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Se a prescrivere i farmaci è un’AI e non più un medico

L’Healthy Technology Act 2025, proposta di legge introdotta a gennaio 2025 da David Schweikert, rappresentante repubblicano (Rep.) al Congresso degli Stati Uniti, potrebbe segnare una svolta epocale per la medicina negli USA: questa propone infatti di modificare la Section 503(b) del Federal Food, Drug, and Cosmetic Act, la legge federale che disciplina la sicurezza e l’efficacia di farmaci, dispositivi medici e prodotti alimentari, e riconoscere quindi alle tecnologie AI/ML lo status di “praticanti autorizzati”, che consentirebbe loro di prescrivere farmaci ai pazienti in maniera automatizzata, senza necessità di un intervento umano.

Da un lato, questo non si tradurrebbe in un “liberi tutti”, in quanto queste tecnologie dovrebbero comunque essere autorizzate dallo Stato e approvate, convalidate o autorizzate dalla Food and Drug Administration (FDA). Dall’altro, sebbene l’approvazione di questa proposta non sia assolutamente scontata nel breve termine, la sua introduzione non può che innescare un acceso dibattito sulle implicazioni giuridiche ed etiche di un sistema sanitario in cui l’AI possa assumere una funzione prescrittiva autonoma.

Che cosa succederebbe se un algoritmo fosse in grado di prescrivere farmaci ai pazienti in maniera automatizzata, senza necessità di un intervento umano?

Infatti, anche se attualmente solo i professionisti sanitari sono abilitati a prescrivere farmaci, diversi sistemi basati su AI sono già in fase di sviluppo e sperimentazione per supportare i professionisti sanitari nella prescrizione di farmaci, come il sistema di AI di Google per le prescrizioni mediche, il DrugGPT dell’Università di Oxford, ideato per supportare i clinici nella prescrizione di farmaci, e PharmacyGPT, un framework che utilizza modelli di linguaggio di grandi dimensioni per emulare il ruolo dei farmacisti clinici. Se, dunque, l’utilizzo di sistemi AI per supportare i medici nella prescrizione di farmaci è già una realtà, chiederci che cosa succederebbe se tali medici fossero considerati superflui nel procedimento è il passo successivo.

L’ecosistema statunitense dell’innovazione

Che l’Healthy Technology Act sia stato proposto negli Stati Uniti non è un caso, ma la conseguenza di un ecosistema che spinge alla sperimentazione e all’innovazione. Infatti, gli Stati Uniti adottano da sempre un approccio più permissivo per incentivare l’innovazione, mentre l’Europa mantiene una posizione prudente, che impone vincoli stringenti nei settori ad alto rischio, tra cui la sanità. Questo contrasto tra modelli normativi riflette una divergenza culturale più ampia sulla governance dell’AI e sul bilanciamento tra progresso tecnologico e tutela dei diritti fondamentali.

Negli Stati Uniti, la regolamentazione dell’AI in sanità si è sviluppata all’interno di un quadro normativo frammentato, caratterizzato dall’adattamento progressivo delle norme esistenti piuttosto che da una riforma organica. Il fulcro della governance è rappresentato dalla FDA, che da oltre un decennio ha integrato l’AI nei propri framework regolatori, trattandola come una categoria specifica di medical devices software.

Fin dal 2018, con l’approvazione del primo algoritmo diagnostico autonomo per la retinopatia diabetica, l’FDA ha progressivamente ampliato la propria azione regolatoria, passando da una supervisione caso per caso a un sistema più strutturato.

Negli Stati Uniti, la regolamentazione dell’AI in sanità si è sviluppata all’interno di un quadro normativo frammentato

L’AI/ML Action Plan del 2021 ha introdotto concetti chiave quali il “Predetermined Change Control Plan”, un meccanismo che consente aggiornamenti algoritmici entro predeterminati limiti senza dover così sottoporre il dispositivo a continue riapprovazioni, e le “Good Machine Learning Practice for Medical Device Development”, con l’obiettivo di definire standard qualitativi minimi per lo sviluppo e l’implementazione dell’AI nei dispositivi sanitari.

Questo modello normativo segue un approccio principle-based, che conferisce ai produttori maggiore flessibilità nel dimostrare la sicurezza ed efficacia dei loro prodotti, dando loro la libertà di dimostrare come i loro sistemi di AI aderiscano a principi trasversali di efficacia e sicurezza, invece che imponendo specifici requisiti da soddisfare. Al contempo, l’assenza di una normativa federale vincolante sull’uso dell’AI in sanità ha portato a una frammentazione tra regolamenti settoriali e linee guida non vincolanti, creando un ecosistema normativo in cui la responsabilità legale non è sempre ben definita.

Infine, l’avvento dell’amministrazione Trump ha segnato un ulteriore passo verso la netta deregulation. La revoca dell’Executive Order 14110 del Presidente Biden, che mirava a regolamentare l’AI a livello federale tramite un preciso piano d’azione che le agenzie federali avrebbero dovuto mettere in atto, e il consequenziale ritiro dell’AI Strategic Plan del Department of Health and Human Services, che enfatizzava la mitigazione dei rischi ex ante, hanno riaffermato un’impostazione più permissiva, volta a favorire la crescita dell’industria senza vincoli normativi stringenti.

La cultura europea della precauzione

In Europa, la governance dell’AI in sanità si è progressivamente consolidata attraverso un impianto normativo sempre più centralizzato ed organico, culminato nell’AI Act, che mira a garantire un’AI “human-centric” e trasparente con un approccio basato sul rischio, improntato al principio di precauzione.

Dunque, mentre da un lato dell’oceano si va verso una traiettoria de-regolatoria nello sviluppo e adozione dell’AI in sanità, possiamo dire che in Europa l’approccio è tendenzialmente più prudente. In primis, il Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act, 2024/1689) prevede per tutti i sistemi AI importanti regole relative alla trasparenza; inoltre, classifica la maggior parte dei sistemi di AI in sanità come ad “alto rischio”. Tra i sistemi AI così classificati, infatti, ricadono sia tutti i sistemi che abbiano una destinazione d’uso medica che li qualifichi come dispositivi medici di classe IIa oppure superiore sia i sistemi AI che, pur non essendo dispositivi medici, sono destinati a fornire attività di triage e prioritizzazione delle cure sanitarie.

Sull’AI in sanità l’approccio europeo è più prudente rispetto agli Stati Uniti

La classificazione “sistema AI ad alto rischio” impone rigorosi requisiti addizionali rispetto a quelli “di base”, includendo aspetti di qualità, supervisione umana e prevedendo un processo di marcatura CE tramite il coinvolgimento di un Organismo Notificato, in piena integrazione con le attività richieste per il Medical Device Regulation (MDR, 2017/745), entrato in vigore nel 2021.

A ciò si aggiunge il framework dettato dal General Data Protection Regulation (GDPR), che limita l’uso dei dati sanitari e restringe fortemente la possibilità di eseguire profilazioni e decisioni automatizzate senza intervento umano. Sebbene queste normative offrano garanzie per i pazienti, esse impongono anche sfide alle aziende del settore, in particolare alle startup e alle PMI, che devono affrontare costi e complessità burocratiche elevate per conformarsi ai requisiti imposti.

Se è l’algoritmo a prescrivere i farmaci, chi ne è responsabile?

In Europa, l’automatismo decisionale degli algoritmi di AI in ambito sanitario è fortemente regolato: per tutti i sistemi AI “ad alto rischio” deve infatti essere possibile per il supervisore umano interrompere o sovrascrivere il modello in modo controllato e consapevole, con un vero e proprio “pulsante di stop” messo a disposizione del supervisore umano in fasi predefinite del ciclo decisionale del modello.

