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Imagine: un progetto di soft skill per la leadership femminile delle Oncologhe di W4O

Webinar, conferenze in presenza, momenti precongressuali e congressuali ESMO ‘25: il progetto IMAGINE si presenta così, con più di 14 eventi in tutta Italia. Promosso da Women for Oncology Italia, spin-off di Women for Oncology, voluta dalla Società Europea di Oncologia Medica, il progetto è stato presentato nei giorni scorsi, in un incontro a Milano, a cui hanno partecipato Rossana Berardi, Presidente Women for Oncology Italia, Nicla La Verde, tesoriere di W4O Italy e Laura Locati, componente del direttivo di W4O Italia.

A TrendSanità Rossana Berardi, Presidente di Women for Oncology Italy

Rossana Berardi

«Nato dall’esigenza di oltre mille oncologhe, IMAGINE non è semplicemente un programma di aggiornamento tecnico, ma un percorso di crescita professionale che guarda oltre il genere, puntando sul merito, sulla formazione e sulle potenzialità individuali. L’obiettivo è colmare un divario formativo significativo: non più solo competenze tecniche, ma sviluppo di quelle soft skills essenziali per diventare eccellenti professionisti».

Il progetto si articola in webinar, incontri in presenza e momenti congressuali, aperti non solo alle donne, ma anche a tutti i professionisti del settore oncologico.  I temi al centro del programma sono ambiziosi – sottolinea Berardi – leadership, gestione dei conflitti, prevenzione del burnout, comunicazione efficace, competenze manageriali e responsabilità professionale. Particolarmente significativa è la visione della leadership femminile che emerge da un modello non più gerarchico e maschile, ma empatico, coinvolgente e collaborativo. Una leadership che valorizzi le differenze, sappia smussare i conflitti e costruisca una rete di supporto reciproco, consapevole delle sfide specifiche che le donne affrontano nel conciliare la vita professionale e quella personale.

«IMAGINE vuole trasmettere un cambiamento reale nella missione di ricerca e di cura di tutti noi, consolidando la forza della nostra rete a beneficio dei pazienti, delle loro famiglie e dei tanti professionisti che ogni giorno si impegnano a migliorare le loro vite. Il motto che guida il nostro progetto è emblematico: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Un approccio che traduce l’immaginazione in azione concreta, con l’obiettivo di costruire un futuro migliore per tutti i professionisti in oncologia».

IMAGINE si configura – conclude Rossana Berardi – come molto più di un semplice corso di formazione: è un progetto di empowerment che mira a trasformare non solo le competenze, ma la cultura stessa del lavoro in ambito medico.

di Silvia Pogliaghi

Accordo quadro nel correttivo codice appalti: quali novità per la sanità?

Il Decreto Legislativo 209/2024, il cosiddetto “correttivo” al Codice dei contratti pubblici, ha introdotto modifiche sostanziali alla disciplina degli accordi quadro, strumenti chiave per l’acquisto di beni e servizi nella sanità pubblica. Queste novità incidono direttamente sulla programmazione degli approvvigionamenti, sulla gestione dei contratti e sul mantenimento dell’equilibrio economico tra le parti.

Durante questa Live, affrontiamo le principali implicazioni della novità, con particolare attenzione alle nuove regole di programmazione e ripartizione degli affidamenti, alle possibili criticità per i farmaci (tra rischio di aumento dei costi e accesso equo alle cure) e alle conseguenze per il settore dei dispositivi medici, con interrogativi sulla sostenibilità e l’efficienza economica.

Quali misure sono necessarie per preservare l’equilibrio contrattuale ed evitare distorsioni che possano compromettere la stabilità del sistema? Un’occasione di confronto tra istituzioni, professionisti sanitari ed esperti di appalti per comprendere come queste modifiche possano incidere sulla libertà prescrittiva, sull’accessibilità ai farmaci e sull’innovazione in sanità.

Ne parliamo con:

  • Claudio Amoroso
    Presidente AREA (Associazione Economi e Provveditori della Sanità Abruzzo e Molise)
  • Fausto Bartolini
    Direttore dipartimento Assistenza Farmaceutica Usl 2 Umbria
  • Roberto Bonatti
    Studio Legale Russo Valentini, Bologna

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Schillaci: «La sicurezza del personale è prioritaria»

Sono oltre 18mila, nel 2024, le segnalazioni complessive di aggressioni a operatori sanitari sull’intero territorio nazionale per un totale di circa 22mila operatori coinvolti nelle aggressioni segnalate (ogni aggressione può coinvolgere più di un operatore).

È quanto emerge dal monitoraggio effettuato dall’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS), istituito presso il Ministero della Salute, che ha specifici compiti di monitoraggio, studio e promozione di iniziative volte a garantire la sicurezza dei professionisti sanitari.

«Non dobbiamo abbassare la guardia – ha dichiarato il Ministro della Salute Orazio Schillaci in occasione della Giornata nazionale contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari – . La sicurezza del personale sanitario e sociosanitario non è uno slogan, è una priorità. Per questo abbiamo approvato norme severe fino all’arresto in flagranza anche differita. Grazie al lavoro dell’Osservatorio abbiamo rafforzato le attività di prevenzione e formazione e insieme a tutte le categorie resta forte l’impegno per sensibilizzare i cittadini e promuovere la cultura del rispetto e della fiducia».

I dati raccolti per il tramite dei Centri Regionali per la Gestione del Rischio Sanitario, relativi alle segnalazioni volontarie dei professionisti operanti in strutture pubbliche e private accreditate, confermano, che per il 2023, a segnalare i 2/3delle aggressioni sono state professioniste donne (oltre il 60%), i professionisti maggiormente coinvolti sono infermieri, medici e OSS e che i setting più rischiosi sono l’ospedale, il pronto soccorso e l’ambulatorio. Nel 70% dei casi le aggressioni sono di tipo verbale e il 67% degli aggressori sono utenti/pazienti.

È opportuno ricordare che a un maggior numero di segnalazioni non corrisponde necessariamente una più alta incidenza di aggressioni in un determinato contesto territoriale, ma una specifica attenzione al monitoraggio del fenomeno. L’aumento delle segnalazioni rispetto allo scorso anno (+15%), infatti, rispecchia una maggiore consapevolezza dell’importanza della denuncia e una migliore efficacia dei sistemi di segnalazione che hanno, probabilmente, portato più professionisti a denunciare episodi che in passato non avrebbero segnalato.

Come ogni anno, l’Osservatorio ha acquisito anche i dati Inail sugli infortuni riconosciuti e indennizzati a seguito delle aggressioni nel triennio 2021-2022-2023, le rilevazioni degli Ordini professionali tramite survey dedicate agli iscritti e, per la prima volta, anche i dati della Croce Rossa Italiana relativi ai propri volontari e del Ministero dell’Interno sull’andamento della delittuosità e sulla conseguente azione di contrasto ai reati di aggressione al personale sanitario e socio-sanitario.

