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L’ingegneria biomedica rivoluziona la salute: «Ma migliaia di innovazioni “Made in Europe” volano negli USA senza atterrare negli ospedali europei»

L’Europa è leader al mondo per la ricerca biomedica e potrebbe essere leader anche nel campo dell’innovazione in medicina. Tuttavia, normative complesse e processi decisionali frammentati ed eterogenei rallentano l’ingresso di nuove tecnologie nella pratica clinica. Gli ingegneri biomedici europei sono leader al mondo per numero di innovazioni. Per esempio, in Europa si sottomettono oltre 16mila nuovi brevetti per anno (uno ogni 10 minuti) ma spesso le innovazioni che ne nascono faticano ad arrivare nelle corsie degli ospedali del vecchio continente e sono impiegate prima nella sanità USA, dove i processi regolatori sono più snelli, e meno incerti per tempi e costi.

Per questo è necessario aggiornare il quadro normativo sui dispositivi medici (Regolamento UE n. 2017/745 | MDR – Medical Device Regulation) semplificando i processi di autorizzazione, rendendo certi tempi e costi, eliminando le eterogeneità tra regioni Europee, e creando una corsia preferenziale per i dispositivi medici innovativi, come quelli per le malattie rare, come avviene per la farmaceutica.

È l’appello arrivato a Bruxelles, durante il convegno “Autonomia strategica e competitività del settore MedTech dell’UE. Il ruolo dell’ingegneria biomedica nel rafforzamento della leadership europea” che si è tenuto oggi, 25 marzo, nelle sale del Parlamento Europeo. Organizzato dalla European Alliance for Biomedical Engineering and Science (EAMBES), e ospitato dai parlamentari europei Nicolás González Casares (S&D, Spagna) e Laurent Castillo (EPP, Francia), l’incontro ha riunito esperti, rappresentanti istituzionali e stakeholder del settore per discutere le sfide regolatorie e le opportunità dell’innovazione nel campo del MedTech.

Il futuro del MedTech europeo

«Il settore MedTech europeo è a un bivio. Da un lato, abbiamo innovazioni incredibili che emergono dalla ricerca e dall’industria, tra cui diagnostica basata sull’intelligenza artificiale, dispositivi medici bioingegnerizzati e soluzioni sanitarie intelligenti. Dall’altro, le sfide normative e le barriere all’accesso al mercato stanno rallentando la transizione dalla ricerca alle soluzioni sanitarie del mondo reale. Uno dei problemi più urgenti oggi è garantire che l’ambiente normativo supporti sia la sicurezza dei pazienti che l’innovazione», ha affermato a Bruxelles Leandro Pecchia, past president di EAMBES e presidente del Corso di Laurea Magistrale dell’Università Campus Bio-Medico in Ingegneria Biomedica.

«Il Regolamento europeo sui dispositivi medici (MDR) è stato introdotto per migliorare la sicurezza dei pazienti e standardizzare i processi di approvazione in tutta l’UE, ma ha anche portato a ritardi insostenibili nelle approvazioni dei prodotti e a un aumento dei costi, in particolare per le PMI e le start-up. Mentre la Commissione Europea si prepara per la revisione e il controllo di idoneità del MDR, è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra difesa della sicurezza per il paziente e promozione dell’innovazione in sanità. Tra le proposte che avanziamo ci sono il miglioramento dei processi di marchiatura CE, che devono avere tempistiche e modalità più prevedibili per gli operatori; la creazione di autorità nazionali per i dispositivi medici (come per i farmaci) che possano supervisionare l’intero ciclo di vita del dispositivo medico e non solo l’immissione in commercio; un piano europeo urgente per la formazione, la riqualificazione e l’aggiornamento degli operatori sanitari sulle tecnologie mediche innovative» ha spiegato Pecchia nel suo intervento.

Conciliare innovazione, rispetto dei diritti della persona e competitività europea è il messaggio emerso in molti degli interventi. «Per garantire alle future generazioni che i valori fondanti dell’Europa – quali libertà, inclusione ed uguaglianza – continuino ad essere rispettati, è cruciale che si riesca a conciliare il supporto alla ricerca e un quadro regolatorio europeo in materia di dispositivi medici, AI, dati, privacy e sostenibilità ambientale» ha ribadito Pecchia.