Tuttavia, una proposta come quella del Rep. Schweikert solleva questioni di responsabilità giuridica e di tutela del paziente. Infatti, se un algoritmo suggerisse di prescrivere un farmaco errato o fornisse una diagnosi inesatta, chi ne sarebbe responsabile? Attualmente, l’UE applica un regime di responsabilità oggettiva, e attribuisce la responsabilità al produttore, in linea con il principio della responsabilità del prodotto difettoso. La responsabilità potrebbe trasferirsi all’operatore sanitario solo in alcuni casi, principalmente collegati a un utilizzo non autorizzato o negligente del prodotto.

Se un algoritmo suggerisse di prescrivere un farmaco errato o fornisse una diagnosi inesatta, chi ne sarebbe responsabile?

Negli Stati Uniti, invece, la questione è ancora oggetto di dibattito: l’assenza di un quadro normativo specifico per l’AI lascia spazio all’interpretazione giuridica, con la tendenza a considerare il medico l’unico responsabile in caso di errore. Tuttavia, con l’evoluzione dei sistemi di AI verso una maggiore autonomia decisionale, questa impostazione potrebbe diventare insostenibile, richiedendo un aggiornamento normativo per distribuire in modo più equo le responsabilità tra sviluppatori, fornitori e utilizzatori delle tecnologie sanitarie.

Alfabetizzazione sull’AI per professionisti sanitari

L’alfabetizzazione dei professionisti sanitari in materia di intelligenza artificiale è diventata un imperativo nel panorama sanitario contemporaneo. Per sfruttare appieno il potenziale di queste tecnologie e mitigare i possibili rischi, è essenziale che i professionisti sanitari ricevano una formazione adeguata, tanto più in un ambito così delicato come quello della salute.

Sul tema, l’Unione Europea ha giocato un ruolo pionieristico con l’approvazione dell’articolo 4 dell’AI Act, che stabilisce che fornitori e utilizzatori di sistemi di AI adottino misure per garantire un livello adeguato di alfabetizzazione del personale coinvolto, tenendo conto delle loro competenze e del contesto d’uso.

Emerge però da subito la necessità di definire quali conoscenze e competenze in AI siano indispensabili per i professionisti sanitari. È chiaro che conoscere gli strumenti disponibili e il loro funzionamento, seppur importante, non è sufficiente; è essenziale invece saperli integrare con senso critico nella pratica clinica. Infatti, un professionista sanitario deve sapere quando fidarsi dell’AI e quando mettere in discussione i suoi suggerimenti, e, soprattutto, deve essere consapevole del proprio ruolo insostituibile nel processo decisionale.

È essenziale saper integrare con senso critico i nuovi strumenti all’interno della pratica clinica

L’alfabetizzazione in materia di AI deve essere un processo continuo, al passo con una tecnologia in costante evoluzione che richiede il continuo evolversi delle competenze dei professionisti. L’AI può essere una straordinaria alleata della medicina, ma solo se impariamo a usarla con consapevolezza, senza sostituire il giudizio clinico con un’illusione di infallibilità tecnologica.

Considerazioni finali

Questo scenario impone infine una riflessione critica sulle nuove responsabilità etiche collegate all’utilizzo dell’AI. Se fino a oggi l’AI è stata impiegata principalmente in supporto a diagnosi e prognosi, con l’Healthy Technology Act 2025 si prospetterebbe un cambio radicale, con un’AI autonoma nel processo terapeutico. Questa trasformazione solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità delle decisioni algoritmiche, sulla tutela della privacy dei pazienti e sulla giustizia nell’accesso alle cure. Inoltre, storicamente, il medico è stato il custode della salute del paziente, agendo con giudizio ed empatia; ma se un algoritmo può prescrivere farmaci, la domanda diventa: può una macchina prendere decisioni con la stessa sensibilità e responsabilità di un essere umano?

Alcuni sistemi etici adottano un approccio deontologico (kantiano), basato su principi morali assoluti in cui la moralità di un’azione dipende dall’intenzione che la muove: ma l’AI, priva di libero arbitrio, può davvero compiere scelte eticamente valide?

Altri sistemi etici, invece, privilegiano una visione utilitaristica (benthamiana), fondata sulle conseguenze delle azioni; in questo caso, un’AI che prescrive farmaci deve essere valutata non solo per la correttezza formale delle sue decisioni, ma per il loro impatto concreto sulla salute dei pazienti.

Infine, l’esperimento Moral Machine, condotto su 39 milioni di persone in 233 nazioni, ha evidenziato come le considerazioni etiche non siano universali, ma profondamente influenzate dal contesto culturale. Questi risultati suggeriscono che i principi di un’etica applicata all’AI non possano essere uniforme, ma debbano adattarsi ai valori e alle norme dei contesti in cui viene implementata.

Parkinson, l’altra faccia della malattia: il 70% dei caregiver è solo e poco supportato

Si stima che in Italia siano oltre 300.000 le persone che convivono con il Parkinson, una malattia neurodegenerativa che causa sintomi motori, come tremori, rigidità e difficoltà nei movimenti, ma anche disturbi non motori, tra cui problemi del sonno, depressione e alterazioni cognitive. L’incidenza aumenta con l’età, ma la malattia colpisce anche fasce più giovani. L’età di esordio si sta abbassando e attualmente un paziente su quattro ha meno di 50 anni, mentre il 10% ne ha meno di 40. Con il progredire della patologia, il bisogno di assistenza diventa sempre più intenso. A garantire un supporto essenziale nella vita quotidiana sono i caregiver, spesso familiari, che si trovano ad affrontare da soli le conseguenze fisiche ed emotive di un impegno crescente.

Proprio al peso del caregiving nella malattia di Parkinson è dedicata l’indagine svolta dalla Fondazione LIMPE per il Parkinson ETS in collaborazione con Confederazione Parkinson Italia, sottola guida del prof. Mario Zappia. Dallo studio, condotto su un campione di 478 caregiver, emerge che tre su quattro sono donne tra i 55 e i 70 anni, l’80% vive con il paziente. L’avanzare della malattia impone un’assistenza quotidiana che incide pesantemente su lavoro e salute di chi assiste: il 15% ha lasciato il proprio impiego, il 75% soffre di stanchezza cronica e il 65% di disturbi del sonno. Nonostante ciò, il 70% non riceve alcun tipo di supporto. Solo il 9% dei caregiver beneficia di una formazione adeguata, gli altri si affidano a risorse personali o all’improvvisazione.

Questi dati preoccupanti, insieme alle nuove prospettive terapeutiche e alle opportunità di supporto, saranno al centro di Parkinson Corpo e Anima, il primo forum italiano organizzato da Fondazione LIMPE che, il 21 e 22 marzo a Napoli, riunirà persone con Parkinson, familiari, caregiver, neurologi e personale sanitario. Obbiettivo principale della manifestazione, che chiamerà a partecipare circa 300 persone da tutta Italia, è quello di creare un’alleanza tra chi cura e chi, al momento della diagnosi, diventa un paziente ma può e deve continuare a sentirsi prima di tutto una persona viva.

«Il Parkinson – spiega Alessandro Tessitore, coordinatore della Convention – è una sfida complessa che richiede un approccio su più livelli: medico, psicologico e relazionale. Con questo forum vogliamo offrire risposte concrete a chi vive la malattia ogni giorno e creare una rete efficace per migliorare la qualità di vita di chi affronta questa sfida, spesso in solitudine».

