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Verso un welfare culturale innovativo in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta

Il 13 novembre alle ore 9.30 presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia (via delle Rosine 18) la Fondazione Compagnia di San Paolo, in collaborazione con CCW- Cultural Welfare Centre, presenta i risultati della ricerca 2024 sul Nord Ovest dal titolo “Cultura, Salute e Ben-essere” nell’ambito dell’evento, “Cultura e Salute. Dall’analisi di enti e pratiche territoriali alle nuove sfide in campo”.

Si tratta di un’occasione di aggiornamento sulle pratiche di welfare culturale in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, per mettere in luce l’evoluzione in corso e le sfide future sul ruolo della partecipazione e dell’espressione culturale per la costruzione di ben-essere individuale e collettivo.

La ricerca realizzata nel 2024 da CCW-Cultural Welfare Center su incarico della Fondazione Compagnia di San Paolo, ha l’obiettivo di aggiornare l’emersione dei soggetti e dei progetti intrapresa con la prima mappatura nel 2020. Nel triennio successivo (2021-2023), la Fondazione ha realizzato un laboratorio sperimentale – il Cultural Wellbeing Lab (CWLAB), per lo sviluppo nel Nord Ovest di un percorso sperimentale, di progettazione,  ricerca e formazione di operatori di diversi campi sul welfare culturale in un’ottica di sistema.

A fronte di un mutato contesto globale, a quattro anni dalla prima mappatura, lo studio del 2024, analizza l’evoluzione delle pratiche, l’azione di nuovi attori che integrano Cultura e Salute nelle regioni del Nord Ovest, rivelando un territorio vitale, in parte maturo, ma ancora alla ricerca di stabilità e di riconoscimento. Risulta aumentato sensibilmente il numero di soggetti scesi in campo sulle grandi sfide sociali del nostro tempo – quali lo sviluppo nella prima infanzia e la genitorialità, il ben-essere delle e degli adolescenti e l’invecchiamento –, unendosi in partenariati interdisciplinari.

Si sta creando un ecosistema in cui cultura, sociale ed educazione, pubblico e privato,  lavorano insieme per affrontare con efficacia le sfide di salute e ben-essere, per la qualità della vita, l’inclusione, l’alleanza nei percorsi di gestione e trattamento delle patologie, in contrasto alle diseguaglianze.

L’evento prevede un intervento di Calum Smith, consulente OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità della Regione Europa, che commenterà i risultati della ricerca, evidenziando le potenzialità di sviluppo dell’alleanza tra cultura e salute che la Commissione  europea ha inserito tra i pilastri del Piano di lavoro della Cultura 2023-2026.

L’evento ospiterà anche un riconoscimento a 20 progetti eccellenti intercettati dalla Fondazione,  che si sono distinti per efficacia del lavoro sul binomio Cultura e Salute.

Da Fondazione Longevitas la campagna per sensibilizzare i senior sul tumore della prostata

La Fondazione Longevitas presenta il nuovo progetto di sensibilizzazione “La prevenzione che salva la vita: conoscere il tumore della prostata”, una campagna informativa rivolta alla popolazione senior e finalizzata a promuovere la consapevolezza e la prevenzione contro il carcinoma prostatico, uno dei tumori più comuni tra gli uomini in Italia.

Nel 2023, in Italia, sono stati diagnosticati 41.100 nuovi casi di tumore alla prostata, con un aumento del 14% negli ultimi tre anni rispetto ai 36.000 casi rilevati nel 2020. Questa crescita nei numeri conferma l’importanza della diagnosi precoce e dei continui progressi terapeutici, che oggi consentono a oltre il 60 per cento dei pazienti di superare la malattia in modo definitivo (dati AIOM). Grazie all’innovazione tecnologica e ai nuovi protocolli di cura, anche i casi più complessi possono beneficiare di trattamenti sempre più mirati ed efficaci. Questi dati mettono in evidenza l’importanza della prevenzione e della ricerca per migliorare le prospettive di tutti coloro che affrontano il tumore alla prostata.

Per questo la Fondazione Longevitas ha deciso di lanciare il suo progetto proprio a novembre, mese dedicato alla prevenzione del tumore alla prostata, attraverso una serie di incontri educativi in cinque città italiane – Milano, Roma, Palermo, Torino e Bari – presso centri di aggregazione per anziani, dove gli esperti urologi forniranno informazioni cruciali sulla patologia e sui fattori di rischio. Oltre alla partecipazione dei medici, la campagna sarà supportata da materiale informativo e video interviste per favorire la diffusione delle informazioni e l’adozione di stili di vita sani. Il primo incontro si terrà a Palermo il 13 novembre alle 16:30 presso il Circolo Auser Leonardo Sciascia, in via Nissa 1, e a seguire le tappe di Bari, Milano, Roma e Torino.

«La missione di Fondazione Longevitas è costruire una società che abbracci tutte le età e valorizzi la longevità come risorsa e non come limite. Con il progetto ‘La prevenzione che salva la vita’ vogliamo offrire alle persone strumenti di conoscenza e sensibilizzare al ruolo fondamentale della prevenzione e della diagnosi precoce per mantenere una vita sana e longeva. Crediamo che questa campagna possa fare una reale differenza nel migliorare la qualità della vita dei nostri senior e delle loro famiglie», afferma la Presidente della Fondazione Longevitas, Eleonora Selvi.

Il progetto, realizzato con il patrocinio di AIGOM ed Europa Uomo, intende anche raccogliere dati per una maggiore comprensione dell’approccio preventivo della popolazione senior maschile. Il progetto si avvale del contributo non condizionato di Johnson & Johnson e Semplifarma.

Parte dal Colosseo “Health Innovation Space”, il meta-museo dell’innovazione promosso da Mesit

È partita dalla Curia Iulia, Parco Archeologico del Colosseo, la seconda edizione di Health Innovation Space, il meta-museo dell’innovazione sanitaria promosso dalla Fondazione Mesit (Medicina Sociale e Innovazione Tecnologica) e realizzato grazie alla collaborazione di PwC Italia.

“Health Innovation Space è uno spazio “phygital”, sia fisico che digitale, con installazioni artistiche e postazioni per l’accesso in metaverso tramite visori per realtà virtuale, per esplorare e celebrare i progressi, le sfide e le promesse nel campo della sanità, evidenziando l’impatto delle tecnologie emergenti e delle pratiche innovative sulla salute e sul benessere delle persone”, ha dichiarato Marco Trabucco Aurilio, presidente della Fondazione Mesit. “In un mondo in continua evoluzione, l’innovazione rappresenta il motore della transizione sanitaria in atto, una vera e propria rivoluzione nel modo in cui vengono concepiti ed erogati i servizi sanitari. Nuove tecnologie, nuove strategie di governance, valorizzazione delle risorse, tutto ciò al fine di garantire la massima accessibilità possibile all’innovazione, che è da sempre un fattore determinante per la sicurezza e il benessere della popolazione, anche in termini di equità e sostenibilità. Health Innovation Space vuole dunque rappresentare, soprattutto per i più giovani, un prezioso momento di formazione e di sensibilizzazione sull’importanza della ricerca e dell’innovazione soprattutto, ma non solo, nel campo della Salute.”