«La ricerca in Europa rispetto agli USA ha, in questa fase, una vocazione universalistica, aperta al resto del mondo, in linea con i nostri valori. Ad esempio, stiamo lavorando alla cosiddetta “ingegneria frugale”, ovvero tecnologia resiliente a condizioni di lavoro svantaggiate, tipica dei Paesi dell’Africa Sub Sahariana, dove temperatura, umidità, ma anche carenza cronica di personale specializzato mettono a dura prova i sistemi sanitari locali. Ad esempio, abbiamo realizzato una veste indossabile per contrastare l’ittero neonatale. Uno strumento facilmente utilizzabile in un contesto dove le nascite avvengono spesso in casa e dove scarseggiano le incubatrici», ha raccontato a margine dell’evento Pecchia.

Riconoscere il ruolo chiave dell’ingegneria biomedica

Il convegno è stato anche l’occasione per ribadire la necessità di istituire un panel specifico per l’Ingegneria Biomedica all’interno dello European Research Council (ERC), tra i panel di ingegneri. Finora, la Commissione Europea ha giustificato l’assenza di un panel dedicato sostenendo che l’ingegneria biomedica non fosse una professione riconosciuta a livello europeo. Tuttavia, in diversi Stati membri essa è ora formalmente riconosciuta dai Ministeri della Salute e, in alcuni paesi, consente l’accesso alla specializzazione post-laurea in medicina, presto anche in Italia.

Un focus sulla sostenibilità ambientale. Non da ultimo, si è parlato dell’armonizzazione delle normative europee sull’impatto ambientale dei dispositivi medici. Attualmente, la frammentazione tra direttive ambientali e regolamentazioni sanitarie (MedTech, Pharma, BioTech, AI) genera ostacoli normativi che rischiano di frenare l’innovazione. A questo va aggiungo che il mandato politico alla salute è deferito alle regioni in tutti i paesi europei. Un caso esemplare è la recente Direttiva UE sugli imballaggi, che ha creato conflitti normativi tali, da costringere le autorità europee a sospenderla per il settore dei dispositivi medici e per i farmaci.

Hanno partecipato alla giornata di studi Mario Gabrielli-Cossellu (Legal and Policy Officer, DG SANTE) della Commissione Europea e András Tivadar Kulja, Membro del Parlamento Europeo (EPP, Hungary) e medico; Yiannos Tolias (Legal Lead on AI and AI Liability in Healthcare, DG SANTE), il presidente di EAMBES Eleni Kaldoudi e Giuseppe Fico, President-Elect di EAMBES; Carlos João, Programme Manager, DG HERA ed ingegnere biomedico, Sigrid Linher, Director Sustainability and Environment MedTech Europe, Stavros Terzakis, European Patients’ Advocat and Vice President of the Greek Carers Network, April Baller, Infection Prevention and Control (IPC) &WASH Team Lead at the Health Emergencies Programme World Health Organization e Madison Moon, Healthcare Epidemiologist, WHO.

Prevengono, informano e orientano, da 40 anni i telefoni verdi ISS vicini ai cittadini

Con un milione e cinquantamila telefonate da quasi 40 anni i telefoni verdi dell’ISS sono vicini ai cittadini, per rendere più semplici i grandi cambiamenti, promuovere la cultura della prevenzione, informare e orientare. Inaugurati nel corso degli anni, rispondono oggi in modo anonimo e gratuito a quesiti su HIV, AIDS, infezioni sessualmente trasmesse, fumo, alcol, gioco d’azzardo, droga, doping e malattie rare. Questa la fotografia scattata in occasione del convegno “L’intervento telefonico strutturato sulle competenze di base del counselling, in sanità pubblica”, che si è tenuto oggi all’ISS.

«Un aspetto particolare significativo dell’esperienza dei Telefoni Verdi – sottolinea il direttore generale dell’ISS, Andrea Piccioli – è la straordinaria capacità, tuttora attuale, di costruire un punto di contatto diretto tra la popolazione e il mondo scientifico, grazie all’impegno e alla professionalità del personale coinvolto».