Il programma dell’evento, infatti, prevede non solo focus con esperti sulle ultime ricerche e innovazioni terapeutiche, dai farmaci agli anticorpi monoclonali fino alle tecnologie per la stimolazione cerebrale, ma anche workshop interattivi su tematiche chiave come la gestione delle emozioni, la riabilitazione, il sonno e un momento dedicato a sfatare falsi miti e fake news sulla malattia di Parkinson.

Grande novità di questa quarta edizione, inoltre, è la Palestra Parkinson con spazi dedicati alla pratica di discipline sportive adattate alle esigenze delle persone con Parkinson, tra cui tai chi, danza, nordic walking, yoga, pugilato, pilates e surf indoor, pensate per migliorare l’equilibrio, la coordinazione e il benessere psicofisico. Lo spazio è coordinato da Nicola Modugno, membro del Comitato Tecnico Scientifico di Fondazione LIMPE.

«Per la prima volta – afferma Michele Tinazzi, presidente di Fondazione LIMPE -, questa convention offre l’opportunità alle persone con il Parkinson di sperimentare pratiche sportive specificamente adattate per le loro esigenze. Un’occasione preziosa per scoprire come attività mirate contribuiscano a migliorare equilibrio, coordinazione e qualità della vita».

Parkinson Corpo e Anima è possibile grazie al sostegno di diverse Fondazioni e aziende del territorio. Tra i main sponsor dell’evento: Fondazione Grimaldi Ente filantropico, Fondazione Banco di Napoli, Fondazione Scudieri, Fondazione Santa Maria del Pozzo ETS.

Congresso europeo di farmacia ospedaliera, focus su AI, repurposing, AMR e cyberattacchi

L’Europa è pronta per una nuova epoca sanitaria? Oggi occorre passare a un sistema complessivo di assistenza basato su maggior attenzione al paziente, su un effettivo ed interconnesso sviluppo delle tecnologie, sul governo di un’innovazione terapeutica che procede a velocità vertiginosa e su una gestione tempestiva delle tante criticità (dall’antibiotico-resistenza alle carenze e indisponibilità dei farmaci, dalle possibili nuove pandemie all’invecchiamento complessivo della popolazione): come fare? La risposta non è scontata. O meglio: la risposta è da costruirsi e il 29° Congresso Europeo di farmacia ospedaliera EAHP ha confermato di essere uno dei luoghi da cui le risposte possono emergere, perché questa comunità professionale è in prima fila per portare il suo contributo proprio sull’insieme di quei macro-temi.

Anche SIFO ha, in tutto questo positivo movimento, un ruolo specifico riconosciuto. «Ancora una volta – ha dichiarato il presidente Arturo Cavaliere alla chiusura dell’evento – SIFO ha dimostrato la sua professionalità offrendo il suo concreto contributo alla costruzione di quei pilastri del rinnovamento healthcare, condivisi a livello europeo, che sono tecnologie, innovazione, automazione e ricerca, elementi essenziali per orientare i nostri percorsi sanitari».

In particolare Cavaliere si è soffermato sul contributo di qualità offerto da alcuni soci SIFO a Copenaghen: «Un plauso particolare va a Chiara Lamesta, che ha vissuto il suo primo congresso da Coordinatrice europea dei giovani farmacisti ospedalieri, e l’ha fatto dando l’avvio a quattro gruppi di lavoro. Poi devo assolutamente ricordare Piera Polidori, che da anni ci rappresenta con autorevolezza sullo scenario europeo. Da ultimo mi congratulo personalmente con Matteo Gallina, premiato nella giornata conclusiva per un abstract di spessore internazionale. Il tutto sta a dimostrare che SIFO è un contesto tecnico e culturale da cui emergono idee, proposte e professionisti che danno contributi sui temi più importanti della sanità europea».

I giovani SIFO protagonisti

Come sottolineato dal presidente Cavaliere, a Matteo Gallina (Scuola di specializzazione in Farmacista Ospedaliera, Università di Palermo) è stato attribuito il premio per un poster incentrato sull’utilizzo di sistemi automatizzati di distribuzione dei farmaci in ambito ospedaliero. Il poster, illustra Gallina, punta ad evidenziare «come i sistemi automatizzati possano essere utili sia nella gestione dei processi all’interno di un ospedale, che nella riduzione degli errori terapeutici associati alla somministrazione dei farmaci stessi». Il lavoro presentato da Gallina è stato sviluppato all’interno del Servizio di Farmacia clinica dell’ISMETT, «nel quale abbiamo analizzato come negli anni incrementando l’utilizzo di tali sistemi il tasso di errori terapeutici sia andato sempre più riducendosi».

Quello di Gallina è stato uno degli oltre venti poster presentati da soci SIFO ed approvati da EAHP. Tra gli altri da segnalare anche il lavoro presentato da De Santis e De Cristo (Scuola di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera, Università di Bari), Prevention Measures against candida auris diffusion in nosocomial settings, lo studio che era stato selezionato all’ultimo Congresso SIFO come “poster SIFO-EAHP”. Il commento a questa “forte presenza giovane” viene da Emanuela Omodeo Salè, Direttore Scientifico SIFO, che era parte della delegazione italiana a Copenaghen (che ha visto anche la partecipazione – tra gli altri – di Maria Ernestina Faggiano, Simona Serao Creazzola, Carlo Polidori, Davide Zenoni, Francesca Futura Bernardi): «È stato molto soddisfacente vedere la grande quantità di giovani SIFO che hanno presentato abstract importanti e di successo al 29° Congresso EAHP. Diciamo spesso che i giovani sono il futuro della nostra professione ed in questo caso è proprio azzeccato, perché sono stati in grado di affrontare con i loro poster gli argomenti essenziali di questo convegno, che sono stati sicuramente la centralità del paziente e l’importanza delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Credo che la nostra società dovrà lavorare sempre più per offrire strumenti ai colleghi giovani per poter essere sempre più presenti sul piano internazionale, e sempre più rappresentativi in termini di produzione scientifica ed editoriale. A cominciare dall’anno prossimo, quando il Congresso EAHP si terrà a Barcellona nel marzo del 2026».

Temi e sguardo al futuro

Componente autorevole del board EAHP, Piera Polidori (che in questi giorni è anche stata confermata per i prossimi tre anni come componente dell’Executive Steering Group on Shortages and Safety of Medicinal Product dell’EMA), sottolinea che “sicuramente il Congresso 2025 è stato un evento con una forte affluenza, capace di portare oltre 3.500 professionisti a Copenaghen provenienti da tutto il mondo. I temi innovativi che abbiamo approfondito maggiormente sono quelli della centralità della persona-paziente, che non sarà mai sufficientemente richiamata, e del contributo che le tecnologie stanno offrendo alla gestione dei percorsi terapeutici e dell’innovazione del farmaco.

Ma uno dei fiori all’occhiello dell’EAHP – ed anche di SIFO – è l’attenzione sempre crescente alle carenze di farmaci e dispositivi. E infatti proprio su questo tema è stata lanciata da Copenaghen la Survey europea sulle carenze. «Si tratta di un sondaggio – dice Polidori – che cercherà di descrivere a livello continentale lo stato di questa problematica che interessa pazienti, clinici e organizzazioni, e che noi farmacisti ospedalieri possiamo monitorare da protagonisti. Confidiamo che i risultati della survey possano rappresentare uno dei grandi temi del 30° Congresso EAHP, offrendo ai decisori e alle agenzie internazionali elementi per creare risposte a questa criticità».