Sono intervenuti alla conferenza stampa: Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento programmazione dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche a favore del Servizio sanitario nazionale del ministero della Salute, Maria Rosaria Campitiello, Capo del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute, e Giovanni Russo, Capo dipartimento amministrazione penitenziaria.

Dopo una prima edizione inaugurata a Napoli, presso il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, e che ha visto la partecipazione di migliaia i visitatori, tra cui studenti di ogni ordine e grado, quest’anno lo spazio espositivo farà tappa a Roma. A conclusione dell’inaugurazione, la meta-esposizione sarà aperta al pubblico del Parco Archeologico del Colosseo, e visitabile in digitale da remoto da qualsiasi dispositivo (smartphone, laptop, tablet, visori VR) al sito www.healthinnovationspace.it, rappresentando un’occasione di inclusività, di consapevolezza digitale e di sensibilizzazione sull’importanza della ricerca, della prevenzione e dell’innovazione in campo sanitario.

Intelligenza artificiale e metaverso

Lo spazio in metaverso è diviso in tre aree tematiche: Una sezione storica, che racconta le fasi più significative della storia della ricerca oncologica, con più di tremila anni di ricerche e scoperte, dall’antico Egitto al giorno d’oggi; un padiglione che esplora il complesso mondo delle malattie rare, che a dispetto del nome colpiscono milioni di persone in Italia e nel mondo; e una terza sezione che racconta i vaccini, il più efficace intervento di prevenzione scoperto dall’uomo.

Nell’edizione di quest’anno, nuovi contenuti ancora più coinvolgenti, con focus in particolare su intelligenza artificiale e nuovi approcci innovativi alla salute, dal paradigma di One Health all’immunoterapie. Inoltre, da quest’anno c’è la possibilità di interagire con Healthy, l’assistente virtuale con intelligenza artificiale che guiderà l’utente attraverso il meta-museo, rispondendo a tutte le sue domande sul mondo della salute, della prevenzione e del benessere.

L’AI rappresenta una delle tecnologie più trasformative del presente. Nell’ambito della divulgazione, l’AI aiuta a spiegare e rendere più accessibile concetti scientifici complessi, riducendo il divario di conoscenza, facilitando la comprensione delle sfide e delle opportunità in Sanità e mostrando il futuro della medicina e dell’innovazione.

Distribuzione diretta, oltre il valore puramente economico

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La distribuzione diretta non è solo uno strumento di ottimizzazione della spesa farmaceutica, ma può anche comportare vantaggi significativi per i pazienti in termini di risultati di salute, valorizzando le competenze professionali dei farmacisti ospedalieri. Ne parla a TrendSanità Vito Ladisa, Direttore della Struttura Complessa di Farmacia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, nonché Responsabile scientifico di un Gruppo di Miglioramento ECM sul tema “Il farmacista ospedaliero nella distribuzione diretta: la collaborazione con i clinici e il counselling al paziente” organizzato da Dephaforum con il contributo non condizionante di Biogen.

Dottor Ladisa, partiamo dal contesto: quali sono gli obiettivi della distribuzione diretta dei farmaci da parte delle farmacie ospedaliere? Da che cosa nasce e quale valore può avere, oltre al mero significato economico?

Introdotta dalla Legge 405/2001 per ragioni di risparmio economico, la distribuzione diretta ha acquisito nelle farmacie ospedaliere un ruolo più ampio. Permette un monitoraggio continuo dei farmaci ad alta tecnologia, richiede collaborazione con i clinici e garantisce un counseling per i pazienti. Oltre all’efficienza dei costi, questo sistema punta a migliorare la gestione terapeutica, l’aderenza ai trattamenti e la riduzione dei rischi di eventi avversi, aumentando così la probabilità di esiti di salute positivi per i pazienti.

Introdotta dalla Legge 405/2001 per ragioni di risparmio economico, la distribuzione diretta ha acquisito nelle farmacie ospedaliere un ruolo più ampio

Sebbene l’aspetto economico sia una delle funzioni della distribuzione diretta, è fondamentale evidenziare che uno dei suoi obiettivi rimane quello di garantire l’accesso sicuro e continuativo alla terapia e promuovere un’adesione consapevole e costante al trattamento prescritto. Sebbene vi siano differenze tra le diverse classi di farmaci, questo principio costituisce lo spirito centrale della distribuzione diretta.

Come avviene al momento la distribuzione diretta nelle diverse realtà coinvolte nel vostro progetto e quali criticità sono emerse?

Vito Ladisa

In Lombardia si osservano disomogeneità significative nella distribuzione diretta dei farmaci tra le diverse strutture ospedaliere, ad esempio a causa delle distinte caratteristiche organizzative di enti come gli IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) e le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali).

In alcune realtà, la distribuzione dei farmaci avviene attraverso ambulatori e non tramite le farmacie ospedaliere, compromettendo un accesso centralizzato e qualificato per i pazienti. A che cosa si deve questa situazione? Ad esempio, e questo è da sottolineare, perché a volte non sono disponibili farmacisti per svolgere questa funzione: nel nostro sistema sanitario non mancano solo medici e infermieri, ma la carenza di professionisti riguarda anche i farmacisti ospedalieri, risorsa limitata nella nostra regione, che non consente di assicurare la gestione ottimale del servizio.

Inoltre, si notano differenze anche negli orari di apertura tra i servizi di distribuzione diretta per le terapie domiciliari e quelli dedicati alla dispensazione di terapie ospedaliere, limitando ulteriormente l’accesso dei pazienti ai farmaci. Queste variazioni influiscono sulla continuità e sulla qualità delle cure, determinando disparità tra i pazienti a seconda delle strutture di riferimento.

Questo è il primo aspetto da considerare: una delle idee emerse dal Gruppo di Miglioramento è cercare di uniformare questi percorsi, garantendo l’accesso del paziente alle farmacie ospedaliere e non agli ambulatori, come avviene attualmente in alcune realtà. Serve quindi rivedere l’organizzazione interna, anche nel numero di professionisti, con l’obiettivo di raggiungere una uniformità organizzativa volta a favorire l’accesso alla terapia del paziente ed evitare iniquità dovute ai diversi sistemi.

Per garantire percorsi della distribuzione diretta tramite le farmacie ospedaliere è necessario rivedere l’organizzazione interna, anche nel numero di professionisti

Esiste inoltre una distinzione tra la distribuzione diretta e la farmacia territoriale, intesa come un’estensione della farmacia ospedaliera (e non come farmacia al dettaglio o di comunità). Tale differenziazione crea un disallineamento nel servizio: da un lato, la distribuzione diretta per i pazienti dimessi, a seguito di prescrizione ambulatoriale ASST; dall’altro, la distribuzione territoriale per patologie specifiche, come le malattie rare o l’emofilia, con prescrizioni provenienti da contesti diversi. Questa distinzione, che genera confusione tra i percorsi, entrambi afferenti alla territorialità, dovrebbe essere superata.

Quali best practice sono emerse?