Trentotto anni fa il primo telefono verde, quello Aids

Il primo a nascere è stato il telefono verde Aids, nel 1987. Un virus fino allora sconosciuto, quello dell’HIV, minacciava soprattutto le giovani generazioni e l’incertezza era tanta. È partito così un servizio dedicato ai cittadini che è tutt’ora attivo: dal 1987 al 2024 gli esperti hanno risposto a 843.953 telefonate, per il 76,3% pervenute da persone di sesso maschile. A chiamare maggiormente sono persone giovani dai 25 ai 34 anni, sebbene la tendenza nel tempo sia quella a una diminuzione delle telefonate da parte dei più giovani e a un aumento di quelle degli over 50. Telefonano per lo più persone del Centro e del Nord Italia.

L’intervento telefonico ha consentito di rispondere in 38 anni a 2.365.063 quesiti riguardanti soprattutto: le modalità di trasmissione dell’HIV e delle altre infezioni sessualmente trasmesse (28,4%), le informazioni sugli esami diagnostici e nello specifico sul test HIV (25,7%) e gli aspetti psico-sociali (13,3%), come lo stigma. Permane costante nel tempo la proporzione di telefonate dalle quali emerge ancora disinformazione (12,2%).

L’Unità Operativa Ricerca psico-socio-comportamentale, Comunicazione, Formazione del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS, responsabile del Telefono Verde, coordina la ReTe AIDS, network di 12 Servizi telefonici pubblici e di Enti del Terzo Settore presenti in varie regioni italiane.

Telefoni verdi fumo e alcol, dal 2000 in prima linea per la prevenzione e l’orientamento di chi vuole smettere

Ma altre linee telefoniche dal 2000 in poi hanno guidato i cittadini sulla strada della prevenzione. Nel 2000 sono nati il Telefono verde contro il fumo e quello alcol, che in 25 anni hanno risposto complessivamente a 126.000 chiamate. Il Telefono Verde fumo è stato sin dagli esordi contattato principalmente da fumatori e questa tendenza è andata via via consolidandosi da quando il numero è stato inserito sulle confezioni di tutti i prodotti del tabacco da fumo, tanto che i fumatori rappresentano oggi (dato 2024) il 90% degli utenti. Attualmente il Numero Verde è presente anche sulle confezioni delle sigarette elettroniche e dei liquidi di ricarica con o senza nicotina.

Chi contatta il servizio chiede principalmente aiuto per smettere o far smettere di fumare, specie dopo precedenti tentativi di cessazione risultati fallimentari. Ulteriori richieste riguardano informazioni sui Centri Antifumo; chiarimenti sui rischi per la salute derivanti dal consumo di sigarette tradizionali ma anche sui prodotti a tabacco riscaldato, le sigarette elettroniche e altri prodotti emergenti, oltre che informazioni sulla legislazione in materia di divieti e tutela dal fumo passivo.

Per quanto riguarda il Telefono verde Alcol, coloro che oggi (dato 2024) si rivolgono al servizio sono prevalentemente familiari (73%) ma anche consumatori (24%). Le principali motivazioni che muovono sia i consumatori che i loro familiari a rivolgersi al Servizio riguardano principalmente il desiderio di cessare l’uso problematico di bevande alcoliche, la richiesta di informazioni sugli effetti sulla salute legati al consumo di alcol e la richiesta di informazioni sui servizi di cura e di sostegno presenti sul territorio.

Dal 2008 l’Iss inaugura anche il Telefono verde malattie rare, punto di riferimento prezioso per le persone e le loro famiglie

C’è poi il Telefono Verde Malattie Rare, istituito nel 2008 in occasione del primo Rare Disease Day, la prima giornata dedicata alle malattie rare. Fra marzo 2008 a dicembre 2024 ha gestito circa 45.000 telefonate provenienti da 42.000 singole persone (nel 67% dei casi di sesso femminile) per un totale di 120.000 differenti richieste. Si rivolgono al servizio nell’85% dei casi persone con malattie rare e familiari, ma una quota del 9,5% di telefonate proviene anche da professionisti sanitari e socio-sanitari. L’ultima quota parte è rappresentata da studenti, avvocati, cittadini. 