Nel corso del 2023, poi, è stato messo a punto dall’Osservatorio un documento sui requisiti minimi dei corsi di formazione per la prevenzione e gestione delle aggressioni e nel 2024 sono state sviluppate azioni di diffusione del documento con l’obiettivo di promuovere percorsi formativi omogenei su tutto il territorio nazionale, aventi ad oggetto, principalmente, le tecniche di gestione dei conflitti nelle ipotesi di aggressione e la sicurezza sul posto di lavoro, nonché iniziative coordinate di informazione e comunicazione sul tema rivolte a tutta la popolazione.

A questo proposito, è stato firmato il Protocollo d’intesa, tra il Ministero della salute, la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) e Federsanità, per garantire la massima divulgazione, tra le aziende e gli enti sanitari e sociosanitari, dei percorsi formativi omogenei rivolti a tutto il personale sanitario e socio sanitario o comunque operante nel settore salute, che potranno essere attivati sull’intero territorio nazionale, nonché delle iniziative di informazione e comunicazione, volte a sensibilizzare i cittadini e gli utenti riguardo all’importanza e al rispetto del lavoro svolto dal personale sanitario e socio sanitario.

Tutte le attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie sono riportate all’interno della relazione annuale che viene trasmessa al Parlamento dal Ministro della Salute.

Riorganizzazione territoriale: il DM 77 tra velocità differenti di implementazione e nuovi modelli organizzativi per la medicina generale

La riforma del DM 77/2022 rappresenta un passaggio chiave per la sanità territoriale italiana, ridefinendo il modello organizzativo dell’assistenza primaria con un modello erogativo più capillare, integrato e vicino ai cittadini.

Case della Comunità (CdC), Ospedali di Comunità (OdC) e Centrali Operative Territoriali (COT) sono gli elementi strutturali di questa trasformazione, pensati per migliorare la presa in carico dei pazienti e rafforzare la continuità assistenziale. Tuttavia, la loro implementazione sta procedendo con velocità differenti a livello regionale, in base a variabili come la capacità di gestione dei fondi, le scelte strategiche locali e la disponibilità di professionisti sanitari.

Il PNRR Missione 6, che finanzia parte di questi interventi, ha permesso di avviare numerosi progetti, ma le fasi di realizzazione variano notevolmente tra le Regioni. Alcune sono già operative, mentre altre sono ancora in fase di progettazione o di avvio lavori [Agenas, 2024].

Il successo del DM 77 dipenderà dalla capacità di trasformare le differenze attuative in un motore di crescita per il sistema sanitario

Oltre alle infrastrutture, una delle sfide più complesse è rappresentata dal personale sanitario. In particolare, la medicina generale sta vivendo un momento di transizione, con la progressiva implementazione delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), strumenti chiave per la riorganizzazione del lavoro dei MMG.

AFT e nuovi modelli per la medicina generale: una riforma in divenire

Le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), proposte dalla riforma Balduzzi del 2012, sono state successivamente introdotte nell’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) 2019-2022. Le AFT mirano a favorire una gestione più strutturata e collaborativa della medicina generale, superando il modello tradizionale degli studi individuali. L’obiettivo è quello di potenziare l’assistenza primaria attraverso il lavoro di équipe, migliorando la presa in carico dei pazienti cronici e riducendo il ricorso inappropriato agli ospedali [Ministero della Salute, 2023].

L’attuazione delle AFT è regolata dagli Accordi Integrativi Regionali (AIR), che stabiliscono le modalità di governance e i ruoli di referenti e coordinatori AFT. Anche in questo caso, il processo sta avanzando a velocità diverse: alcune Regioni hanno già strutturato le AFT e nominato i referenti, mentre altre sono ancora in fase di definizione [SPI CGIL, 2024].

Le AFT possono rappresentare una risposta strategica alla carenza di medici di medicina generale (MMG), una delle criticità più urgenti del Servizio Sanitario. Secondo la Fondazione GIMBE, oggi mancano oltre 5.500 MMG, e nei prossimi tre anni più di 7.300 medici di famiglia andranno in pensione, senza un adeguato turnover. Inoltre, la formazione di nuovi MMG non è sufficiente: nel 2024 il 15% delle borse di studio per la medicina generale è rimasto scoperto, con punte del 40% in alcune Regioni. Per massima correttezza bisogna segnalare che il numero di borse a disposizione è cresciuto negli ultimi anni [Fondazione GIMBE, 2024].

La formazione come leva strategica: il contributo della LIUC Business School

In questo contesto, LIUC Business School ha sviluppato percorsi formativi specifici per preparare i professionisti sanitari alle nuove sfide della riorganizzazione territoriale. Tra questi, il Master Executive RESET (Riorganizzazione e Sviluppo dell’Assistenza Territoriale), arrivato alla sua terza edizione, si distingue come un’opportunità formativa pensata per tutti coloro che operano o desiderano operare nella gestione delle Case della Comunità, delle AFT, delle Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP) e delle altre strutture territoriali.

Sanità territoriale: un futuro da costruire con competenze e strategie

Il successo della riforma del DM 77 dipenderà dalla capacità di trasformare le differenze di implementazione in un’opportunità di crescita e sviluppo per il sistema sanitario nel suo complesso. La formazione rappresenta una leva strategica essenziale per preparare i professionisti sanitari a questa transizione e garantire un futuro più sostenibile e innovativo per la sanità territoriale.

Per approfondire

  • Master Executive RESET (Gestione Sanitaria per Coordinatori delle case di comunità, Referenti di AFT, Coordinatori di UCCP e Strutture territoriali): per maggiori informazioni clicca qui

Farmaci essenziali: l’Europa punta su produzione e autonomia con il Critical Medicines Act

La Commissione Europea ha presentato ieri il Critical Medicines Act, un regolamento per migliorare la disponibilità dei medicinali essenziali nell’UE.

L’obiettivo è rafforzare la produzione farmaceutica europea e diversificare le catene di approvvigionamento, proteggendo così un settore strategico per l’economia dell’Unione, ridurre le dipendenze da altri Paesi e migliorare la resilienza del sistema sanitario, in particolare per i medicinali e i principi attivi prodotti solo da un numero limitato di fornitori.

La legge, che integra le recenti riforme farmaceutiche già avviate per contrastare la carenza di medicinali, punta anche a garantire l’accesso ad altri farmaci di interesse comune, attualmente non disponibili in alcuni mercati.