Le best practice emerse dal confronto riguardano quelle realtà in cui la distribuzione diretta è pienamente centralizzata attraverso le farmacie ospedaliere ed è pienamente monitorata grazie, ad esempio, a sistemi informativi correlati, a software prescrittivi dedicati che permettono non solo di seguire in maniera più semplice la cronologia di trattamento del paziente, ma anche di costruire un’analisi di tipo farmaco-economico sul percorso terapeutico del singolo paziente: conoscendo i tempi di dispensazione, il numero di volte che il paziente è andato a ritirare un determinato farmaco, è possibile costruire con il paziente stesso un percorso di verifica dell’aderenza e della compliance, di cosiddetta farmacoutilizzazione.

Le best practice riguardano le realtà in cui la distribuzione diretta è pienamente centralizzata e monitorata grazie a software prescrittivi dedicati

Queste interessanti best practice sono legate strettamente alla figura del farmacista. Come detto inizialmente, uno dei problemi che abbiamo evidenziato è la dispensazione attraverso gli ambulatori, quindi attraverso gli infermieri e i clinici. Questo compito è invece fondamentale che sia appannaggio del farmacista, come emerso dal nostro Gruppo di Lavoro. Non è necessario immaginare un altro ruolo perché è proprio competenza del farmacista dispensare la terapia e assicurarne l’appropriatezza. È ovvio che si ritorna a un altro punto critico: abbiamo la forza lavoro, abbiamo le risorse per fare questo tipo di attività, abbiamo gli spazi dedicati? In alcune realtà, quello che manca è anche un punto reale di distribuzione. Non si tratta di una criticità ma di un processo organizzativo che richiede un commitment da parte di tutti: del farmacista, del clinico, della direzione strategica, dell’alta dirigenza.

Se manca questo, diventa più difficile raggiungere gli obiettivi che ci si propone.

Perché i biosimilari possono costituire un caso particolare, all’interno della distribuzione diretta?

Il biosimilare, per sua natura, ha caratteristiche tali da poter sostituire il farmaco originator, favorendo la liberazione di quelle risorse economiche che possono essere investite in attività, o meglio, in terapie innovative, a maggior costo, a migliore impatto economico.

Nell’ambito della distribuzione diretta, effettuare un’analisi attenta dei biosimilari disponibili, valorizzando la collaborazione con il clinico e quindi il counseling al paziente, ci permette di assicurare a più pazienti un farmaco efficace, il biosimilare, garantendo l’accesso alla terapia e anche favorendo un cost-saving che non rimane solo un risparmio economico, ma può essere trasferito in altre terapie ad alto costo.

Quindi la distribuzione diretta è utile in relazione anche al concetto di non sostituibilità per i biosimilari perché può prevedere una interazione diretta con il clinico il quale può interloquire immediatamente con il farmacista ospedaliero, cosa che non può avvenire nelle farmacie retail o di comunità.

Concludendo, se dovesse indicare tre priorità sulle quali lavorare per migliorare l’attività delle farmacie ospedaliere in relazione alla distribuzione diretta dei farmaci, su che cosa si concentrerebbe?

Innanzitutto, ogni farmacia ospedaliera deve avere un punto di erogazione dei farmaci, un punto che ci permetta di sviluppare il nostro ruolo, anche clinico. Non dimentichiamo che il ruolo dei farmacisti ospedalieri è prima di tutto di carattere sanitario, non amministrativo, quindi è necessario sviluppare maggiormente questo aspetto della professione, anche con spazi dedicati e orari adeguati per l’utenza.

La distribuzione diretta ha un suo forte valore di appropriatezza prescrittiva e aderenza terapeutica, oltre all’impatto puramente economico

Successivamente è necessario prevedere una formazione che valorizzi l’attività di distribuzione diretta, oggi non sempre percepita come una mansione di valore dagli stessi farmacisti ospedalieri. Attraverso un percorso che consenta di comprendere che cos’è la distribuzione diretta, non solo come atto dispensativo legato ad un risparmio, ma con la funzione altrimenti non facilmente raggiungibile di favorire l’accesso ai pazienti di una determinata terapia, è possibile recuperare il valore di questa modalità di distribuzione del farmaco come un atto clinico, come un momento di counseling e interazione con il paziente da utilizzare al meglio.

In ultimo, partendo da quello che ci siamo detti all’inizio, le farmacie ospedaliere devono misurare queste attività non solo come risparmio economico, ma come valore aggiuntivo che il farmacista ospedaliero anche in un ambito di distribuzione diretta è in grado di dare. E questo è quello che il farmacista ospedaliero deve dimostrare alla Direzione strategica. Potrà sembrare utopistico perché gli obiettivi principali della Direzione strategica riguardano soprattutto i risparmi, però attraverso un corretto governo della distribuzione diretta, attraverso il counseling, attraverso analisi di farmacoutilizzazione, è possibile dimostrare che la distribuzione diretta ha un suo forte valore di appropriatezza prescrittiva e aderenza terapeutica, oltre all’impatto puramente economico.

Rapporto OsMed 2023: “Dati in miglioramento ma serve lavoro su aderenza, appropriatezza e uso dei generici”

Ancora troppe differenze regionali nel consumo dei farmaci, non spiegabili dal punto di vista epidemiologico ma frutto di una inappropriatezza prescrittiva e dei consumi sulla quale c’è ancora da lavorare. Generici ancora in rampa di lancio, con un consumo pari al 22,8% che ci colloca nel terz’ultimo posto della classifica europea. In crescita invece il consumo degli antibiotici nonostante campagne e appelli a un loro uso consapevole per arginare il fenomeno della antibiotico-resistenza. Incremento vicino al 10% dei farmaci di fascia C acquistati direttamente dal cittadino, per una spesa che supera i 7 miliardi di euro, spinta da prezzi più alti e prescrizioni orientate su quelli più costosi. Sono i punti salienti del Rapporto OsMed 2023 sull’uso dei medicinali in Italia, redatto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

I dati generali di spesa

Nel 2023 la spesa farmaceutica totale è stata pari a 36,2 miliardi di euro, di cui il 68,7% rimborsato dal SSN. La spesa territoriale pubblica, comprensiva di quella convenzionata e in distribuzione diretta e “per conto”, è stata di 12 miliardi e 998 milioni, con un aumento rispetto all’anno precedente del 3%. La spesa per compartecipazione a carico del cittadino è stata invece pari a 1 miliardo e 481 milioni, circa 25 euro pro-capite, dato in calo dell’1,3% dovuto alla riduzione del 2,5% del differenziale di prezzo rispetto al generico dovuto da chi acquista invece il farmaco “originator”. Aumenta invece dell’1,7% la spesa per i ticket sulla ricetta o la confezione.
La spesa per i farmaci acquistati dalle strutture pubbliche è stata pari a 16,2 miliardi di euro e ha registrato una crescita dell’8,4% rispetto al 2022.

I consumi

Nel 2023 in Italia ogni giorno sono state consumate complessivamente 1.899 dosi di medicinali ogni 1000 abitanti, il 69,7% delle quali erogate a carico del SSN e il restante 30,3% acquistate direttamente dal cittadino.