I quesiti posti riguardano i centri di riferimento e i servizi sul territorio, come anche la possibilità di effettuare cure in altri Paesi. Ma vi è anche una richiesta di informazioni sulle sperimentazioni cliniche, sulle esenzioni e sui diritti di chi ha una malattia rara. Il Telefono Verde Malattie Rare lavora in rete con tutti i servizi informativi delle regioni e fa parte di un network europeo di helpline dedicato a questo tema.

Doping, droga e gioco d’azzardo, tre telefoni per tre fenomeni in continuo cambiamento

Sempre nel 2008 nasce il Telefono Verde antidoping. È rivolgendosi a questo servizio che gli sportivi e le loro famiglie possono avere informazioni relative ai danni alla salute derivanti dall’uso di sostanze vietate per doping, ma anche informazioni sulla normativa di riferimento. In 17 anni il servizio ha fatto registrare 1.000 chiamate.

Il Telefono Verde Droga, nato un anno dopo, ha l’obiettivo di sostenere i consumatori di sostanze stupefacenti e psicotrope e i loro familiari e aiutarli a riconoscere e attivare risorse personali e sociali per affrontare la situazione problematica legata al loro utilizzo.

In 16 anni di attività il Telefono ha gestito circa 3000 telefonate, aumentate in maniera esponenziale negli ultimi anni (poco più di 100 nel 2021; poco più di 200 nel 2022; poco meno di 600 nel 2023; oltre 600 nel 2024). Ultimo a nascere, nel 2017, è il Telefono Verde per le problematiche legate al gioco d’azzardo. In poco più di 7 anni di attività ha gestito circa 30.000 telefonate (circa 8500 nel 2024). All’inizio a contattare il servizio erano prevalentemente i familiari, mentre nel corso degli anni è cresciuto il numero di giocatori che a partire dal periodo pandemico interessano 3 chiamate su 4: si tratta principalmente di giocatori d’azzardo online (71% in media nel quadriennio anni 2020-2024).

Infermieri, una crisi che non vede la luce. L’Italia perde 10mila professionisti l’anno

La grave carenza di infermieri non è solo una questione di numeri, ma il riflesso di dinamiche professionali che aggravano lo squilibrio tra bisogni assistenziali e disponibilità di personale, configurando una vera e propria emergenza per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). «Siamo di fronte a un quadro che compromette il funzionamento della sanità pubblica e mina l’equità nell’accesso alle cure, soprattutto per le persone anziane e più vulnerabili, sia in ambito ospedaliero che territoriale, dove gli investimenti del PNRR rischiano di essere vanificati senza un’adeguata dotazione di personale infermieristico» afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, commentando i dati sulla professione infermieristica presentati al 3° Congresso Nazionale FNOPI di Rimini.

I numeri del personale infermieristico

Nel 2022, secondo i dati del Ministero della Salute, il personale infermieristico contava 302.841 unità, di cui 268.013 dipendenti del SSN e 34.828 impiegati presso strutture equiparate. In Italia ci sono 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, con forti disomogeneità territoriali: dai 3,83 della Campania ai 7,01 della Liguria (Figura 1).

«In generale – commenta il Presidente – il numero di infermieri risulta più basso in quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno, sottoposte ai Piani di rientro, oltre che in Lombardia». Il confronto internazionale è impietoso: considerando tutti gli infermieri in attività, a prescindere dal contratto di lavoro e dalla struttura in cui operano, nel 2022 l’Italia contava 6,5 infermieri per 1.000 abitanti, dato ben al di sotto della media OCSE di 9,8 e della media EU di 9. In Europa peggio di noi solo Spagna (6,2), Polonia (5,7), Ungheria (5,5), Lettonia (4,2) e Grecia (3,9) (Figura 2).