Tra i temi maggiormente approfonditi durante sessioni e workshop nel congresso appena concluso nella capitale danese, sono da ricordare anche quelli dell’uso utile ed etico dell’intelligenza artificiale, il rapporto con la disinformazione nell’ampio settore delle healthcare news, il tema del repurposing (inteso come “seconda vita” dei farmaci), la difesa dai cyberattacchi nei confronti dei sistemi tecnologici sanitari, l’antimicrobial resistance (AMR). Su questo ultimo argomento da Copenaghen risalta anche la scelta del presidente EAHP, Nenad Miljković, di utilizzare i contenuti della pubblicazione SIFO Antibiogramma, questo sconosciuto: istruzioni per un’interpretazione corretta curata da Francesca Vivaldi (Coordinatore Area Scientifico-Culturale Infettivologia SIFO).

Il presidente EAHP, direttore di farmacia ospedaliera a Belgrado, ha infatti scelto (per il tramite di Piera Polidori) di tradurre nella propria lingua la pubblicazione SIFO che richiama i principi di corretto utilizzo degli antibiotici correlandolo anche ai risultati dei test diagnostici utilizzati per identificare e caratterizzare i batteri in termini di profilo di sensibilità e resistenza ai differenti antibiotici.

Lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari e le sue sfide

Tanto tuonò che piovve. Il 5 marzo scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea l’atteso Regolamento (UE) 2025/327, istitutivo dell’Ecosistema Europeo dei Dati Sanitari (EHDS). Lo stesso giorno compare sulla GU italiana il Decreto del Ministero della Salute recante l’“Istituzione dell’Ecosistema dati sanitari”. Soltanto due settimane prima, sempre in Italia, vede la luce il Decreto Ministero della Salute 30 dicembre 2024 recante modifiche al Decreto 7 settembre 2023 in materia di Fascicolo sanitario elettronico 2.0.

Insomma, un periodo di grandissimo fermento per la gestione e l’utilizzo dei dati sanitari. In questa sede esamineremo il Regolamento EHDS, che – dopo una lunga gestazione – mira a rivoluzionare l’approccio al trattamento dei nostri dati sanitari. Immaginate un futuro in cui un medico a Milano possa accedere istantaneamente alla cartella clinica di un paziente tedesco in vacanza, o in cui i ricercatori italiani possano collaborare con colleghi europei su vasti set di dati sanitari anonimizzati per accelerare la scoperta di nuove cure. Il Regolamento EHDS avrà un impatto concreto e profondo sulla sanità italiana, sui professionisti del settore, sulle istituzioni e, soprattutto, sui cittadini. Non si tratta di un cambiamento immediato, ma di un percorso graduale che richiederà impegno, investimenti e una profonda trasformazione culturale.

MyHealth@EU: il cittadino al centro del sistema

Il primo pilastro dell’EHDS, MyHealth@EU, rappresenta un cambio di paradigma nel rapporto tra cittadino e sistema sanitario. L’idea fondamentale è che i dati sanitari appartengono al cittadino, che deve avere il diritto di accedervi, gestirli e condividerli in modo semplice e sicuro.

Per i cittadini, questo si traduce in vantaggi concreti. Una persona con una malattia cronica che necessita di controlli in diverse strutture potrà avere sempre a disposizione la sua storia clinica completa, evitando di ripetere informazioni, rifare esami o portare documenti cartacei. Potrà condividere queste informazioni con qualsiasi professionista sanitario di sua scelta, anche in altri paesi europei.

Il Regolamento EHDS avrà un impatto concreto e profondo sulla sanità italiana, sui professionisti del settore, sulle istituzioni e, soprattutto, sui cittadini

MyHealth@EU è anche uno strumento per partecipare attivamente alla gestione della propria salute. Ognuno di noi potrà aggiungere informazioni alla propria cartella clinica, come dati da dispositivi indossabili, abitudini alimentari o attività fisica, e segnalare eventuali errori.

L’attuazione in Italia richiederà un potenziamento del Fascicolo Sanitario Elettronico, investimenti in infrastrutture e formazione per professionisti e cittadini, garantendo accessibilità anche ai soggetti con disabilità o scarsa alfabetizzazione digitale.

HealthData@EU: dati per la ricerca e la salute pubblica

Il secondo pilastro, HealthData@EU, permette l’utilizzo di dati sanitari anonimizzati per finalità che vanno oltre la cura del singolo paziente, contribuendo al progresso della medicina e al miglioramento della salute collettiva, allo sviluppo di nuovi farmaci, terapie e dispositivi medici, garantendo una ricerca più efficace e migliorando l’organizzazione dei servizi sanitari.

La miniera di dati destinati all’uso secondario comporta che dovranno essere trattati in forma pseudonimizzata o anonimizzata per limitare o evitare l’identificazione degli interessati. È esplicitamente introdotto il diritto di opposizione (opt-out), comunque reversibile; gli individui possono escludere i propri dati personali dall’essere messi a disposizione per usi secondari, con eccezioni, dettate dai singoli paesi membri, per finalità di interesse pubblico prevalente come emergenze sanitarie o ricerca su malattie gravi.

Il Regolamento prevede un meccanismo chiaro e accessibile per esercitare tale diritto di esclusione, bilanciando la volontà del paziente con l’interesse pubblico a disporre di dati sanitari completi. Sono altresì vietati specifici utilizzi secondari considerati incompatibili con i diritti degli interessati: ad esempio, non sarà consentito impiegare i dati sanitari per prendere decisioni in ambito assicurativo o creditizio a danno della persona (come rifiutare o aggravare polizze assicurative, o concedere prestiti a condizioni peggiorative in base allo stato di salute). Questo divieto tutela i cittadini da potenziali discriminazioni o usi impropri dei loro dati medici.

Il Regolamento prevede un meccanismo chiaro e accessibile per esercitare il diritto di esclusione

L’utilizzo secondario dei dati solleva tuttavia questioni etiche e di privacy che il regolamento affronta attraverso un sistema di garanzie rigoroso. L’accesso sarà concesso solo tramite autorizzazione da organismi appositamente designati, che valuteranno ogni richiesta verificando la legittimità delle finalità e la tutela della privacy.

Interoperabilità e privacy: due facce della stessa medaglia

L’interoperabilità, spesso citata come una parola d’ordine nel contesto digitale, assume un significato cruciale nell’ambito sanitario. Non si tratta solo di far “dialogare” i computer, ma di far comunicare in modo efficace e sicuro informazioni vitali per la salute delle persone. L’EHDS pone questa sfida al centro, riconoscendo che l’interoperabilità è la conditio sine qua non per realizzare sia MyHealth@EU (il pilastro della sanità centrata sul cittadino) sia HealthData@EU (il pilastro della ricerca e dell’innovazione).

Ma l’interoperabilità non è un concetto astratto. Si traduce in standard tecnici, protocolli di comunicazione, formati di dati comuni (per esempio, lo standard HL7 FHIR). Il regolamento europeo fornisce un quadro di riferimento, ma la sua attuazione concreta richiederà un importante lavoro di adeguamento da parte dei singoli Stati membri.

In Italia, per esempio, questo significa portare a compimento la piena implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) su tutto il territorio nazionale. Il FSE, con le sue diverse componenti regionali, rappresenta già un’infrastruttura importante, ma dovrà essere reso pienamente interoperabile con i sistemi degli altri paesi europei. Questo richiederà investimenti in infrastrutture tecnologiche, aggiornamenti dei software, ma anche un’intensa attività di coordinamento tra le diverse regioni e tra queste e il livello centrale.