Per quanto riguarda l’assistenza territoriale pubblica e privata, sono state erogate confezioni di farmaci per quasi 2 miliardi, con un andamento stabile rispetto all’anno precedente.
I farmaci per il sistema cardiovascolare si confermano al primo posto per consumi (513,9 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e rappresentano la seconda categoria terapeutica a maggior spesa farmaceutica pubblica per il 2023 (3.557 milioni di euro), con una spesa pro capite SSN pari a 60,43 euro.
Al secondo posto si collocano i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo che rappresentano la seconda categoria in termini di consumi (298,6 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e i terzi in termini di spesa farmaceutica pubblica (3.321 milioni di euro). La spesa pro capite SSN è stata pari a 56,4 euro, in aumento del +2,2% rispetto all’anno precedente.

farmaci del sangue e organi emopoietici si sono collocati al terzo posto in termini di consumi (144,5 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e al quinto in termini di spesa farmaceutica pubblica (2.587 milioni di euro). La spesa pro capite SSN è stata pari a 43,95 euro.

I farmaci del sistema nervoso centrale si posizionano al quarto posto in termini di consumi (97,8 dosi giornaliere per 1.000 abitanti) e al sesto in termini di spesa farmaceutica pubblica complessiva (2.061 milioni di euro). La spesa pro capite SSN è stata pari a 34,88 euro.

Riguardo agli antidiabetici l’aumento di spesa del 7,6%, più alto della media degli ultimi 10 anni è legato sia a un aumento dei consumi (del 4,5%) che del costo medio per dose. Ma scendendo nel dettaglio si vede che a impennarsi sono in particolare due sottogruppi di farmaci in grado di ridurre in modo significativo il peso corporeo: gli analoghi del Glp-1, a cui appartiene la semaglutide, che registrano un aumento di spesa del 17,9% e dei consumi del 26,4%, con la sola semaglutide a impennarsi rispettivamente di + 52,3 e +75,9%; le gliflozine, che registrano un aumento di spesa del 60,1% e dei consumi del 65,6%. Da rilevare che AIFA nel 2024 ha autorizzato l’immissione in commercio nella Fascia C dei prodotti non rimborsabili il Wegovy, in farmacia da luglio, medicinale a base di semaglutide ma con specifica indicazione terapeutica per la perdita del peso.

Risale il consumo di antibiotici

La diffusione dei batteri resistenti agli antimicrobici è indicata dall’OMS come una delle grandi emergenze sanitarie che nel 2050 potrebbe provocare oltre 39 milioni di morti nel mondo. Un problema che riguarda da vicino l’Italia, che ha la maggiore resistenza riscontrata in Europa (con 200mila pazienti l’anno colpiti da batteri resistenti), che causa 11mila vittime. Per questo desta preoccupazione la ripresa, a partire dal 2022, del consumo di antibiotici nel nostro Paese, aumentato del 6,4% nel 2023 rispetto all’anno precedente.

Lo scorso anno quasi 4 persone su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotico, con livelli più elevati al Sud, dove il 44,8% della popolazione ne ha assunto almeno uno in corso d’anno, contro il 30,9% del Nord e il 39,9% del Sud. Differenze che fanno riflettere anche sull’ appropriatezza delle prescrizioni e dei consumi.

In lieve costante crescita, oramai da 10 anni, il consumo degli antibatterici a prevalente uso ospedaliero. “Considerando che alcuni di questi antibiotici sono usati nel trattamento delle infezioni causate da microrganismi multi-drug resistant, tali dati – si legge nel Rapporto – suggeriscono la necessità di migliorare la sorveglianza delle infezioni nosocomiali nelle strutture sanitarie, garantendo una risposta tempestiva e adeguata alle infezioni. Emerge, pertanto, la necessità di implementare programmi di “Antimicrobial Stewardship” in particolar modo nelle popolazioni ad alta prevalenza d’uso per ottimizzarne il consumo e ridurre la resistenza antimicrobica”.

L’appropriatezza prescrittiva

Una prescrizione farmacologica può essere considerata appropriata se effettuata all’interno delle indicazioni cliniche per le quali il farmaco si è dimostrato efficace ed autorizzato se vengono rispettate le sue indicazioni d’uso, in termini di dosaggio e durata del trattamento. Il Rapporto OsMed mostra che c’è ancora da lavorare su entrambi i fronti. In termini di appropriatezza prescrittiva e d’uso, informazioni utili vengono dai dati di consumo disaggregati per regione, che mostrano differenze che non trovano giustificazione nei dati epidemiologici, che in più di un caso evidenziano un uso maggiore in aree dove non risulta una più alta incidenza delle patologie per il quale il farmaco è indicato. Partendo dagli antibiotici si osserva che in Italia il consumo medio nel 2023 è stato pari a 17,2 dosi giornaliere per 1000 abitanti, con un consumo che è però di 14,5 dosi a Nord, 20,3 al Sud, 18,2 al Centro. Ancora più marcate le differenze se si vanno ad osservare i dati delle singole Regioni dove si va dalle 11,1 dosi di Bolzano alle 22,4 dosi dell’Abruzzo, alle 21,7 della Campania e le 21,5 della Basilicata.

Non esistono studi che dimostrino una marcata prevalenza di ulcere peptiche e malattie da reflusso esofageo al Sud, dove ora si consumano 100,5 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti di farmaci contro queste malattie, in particolare gli inibitori della pompa acida, contro il 70,7 al Centro e il 77 al Nord. Con differenze regionali che vanno dalle 122,4 dosi della Campania o le quasi 100 della Basilicata, per scendere della metà e oltre in Umbria (50,7), Bolzano (51,2) e Toscana (56,7).
Anche il consumo di antidiabetici è più alto al Sud (83,4 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti contro le 64,5 del Nord e le 67,9 del Centro. Differenze dovute a una maggiore prevalenza d’uso, che è del 7,7% della popolazione meridionale contro il 6,5% della media nazionale.

È opportuno precisare che benché questi dati evidenzino una profonda differenziazione tra le regioni del Sud e, in alcuni casi, anche del Centro, rispetto al Nord Italia, tali dati non possono essere interpretati esclusivamente come una generica inappropriatezza delle scelte dei medici, avulsa dalle caratteristiche del contesto assistenziale e sociale in cui si determinano. Infatti, l’attività prescrittiva è la conseguenza e l’esito anche dell’interazione con i pazienti, dipende dalla fruibilità e dall’organizzazione dei percorsi assistenziali, accesso alla diagnosi e al monitoraggio dei trattamenti.

Aderenza alle terapie difficile per un anziano su tre che assume 10 o più farmaci

La scarsa aderenza del paziente alle prescrizioni del medico è la principale causa di non efficacia delle terapie farmacologiche. Nel caso di terapie croniche, inadeguati livelli di aderenza e persistenza al trattamento sono associati a un aumento degli interventi di assistenza sanitaria, morbilità e mortalità, rappresentando un danno sia per il paziente che per il Servizio Sanitario Nazionale. La popolazione anziana è quella più a rischio per la compresenza di più patologie che richiedono un trattamento farmacologico. Tanto che oramai un anziano su tre (il 28,5%) assume 10 o più farmaci diversi in corso d’anno, mentre il 68% degli over 65 ha ricevuto prescrizioni per almeno 5 medicinali diversi. Inoltre, dal Rapporto emerge che 3 pazienti su 10 assumono almeno 5 medicinali diversi per sei o più mesi l’anno, con un andamento crescente con l’aumentare dell’età, fino a toccare il picco del 44% degli ottantanovenni in politerapia con almeno 5 farmaci. Una condizione che rende più difficile l’aderenza alle terapie anche se, da un’analisi del tavolo AIFA sulla prescrizione di precisione, risulta che dal 2014 al 2022 il 30% dei pazienti in politerapia si è visto deprescrivere almeno un farmaco.