Anche il rapporto infermieri/medici fotografa un sistema sbilanciato: in Italia è fermo a 1,5, rispetto alla media OCSE di 2,7. Infine, se per il 2022 i dati OCSE riportano per il nostro Paese la presenza di 384.882 unità di personale infermieristico, il numero di quelli che lavorano nelle strutture pubbliche e in quelle private convenzionate si attesta poco sopra 324.000 (302.841 nel pubblico e 21.422 nel privato accreditato). «È evidente – chiosa Cartabellotta – che oltre 60 mila infermieri, ovvero più di 1 su 6, esercitano come liberi professionisti o all’interno di cooperative di servizi e rappresentano “forza lavoro” strutturale del SSN».

Dimissioni e cancellazioni dall’albo: ogni anno perdiamo migliaia di infermieri

Il numero di infermieri dipendenti del SSN che lasciano volontariamente il posto di lavoro è in costante aumento dal 2016, con un’accelerazione significativa nel biennio pandemico 2020-2021 e una vera e propria impennata nel 2022. Solo nel triennio 2020-2022 hanno abbandonato il SSN 16.192 infermieri, di cui 6.651 nel solo 2022 (Figura 3).

«Questo trend in continua ascesa – commenta Cartabellotta – non viene compensato dall’ingresso di nuove leve, aggravando la carenza di personale e l’insostenibilità dei carichi di lavoro, con un inevitabile effetto boomerang su chi rimane in servizio». Ancora più allarmante è il dato relativo alle cancellazioni dall’Albo FNOPI, requisito essenziale per esercitare la professione: ben 42.713 infermieri si sono cancellati negli ultimi quattro anni, di cui 10.230 solo nel 2024. Le motivazioni sono diverse – pensionamenti, trasferimenti all’estero, decessi, morosità, abbandoni volontari della professione – e tutte concorrono a un bilancio “in rosso”: di fatto la professione infermieristica perde oltre 10 mila unità all’anno (Figura 4).

Gobba pensionistica

Nel 2022, quasi 78 mila infermieri dipendenti del SSN avevano più di 55 anni, ovvero oltre di 1 su 4 (27,3%), mentre un ulteriore 22% (n. 62.467) si collocava nella fascia di età 50-54 anni (Figura 5). «Anche prescindendo dagli altri fattori critici – commenta il Presidente – la sola variabile anagrafica basta a delineare uno scenario allarmante: senza un ricambio generazionale adeguato, la carena di infermieri è destinata ad acuirsi nei prossimi anni, quando si raggiungerà il picco della gobba pensionistica».

Salari inadeguati

«A fronte di condizioni lavorative impegnative e spesso insostenibili – sottolinea Cartabellotta – gli stipendi degli infermieri restano tra i più bassi d’Europa, sia in termini assoluti, sia rispetto al costo della vita. Una condizione che rende la professione sempre meno attrattiva per le nuove generazioni». Nel 2022, la retribuzione annua lorda di un infermiere italiano era di $ 48.931 a parità di potere di acquisto, ben $ 9.463 in meno rispetto alla media OCSE ($ 58.394). In Europa, stipendi più bassi si registrano solo nei paesi dell’Europa dell’Est (Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Repubblica Slovacca, Lettonia e Lituania), oltre a Grecia e Portogallo (Figura 6).

Ancora più allarmante è il dato storico: dal 2001 al 2019 il salario degli infermieri italiani è diminuito dell’1,52%, un segnale inequivocabile di progressiva svalutazione professionale, a fronte di crescenti responsabilità e carichi di lavoro sempre più gravosi.

Troppi pochi laureati per compensare l’emorragia

Il campanello d’allarme più preoccupante suona sul fronte dei nuovi laureati: nel 2022 in Italia si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media OCSE di 44,9 (Figura 7).

«Un divario drammatico – chiosa il Presidente – che conferma l’assenza di un “serbatoio” professionale e certifica la scarsa attrattività della professione infermieristica per i giovani». Un dato emblematico è il crollo del rapporto domanda/offerta del Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche: se prima della pandemia era pari a 1,6, dall’anno accademico 2020-2021 si è ridotto progressivamente sino a crollare a 1,04 nel 2024-2025 quando i candidati sono stati appena sufficienti a coprire i posti disponibili (Figura 8).