Tra le novità della proposta, c’è anche la creazione di un Critical Medicines Coordination Group composto dai rappresentanti della Commissione e degli Stati membri, cui sarebbe affidato il compito di facilitare l’applicazione del regolamento.

La proposta seguirà ora l’iter consueto, che prevede l’approvazione da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio dei Ministri. Considerata l’assenza di particolari elementi di criticità, le stime parlano di un’approvazione definitiva in tempi relativamente brevi.

Farmaci essenziali: un problema di sicurezza sanitaria

Negli ultimi anni, la pandemia di COVID-19 e le tensioni geopolitiche hanno evidenziato le fragilità della filiera farmaceutica europea. Le carenze di medicinali mettono a rischio la salute di tutti e creano forti pressioni sui sistemi sanitari, sia per i problemi produttivi, sia per la competizione globale per le materie prime. Il Critical Medicines Act vuole rispondere a queste sfide con un pacchetto di misure industriali che rendano l’UE più attrattiva per la produzione di farmaci critici.

Il nuovo regolamento, infatti, prevede incentivi per le aziende europee che aumentano la produzione di medicinali critici e mira a rafforzare la catena di fornitura. Gli Stati membri, inoltre, potranno unirsi per potenziare il loro potere d’acquisto.

Cosa prevede il Critical Medicines Act

L’UE lavora da anni per garantire un accesso equo ai medicinali. La Strategia farmaceutica per l’Europa del 2020 ha avviato infatti un percorso di riforme per promuovere l’innovazione e la ricerca e per far fronte al problema delle carenze. Si basa sui più recenti studi della Commissione e sul rapporto strategico della Critical Medicines Alliance, una piattaforma di consultazione che riunisce autorità nazionali, industria farmaceutica, società civile e comunità scientifica. Lanciata da HERA (Health Emergency Preparedness and Response) nel 2024, l’Alleanza ha il compito di elaborare strategie per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di farmaci nell’Unione.

Procedure di gara più efficaci

Il Critical Medicines Act prevede una sostanziale revisione dei meccanismi di acquisto dei medicinali attraverso l’introduzione dei criteri MEAT (offerta economicamente più vantaggiosa) nelle gare, superando la logica del solo prezzo più basso. Si punta, inoltre, all’implementazione di gare multi-aggiudicatario per diversificare le fonti di approvvigionamento, accompagnata da una riforma organica dei mercati nazionali che premierà la sicurezza della fornitura nelle politiche di prezzo e acquisto.

La proposta fa parte di un quadro più vasto e si integra nella più ampia revisione della legislazione farmaceutica europea

Sostegno finanziario alla produzione

Sul fronte degli investimenti, è prevista una maggiore flessibilità negli aiuti di Stato e nelle norme IPCEI per supportare la produzione europea di medicinali e di principi attivi farmaceutici. La riforma include anche la creazione di un fondo UE specificamente dedicato ai medicinali critici da collegare a un futuro Quadro finanziario pluriennale dell’Unione. Integrano l’analisi, finanziamenti regionali più flessibili per sostenere gli investimenti nel settore.

Semplificazione amministrativa

Per accelerare la risposta produttiva dell’industria, la riforma introduce una significativa sburocratizzazione delle autorizzazioni per nuovi siti produttivi, affiancata dalla razionalizzazione dei permessi necessari per gli investimenti. Sono previsti anche investimenti mirati per modernizzare l’infrastruttura produttiva farmaceutica europea, eliminando “imbuti” burocratici.

Gestione comune delle risorse

Sul piano della solidarietà europea, la proposta stabilisce riserve strategiche a livello UE gestite secondo principi condivisi, garantendo la priorità all’accesso dei pazienti rispetto all’accumulo di scorte nazionali in caso di carenze. Sono poi conferiti maggiori poteri alla Commissione per effettuare appalti congiunti in situazioni di crisi su richiesta degli Stati membri, ottimizzando il potere d’acquisto collettivo.

Dimensione internazionale

Riconoscendo la natura globale delle catene di approvvigionamento, la riforma promuove nuove partnership con Paesi terzi strategici per la sicurezza dell’approvvigionamento farmaceutico. Si prevede quindi un’evoluzione della politica commerciale UE anche in risposta ai cambiamenti geopolitici in corso.

Critical Medicines Act per un’Europa più autonoma

L’European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (EFPIA) sostiene la volontà della Commissione Europea di garantire una catena di approvvigionamento più solida per i farmaci essenziali. Un accesso tempestivo ai medicinali critici è una priorità condivisa, ma per raggiungere tale obiettivo servono soluzioni mirate per evitare impatti negativi sulla sostenibilità della fornitura e sull’accesso dei pazienti.

L’associazione accoglie positivamente anche l’idea di superare il criterio del prezzo negli appalti pubblici per i farmaci critici e riconosce il valore di nuove strategie di approvvigionamento collaborativo per affrontare situazioni di emergenza. Resta necessario però affrontare le criticità strutturali dell’accesso ai farmaci ed equilibrare le regole sulle scorte di emergenza nazionali.

(C) VELDEMAN PHILIPPE

«Come industria, sosteniamo l’ambizione della Commissione Europea di rafforzare la catena di approvvigionamento dei medicinali in Europa attraverso il Critical Medicines Act – dichiara a TrendSanità Nathalie Moll, Direttrice Generale di EFPIA. Poiché l’UE è il maggiore esportatore mondiale di medicinali finiti, i pazienti di tutto il mondo dipendono dall’Europa per la fornitura di farmaci. Considerando questo e il contesto geopolitico complesso, è fondamentale collaborare a livello internazionale per sostenere e rafforzare la resilienza della catena di approvvigionamento globale».

Il settore farmaceutico è un asset strategico per la salute e la sicurezza dei cittadini. Per questo, EFPIA e Vaccines Europe chiedono, infine, che il Critical Medicines Act rientri nei piani di spesa per la difesa dell’UE, includendo anche finanziamenti dal nuovo pacchetto per la sicurezza europea. La prevenzione, con strategie come la vaccinazione lungo tutto il corso della vita, è un elemento decisivo per rafforzare la resilienza sanitaria.

Governi UE chiamati ad agire con ambizione e rapidità

Stefano Collatina

«L’adozione di questo provvedimento rappresenta una prima risposta concreta ai problemi che hanno iniziato a manifestarsi con chiarezza durante la pandemia e che si sono andati via via sempre più aggravando» concorda Stefano Collatina, presidente di Egualia (l’Associazione italiana dei produttori di equivalenti, biosimilari e value added medicines) alla vigilia dell’Assemblea annuale dell’associazione che si svolgerà il 12 marzo a Milano.

