interazione delle sue componenti ancora prima che dal contributo delle sue componenti prese singolarmente» propone Alessandra Ferretti, Referente Comunicazione istituzionale Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare Regione Emilia-Romagna.

«Il digitale rappresenta certamente uno dei driver di trasformazione dell’intero ecosistema salute. Resta chiaro che questo strumento deve però coniugarsi con l’obiettivo di ingaggio dei cittadini a riorientare ogni aspetto gestionale-organizzativo verso la centralità della persona che poi è, il vero motore di cambiamento dell’intero sistema salute. Il Patient Engagement è certamente la coordinata dentro la quale ritrovare consapevolezza e responsabilità del cittadino, inteso come “cittadino – paziente”, perché è evidente che il suo esserci significa esserci in maniera matura ed in maniera informata» riflette Paolo Petralia, Direttore Generale ASL 4 Liguria.

Regioni: per fare ricerca al meglio creare luoghi di confronto e formazione congiunti

Si è svolto il 28 ottobre in SDA BOCCONI l’evento “La governance regionale della ricerca sanitaria” organizzato da CERGAS SDA Bocconi e Centro Studi Interaziendale di Management Sanitario (CESIM) del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione AOU AL ASL AL (DAIRI), con il contributo della fondazione CRA.

Si è trattato di un’occasione per riflettere sui diversi modelli di governance della ricerca sanitaria adottati nelle regioni italiane e per confrontarsi sull’impatto che tali modelli hanno per le attività di ricerca. L’incontro ha visto un confronto tra i referenti della ricerca delle regioni Emilia-Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia e Piemonte con la partecipazione delle professoresse Valeria Tozzi e Amelia Compagni di CERGAS SDA Bocconi, il centro di ricerca multidisciplinare sul management sanitario che si occupa di comprendere come funzionano i sistemi di welfare a livello micro e macro e di come migliorarli, del dottor Nicora, Direttore Generale Fondazione IRCCS INT Milano e Vice Presidente di FIASO, e della dottoressa Rossetti di FISM, Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane.

La professoressa Tozzi ha avviato il dibattito illustrando come i Sistemi Sanitari Regionali organizzano in modo differenziato le funzioni di ricerca, didattica e assistenza che si sviluppano all’interno delle loro strutture di offerta, a prescindere dalla natura istituzionale delle Aziende Sanitarie. Alcuni contributi in letteratura (Ioannidis, J. P., 2016; Moher, D., et al. 2016; Tunis, S. R., et al. 2003) evidenziano che oggi, a livello globale, la maggior parte delle risorse investite nella ricerca non migliora l’assistenza sanitaria né la salute delle popolazioni, per via degli sprechi e della cattiva gestione delle attività di ricerca e studio. Lo spreco di risorse, oltre a scoraggiare investimenti privati e disperdere fondi pubblici, produce anche un danno in termini di salute per i pazienti, incrociando le questioni economiche con quelle etiche. Il tema dello spreco delle ricorse è riconducibile a: assenza di strategie integrate tra i diversi soggetti con conseguente incapacità di attribuire priorità alle aree di intervento e di studio; scarsa o assente organizzazione delle attività nelle strutture coinvolte nelle attività di ricerca; difficoltà a conciliare progetti di ricerca e fonti di finanziamento pubbliche e private.

Maurizia Rolli, Direttrice del Settore Innovazione nei Servizi Sociali e Sanitari della Regione Emilia Romagna, ha presentato nel dettaglio l’esperienza dell’Emilia Romagna, la regione che nel corso degli anni ha maggiormente istituzionalizzato il coordinamento della ricerca sanitaria a livello regionale. La relazione della dottoressa Rolli ha messo in evidenza come la capacità di fare rete e sistema, anche con le aziende del territorio, sia un punto essenziale di una governance di successo per la ricerca sanitaria, ma ha anche indicato come l’ascolto dei fabbisogni sia un altro elemento essenziale per la costruzione di una infrastruttura efficiente e utile alle aziende sanitarie.