Aumenta il bisogno di infermieri: invecchiamento della popolazione e attuazione del PNRR

Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana rappresenta un’imponente sfida assistenziale per il SSN e genera un aumento della domanda di infermieri. Nel 2024, gli over 65 rappresentavano il 24,3% della popolazione (14,4 milioni di persone) e gli over 80 il 7,7% (4,5 milioni di persone). Secondo le previsioni ISTAT, entro il 2050 gli over 65 saliranno al 34,5% (18,9 milioni di persone) e gli over 80 al 13,6% (7,5 milioni di persone) (Figura 9).

Questa trasformazione demografica si traduce in un aumento esponenziale dei bisogni assistenziali: secondo le indagini ISTAT, già nel 2023 oltre 11 milioni di over 65 convivono con almeno una malattia cronica e quasi 8 milioni presentano due o più patologie. «Inevitabilmente – commenta Cartabellotta – il ruolo degli infermieri sarà sempre più centrale, non solo in ambito ospedaliero, ma soprattutto nell’assistenza territoriale e domiciliare, dove la gestione di cronicità e fragilità richiederà competenze avanzate, prossimità, continuità assistenziale e una presa in carico multidimensionale. Il rischio concreto è che, in assenza di una dotazione adeguata di personale, il crescente squilibrio tra bisogni e offerta finisca per vanificare gli investimenti del PNRR, che punta proprio sugli infermieri per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale». Infatti, secondo le stime di AGENAS, garantire il pieno funzionamento di Case di Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedali di Comunità e per dare concreta attuazione all’assistenza domiciliare, serviranno un numero di Infermieri di Famiglia o di Comunità compreso tra 20 e 27 mila (Tabella 1).

«Le nostre analisi – spiega Cartabellotta – mostrano con chiarezza i numerosi fattori che rendono la professione infermieristica sempre meno attrattiva: salari bassi, limitate prospettive di carriera, subordinazione professionale, incongruenza tra percorso formativo e attività lavorativa, che compromettono l’equilibrio tra vita lavorativa e privata e alimentano fenomeni di burnout per turni di lavoro massacranti. A tutto questo si aggiunge, ultimo ma non meno importante, il rischio di aggressioni verbali e fisiche, che mina ulteriormente dignità e sicurezza della professione infermieristica».

«La profonda crisi che investe il personale infermieristico – conclude Cartabellotta – impone un piano straordinario per la professione, con un duplice obiettivo: motivare i giovani a intraprenderla e trattenere chi già lavora nel SSN, evitando che abbandoni definitivamente le corsie o i servizi territoriali. Un piano ambizioso, fatto di interventi economici, organizzativi e formativi. Accanto ad un aumento salariale, è fondamentale intervenire a livello regionale e locale con misure di welfare mirate: alloggi a costi calmierati, agevolazioni per trasporti pubblici e parcheggi, etc. Sul versante organizzativo, occorre garantire sicurezza sul lavoro e rivedere profondamente l’impianto operativo, con riforme coraggiose per valorizzare la collaborazione interprofessionale e utilizzare tutte le potenzialità della digitalizzazione e dall’innovazione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale. Infine, sul piano formativo è indispensabile rinnovare i percorsi universitari, aumentare il numero di lauree specialistiche e integrare formazione e sviluppo professionale continuo, monitorando l’impatto reale sul miglioramento delle pratiche assistenziali. In assenza di un piano multifattoriale capace di restituire attrattività, dignità e prospettiva alla professione infermieristica, assisteremo all’inesorabile indebolimento del SSN, che poggia sulle spalle del personale sanitario, in particolare su quelle degli infermieri, che numericamente rappresentano la quota più consistente».

Corrao: «Ognuno di noi è proprietario dei propri dati sanitari, ma chi può utilizzarli è ben altra cosa»

La rivoluzione digitale sta trasformando la sanità, aprendo nuove opportunità per l’analisi e l’utilizzo dei dati sanitari. Tuttavia, questa evoluzione porta con sé interrogativi fondamentali: chi ha il diritto di analizzare i dati? Come garantire la privacy e, al tempo stesso, utilizzare le informazioni disponibili per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria?