«Ci auguriamo il massimo impegno da parte del Parlamento europeo e del Consiglio nel sostenere una riforma indispensabile per la salute di tutti i cittadini europei. Il Critical Medicines Act promuove il rilancio e la ri-localizzazione della produzione farmaceutica all’interno dell’UE, così da ridurre la dipendenza extra-UE e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti in tutti i Paesi assieme, però, a concrete riforme sulle politiche di prezzo e acquisto dei farmaci essenziali. Ora serve rendere operativo il piano prima che sia troppo tardi. Per questo facciamo appello al nostro Governo affinché sostenga e migliori il piano dell’UE e dia risposta a quello che la nostra industria chiede da 5 anni: coordinamento delle politiche economiche, industriali e di salute per assicurare ai nostri pazienti tutti i farmaci critici e necessari per la salute pubblica».

HIV, epatiti e IST: dal Ministero della Salute il rilancio per prevenzione, screening e trattamenti

L’Italia accelera nella lotta alle Infezioni Sessualmente Trasmesse, all’HIV, alle Epatiti. Un cambio di marcia inevitabile visto che i contagi sono in aumento e la conoscenza dei giovani è molto limitata, come emerso nella docu-inchiesta video “Sesso&Confesso”. Per questo sono importanti iniziative come quelle presentate al Ministero della Salute in occasione dell’incontro scientifico-istituzionale “Dalla consapevolezza al trattamento: nuove strategie contro IST, HIV ed epatiti”, primo appuntamento della quarta edizione del progetto “La Sanità che vorrei…”, moderato dal giornalista scientifico Daniel Della Seta, organizzato da Aristea International, promosso dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, in collaborazione con altre società scientifiche (in questa occasione AISF, SIMaST, SIMG, SIMSPe, SIPaD), politici, associazioni pazienti come EpaC ETS e Circolo Mario Mieli, istituzioni.

I risultati della ricerca contro HIV E HCV

I risultati della ricerca scientifica nella lotta a HIV ed Epatiti sono stati esposti in apertura da Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT, e da Claudio Mastroianni, Past President SIMIT. «Grazie alla terapia antiretrovirale, l’infezione da HIV può essere oggi considerata una condizione cronica, con una prospettiva di vita sempre più simile a quella della popolazione generale – ha sottolineato Massimo Andreoni -. Con una terapia regolare, la viremia può essere azzerata, rendendo il virus non trasmissibile. Inoltre, i farmaci cosiddetti long acting permettono somministrazioni a intervalli più ampi, migliorando l’aderenza; in tema di prevenzione, diversi studi sulla Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) e in particolare sulla sua versione “long acting” hanno mostrato risultati straordinari: nei soggetti non infetti ma ad alto rischio, la PrEP, infatti, permette di evitare di contrarre l’infezione. Tuttavia, resta un ampio sommerso, come dimostrano le numerose diagnosi tardive, con pazienti talvolta già in AIDS. Inoltre, la PrEP è disponibile solo nella formulazione orale, ma è auspicabile che presto venga approvata da AIFA anche la Long Acting PrEP, che permetterebbe una copertura preventiva anche per due mesi».

«I nuovi farmaci ad azione antivirale diretta permettono di eradicare il virus dell’Epatite C definitivamente, in poche settimane e senza effetti collaterali – commenta Claudio Mastroianni –. Negli ultimi anni in Italia sono stati trattati oltre 250mila pazienti, ma questo ultimo miglio è il più faticoso: numerosi pazienti affetti dal virus non ne sono consapevoli, il cosiddetto “sommerso”, stimato a livello nazionale in circa 200-300mila persone da trattare. Il Governo nel 2020 ha messo a disposizione delle Regioni 71,5 milioni di euro per effettuare screening e linkage to care, ossia test e avvii al trattamento, con l’obiettivo di coinvolgere i nati tra il 1969 e il 1989 e le cosiddette popolazioni speciali, come detenuti o tossicodipendenti».

Il piano del Ministero lancia l’Italia in Europa

Fari puntati sul “Piano nazionale strategico” realizzato dal Ministero per HIV, Epatiti virali e IST, illustrato da Anna Caraglia, ex Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria, Ministero della Salute. Attualmente è all’attenzione del Ministro della Salute Orazio Schillaci e sarà poi portato all’attenzione della Conferenza Stato-Regioni. Una volta completato l’iter, questo progetto potrà rendere l’Italia il primo Paese in Europa a lavorare su obiettivi così estesi e ambiziosi: migliorare l’accesso ai test; creare un network tra centri hub e spoke sul territorio; formare il personale sanitario; assegnare un ruolo più incisivo alla scuola; coinvolgere il terzo settore nei processi di formazione e informazione; favorire le misure di prevenzione; incentivare le regioni a strutturare dei PDTA.

La partecipazione del Parlamento

Nella tavola rotonda istituzionale intitolata “Progetti di screening e avvio al trattamento: dai fondi nazionali alle attività sul territorio. Esperienze locali a confronto”, l’On. Luciano Ciocchetti, Vicepresidente XII Commissione Affari Sociali, Camera, ha offerto una sponda al Ministero con il rilancio dell’impegno della prevenzione sul territorio, con le stesse case di comunità che dovranno svolgere un ruolo anche su queste infezioni e offrire anche un servizio di assistenza psicologica di base. La Sen. Elena Murelli, Membro 10ª Commissione, Affari sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale, Senato, ha sottolineato l’importanza del prolungamento degli screening per l’Epatite C al 31 dicembre 2025, sebbene sia necessario uno sforzo maggiore da parte delle regioni e la piena disponibilità a supportare l’azsione del Ministero.

Epatite C, serve uno sforzo delle Regioni

La sessione “Dall’emendamento del 2020 alla proroga al 2025: un nuovo anno di fondi per eliminare il virus. Il bilancio di metà decennio. Il Libro Bianco AISF come stimolo alla prevenzione” ha portato alla luce la necessità di allargare le coorti delle popolazioni su cui eseguire gli screening. Il rallentamento degli ultimi anni è stato messo in luce da Loreta Kondili, Centro Nazionale per la Salute Globale dell’ISS: come ha spiegato, sono stati scovati quasi 15mila pazienti nell’ultimo periodo, quindi se dovesse mantenersi questo andamento difficilmente potrà raggiungersi l’obiettivo auspicato dall’OMS di un’Italia libera dall’HCV entro il 2030. Concetto confermato anche da Ivan Gardini, Presidente EpaC ETS, che si è concentrato anche sulle altre patologie del fegato messe in luce dal Libro Bianco delle Patologie Epatiche pubblicato da AISF nelle scorse settimane.