L’interoperabilità non è un concetto astratto: servono standard tecnici, protocolli di comunicazione, formati di dati comuni

Un altro aspetto cruciale riguarda la formazione del personale sanitario. Medici, infermieri, farmacisti e altri professionisti dovranno essere in grado di utilizzare in modo efficace e sicuro i nuovi strumenti digitali, di interpretare correttamente i dati provenienti da altri paesi e di comunicare in modo chiaro e trasparente con i pazienti.

La privacy, d’altra parte, è un diritto fondamentale che deve essere tutelato in ogni fase del processo. Il Regolamento EHDS non può non far riferimento al GDPR, ma va addirittura oltre va oltre, introducendo misure specifiche per i dati sanitari.

Il diritto di opposizione (opt-out), la pseudonimizzazione e l’anonimizzazione dei dati, la limitazione dell’accesso e gli ambienti di trattamento sicuri sono tutti strumenti che mirano a garantire un elevato livello di protezione. Ma la loro applicazione concreta richiederà un’attenta valutazione caso per caso, un costante monitoraggio e una stretta collaborazione tra le autorità sanitarie, gli organismi responsabili dell’accesso ai dati e il Garante per la protezione dei dati personali.

Un aspetto particolarmente delicato riguarda l’uso di tecniche di intelligenza artificiale (AI) per l’analisi dei dati sanitari. L’AI può offrire grandi opportunità per la ricerca e l’innovazione, ma presenta anche rischi specifici in termini di privacy, discriminazione e trasparenza. Sarà fondamentale garantire che l’uso dell’AI in ambito sanitario avvenga nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e dei principi etici.

Le sfide specifiche per l’Italia

L’Italia si trova di fronte a sfide specifiche nell’attuazione dell’EHDS. Il nostro sistema sanitario, pur essendo universalistico e basato su principi di solidarietà, è caratterizzato da una forte frammentazione regionale, con differenze significative tra le diverse regioni in termini di infrastrutture, competenze e modelli organizzativi.

Questa frammentazione rappresenta un ostacolo all’interoperabilità e all’utilizzo secondario dei dati. Sarà necessario un forte impegno da parte del governo centrale e delle regioni per superare queste differenze e per garantire che tutti i cittadini italiani possano beneficiare appieno delle opportunità offerte dall’EHDS.

Un’altra sfida riguarda la carenza di competenze digitali nel settore sanitario. Molti professionisti sanitari, soprattutto quelli più anziani, non hanno familiarità con le nuove tecnologie e potrebbero avere difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti introdotti dall’EHDS. Sarà fondamentale investire in formazione e aggiornamento professionale, per garantire che tutti i professionisti sanitari siano in grado di utilizzare in modo efficace e sicuro i nuovi strumenti digitali.

La frammentazione del sistema sanitario italiano rappresenta un ostacolo all’interoperabilità e all’utilizzo secondario dei dati

Un tema di assoluto interesse pratico potrà essere rappresentato anche dalla traduzione nelle diverse lingue dei dati messi a disposizione.

Infine, non va sottovalutata la sfida culturale. L’EHDS si basa su una visione della sanità in cui i dati sono condivisi e utilizzati per il bene comune. Ma questa visione si scontra spesso con una cultura pervasa forse da uno scetticismo eccessivo. Sarà necessario un grande sforzo di comunicazione e sensibilizzazione per spiegare ai cittadini i benefici dell’EHDS e per rassicurarli sul fatto che la loro privacy sarà tutelata. Sarà centrale anche il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli ordini professionali.

Conclusioni

Lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari è un progetto ambizioso, che può portare grandi benefici alla sanità europea; ma è anche un progetto complesso, che richiederà un impegno significativo da parte di tutti gli attori coinvolti.

Non si tratta solo di adeguare i sistemi informativi, di rispettare le norme sulla privacy o di definire nuove procedure. Si tratta di costruire una nuova cultura della condivisione dei dati, basata sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla responsabilità.

L’Italia ha l’opportunità di essere protagonista di questa trasformazione, mettendo a frutto le esperienze maturate con il Fascicolo Sanitario Elettronico e investendo in innovazione, formazione e comunicazione. Ma dovrà farlo con grande attenzione, garantendo che la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, in particolare il diritto alla privacy, sia sempre al centro di ogni decisione.

Il futuro della sanità è digitale e l’EHDS ci offre una visione di questo futuro. Una visione in cui i dati sanitari sono al servizio della salute di tutti, nel rispetto dei diritti di ciascuno. La sfida è complessa, ma le opportunità sono enormi.

Torino, arte e neuroscienze insieme per il benessere delle donne con vissuto oncologico

Alle Gallerie d’Italia di Torino, lo scorso 26 febbraio, Fondazione Medicina a Misura di Donna onlus e l’associazione NOMA World aps hanno presentato i risultati del progetto interdisciplinare S.O.M.A. – Arte e Neuroscienze: un’esperienza di malattia si trasforma in Energia Vitale, realizzato in collaborazione con l’AOU Città della Salute e della Scienza, il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino e il Cultural Welfare Center.

Il progetto ha coinvolto dieci donne con un vissuto oncologico, guidate in un percorso che ha intrecciato l’esperienza artistica con la ricerca neuroscientifica. Per tre giornate le partecipanti sono state immerse in attività creative, accolte in spazi appositamente allestiti per favorire condivisione e introspezione. L’arte è diventata così il canale per dare forma visibile alle emozioni, trasformando fragilità e vissuti personali in immagini, colori e titoli scelti dalle stesse protagoniste.

L’arte diventa strumento per attivare risorse interiori e benessere

Tra le esperienze proposte, la “pittura aleatoria sull’acqua” ha rappresentato un momento particolarmente significativo: il fluire dei colori e dei movimenti delle mani ha consentito di alleggerire pensieri e tensioni, generando armonia e apertura. In parallelo, gli psicologi e neuroscienziati del gruppo BIP – Brain Plasticity and Behaviour Changes dell’Università di Torino hanno registrato le attività cerebrali con tecniche avanzate di neuroestetica, studiando l’effetto dell’atto creativo sul cervello.

I primi dati emersi mostrano un aumento delle onde cerebrali ad alta frequenza, associate a maggiore attenzione, consapevolezza e sintonizzazione con l’ambiente esterno, accompagnato da una riduzione delle onde a bassa frequenza, legate invece a stati di ansia e chiusura. Secondo i ricercatori, questo quadro indica un miglioramento del benessere psicofisico e una riduzione della tensione interna.

Neuroscienze e arte insieme per nuove strategie integrate di cura

“Il processo neurobiologico cerebrale che si sviluppa nell’atto creativo viene registrato, durante il workshop, con le tecniche avanzate della Neuroestetica, per poi diventare esso stesso rappresentazione visiva,” ha spiegato il professor Luca Ostacoli, che ha collaborato a creare il team di Psicologi e Neuroscienziati dell’AOU Città della Salute e della Scienza e del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino.

Per Alessandra Laganà, artista e ideatrice del metodo S.O.M.A., il progetto nasce da un’esperienza personale: “un momento così delicato può trasformarsi in un abbraccio creativo alla vita. S.O.M.A. è una storia personale che diventa corale, inclusiva, strumento di resistenza poetica”.

Una delle partecipanti al Workshop S.O.M.A. durante l’esperienza creativa di Pittura Aleatoria sull’Acqua, con l’artista Stefano Giorgi

La dimensione collettiva è infatti un tratto distintivo del metodo: non solo le opere individuali, ma anche una video installazione immersiva e una mostra multimediale hanno restituito al pubblico la sintesi del percorso, trasformando il vissuto di malattia in un’esperienza condivisa di creatività e resilienza.