L’introduzione di regolamenti come l’EDHS e l’Ecosistema dei Dati Sanitari potrebbe favorire una maggiore standardizzazione e interoperabilità dei dati a livello nazionale ed europeo, con l’obiettivo di migliorare l’accesso alle cure e personalizzare i percorsi di assistenza. Ma per realizzare pienamente questa rivoluzione, sarà necessario un adeguato supporto normativo che permetta alle regioni di utilizzare efficacemente i propri dati per la ricerca e la pianificazione sanitaria.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Corrao, Professore Emerito di Statistica Medica, Università di Milano Bicocca e collaboratore dello staff Assessorato alla Sanità di Regione Lombardia.

Giovanni Corrao

Professor Corrao, quali vantaggi offre l’analisi dei dati digitali nella sanità?

«La gestione clinica del paziente attraverso la digitalizzazione delle informazioni sanitarie che lo riguardano e l’opportunità che tali informazioni siano disponibili al paziente e al suo medico curante, in altri termini, la costruzione del cosiddetto Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) produrrà un’importante fonte di dati, che si aggiungerà a quelle già esistenti e immediatamente utilizzabili. A fianco dell’FSE, progetto complesso e quindi dal lento avvio, vi è da considerare la promozione e il supporto dell’uso rigoroso e sistematico dei cosiddetti dati sanitari correnti, già immediatamente disponibili e che riguardano gli assistiti del SSN. Si pensi, per esempio, ai flussi del SSN direttamente gestiti dalle Regioni per la gestione del sistema quali l’anagrafe assistiti, il flusso delle prestazioni farmaceutiche in regime convenzionato e in distribuzione diretta e per conto, i flussi delle schede di dimissione ospedaliera, dell’assistenza in emergenza-urgenza, dell’assistenza ambulatoriale e dell’assistenza al parto. Tuttavia, quando si prospetta la possibilità di utilizzare dati sanitari per la programmazione o ancora per fini di ricerca, ovvero con finalità non direttamente legate all’immediata gestione clinica dei pazienti, si entra in un ambito di più complessa gestione.

Ognuno di noi è proprietario dei propri dati sanitari, ma chi può utilizzarli è ben altra cosa

Il vero nodo della questione riguarda l’analisi di questi dati: chi è autorizzato a farlo? Chi ne è proprietario? Per quali fini vengono utilizzati? Il vero proprietario di questi dati, come stabilito dalle normative, è il paziente: ognuno di noi è proprietario dei propri dati sanitari, ma chi può utilizzarli è ben altra cosa. Possono farlo, ad esempio, chi si occupa di programmazione sanitaria e chi può trarre dai dati informazioni sui bisogni di salute dei cittadini».

Come, per esempio?

«Ogni Regione, ma anche il Ministero della Salute ha bisogno di stratificare la popolazione (i beneficiari del SSN) in funzione dei bisogni assistenziali (per esempio quanti sono i pazienti affetti da malattie croniche e in quali aree si concentrano?), monitorare l’assistenza per verificare se e come le raccomandazioni basate sulle evidenze siano trasferite nella pratica clinica corrente (per esempio, stiamo curando i pazienti affetti da diabete secondo quanto raccomandato dalle linee guida?) e valutare le componenti della qualità dell’assistenza (causalmente) associate all’impatto clinico per il paziente e alla sostenibilità del sistema. Ma per soddisfare questi bisogni conoscitivi abbiamo bisogno di dati di ottima qualità e di analizzarli/trattarli in modo appropriato».

Con quali vantaggi e quali eventuali criticità?

«I vantaggi di questo modo di procedere consistono nel prendere decisioni riducendo i margini di incertezza. La principale criticità è l’assenza di una base normativa solida che ponga confini chiari su ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare.