L’aderenza alla terapia varia a seconda della categoria terapeutica: maggiori criticità si osservano per le terapie farmacologiche per asma e BPCO (20% di pazienti con alta aderenza), per gli antidiabetici (34%) e gli ipolipemizzanti (44%); minori criticità si osservano per la terapia con farmaci per il trattamento dell’osteoporosi (68% di pazienti con alta aderenza) o dei disturbi genito-urinari (65% di pazienti con alta aderenza), per i farmaci antiaggreganti (62%), antipertensivi (53%) e anticoagulanti (52%), sebbene ci siano margini di miglioramento anche per queste categorie di farmaci.

Per tutte le categorie terapeutiche analizzate poco più della metà dei pazienti erano ancora in trattamento dopo 12 mesi di terapia, con valori massimi per gli anticoagulanti (67%), mentre scarsi livelli di persistenza si osservano per la terapia farmacologica dell’asma e BPCO (7,5%). 

L’aderenza e la persistenza al trattamento subisce una progressiva riduzione con l’avanzare dell’età, con forti riduzioni nei soggetti più anziani (in particolare negli ultra-ottantacinquenni). Tendenzialmente le donne sono meno aderenti e persistenti degli uomini per tutte le categorie terapeutiche analizzate e le Regioni del Sud registrano livelli di aderenza e persistenza al trattamento più bassi rispetto alle altre aree geografiche, con la sola eccezione degli antidepressivi, per i quali si osservano invece valori simili da Nord a Sud.

Per tutte le categorie terapeutiche analizzate emerge un trend in lieve aumento sia dei pazienti aderenti che di quelli persistenti al trattamento, in modo più marcato per gli antidiabetici, categoria per la quale si osserva, rispetto all’anno precedente, un aumento dell’11% dei pazienti con alta aderenza e una riduzione del 12% di quelli con bassa aderenza, a cui si accompagna anche un incremento del 10% dei pazienti persistenti a un anno dall’inizio della terapia. Per quanto riguarda i farmaci per l’asma e la BPCO, sebbene si registri un aumento della quota di pazienti con alta aderenza (+4% rispetto al 2022), il numero di pazienti persistenti al trattamento ad un anno dall’inizio della terapia subisce una riduzione del 5% nel corso del 2023.

Generici, sale lievemente il consumo ma restiamo terzultimi in Europa

I generici erano il 9% nel 2011, sono saliti al 22,8% in termini di spesa, al 31,2% in termini di consumi. Il trend di crescita negli ultimi 5 anni è tuttavia limitato (3 punti percentuali) e il consumo di generici in Italia resta basso, soprattutto se confrontato a quello di altri Paesi europei. Secondo i dati IQVIA, l’Italia è infatti ancora terz’ultima in Europa, con i medicinali ex-originator che occupano ancora il 44,3% del mercato dei farmaci a brevetto scaduto. La media UE relativa al consumo di generici è invece del 51%, con Paesi come la Gran Bretagna che sono al 60%. L’Italia è invece prima per la diffusione del mercato dei biosimilari con l’80,8% del mercato dei farmaci biologici a brevetto scaduto.

Nel ricorso ai farmaci a brevetto scaduto è evidente la profonda eterogeneità regionale, sia in termini di spesa che di consumo. In Calabria, Campania, Sicilia e Basilicata il ricorso agli equivalenti oscilla infatti tra il 19 e il 21%, mentre a Trento e in Lombardia i valori sono rispettivamente del 44 e 43%.

Quanta diffidenza accompagni ancora il consumo dei generici lo dimostrata il miliardo e 60 milioni (dato in lieve flessione del 2,5%) della compartecipazione per il differenziale di prezzo tra l’ex-originator e no branded che ancora nel 2023 gli assistiti hanno pagato di tasca propria pur avendo un’alternativa gratuita. Un dato in leggera flessione del 2,5% rispetto all’anno precedente, ma che corrisponde ancora a una spesa pro-capite di 23,5 euro al Sud, di quasi la metà, 13,3 euro, al Nord. Da un’analisi dell’AIFA sui generici introdotti dal 2021 è stata rilevata una riduzione del prezzo di circa il 20% rispetto all’originator, che ha sua volta già prima della commercializzazione dell’equivalente ha fatto in media registrare un ulteriore riduzione del prezzo.

Aumenta la spesa dei farmaci di fascia C

Spinta dall’aumento dei prezzi e dello spostamento delle prescrizioni su quelli più costosi cresce la spesa per i farmaci di fascia C pagati dai cittadini, che nel 2023 hanno speso 7,1 miliardi pari a un +9,8% rispetto al 2022. Il 54% della spesa (3,8 miliardi) è relativo a medicinali con obbligo di ricetta, il restante 46% a prodotti di automedicazione. Le categorie di farmaci di classe C con ricetta maggiormente acquistati dai cittadini nel 2023 si confermano essere le benzodiazepine, i contraccettivi orali e i farmaci per la disfunzione erettile per i quali sono stati spesi 250 milioni di euro. Tra i farmaci di automedicazione, l’ibuprofene, seguito dal diclofenac, rappresenta il primo principio attivo per spesa. Tra i farmaci di fascia A acquistati privatamente dai cittadini, l’amoxicillina in associazione all’acido clavulanico e il colecalciferolo risultano quelli a maggior spesa, con un incremento rispetto all’anno precedente, rispettivamente del 16,9% e 21,5%. Tra i farmaci da automedicazione la categoria più gettonata sono i derivati dell’acido propionico (FANS) con il 12,6% della spesa complessiva con un valore di 416,3 milioni di euro.

Per i farmaci di fascia C con ricetta a determinare la crescita della spesa sono stati l’aumento dei prezzi del 6,8% e la prescrizione di medicinali più costosi (effetto mix +2,1%), mentre i consumi restano invariati.

Cala invece la spesa sostenuta direttamente dalle Regioni per i farmaci di fascia C, che il “Decreto Balduzzi” del 2012 ha autorizzato ad acquistare direttamente dalle aziende in attesa della negoziazione del prezzo in Italia, la cosiddetta C-NN. Un segnale della accelerazione delle procedure autorizzative e da parte di AIFA. La spesa dei farmaci classificati in fascia C-NN è stata infatti di 47,5 milioni, in calo del 63,1% rispetto all’anno precedente.

Nisticò, Presidente AIFA: “Dati in miglioramento ma c’è ancora da lavorare su aderenza terapeutica, appropriatezza e uso dei generici”

“I dati del Rapporto OsMed mostrano che stiamo migliorando in termini di appropriatezza prescrittiva e aderenza alle terapie mentre resta più o meno stabile l’uso dei generici, tre pilastri del sistema di assistenza farmaceutica che fanno bene alla salute dei cittadini e alla tenuta dei conti pubblici. Su questi aspetti c’è tuttavia ancora molto da lavorare per garantire da un lato la migliore efficacia dei farmaci, dall’altro la loro sostenibilità economica”, afferma il presidente di AIFA, Robert Nisticò.