“S.O.M.A. è un metodo artistico-sperimentale con uno straordinario potenziale catartico grazie alla condivisione empatica dell’esperienza di malattia fra artisti e partecipanti. Proprio l’intuizione di questa sua peculiarità ci ha indotto a valutare, per la prima volta, con psicologi e neuroscienziati dell’Università di Torino, l’impatto di questo tipo di esperienza artistica sul ben-essere psicologico e sulle reazioni neurobiologiche cerebrali, utilizzando gli strumenti della ricerca neuroestetica. L’obiettivo è aprire la strada a nuove strategie, rafforzate da dati scientifici misurabili, affinché S.O.M.A. possa essere riconosciuto come un valido strumento nei percorsi di cura, ha dichiarato la professoressa Chiara Benedetto, presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna.

Il vissuto di malattia si trasforma in energia vitale condivisa

Anche il mondo accademico ha guardato con interesse ai risultati. “L’incontro tra espressione artistica e studio del cervello apre nuove prospettive di ricerca e comprensione, dimostrando quanto l’esperienza estetica possa incidere sulla sfera emotiva e psicofisica delle persone,” ha sottolineato il professor Stefano Geuna, rettore dell’Università di Torino.

I promotori del progetto sottolineano come S.O.M.A. rappresenti un format replicabile, capace di attraversare i confini disciplinari e di mettere a valore comune arte, scienza e welfare culturale. Una sperimentazione che, rafforzata da ulteriori studi, potrà contribuire a delineare nuove strategie di cura integrate, ponendo al centro la qualità di vita delle persone.

Alcuni Relatori e componenti del CDA della Fondazione Medicina a Misura di Donna

La serata è stata accompagnata da una video installazione immersiva e da una mostra collettiva che ha restituito al pubblico le opere nate durante il percorso, trasformando il vissuto di malattia in un’esperienza condivisa di creatività e ben-essere.

Credits del progetto S.O.M.A

Produzione: NOMA World a.p.s e Fondazione Medicina a Misura di Donna onlus

Con il sostegno di: Fondazione Medicina a Misura di Donna onlus

Ideazione e coordinamento S.O.M.A.: Alessandra Laganà – Vicepresidente NOMA World aps

Design artistico ed esecutivo: Tommaso Marletta – Presidente NOMA World aps

Coordinamento Scientifico:

Chiara Benedetto – Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus e Professore Emerito di Ginecologia e Ostetricia Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino

Luca Ostacoli – Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino

Monitoraggio Psicologico: Maria Rosa Stanizzo – Dirigente Psicologo, Psicologia Clinica e Breast Unit,Città della Salute e della Scienza di Torino

Valutazione neurobiologica: Dott.ssa Irene Ronga, Ricercatrice Brain Plasticity and Behaviour Changes, Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino

Workshop: Pittura Aleatoria sull’Acqua – Stefano Giorgi

Creazioni Couture: Alberto Lusona Atelier

Hair Makeup: Mara Toffoletto

Video Reportage: Pippo Onorati, Lavinia Blasi, Teo Cavalluzzo

Stampe FineArt: Acrilico srl – Colorlife

Disturbi alimentari: mortalità fino a 12 volte superiore a causa della malnutrizione

Chi soffre di anoressia può arrivare a perdere oltre l’85% del proprio peso corporeo ideale, con complicanze che vanno dal ritardo nell’accrescimento (negli adolescenti) ad anomalie cardiache e cerebrali, la cui reversibilità, anche con il recupero ponderale, non è sempre certa. «Data la loro complessità, i disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) richiedono un approccio multidisciplinare e l’intervento di specialisti adeguatamente formati ma in Italia sono ancora pochi i centri in grado di offrire questo tipo di assistenza, integrando terapia nutrizionale, psichiatrica e psicologica», afferma Antonella Lezo, Presidente della Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo (SINPE), che in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla del 15 marzo richiama l’attenzione sulle peculiarità di un corretto ed efficace percorso di cura nei DNA.

«All’interno di questo percorso – prosegue l’esperta – il supporto nutrizionale rappresenta la prima base. Serve, innanzitutto, a scongiurare il rischio di morte, che in questi pazienti, a causa del loro grave stato di malnutrizione, è fino a 12 volte superiore rispetto alla popolazione generale, e a prevenirne le complicanze. In più, permettendo all’organismo di tornare a ‘funzionare’, il ripristino dello stato nutrizionale è anche funzionale all’efficacia dell’intervento psicologico e psichiatrico. Per rispondere a queste sollecitazioni, il corpo deve prima saper produrre le giuste molecole, che determinano forza, umore, capacità di sentire fame, sazietà».

Al fine di realizzare questa opportuna integrazione di competenze, diventano fondamentali i team multidisciplinari di esperti. «Negli ultimi anni la prevalenza dei DNA è decuplicata e questo si è accompagnato a un’attenzione crescente verso il problema, tanto che il Ministero della Salute, per il secondo anno consecutivo, ha rinnovato l’erogazione di fondi dedicati proprio alla creazione di centri che includano tutte le figure coinvolte nella presa in carico dei pazienti con DNA, dietologo, dietista, psicologo, psichiatra, terapista della riabilitazione psichiatrica. Ma ancora oggi – sottolinea Lezo – le famiglie fanno fatica a trovare punti di riferimento e strutture a cui affidarsi, con ritardi nella diagnosi e nell’avvio delle cure, cronicizzazione del disturbo e complicazioni nel percorso di riabilitazione».

«Se il trattamento non è gestito da personale formato, – aggiunge l’esperta – per il paziente subentra non solo il rischio di ricaduta ma anche quello di ‘refeeding syndrome’, ovvero sindrome da rialimentazione, quando l’intervento nutrizionale è troppo aggressivo, comportando diselettrolitemie, scompenso cardiaco e deficit di vitamina B1. Questa condizione, se non riconosciuta e trattata correttamente, può essere letale».

«La gestione dei DNA è una delle principali sfide della nutrizione clinica odierna – conclude la Presidente SINPE -. Come società scientifica, siamo impegnati nella formazione dei professionisti sul corretto approccio al problema e nell’aumentare la consapevolezza presso i nostri associati della gravità di questi disturbi che insorgono ormai in età sempre più precoce, addirittura 8-9 anni. Inoltre, siamo al lavoro per pubblicare a breve, insieme a SIRIDAP, SIS.DCA, ASAND e SIGENP, un documento di consenso intersocietario sull’omogeneizzazione dei protocolli nutrizionali e sull’integrazione con l’intervento psichiatrico e psicologico. Il paper prevederà anche specifiche indicazioni per gruppi speciali di pazienti, come adolescenti e donne in gravidanza o allattamento».

Libera professione, al Congresso FNOPI la VII Giornata Nazionale

Torna la Giornata Nazionale della Libera Professione infermieristica che nell’edizione 2025 si inserisce nell’ambito del Terzo Congresso Nazionale della Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche in programma al PalaCongressi di Rimini dal 20 al 22 marzo.

L’appuntamento è fissato per il 21 marzo alle ore 15 presso la Sala dell’Arengo del PalaCongressi di Rimini, ma a introdurre i lavori pomeridiani sarà un intervento del Senatore Francesco Paolo Sisto, vice ministro della Giustizia che, al mattino, dalla sala plenaria darà formalmente inizio alla Giornata. Durante l’evento saranno approfondite le tematiche normative di maggiore interesse per gli infermieri liberi professionisti con ampio spazio a storie ed esperienze di successo.