Le iniziative per le popolazioni speciali sono state illustrate da Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe, dove la prevalenza di HCV in carcere appare in calo, e da Claudio Leonardi, Presidente SIPaD. Vincenza Calvaruso, Segretario AISF, ha allargato il discorso anche all’epatite delta, per la quale esiste un nuovo farmaco, bulevirtide, che permette di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti, e alla riattivazione dell’epatite B negli immunodepressi. Un documento congiunto tra le società AISF e SIMIT è in via di definizione per orientare gli specialisti epatologi e infettivologi sul tema. Federico Riboldi, Assessore alla Sanità, Regione Piemonte, ha condiviso la propria esperienza locale, ricordando gli effetti della pandemia sull’andamento degli screening e sulla necessità di adeguata campagna informativa e formativa.

HIV e IST, la ricerca di un nuovo approccio ai giovani

Un nuovo modo di comunicare è stato il filo conduttore che ha animato la tavola rotonda “HIV, tra diagnosi tardive e nuove sfide dell’infezione. Le terapie “su misura” e gli strumenti preventivi innovativi (PrEP Long Acting). Le IST e la scarsa informazione dei giovani”. Nonostante i progressi scientifici, restano scarsa consapevolezza e persistenza dello stigma. Le conquiste di questi anni sono state analizzate da Alberto Matteelli, Professore Ordinario di Malattie Infettive e Tropicali Università di Brescia, e da Anna Maria Cattelan, Professore Associato di Malattie Infettive, Università di Padova, tra le rappresentanti italiane in queste ore presente al CROI negli USA e tra i presidenti del Congresso ICAR in programma a Padova dal 21 al 23 maggio.

L’aumento dei contagi da HIV e di clamidia, gonorrea, sifilide, è stato al centro dell’intervento di Barbara Suligoi, Responsabile del Centro Operativo AIDS, ISS. La diffusione delle IST soprattutto tra i giovani è stato oggetto di approfondimento da parte di Luca Bello, Presidente SIMaST. Il ruolo di filtro che possono svolgere i medici di famiglia è stato analizzato da Gianmarco Rea, Segretario SIMG Lazio, che ha auspicato l’attuazione di un nuovo processo per i medici di famiglia.

«L’HIV resta una delle più urgenti sfide di salute pubblica nel nostro Paese. È un’infezione cronica che porta con sé effetti di grande impatto dal punto di vista socioeconomico – ha commentato Vincenzo Palermo, Consiglio Direttivo, Coordinatore Gruppo di Lavoro Prevenzione Federchimica Assobiotec e Amministratore delegato di ViiV Healthcare –. Guardando ai numeri italiani, l’emergenza è chiara: l’incidenza è tornata a crescere negli ultimi anni e si va a sommare ai circa 123.000 che sono in terapia mentre 8/10.000 individui portatori del virus sono totalmente inconsapevoli. Questo non è solo un tema sociale, ma anche economico visti i costi consistenti che il sistema sanitario affronta, tra farmaci ed ospedalizzazioni dirette o per sopraggiunte comorbilità ad incidenza superiore rispetto la popolazione senza infezione. Per mitigare l’impatto l’unica strategia possibile continua ad essere la prevenzione e la Profilassi pre Esposizione (PrEP) con indiscusse evidenze per contenere le nuove infezioni. La PrEP in formulazione Long-Acting non può mancare come scelta clinica per far fronte alle difficoltà di aderenza per le sottopopolazioni fragili e vulnerabili».

Roma Capitale presenta la sua candidatura a “fast track city”

Anche in questo ambito molto può essere fatto dalle realtà locali, come hanno spiegato la sindaca di Bergamo Elena Carnevali e Nella Converti, Presidente Commissione V, Politiche Sociali e della Salute, Comune di Roma. Il capoluogo lombardo è Fast Track City dal 2019, con una capillarità dell’offerta di servizi di informazione e prevenzione. La Capitale, invece, ha avviato a novembre 2024 l’iter per aggiungersi a questa rete con una mozione approvata dal Consiglio, che ha impegnato il sindaco e la Giunta sottoscrivere la dichiarazione di Parigi per mettere in campo una strategia nella lotta all’HIV.

Come comunicare le nuove terapie tra teatro e cultura dell’informazione

L’importanza di misure come l’accessibilità alla PrEP e la richiesta della sua somministrazione long acting, l’accesso ai test, la lotta allo stigma sono stati approfonditi da Massimo Farinella, Responsabile Salute Circolo Mario Mieli. La necessità di dar vita a un nuovo modello di comunicazione che rinnovi totalmente l’approccio nei confronti dell’infezione da HIV è stata analizzata da Elena Di Cioccio, attrice e conduttrice, in scena con uno spettacolo a forti tinte autobiografiche, pedagogico e umoristico, per fare cultura e formazione agli operatori coinvolti e al pubblico contro lo stigma sociale, e da Sergio Iavicoli, Direttore Generale della Comunicazione, Ministero della Salute, che ha concluso i lavori con un’attenta analisi delle nuove modalità di espressione delle istituzioni in stretta collaborazione con tutti gli attori.

Giornata Nazionale di Educazione e Prevenzione Contro la Violenza nei Confronti degli Operatori Sanitari e Socio-Sanitari

È dedicato a Barbara Capovani, la psichiatra aggredita ed uccisa all’uscita dal lavoro nell’aprile 23 l’appuntamento pubblico organizzato oggi a Pisa da SIMEU – Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza, congiuntamente a FIASO in collaborazione con AOUP, dal titolo “Curiamo la fiducia tra cittadini e SSN”. L’obiettivo principale è stimolare un dibattito ed un’alleanza costruttiva tra professionisti della sanità, cittadini e istituzioni attraverso l’analisi del fenomeno e delle sue conseguenze. 

Con questo proposito la SIMEU ha nei giorni scorsi condotto un sondaggio istantaneo tra i professionisti MEU sul tema della violenza contro gli operatori sanitari di Pronto Soccorso e Emergenza Pre-Ospedaliera. Hanno riposto al questionario circa 500 professionisti, dei quali il 70% medici, il 28% infermieri e il 2% operatori socio-sanitari. Il risultato delle osservazioni attesta che secondo il parere del 98% degli intervistati la violenza contro gli operatori dell’emergenza urgenza danneggia anche e soprattutto i cittadini.

Alessandro Riccardi, Presidente nazionale SIMEU dichiara con convinzione: «La survey condotta dalla nostra società scientifica evidenzia una situazione grave perchè il 98% degli operatori italiani dell’emergenza-urgenza ha ricevuto un qualche tipo di aggressione durante la sua carriera, che è stata una violenza fisica nel 54% degli intervistati. Dalla nostra survey emergono inoltre alcuni scenari allarmanti, perché se il 10% dei nostri intervistati abbandonerebbe immediatamente il sistema dell’emergenza-urgenza se ne avesse la possibilità nel 90% delle risposte la causa degli abbandoni risiede in un ambiente lavorativo gravato da questioni non proprie dell’emergenza-urgenza, come il boarding e gli accessi non urgenti. Le aggressioni portano infine ad un cambiamento profondo dell’approccio degli operatori, e infatti la quasi totalità del nostro campione afferma che gli episodi violenti sul personale sanitario porta ad un tangibile peggioramento del servizio: quando un cittadino aggredisce anche solo verbalmente un operatore, non fa altro che danneggiare se stesso».