“Per velocizzare l’accesso sul mercato dei nuovi generici, l’AIFA adotta già procedure semplificate di prezzo e rimborso; in due soli CdA sono stati approvati equivalenti per un risparmio pari a circa 200 milioni. Ma è indubbio – prosegue – che il consumo di generici è ancora limitato, se confrontato a quello di Paesi europei a noi comparabili. Per questo occorre fare più informazione ma anche formazione sull’importanza dell’utilizzo dei generici, che a parità di efficacia e sicurezza aiutano a tenere in ordine i conti dello Stato e quelli delle famiglie italiane che oggi spendono più di un miliardo per pagare la differenza di prezzo con il farmaco branded”. Anche sull’aderenza terapeutica e l’appropriatezza prescrittiva, afferma Nisticò, “c’è ancora da migliorare, soprattutto affrontando sotto una nuova angolazione il problema delle sempre più diffuse politerapie, che per un anziano su tre si traducono nell’assunzione da 10 a più farmaci. Per questo con gli esperti delle società scientifiche e delle organizzazioni mediche abbiamo aperto un tavolo sulla ‘prescrittomica’, il campo emergente di ricerca che studia la complessa interazione tra fattori genetici ed epigenetici – come quelli legati ad età, attività fisica e fattori ambientali – e il loro impatto su efficacia e sicurezza dei farmaci prescritti. Magari per depennarne alla fine qualcuno dalla lista delle prescrizioni”.

Russo, Direttore Tecnico-Scientifico AIFA: “Italia tra i primi in Europa a rendere disponibili i nuovi farmaci approvati da EMA”

Sui dati di spesa si sofferma il Direttore Tecnico-Scientifico di AIFA, Pierluigi Russo. “La voce che incide maggiormente sull’aumento del 5,7% della spesa rispetto al 2022 è quella dei farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche, dove a loro volta incidono maggiormente i medicinali innovativi di recente commercializzazione per patologie rare e con un decorso grave. E a tal proposito è bene precisare – prosegue Russo – che l’Italia è uno dei Paesi che rende disponibili ai pazienti il maggior numero di farmaci dopo l’autorizzazione centralizzata europea, con un tasso di disponibilità che nel 2023 è stato del 63%”.

Come prevedibile “la spesa, spinta dai nuovi prodotti, si concentra soprattutto sulla categoria degli antineoplastici e immunomodulatori, sebbene vi siano altre categorie che hanno visto variazioni importanti, come i farmaci antidiabetici, del sistema nervoso centrale, dell’apparato muscolo scheletrico e quelli del sangue e degli organi emopoietici. Cresce anche l’incidenza dei farmaci orfani che raggiungono il 28,6% della spesa delle nuove entità terapeutiche. Dati – conclude Russo – che sempre più richiedono adeguati strumenti di programmazione a tutti i livelli dell’organizzazione del SSN e di risorse coerenti con la sostenibilità della spesa farmaceutica utile a preservare gli attuali standard dell’assistenza farmaceutica in Italia”.

IRCCS, Campitiello: «Delusa dai fondi alla ricerca, ma riforma e riequilibrio territoriale garantiranno eccellenza istituti»

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Crede in modo risoluto al ruolo degli IRCCS e con la sua responsabilità sul tema della ricerca sanitaria non perde occasione per ribadire l’importanza di questa rete. Ma per difendere e valorizzare il loro ruolo è consapevole dei limiti che gli istituti di ricerca e cura a carattere scientifico hanno accumulato nella storia quasi centenaria che li vede eccellenza della sanità italiana e della necessità che la riforma avviata nel 2022 possa dispiegare i suoi effetti.

Maria Rosaria Campitiello

È Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute, e risponde alle domande di TrendSanità ripartendo dall’analisi realizzata dalla nostra testata nei giorni scorsi. Fondi, personale e territorio i nodi da affrontare.

A che punto siamo?

«Stiamo lavorando alla riforma, anche se con qualche difficoltà dovuta all’attesa della nomina ufficiale del direttore alla ricerca, già proposta dal Ministro. La burocrazia ha i suoi tempi e dobbiamo rispettarli» spiega riferendosi alla nomina che dovrebbe a breve diventare ufficiale, quella del nuovo Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute, Graziano Lardo.

Quali sono le principali attività in corso?

Garantire ai cittadini la possibilità di accedere in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale a questi centri di eccellenza

«In questo momento stiamo conducendo un importante lavoro di ascolto con tutti gli IRCCS, sia pubblici, sia privati. Stiamo raccogliendo le loro esigenze per capire quali modifiche normative potrebbero essere necessarie quest’anno per migliorare l’efficienza del sistema».

Qual è l’importanza strategica degli IRCCS per il sistema sanitario?

«Gli IRCCS rappresentano un pilastro fondamentale per il Ministero della Salute. Sono istituti di eccellenza che non solo fanno ricerca ma svolgono anche un’importante attività clinica. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini la possibilità di accedere in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale a questi centri di eccellenza, che sono fondamentali per la cura di molte patologie, incluse quelle rare».

Si parla molto del divario Nord-Sud. Su 52 IRCCS la Lombardia ne ha 18 e il Lazio 9, Sardegna, Calabria, Umbria, Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta nessuno. Come pensate di affrontare questo problema?

«Esiste effettivamente uno squilibrio territoriale che va affrontato. La riforma prevede una rimodulazione delle reti, poiché nella configurazione attuale creerebbero un gap al Sud. Stiamo valutando diverse soluzioni: dagli accorpamenti con modelli hub e spoke all’incentivazione per l’istituzione di nuovi centri di ricerca e cura nel Meridione».

In un recente incontro pubblico Campitiello non ha negato di essere nella squadra dei delusi rispetto alla ripartizione dei fondi della Legge di Bilancio. Una carenza particolarmente sentita dal settore ricerca. Come gestire, allora, l’equilibrio tra l’espansione della rete IRCCS e le risorse disponibili?

Esiste effettivamente uno squilibrio territoriale che va affrontato con accorpamenti e con l’istituzione di nuovi centri di ricerca e cura nel Meridione

«È una questione delicata. Dobbiamo essere consapevoli che le risorse sono finite e che un aumento del numero di IRCCS comporta inevitabilmente una redistribuzione dei fondi disponibili. Tuttavia, la priorità resta garantire il servizio al cittadino, e per questo stiamo preparando una mappatura completa del sistema».

Quali sono i prossimi passi concreti?

«Stiamo per varare una nuova programmazione che includerà una revisione dei criteri sia per la riconferma degli IRCCS esistenti sia per l’autorizzazione di nuovi istituti. Inoltre, dopo un confronto con gli IRCCS pubblici e privati, modificheremo i criteri di riparto del fondo, che sono ormai datati».

Quali parametri verranno rivisti nella valutazione degli IRCCS?

«Attualmente diamo molto peso al numero di pubblicazioni, ma vogliamo rivalutare anche altri aspetti come gli investimenti in contratti tecnologici e le SDO legate all’attività. Le percentuali di riparto dei fondi verranno riviste attraverso un confronto aperto con tutti gli stakeholder».

Come state gestendo il dialogo con le direzioni degli istituti?