L’esercizio libero professionale infermieristico sta vivendo una stagione di grande interesse da parte dei professionisti. La sua attrattività cresce e le possibilità che offre la rendono adattabile a più contesti oltre che importante per favorire la qualità dell’assistenza sul territorio in un momento molto complicato per la sanità nel nostro Paese.

Per questa ragione, la VII Giornata nazionale, finalizzata al confronto tra professioni, istituzioni e stakeholders, si focalizzerà sulle norme più rilevanti nel contesto attuale quali la Legge 49/2023 (equo compenso) e la Legge 56/2023 (conversione del DL 34/2023 relativo al vincolo di esclusività). Ulteriori possibilità di riflessione nascono dalla legge di bilancio 2024 (Legge 207/2024), che modifica il limite dei redditi da lavoro dipendente per l’accesso al regime forfettario ed il fiorire di nuove realtà associative, che stanno sostituendo modalità organizzative ormai superate.

Alle ore 15, il consigliere nazionale FNOPI, Luigi Pais dei Mori, illustrerà l’attività della Federazione nell’Osservatorio nazionale sull’equo compenso. Seguirà la Lectio Magistralis sul senso delle libere professioni nel sistema lavorativo attuale a cura del professor Pier Giovanni Bresciani, docente di Psicologia del Lavoro presso l’Università di Urbino.

Uno spazio particolare sarà occupato dalla sezione “Only the brave, l’Infermieristica fuori dagli schemi” con le storie di successo di Patrizia BellonSalvatore Massimo Di GregorioMatilde MancusoGiuseppe Neri e Dario Zampella, testimoni di una professione vissuta davvero fuori dagli schemi.

Verrà poi presentata la rete istituzionale dei liberi professionisti italiani e al termine, verrà presentata l’edizione 2025 del Vademecum della Libera Professione.

Un anno di innovazione nella distribuzione dei farmaci: al Ministero della Salute il punto su risultati e prospettive

A un anno dall’introduzione della nuova modalità di distribuzione dei farmaci, che ha trasferito la dispensazione di alcuni antidiabetici dall’ospedale alle farmacie territoriali, al Ministero della Salute è stato tracciato il bilancio dell’impatto di questa misura sulla spesa pubblica e sull’accesso alle cure per i cittadini.

L’evento dal titolo “Farmaco accessibile: bilanci e prospettive. Un anno dalla norma”, promosso dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, è stato aperto dai saluti istituzionali del Ministro della Salute Orazio Schillaci, del Sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Lucia Albano e del Presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati Ugo Cappellacci.

«Lo scorso anno avevamo definito questa misura epocale, e oggi possiamo dire con certezza che lo è stata davvero – ha dichiarato il Sottosegretario Gemmato, sottolineando l’importanza della riforma -. Abbiamo aggiornato un sistema fermo da oltre vent’anni, garantendo ai cittadini un accesso più rapido e semplice ai farmaci e migliorando l’efficienza della spesa sanitaria».

I numeri

«I numeri parlano chiaro: da maggio a novembre 2024, le farmacie territoriali hanno dispensato oltre 2 milioni di confezioni di farmaci antidiabetici a base di gliptine – annuncia Gemmato. Tradotto in termini concreti, significa milioni di accessi in più a farmaci essenziali, senza file in ospedale, senza doppi passaggi in farmacia per la distribuzione per conto, senza barriere burocratiche. Abbiamo semplificato la vita a centinaia di migliaia di pazienti diabetici, soprattutto anziani, che oggi possono ritirare le loro cure direttamente nella farmacia sotto casa».

L’impatto economico del provvedimento è altrettanto significativo. La spesa a carico del Servizio Sanitario Nazionale è risultata inferiore rispetto a quanto si sarebbe verificato con la precedente modalità di distribuzione diretta e per conto, con un risparmio per il SSN di 9,7 milioni di euro.

«Abbiamo dimostrato che innovare non significa solo migliorare i servizi, ma anche ottimizzare le risorse pubbliche. Con questa misura abbiamo reso il sistema più sostenibile, senza costi aggiuntivi per i cittadini e con vantaggi concreti per tutti gli attori coinvolti», ha sottolineato il Sottosegretario.

«Questo risultato è stato possibile grazie a un nuovo modello di remunerazione delle farmacie e a un sistema di scontistica che ha visto il coinvolgimento sinergico di industria, farmacie e istituzioni, su impulso della politica. Senza entrare in tecnicismi, possiamo dire, con il supporto delle rilevazioni del Tavolo di monitoraggio della spesa, che i numeri ci danno ragione e confermano la validità della strada intrapresa», ha evidenziato il Sottosegretario.

I passi futuri

Guardando al futuro, il percorso di riforma proseguirà con ulteriori passi concreti.

«Abbiamo dato mandato ad AIFA di individuare nuove categorie di farmaci da riclassificare, così da ampliare ulteriormente i benefici per i pazienti e per il sistema sanitario – ha annunciato Gemmato -. In particolare, in continuità con quanto deciso anche in seno al Tavolo per il monitoraggio della spesa, proporremo di includere altre classi di farmaci con caratteristiche simili a quelle già riclassificate, a partire da quelli senza brevetto scaduto».

L’AIFA, come previsto dalla norma, avrà tempo fino al 30 marzo 2025 per rivedere il prontuario della distribuzione dei farmaci e proporre nuove transizioni dalla distribuzione diretta e per conto a quella convenzionata. Il tutto sarà poi sottoposto alla Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco (CSE) e al Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia.

Nel corso dell’evento sono state ascoltate anche le testimonianze dei pazienti, che hanno evidenziato i benefici tangibili della riforma, in particolare per chi vive in zone remote o con difficoltà di accesso alle strutture ospedaliere.

«Questa misura è nata da un’intuizione politica, ma si è realizzata grazie al lavoro congiunto del Governo, delle Regioni, della rete delle farmacie e dell’industria», ha concluso il Sottosegretario.

A tutti questi soggetti il Sottosegretario ha chiesto in chiusura di evento un ulteriore impegno per proseguire nella strada di favorire l’accesso ai medicinali essenziali ai cittadini.

«Vorrei chiedere formalmente alla rete delle farmacie e quindi a Assofarm e a Federfarma – che ringrazio per il loro costante supporto – di voler distribuire gratuitamente, non più presso l’ospedale ma presso le farmacie territoriali, quei farmaci per il trattamento delle malattie rare che per modalità di assunzione e somministrazione possono essere trasferiti dalla distribuzione diretta e per conto alla convenzionata” ha proposto Gemmato.

«Abbiamo dimostrato che, con il giusto approccio, è possibile innovare la sanità pubblica rendendola più moderna, efficiente e vicina alle reali esigenze dei cittadini. Continuiamo tutti insieme su questa strada per ampliare sempre di più la platea dei beneficiari di questa innovazione».

Le iniziative per la Giornata mondiale del sonno

Il 14 marzo è la Giornata Mondiale del Sonno: il tema di quest’anno è “Fai del sonno una priorità per la tua salute”, un invito a invertire la rotta di una vita h24 verso abitudini e ritmi più sani e salutari.

In controtendenza con una società sempre più veloce, dove il tempo per il riposo sembra avere sempre meno spazio, la Giornata Mondiale del Sonno ci ricorda, ogni anno, quanto il sonno sia invece funzione essenziale per la nostra vita e la nostra salute. 

Si stima che in Italia siano circa 12 milioni le persone che soffrono di insonnia cronica, circa un terzo della popolazione dorme meno di sette ore, negli ultimi 50 anni abbiamo ridotto il tempo dedicato al sonno di circa 1,5-2 ore a notte a persona, ben il 57,8% degli adolescenti dorme meno del necessario pur essendo il sonno indispensabile per il loro sviluppo fisico e mentale.