Il 64% dei professionisti dichiara di aver cambiato il proprio atteggiamento nei confronti dei pazienti come reazione al fenomeno

«Finora il problema delle aggressioni in sanità è stato affrontato sotto il profilo della frequenza degli eventi e delle loro conseguenze sul benessere lavorativo degli operatori – secondo il past president Fabio De Iaco – la nostra indagine conferma quanto già era noto, ma introduce un elemento nuovo che merita attenzione: gli stessi operatori riconoscono che la conflittualità produce una diminuzione della qualità delle cure che danneggia tutti e genera un circolo vizioso che tende a peggiorare progressivamente. La soluzione indicata dalla maggioranza dei professionisti intervistati, ben l’88%, risiede non tanto nell’inasprimento delle pene quanto piuttosto nel miglioramento del servizio, oltre che nello sviluppo di una comunicazione efficace ai cittadini, centrata sul valore e sulla complessità del servizio stesso».

Reumatologia e digitale: come la telemedicina può cambiare le cure

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sta ridefinendo il panorama sanitario italiano, con un focus particolare sulla telemedicina. Non si tratta solo di finanziamenti per nuove infrastrutture, ma di una profonda rivoluzione organizzativa del Sistema Sanitario Nazionale, anche alla luce della nascente Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT).

Rilevante è anche il susseguirsi di aggiornamenti scientifici e la produzione di documenti da applicare alle diverse aree della medicina e dell’assistenza: tra le ultime novità, le nuove Linee di indirizzo per i servizi di telemedicina in ambito reumatologico, di recente pubblicazione sulla rivista Monitor di AGENAS.

Queste Linee di indirizzo, elaborate da AGENAS nella sua veste di Agenzia Nazionale per la Sanità Digitale (ASD) e con l’Unità Operativa di Agenas impegnata nelle progettualità nazionali afferenti alla Sanità Digitale e Telemedicina, in collaborazione con la Società Italiana di Reumatologia (SIR), la Società Italiana di Telemedicina (SIT) e il Centro Studi SIR, sono operative e non vincolanti ma rappresentano uno strumento utile per supportare pazienti e operatori sanitari nell’uso della telemedicina.

Il documento si articola in due sezioni principali: la prima illustra il contesto normativo, il metodo di sviluppo e i requisiti di base per la telemedicina in reumatologia; la seconda approfondisce come vengono erogati i servizi digitali di assistenza sanitaria, includendo anche strumenti per verificarne la qualità e l’efficacia. Un punto chiave del documento riguarda la formazione e la sensibilizzazione alla sanità digitale di tutti i soggetti coinvolti nel percorso terapeutico tramite telemedicina, inclusi pazienti e caregiver.

L’importanza delle Linee di indirizzo

Antonio Vittorino Gaddi

Antonio Vittorino Gaddi, Presidente della Società Italiana di Telemedicina (SIT), sottolinea il valore operativo di queste Linee di indirizzo: «Queste Linee di indirizzo si distinguono dalle linee guida vere e proprie: mentre le seconde hanno carattere prescrittivo e vengono pubblicate in Gazzetta Ufficiale attraverso il Sistema Nazionale Linee Guida, le prime, rappresentano invece, uno strumento operativo per supportare le Regioni nella presa in carico dei pazienti reumatologici».

Il passaggio dalle Linee di indirizzo alle Linee guida potrebbe essere rapido: «Siamo a buon punto con la stesura delle Linee guida per i servizi di telemedicina in reumatologia. Si parte dalle Linee guida internazionali con valore scientifico, per arrivare alle Linee guida nazionali, vincolanti, fino alle buone pratiche clinico-assistenziali e ai Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA)».

Tra le patologie incluse nelle Linee di indirizzo ci sono connettiviti, vasculiti, malattie infiammatorie dell’apparato locomotore (come artrite reumatoide e spondilite) e osteoporosi complicata: «Le Linee di indirizzo si concentrano su patologie frequenti e ad alto impatto sulla qualità della vita, come connettiviti, vasculiti, malattie infiammatorie dell’apparato locomotore (tra cui l’artrite reumatoide e la spondilite), oltre a condizioni come l’osteoporosi in forme complicate. Abbiamo pensato a pazienti che avessero delle malattie frequenti e gravi, non nel senso di gravità clinica, ma di impegno e peso anche sulla vita del paziente, quindi con dolore invalidante, con limitazione e con alto consumo di risorse sanitarie e che fossero in grado di attuare i percorsi anche ricorrendo alle tecnologie e che, i pazienti stessi o i loro caregiver siano in grado di gestire una componente di telemedicina».

Telemedicina e disuguaglianze territoriali

Un aspetto cruciale riguarda l’equità territoriale delle cure. Secondo Gaddi, l’implementazione della telemedicina nelle aree remote deve considerare tre fattori: «Le caratteristiche geografiche e infrastrutturali del territorio, la specifica tipologia patologica da trattare, e le fragilità socio-economiche della popolazione (con particolare riferimento agli anziani). Un approccio efficace non può limitarsi all’installazione di infrastrutture tecnologiche, ma deve considerare l’interazione di questi tre elementi per evitare investimenti inefficaci».

Un approccio efficace non può limitarsi all’installazione di infrastrutture tecnologiche

Anche il problema delle liste d’attesa è strettamente connesso alla telemedicina: «Il nodo principale non è la carenza di risorse, ma l’inefficienza organizzativa e il peso della burocrazia. Oggi, circa la metà del tempo dei medici è assorbito da attività amministrative. La soluzione proposta passa attraverso l’implementazione di linee guida e buone pratiche cliniche, attualmente in sviluppo da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, che dovrebbero fornire una base concreta per l’organizzazione efficiente del lavoro medico e la definizione delle priorità assistenziali».