«Ho già organizzato incontri con i direttori generali e scientifici di tutti gli IRCCS. È fondamentale capire la sostenibilità economica delle varie richieste. Nonostante le difficoltà economiche generali, abbiamo a disposizione fondi significativi, inclusi quelli del PNRR e dei progetti europei per la ricerca, che dobbiamo utilizzare in modo efficiente per sostenere la ricerca sanitaria nel nostro Paese» conclude Campitiello.

Intelligenza Artificiale: una rivoluzione silenziosa nell’assistenza sanitaria

L’Intelligenza Artificiale (IA) in Sanità: Innovazioni e Applicazioni, Rischi e Opportunità” è il titolo del Seminario AIIC dedicato all’analisi del crescente ruolo dell’intelligenza artificiale in ambito medico. L’iniziativa si propone di esplorare a fondo il ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale nel mondo della medicina, un cambiamento silenzioso ma dirompente che sta ridefinendo le pratiche cliniche e il futuro dell’assistenza sanitaria, e si terrà il 12 novembre presso il Presidio Ospedaliero S. Anna e SS. Madonna della Neve a Boscotrecase (NA).

Il seminario è organizzato dall’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) e coordinato dagli ingegneri Pasquale Garofalo (Membro del Consiglio Direttivo AIIC), Gianluca Giaconia (Vice presidente AIIC), Antonio Mancaniello e Nicola Tufarelli (Referenti Regionali AIIC Campania), in collaborazione con il Direttore UOC Ingegneria Clinica ASLNA3, ing. Salvatore Russo, e il suo team.

A patrocinare l’iniziativa l’ASL NA3, l’Ordine degli Ingegneri di Napoli, il Comune di Boscotrecase e di Boscoreale.

La giornata sarà un’occasione unica per assistere a presentazioni e discussioni di alto livello, con la partecipazione di esperti provenienti da diverse aree del settore sanitario e tecnologico.  I partecipanti avranno l’opportunità di immergersi nel cuore delle innovazioni dell’IA applicata alla medicina, esplorando sia le straordinarie potenzialità di questa tecnologia che le sfide etiche e normative che essa pone.  Si parlerà di diagnosi precoce, di dispositivi medici intelligenti in grado di monitorare e adattare le terapie in tempo reale, di analisi predittive, e di come l’IA stia contribuendo a una medicina più personalizzata ed efficace.

Si parlerà di come l’intelligenza artificiale stia contribuendo a una medicina più personalizzata ed efficace, nel rispetto delle normative e dell’etica professionale

Non mancheranno momenti dedicati all’approfondimento delle implicazioni filosofiche dell’intelligenza artificiale, alla sua capacità di trasformarsi in uno strumento di supporto alla diagnosi, al trattamento e alla gestione dei pazienti, e all’esplorazione di tematiche cruciali come la responsabilità professionale dei clinici e delle aziende coinvolte nello sviluppo e nell’implementazione di queste tecnologie, verranno inoltre illustrati casi studio concreti che dimostreranno l’impatto tangibile dell’IA sulla realtà clinica di oggi e del futuro.

La giornata si concluderà con una sessione pratica dove i partecipanti potranno interagire direttamente con rappresentanti di aziende leader nel settore delle tecnologie mediche, che presenteranno le loro più recenti innovazioni.  Sarà un’occasione privilegiata per toccare con mano le ultime frontiere dell’IA in campo medico, porre domande ai professionisti e confrontarsi con altri esperti del settore.

L’evento è rivolto a un pubblico vasto e variegato, dai professionisti sanitari agli amministratori ospedalieri, dai ricercatori agli studenti, a tutti coloro che desiderano approfondire le complesse e stimolanti implicazioni dell’Intelligenza Artificiale nel campo sanitario. 

Qui il programma.

Le analisi decentrate e i point of care testing: una strada in salita?

Il 16 novembre all’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria si terrà il convegno “Le analisi decentrate e i “point of care testing”: una strada in salita?”. Nel titolo…una domanda! La salita può essere interpretata come una difficoltà all’introduzione delle nuove tecnologie nei laboratori di microbiologia clinica per differenti ragioni di ordine tecnico, giuridico, burocratico, amministrativo, finanziario etc. Oppure come crescita, trasformazione, opportunità.

La recente pandemia ha dimostrato quanto i sistemi di diagnostica molecolare rapida ed i test delocalizzati rispetto al laboratorio centrale siano stati essenziali per sostenere il Sistema Sanitario. Il mercato dei test molecolari ad approccio sindromico, dei test in microfluidica e le diverse tecnologie, applicabili dentro e fuori al laboratorio, offre numerose alternative al microbiologo clinico. Come orientarsi per non perdere opportunità e benefici? Il percorso verso un utilizzo dei point of care testing (PoCT) sicuro e diffuso è visto come un problema dai microbiologi clinici perché conoscono tutti gli elementi qualificanti del percorso diagnostico e sono convinti che solo un’autorevole e pervasiva governance clinica possa permetterne l’implementazione.

Sebbene la tecnologia, in tema di PoCT, possa infatti garantire prestazioni analitiche sovrapponibili a quelle ottenute dalla strumentazione dei laboratori centralizzati, la sola dimensione tecnologica non basta a garantire la qualità del processo e la sicurezza dei dati, nonchè la comprensione dell’informazione analitica (contenuta nel referto) da parte del curante e del paziente.

L’uso dei PoCT, quando non ben governati, pone dei rischi dovuti all’insufficiente formazione degli utilizzatori, all’inadeguata supervisione, all’omesso impiego di appropriati schemi di sicurezza di qualità, all’inappropriata esecuzione di esami. Manca un governo delle tecnologie? Serve una cabina di regia? Privacy, qualità, sostenibilità sono garantite? I problemi sul tappeto sono estremamente rilevanti ed occorre riflettere insieme su possibili modelli gestionali che portino ad una vera innovazione diagnostica e terapeutica.

Obiettivo: condividere le informazioni tra professionisti per ottenere dal confronto multispecialistico una visione più completa e definita delle problematiche e delle prospettive. Si tratta di mettere a fuoco alcuni punti da portare all’attenzione degli stakeholders nazionali e regionali della Sanità Italiana. Anche la cittadinanza sarà coinvolta attraverso gli strumenti della comunicazione con lo scopo di rendere sempre più accessibili gli approcci e le logiche che conducono a decisioni nel campo della salute. Proprio perché l’argomento si innesta su un impianto in evoluzione e non avulso dal contesto produttivo “convenzionale” sono invitate le aziende che da anni rappresentano la forza motrice della microbiologia clinica. Le grandi sfide che stiamo affrontando in termini di accuratezza, accessibilità e sostenibilità richiedono il coinvolgimento di tutte le componenti che agiscono sulla qualità delle prestazioni erogate dal laboratorio.

Il convegno si articolerà in tre tavole rotonde tematiche. Ad ogni tavola siederanno professioni di diverse discipline con il ruolo di “discussant” ed il dibattito sarà condotto da un giornalista specializzato sui temi della sanità. Il convegno è rivolto a professionisti aziende, organizzazioni ed Enti che sono interessati agli argomenti trattati. I temi da discutere riguardano l’applicazione delle nuove tecnologie a risposta rapida negli ospedali e sul territorio e le problematiche ancora aperte, quali la sostenibilità economica e il finanziamento del cambiamento organizzativo, la protezione dei dati e la qualità delle performance erogate. Qui il programma.