Roberto Poscia, Direttore Unità di Ricerca Clinica & Clinical Competence del Policlinico Umberto I, ha focalizzato in suo intervento sulle problematiche dei Comitati Etici Territoriali, un organismo essenziale per la promozione della ricerca e riorganizzato da una recente normativa, ma ancora, per molti versi, da migliorare soprattutto per garantire una maggiore uniformità e standardizzazione dei processi di sottomissione dei progetti di ricerca.

Antonio Maritati, UO Commissione Salute e Relazioni socio-sanitarie della Regione Veneto, ha descritto la struttura organizzativa veneta che ha nel Consorzio per la Ricerca Sanitaria – CORIS il suo principale motore. Il Consorzio è una realtà senza scopo di lucro istituita e finanziata dalla Regione Veneto che si propone di promuovere, incrementare e sostenere la ricerca scientifica in senso lato, sia essa di base, traslazionale o clinica, in ambito sanitario e socio-sanitario. Dal 2016 l’attività del Consorzio allarga il proprio ambito di operatività a tutta la ricerca sanitaria e socio-sanitaria, concretizzandosi in particolare nella raccolta di fondi (pubblici e privati) da destinare al finanziamento di progetti di ricerca, ma gestendo anche direttamente progetti di ricerca che portano miglioramenti significativi in materia di prolungamento della sopravvivenza degli organi umani trapiantati e di nuovi farmaci immunosoppressori, raggiungendo notevoli risultati anche a livello internazionale con progetti sullo xenotrapianto.

Antonio Maconi, Direttore del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione della Regione Piemonte (DAIRI-R) e Marta Betti, Coordinatore attività DAIRI-R, hanno illustrato l’esperienza del Piemonte che nel giro di alcuni anni si è dato una struttura di governance della ricerca che sta già portando i suoi primi risultati in termini di incremento dei progetti avviati, di creazione di network e di aumento di consapevolezza istituzionale sulle attività di ricerca svolte in Regione. L’incontro in Bocconi, infatti, ha fatto seguito proprio a una tavola rotonda che si è svolta il 17 settembre al 24° piano del grattacielo Piemonte a Torino, grazie alla disponibilità dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte Federico Riboldi, che ha visto la partecipazione di Carlo Nicora, Vice Presidente FIASO e Direttore Generale della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori, Adriano Leli, Direttore Generale Azienda Zero, Franco Ripa, Responsabile Settore Programmazione dei servizi sanitari della Regione Piemonte, Valeria Tozzi, Associate Professor of Practice of Government Health and Not for Profit Division presso la SDA Bocconi School of Management e Direttore Master EMMAS Bocconi, e Antonio Maconi, Direttore DAIRI-R, e durante la quale si è fatto il punto sulle prospettive dell’organizzazione della ricerca in regione con l’obiettivo di avviare un dibattito istituzionale sul tema e potenziare in tempi rapidi un sistema di ricerca in grado di valorizzare le esperienze piemontesi.

Dalla tavola rotonda che ha concluso l’incontro in SDA BOCCONI è emerso come sia importante creare un luogo di confronto, un’iniziativa stabile di formazione e analisi, che consenta agli attori regionali che supportano la ricerca di condividere esperienze e risultati anche considerando che, al momento, a livello nazionale non sono ancora emerse sul tema indicazioni ben definite e, a livello locale, risulta che le regioni che stanno affrontando in modo organico questa tematica siano ancora una solo una minoranza. La discussione ha pertanto prospettato l’avvio di un dibattito istituzionale sul tema che prevede la costruzione di una rete di soggetti coinvolta attivamente da una agenda di ricerca e analisi.

In sintesi, dall’evento del 28 ottobre emerge che la funzione di ricerca, da anni riconosciuta e prevista dal punto di vista normativo, grazie all’iniziativa di alcuni attori regionali e nazionali si sta in questi anni configurando come un elemento presente anche nelle strutture organizzative regionali e sempre più si configura come un fenomeno emergente e degno di maggiore attenzione e analisi.