L’importanza della formazione e dell’organizzazione

Eugenio Santoro

Eugenio Santoro, Responsabile dell’Unità per la Ricerca in Sanità Digitale e Terapie Digitali dell’Istituto Mario Negri di Milano, evidenzia il ruolo chiave delle società scientifiche: «Il coinvolgimento delle società scientifiche nella stesura delle Linee di indirizzo e in seguito nelle Linee Guida è fondamentale. L’esperienza ci ha insegnato che, senza il loro supporto, è difficile ottenere l’adesione dei medici specialisti. Quello della reumatologia è un esempio virtuoso, dove la collaborazione con la Società Italiana di Telemedicina, che ha competenze modellistiche già avviate, ha portato a buoni risultati. Ma la vera sfida non è tecnologica. Gli strumenti ci sono e sono avanzati e affidabili. Il vero punto di svolta è l’organizzazione: senza una struttura pronta a recepire questi strumenti, la telemedicina rimane sulla carta. I documenti di indirizzo recentemente pubblicati mirano proprio a questo: identificare soluzioni organizzative concrete e realizzabili all’interno degli ospedali».

Un altro aspetto critico è la formazione: «Il documento sottolinea l’importanza di formare sia il personale sanitario sia i pazienti. La condizione è che siano sufficientemente formati all’utilizzo di questi strumenti. Possiamo avere la migliore tecnologia e organizzazione, ma se gli utenti finali non sono in grado di utilizzare questi strumenti, il sistema non può funzionare».

Le criticità della telemedicina

Le Linee di indirizzo e le future Linee guida aiuteranno a dialogare con le Regioni, ma permangono alcune criticità, come sottolinea Santoro: «Le linee di indirizzo e le linee guida (quando realizzate) costituiranno il framework operativo per facilitare il dialogo con le amministrazioni regionali a garantire l’effettiva implementazione delle misure previste. Tuttavia, permangono criticità riguardo la prescrivibilità e la rimborsabilità dei trattamenti. È quindi necessario un ulteriore passo in più per rendere il modello davvero applicabile ai pazienti che ne hanno effettivamente bisogno. Emergerebbe inoltre, un paradosso interessante sull’utilizzo della telemedicina in genere, supportato da studi condotti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità dove si rileva che gli strumenti di telemedicina vengono utilizzati principalmente da chi ne ha meno bisogno, come giovani, persone in buona salute, economicamente stabili e residenti in aree urbane. Al contrario, le fasce che potrebbero beneficiarne maggiormente come anziani, residenti in zone rurali e persone economicamente svantaggiate rimangono spesso escluse».

Al di là delle linee guida, permangono criticità riguardo la prescrivibilità e la rimborsabilità dei trattamenti

Come superare questo problema? «È fondamentale un monitoraggio costante dell’uso della telemedicina per evitare che queste soluzioni, invece di democratizzare l’accesso alle cure, finiscano per ampliare il divario esistente. La soluzione? Più formazione e interventi mirati per superare il “digital divide”. La ricerca scientifica avrà un ruolo fondamentale in questo processo. Dobbiamo condurre studi per valutare il reale beneficio clinico ed economico della telemedicina. Solo così potremo capire se questa è la direzione giusta e identificare i sottogruppi di pazienti che possono trarne maggior vantaggio».

Analisi cliniche in farmacia: garantire sicurezza e qualità diagnostica

La recente approvazione dell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con le farmacie pubbliche e private, che autorizza i Farmacisti a refertare i risultati delle analisi di prima istanza, genera attenzione tra i Tecnici sanitari di laboratorio biomedico (TSLB). Pur riconoscendo il ruolo centrale delle farmacie sul territorio, è fondamentale garantire che l’attuazione di tale accordo avvenga nel rispetto degli standard di qualità e sicurezza necessari per la tutela della salute pubblica.

Gli strumenti PoCT (Point-of-Care Testing) utilizzati nelle farmacie consentono analisi rapide, ma presentano una maggiore variabilità rispetto ai prelievi venosi effettuati nei laboratori accreditati, aumentando il rischio di errori. Solo professionisti qualificati, come i TSLB, Biologi e Medici specialisti in patologia clinica, biochimica clinica e microbiologia clinica, possiedono le competenze necessarie per garantire referti affidabili.

Le farmacie non sono strutture sanitarie e non possono certificare l’intero processo diagnostico: le analisi effettuate in questi contesti costituiscono solo una valutazione preliminare e non sostituiscono una diagnosi definitiva. Per questo, è essenziale che ogni referto sia validato da professionisti competenti, a garanzia della validazione tecnica e clinica.

La Commissione di albo nazionale dei TSLB della FNO TSRM e PSTRP sottolinea l’importanza di un chiaro distinguo tra servizi farmaceutici e diagnostici, evitando sovrapposizioni di competenze e garantendo ai cittadini prestazioni sicure e di qualità. In quest’ottica, le Case della comunità – previste dal DM 77/2022 – rappresentano il modello ideale per potenziare l’assistenza diagnostica di prossimità. Le farmacie, invece, possono offrire un valido supporto tramite la telemedicina, senza sostituire le attività dei laboratori.

Per affrontare il tema della sicurezza dei dati analitici nelle farmacie e garantire un’integrazione efficace tra farmacie e strutture sanitarie, la Commissione di albo nazionale dei TSLB propone un momento di confronto con il Ministero della salute, la Conferenza delle Regioni e le principali rappresentanze professionali – FOFI, FNOMCeO, FNO TSRM e PSTRP, FNOB – con l’obiettivo di assicurare standard qualitativi elevati nei servizi diagnostici e tutelare la salute pubblica con un approccio sinergico e rispettoso di ogni contesto e professione sanitaria.

Filtri solari chimici: panel di esperti internazionali a Roma conferma i rischi per bambini e donne in gravidanza

Il mondo dermatologico e pediatrico da tempo sta rivolgendo sempre maggiore attenzione al tema cruciale della fotoprotezione. L’esposizione alla luce solare ha indiscutibilmente effetti salutari per il nostro organismo (basti pensare alla produzione della vitamina D) e ciò anche nell’età pediatrica. Tuttavia, è fondamentale esporsi al sole in modo prudente, sia per gli adulti, ma soprattutto per i bambini, perché i danni provocati dal sole possono influire sulla loro salute da grandi.

La radiazione ultravioletta è responsabile non solo di potenziali danni cutanei acuti, quali l’ustione solare e le fotodermatiti, ma anche e soprattutto di danni a lungo termine, come l’insorgenza di tumori cutanei e il photoaging. Il melanoma cutaneo, in particolare, sembra più facilmente correlato alle esposizioni intense e intermittenti che spesso causano ustioni solari, soprattutto a quelle avvenute nell’età pediatrica. I bambini, infatti, sono più suscettibili sia alle scottature solari, che ai danni a lungo termine, poiché le loro difese naturali sono meno efficienti, la pelle è più sottile e la melanina meno rappresentata. È stato calcolato che all’età di 20 anni ogni individuo ha ricevuto dal 40 al 50% del totale di radiazione ultravioletta raggiunto all’età di 60 anni e ciò fa comprendere meglio quanto sia importante la fotoprotezione in età pediatrica, specie per i bambini di pelle più chiara.