Tra gli enti che propongono attività dedicate a chi ha disturbi del sonno troviamo Assirem ETS (l’Associazione Italiana per la Ricerca e l’Educazione nella Medicina del Sonno), il Policlinico di Milano e RLS Italia APS (l’associazione dei pazienti con la Sindrome delle gambe senza riposo).

Assirem propone una giornata a Roma dedicata a studenti e adulti: le mattine del 14 e del 18 marzo saranno dedicate agli incontri nelle scuole, mentre il 14 marzo dalle 17 alle 20 si terrà un incontro dedicato agli adulti. Il 20 marzo si approfondirà il tema del sonno nelle categorie fragili con gli studenti della Casa Circondariale di Borgata Aurelia, a Civitavecchia.

RLS Italia concentrerà invece gli appuntamenti a Torino:

  • Il 22 marzo tre piazze della città saranno allestite con gazebo informativi e vedranno la presenza dei medici specializzati in medicina del sonno e i rappresentanti delle associazioni di pazienti RLS Italia APS e AIPAS (Apnee ostruttive del sonno);
  • Il 28 marzo negli ospedali Molinette, CTO e Regina Margherita della città di Torino ci saranno gazebo informativi con la presenza dei medici specializzati in medicina del sonno e i rappresentanti delle associazioni di pazienti RLS Italia APS e AIPAS;
  • Il 29 marzo nell’Aula Magna delle Molinette ci sarà un evento formativo con crediti ECM dedicato ai medici, pediatri, psicologi, infermieri, e altri operatori sanitari. A seguire tavola rotonda con la popolazione.

Il 5 aprile, invece, a Beinasco (Torino) ci sarà un evento informativo aperto alla popolazione e gratuito, con la partecipazione di Alessandro Cicolin, direttore del Centro regionale di riferimento per i disturbi del sonno delle Molinette, e i rappresentanti delle due associazioni di pazienti RLS Italia e AIPAS.

Open Day al Policlinico di Milano

Il 14 marzo, gli specialisti di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale, saranno a disposizione dei cittadini attraverso visite gratuite e consulenze personalizzate, con particolare attenzione al tema delle apnee notturne, un disturbo spesso sottovalutato, ma con conseguenze, anche importanti, sulla salute. Qui il programma completo della giornata.

Russare è un disturbo respiratorio del sonno, ma se non si verificano apnee non vi sono ripercussioni particolari sulla salute. I problemi sono soprattutto relazionali: non è facile dormire accanto a un partner con questo problema. Se però si verificano le apnee notturne (tecnicamente si chiamano OSAS, e le ha il 2-4% della popolazione tra 40 e 65 anni), l’arresto improvviso del respiro per almeno 10 secondi riduce l’ossigenazione del sangue. Questo può favorire problemi nelle prestazioni sessuali, cefalea, disturbi di concentrazione e memoria, decadimento cognitivo, ma anche problemi più gravi come infarto, ipertensione, ictus, epilessia. Una delle conseguenze spesso sottovalutate è la sonnolenza diurna, con ripercussioni sulla sicurezza sul lavoro e su quella stradale. Il rischio di incidente, infatti, è sette volte maggiore se si soffre di questa sindrome.

«Il contributo della nostra struttura – commenta Matteo Bonzini, Direttore della Medicina del Lavoro del Policlinico di Milano – è fondamentale per valutare le conseguenze delle scorrette abitudini di igiene del sonno e delle patologie che lo influenzano – come la sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS) – sulla salute e sulla sicurezza. La sonnolenza diurna, spesso sottovalutata, può infatti causare incidenti gravi e avere ripercussioni a lungo termine. Inoltre, il sonno è fortemente condizionato dal lavoro a turni, che rende necessarie strategie specifiche, stili di vita sani e, in alcuni casi, una valutazione medica mirata. Per mansioni a rischio terzi la Medicina del Lavoro assume un ruolo pubblico per diagnosticare e inviare precocemente a terapia i soggetti come i conducenti di mezzi, da cui dipende la sicurezza di molti».

La medicina negli ultimi anni ha compiuto enormi progressi nel trattamento dei disturbi del sonno, offrendo diverse soluzioni terapeutiche. Queste includono modifiche allo stile di vita, terapie farmacologiche e interventi chirurgici mirati. È dimostrato, ad esempio, come la riduzione del peso in eccesso contribuisca significativamente a diminuire gli episodi di apnea notturna.

Il team di ‘Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale’ del Policlinico di Milano, diretto da Lorenzo Pignataro, ha messo a punto un innovativo intervento mininvasivo della durata di soli 45 minuti, pensato per migliorare la qualità della respirazione notturna e ridurre i sintomi delle apnee. «Questa tecnica – spiega Pignataro – chiamata delle ‘tende a pacchetto’, è una procedura reversibile, che stabilizza l’ugola e i tessuti molli del palato senza necessità di tagli o asportazioni chirurgiche. Con un tasso di successo superiore all’80% e oltre 100 interventi eseguiti senza complicanze post-operatorie, questa tecnica si è rapidamente affermata come trattamento di riferimento per chi soffre di russamento cronico e apnee notturne. Migliorare la qualità del sonno – conclude – non solo riduce il russamento e le apnee notturne, ma contribuisce anche a una migliore la concentrazione, ad avere maggiore energia durante il giorno e in generale una migliore qualità della vita. Tutto questo è possibile rivolgendosi a centri specializzati come il nostro, che risolvono il problema con tecniche avanzate e mininvasive».

Monitoraggio AGENAS, attive 485 Case di Comunità sulle 1717 previste

Su 1717 Case della Comunità previste dal DM77, al 20 dicembre 2024 ne erano dichiarate attive con almeno un servizio 485. Sono state considerate anche le strutture che risultano attive in sede provvisoria con almeno un servizio attivo (13 Lombardia, 3 Liguria, 1 Toscana e 1 Umbria). Sono questi alcuni dei dati contenuti nel monitoraggio AGENAS del secondo semestre 2024 inerenti all’attuazione del DM77 da parte delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano.

Lombardia, Emilia Romagna e Veneto sono le Regioni che hanno attivato almeno un servizio in un maggior numero di strutture.

La legge prevede una presenza medica pari a 24 ore al giorno per 7 giorni a settimana nelle Case di Comunità hub e 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana per quelle spoke. La presenza infermieristica è prevista per 12 ore al giorno per 7 giorni a settimana nelle strutture hub e 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana nelle spoke.

La “presenza medica” è definita come disponibilità di un servizio di assistenza medica aperto a tutti gli utenti indipendentemente dall’iscrizione ad un determinato medico, senza necessità di prenotazione tipo ex guardia medica o continuità assistenziale. Questo servizio può essere erogato da un medico del ruolo unico di assistenza primaria durante l’attività su base oraria o da altro medico specificatamente dedicato. L’attività a ciclo di scelta tipo studio di medicina generale o aggregazione funzionale territoriale non rientra nella fattispecie salvo presenza di un accordo specifico che preveda l’accesso per qualsiasi utente. La “presenza infermieristica” è definita come disponibilità di un servizio di assistenza infermieristica con infermiere dedicato aperto a tutti gli utenti e senza necessità di prenotazione, come l’ambulatorio infermieristico.

Per quanto riguarda le COT, le Centrali operative territoriali, al 31 dicembre 2024 ne risultavano attive e pienamente funzionanti 612 rispetto alla programmazione CIS, delle quali 480 hanno concorso al raggiungimento del target di rilevanza comunitaria rendicontato dal Ministero della salute alla Commissione Europea.