Scompenso cardiaco: i pazienti migliorano le cure se partecipano alle sperimentazioni

Gestione dello scompenso cardiaco, coinvolgimento dei pazienti e nuove terapie in fase di sviluppo sono i temi al centro del 10° Congresso Nazionale che l’Associazione Italiana Scompensati Cardiaci (AISC APS) ha tenuto a Roma, con il contributo non condizionante delle aziende Roche, Novartis e Bayer. L’evento intende valorizzare la partecipazione attiva dei pazienti per migliorare l’assistenza sanitaria. «Quest’anno – afferma Salvatore Di Somma, Direttore del Comitato Scientifico dell’AISC – il paziente non è solo destinatario, ma parte propositiva del cambiamento, avanzando proposte concrete per ottimizzare i processi assistenziali». 

Il Congresso è un’occasione di confronto fra tutti gli attori del sistema sulle nuove opportunità che la ricerca scientifica mette a disposizione. «La telematica, il Fascicolo sanitario elettronico, le Case di Comunità, le IcOT, le farmacie di servizio, i medici di medicina generale in grado di rispondere immediatamente alle necessità dei pazienti per noi affetti da scompenso cardiaco possono cambiarci la vita, sia in termini di durata sia di qualità, in quanto in grado di assicurare la diagnosi precoce, la presa in carico e allontanamento della situazione di emergenza – afferma Rossana Bordoni, Presidente di AISC -. Siamo pronti a fare la nostra parte, ci presentiamo come pazienti formati ed informati, ma è necessario che in questo processo di cambiamento della sanità, ormai imprescindibile, la nostra voce costruttiva e propositiva venga ascoltata dal governo centrale e regionale».

Attenzione sin dalla sperimentazione

Per permettere lo sviluppo di farmaci che possono migliorare la qualità di vita è necessario il coinvolgimento dei pazienti lungo le sperimentazioni cliniche. A sperimentarlo da anni sono gli Stati Uniti, «dove – spiega Di Somma – le Associazioni dei pazienti sono attivamente coinvolte, come nel progetto condotto da Novartis, approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), al quale come Associazione contribuiamo e che mira a raccogliere dati su come i pazienti possano trarre beneficio, non solo dal punto di vista clinico, ma anche dal punto di vista della qualità della vita percepita. In Italia, nonostante il nuovo regolamento della Commissione Scientifica ed Economica dell’AIFA preveda la partecipazione dei pazienti all’iter di valutazione, l’AISC non è stata ancora chiamata a partecipare. La qualità della vita dei pazienti dovrebbe essere un parametro centrale nelle sperimentazioni cliniche, insieme all’ottimizzazione del carico terapeutico». 

Troppo spesso, al termine di una sperimentazione clinica, i pazienti non vengono adeguatamente seguiti nel follow up, anche quando hanno tratto benefici evidenti dai trattamenti sperimentali. «Chi partecipa a una sperimentazione – prosegue il professore – non può essere lasciato senza un adeguato follow-up o un percorso di cura continuativo. Dobbiamo garantire che i pazienti non perdano i vantaggi ottenuti, creando sistemi di monitoraggio e supporto che li accompagnino anche dopo la conclusione degli studi clinici».

Il Progetto Biotool-CHF

Un esempio concreto di coinvolgimento dei pazienti è il Progetto Biotool-CHF, supportato da un bando della Comunità europea che coinvolge diverse nazioni, fra cui l’Italia. Questo progetto utilizza questionari rivolti ai pazienti per valutare l’impatto delle terapie sulla loro vita quotidiana. «I dati raccolti attraverso questi strumenti – precisa Di Somma – permettono di migliorare l’approccio terapeutico mettendo al centro le reali esigenze dei pazienti».

Aderenza alle terapie

Un’altra area cruciale è quella legata all’aderenza alle terapie. Nonostante i progressi nelle terapie, molti pazienti non seguono correttamente le cure prescritte, spesso a causa della politerapia. «I pazienti con scompenso cardiaco devono assumere molti farmaci ogni giorno, rendendo difficile rispettare i protocolli terapeutici – continua Di Somma -. Sono in corso sperimentazioni su farmaci iniettabili che potrebbero essere somministrati una volta a settimana o una volta al mese, riducendo il carico quotidiano e migliorando la qualità della vita dei pazienti. «L’AISC continuerà a lavorare per sensibilizzare i pazienti sulla corretta gestione delle terapie, affinché possano trarne il massimo beneficio», conclude Di Somma.

Case di comunità

Nuovi orizzonti nella gestione delle malattie cardiovascolari si attendono a livello territoriale tramite le Case di Comunità.

«Il documento di Agenas sulle Case di Comunità, a cui ho contribuito – afferma Di Somma – prevede la presenza di medici e specialisti per garantire una continuità assistenziale 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo modello di assistenza potrebbe risolvere il problema del sovraffollamento nei pronto soccorso, perché le Case saranno in grado di gestire anche i codici minori, come accade già in alcune Regioni. Alcuni esempi di strutture aperte H12 si trovano già in Lombardia, ma la prospettiva è di estendere questo modello a tutto il territorio nazionale. In queste Case di Comunità, sarà possibile fare esami di laboratorio rapidi, grazie ai sistemi Point of Care, simili a quelli che abbiamo sperimentato per lo scompenso cardiaco, quali i peptidi natriuretici. Il documento di Agenas, firmato anche dai sindacati – conclude – stabilisce che le Regioni dovranno decidere come implementare queste strutture dal momento che, sebbene alcune Case di Comunità siano già state realizzate, il processo non è uniforme su tutto il territorio nazionale». Il prossimo passo sarà infine la preparazione di un documento su come la Telemedicina possa essere utilizzata in tali strutture.

AMOlp: troppe disparità nel trattamento tra medici pubblici e privati

Il 30 Ottobre, una delegazione dell’Associazione Medici e Odontoiatri liberi professionisti, (AMOlp), rappresentata dal Presidente Sergio Di Martino, la vice Presidente Loredana Costabile e dal delegato per il Lazio, Oriano Grossi, ha incontrato il Senatore Marco Scurria, segretario della Commissione Politiche dell’UE.

I rappresentanti di AMOlp hanno espresso al Senatore tutte le preoccupazioni nel ritardo applicativo della recente legge su l’Equo Compenso in particolare in campo medico e odontoiatrico.
È stato inoltre sottolineato come dall’abolizione dei tariffari minimi di riferimento dal 2006, la categoria soffra ormai da troppo tempo il proliferare indiscriminato di catene low cost con potenziali rischi per la salute dei cittadini.

È stato riportato il forte disagio della categoria dei medici liberi professionisti, per l’impossibilità a poter accedere, come i colleghi del pubblico, alle certificazioni per patologia ai fini di esenzione e ai piani terapeutici, precludendo la prescrizione di terapie anche importanti.

Questa condizione oltre a ledere profondamente “l’essere medico” in modo completo, danneggia pesantemente il decoro professionale penalizzando l’utenza che al privato storicamente si rivolge e va ad appesantire in modo significativo il servizio pubblico allungando oltremodo le liste di attesa.

Al senatore Marco Scurria, che ha mostrato particolare interesse e grande attenzione per le criticità esposte, va il ringraziamento di AMOlp per la disponibilità e la sensibilità dimostrate.