Le linee di indirizzo

La World Health Academy of Dermatology and Pediatrics (WHAD&P) ha riunito a Roma, presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi, un panel di esperti dermatologi e pediatri internazionali, per fare chiarezza sulla fotoprotezione pediatrica ed ha realizzato un documento condiviso Linee di indirizzo per la fotoprotezione in età pediatrica che, sulla base delle più recenti evidenze scientifiche, presenta un approccio globale, con gli stili di vita da seguire e i filtri da usare, per garantire efficacia e sicurezza.

Per una protezione corretta ed efficace e per prevenire i tumori cutanei (carcinomi e melanoma) occorre tenere presente alcuni punti cardine: identificare i soggetti a maggiore rischio; adottare adeguate misure di fotoprotezione finalizzate a prevenire le ustioni solari e limitare la quantità di raggi ultravioletti che raggiungono la pelle nel corso dell’intera vita; seguire una dieta ricca di alimenti contenenti antiossidanti (Vitamine C, E, A/Zinco, Selenio, Rame/Polifenoli e Flavonoidi/Carotenoidi/Probiotici).

La fotoprotezione, specie in età pediatrica, è indispensabile e non può limitarsi alla semplice applicazione di creme solari, ma richiede soprattutto misure protettive non farmacologiche e adeguati stili di vita

Il panel di esperti condivide le preoccupazioni relative alla potenziale tossicità dei filtri solari, già espresse da numerosi e autorevoli autori e da associazioni pediatriche. Molti filtri organici (filtri chimici) contengono sostanze che possono essere assorbite dall’organismo, producendo danni alla salute umana (interferenza endocrina, stimolo della formazione di carcinomi, reazioni allergiche) e possono risultare nocive per l’ambiente marino. Cautelativamente si consiglia di preferire sempre prodotti solari contenenti molecole inorganiche, soprattutto Ossido di Zinco, stabile e ad ampio spettro, possibilmente non formulato in nanoparticelle o nebulizzato, possibilmente associato a sostanze naturali con proprietà antiossidanti e immunostimolanti. Si auspica che le autorità sanitarie, italiane ed europee, possano cautelativamente bandire l’impiego delle molecole incriminate e più in generale possano considerare i filtri solari, similmente a quanto avviene negli USA, farmaci e non cosmetici.

Prima dei 6 mesi di vita, i bambini non dovrebbero essere esposti intenzionalmente al sole. Nel caso in cui l’esposizione, anche indiretta, sia inevitabile, si raccomanda di utilizzare indumenti protettivi ed eventualmente applicare creme solari con filtri inorganici quali l’Ossido di Zinco.

In generale tutti i bambini, quando possibile, dovrebbero soggiornare al riparo dal sole.

In caso di attività ricreative all’aperto, si dovrebbero utilizzate indumenti protettivi, preferibilmente di colore scuro (i colori scuri riparano più di quelli chiari, i tessuti asciutti più di quelli bagnati) e a trama fitta (denim, poliestere, cotone + poliestere), meglio ancora indumenti tecnici (Ultraviolet Protection Factor – UPF). È necessario indossare sempre un cappello, meglio se a falde larghe, per proteggere anche la parte posteriore del collo e delle orecchie, che resterebbero scoperte con i berretti con visiera e, quando possibile e se il bambino è consenziente, usare occhiali da sole, perché anche gli occhi possono risentire negativamente dell’esposizione solare prolungata (CE UV 100% o 100 UV 400 nm). La WHAD&P accoglie le indicazioni contenute nel documento del Gruppo Fotoprotezione della FIMP, Federazione Italiana Medici Pediatri, denominato COCCO, che ribadisce queste misure di fotoprotezione.

Quando non si è vestiti è necessario esporsi sempre con gradualità per lasciare alla pelle il tempo di produrre la melanina, che rappresenta una difesa naturale dai raggi solari; evitare di esporsi nelle ore centrali del giorno (dalle 11 alle 16) e nelle altre ore della giornata e alternare esposizioni brevi a periodi di non esposizione.

L’uso di creme solari

In alcune circostanze (attività ricreative all’aperto, soggiorno in spiaggia durante la stagione estiva ecc.), i filtri e gli schermi solari risultano necessari, specie per i bambini con carnagione molto chiara, per evitare le scottature e limitare la quantità di UV che penetrano nella pelle. In tal caso, si raccomanda di preferire creme solari contenenti Ossido di Zinco.  La quantità giusta è di 2 mg per cm² di superfice corporea (circa 10-15 ml per l’intero corpo di un bambino di 5 anni), da applicare 30 minuti prima dell’esposizione e da ripetere ogni due ore e dopo il bagno. 

Si raccomanda di evitare prodotti contenenti profumi, preferendo formulazioni resistenti all’acqua (water resistent o very water resistent).

Se possibile, verificare che il prodotto sia biodegradabile e che il packaging sia eco-sostenibile.

L’uso della crema solare non deve generare un falso senso di sicurezza e indurre ad aumentare i tempi di esposizione. L’arrossamento cutaneo e la sensazione di bruciore che lo accompagna sono i campanelli di allarme estremi, annunciano che si è superato il limite di sopportazione della propria pelle in quelle condizioni ambientali.

Fabio Arcangeli

«Queste linee di indirizzo rappresentano il contributo che la WHAD&P intende offrire alla  comunità medico-scientifica affinché insieme si possano proporre linee guida comuni per una fotoprotezione efficace e sicura  nell’età pediatrica – afferma il Fabio Arcangeli, Presidente WHAD&P -. Una recente indagine del Gruppo Fotoprotezione della FIMP ha evidenziato come la conoscenza in merito ai rischi dell’esposizione solare, dell’uso dei filtri solari e delle misure più adeguate per una fotoprotezione sicura sia ancora molto  approssimativa, sia fra i pediatri di famiglia, che fra le famiglie dei loro assistiti.  Per questo occorre intensificare l’opera di informazione e proporre campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai giovani, per evitare esposizioni incongrue alla luce solare e per evitare l’uso dei lettini abbronzanti. Dati recenti, provenienti da studi condotti negli Stati Uniti e in Australia, mostrano, infatti, una diminuzione di circa il 5% dei casi di melanoma tra le generazioni più giovani, come risultato dell’efficacia delle good practices di fotoprotezione attuate negli anni precedenti, rispetto ad un incremento di casi nella popolazione over 60, che non ha beneficiato di una adeguata fotoprotezione. È necessario, inoltre, che le istituzioni sanitarie italiane ed europee provvedano tempestivamente a bandire le sostanze incriminate e che, al pari di quanto avviene negli USA, considerino i filtri solari farmaci e non cosmetici, prevedendo così adeguati requisiti di sicurezza ed efficacia».