Non basta avere dati di buona qualità, per generare conoscenza è fondamentale analizzarli con metodologie rigorose

Il problema centrale è quello di tutelare i cittadini e nell’analizzare questi dati bisogna fornire ai cittadini due tipi di cautele. Poiché la disponibilità dei dati sui percorsi assistenziali sperimentati dai cittadini comporta un oggettivo rischio che, in assenza di adeguate misure, o adottando insufficienti strumenti che tutelino ogni cittadino, informazioni sensibili sulla sua salute possano non essere coperte da anonimato. La prima cautela che le istituzioni devono garantire è dunque legata al diritto alla privacy. Bisognerebbe considerare tuttavia, che la disponibilità, l’accessibilità e l’interoperabilità dei dati generati dall’osservazione della pratica clinica non garantiscono “di per sé” il miglioramento della conoscenza (la generazione di prove credibili) anche se i dati sono di buona qualità. La seconda cautela che le istituzioni devono garantire ai cittadini è che i dati che lo riguardano servano a generare prove solide sul modo migliore di curare le persone. Questo secondo principio viene spesso trascurato. Non basta disporre di dati di buona qualità per generare informazioni su ciò che serve per curare meglio i cittadini. I dati devono essere analizzati secondo procedure e regole di buone pratiche. Queste due cautele devono essere contemporaneamente offerte ai cittadini senza gerarchie nelle tutele etiche».

Come possono i dati sanitari aiutare le istituzioni a prendere decisioni corrette nell’ambito della programmazione sanitaria e nella ricerca traslazionale?

«La recente e drammatica esperienza della pandemia ci ha insegnato molto a questo proposito, rendendo visibile a tutti l’utilità dei dati in situazioni di emergenza. Attraverso un’attenta analisi dei dati a disposizione abbiamo misurato l’andamento della pandemia, riconosciuto le più rilevanti modalità di trasmissione del virus, identificato i pazienti a maggior rischio di manifestazioni cliniche severe, monitorato l’andamento del piano vaccinale e molto altro ancora. Se questo è stato reso palese a tutti durante la pandemia, per gli addetti ai lavori lo era da sempre. Sappiamo che per pianificare correttamente gli interventi dobbiamo capire dove sono le criticità, dove si concentrano i pazienti più fragili e qual è l’andamento delle fragilità nel corso del tempo.

In Lombardia è stato sviluppato un modello multidimensionale per identificare le fragilità. Un paziente è fragile se ha una situazione clinica complessa e/o qualche forma di disabilità riconosciuta. Un anziano è fragile se è a forte rischio di essere ricoverato in una residenza protetta. Un individuo è fragile se, soffrendo di una malattia cronica, non è adeguatamente trattato oppure se non partecipa agli esami di screening o alle vaccinazioni offerte o ancora se vive in un contesto sociale particolarmente vulnerabile. Ognuno di questi fattori deve essere quantificato attraverso dati che permettano di valutare non solo quanti individui si trovano in queste condizioni, ma anche l’andamento di questi fenomeni nel tempo e le aree a maggior rischio. Tutto quello che misuriamo attentamente, pubblicando ogni anno un rapporto epidemiologico, è uno strumento di lavoro per chi si occupa della programmazione sanitaria».

Quali vantaggi potremmo vedere nel futuro prossimo grazie alla recente rivoluzione dei dati sanitari in Europa e Italia?

«Con la pubblicazione del regolamento dello Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EDHS) e dell’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS) si aprono nuove opportunità. Abbiamo un drammatico bisogno di standardizzare gli ecosistemi locali perché la vera rivoluzione della sanità è quella della personalizzazione delle cure, cioè identificare i bisogni di ogni cittadino.  Abbiamo bisogno di dati sempre più puntuali che ci permettano di identificare i bisogni laddove emergono.

Un ecosistema europeo è altresì importante perché permette di standardizzare le metodologie di analisi a livello europeo. Analogamente, l’EDS nazionale, attraverso il Ministero della Salute, consente di monitorare l’equità nell’accesso alle cure da parte dei cittadini di tutte le regioni italiane.

È fondamentale potenziare le normative per consentire alle regioni di analizzare efficacemente i propri dati sanitari

Rimane però una criticità: quello che ancora non va e su cui dobbiamo lavorare molto è dare la possibilità alle singole regioni, anche attraverso specifiche normative, di poter analizzare i propri dati, cosa che attualmente non è molto agevole.

Il problema non riguarda solo i flussi che le regioni utilizzano per rimborsare gli erogatori di servizi, ma anche la necessità di integrare questi dati con altri non strutturati che, pur essendo digitalmente disponibili, faticano a essere utilizzati per produrre nuove conoscenze».

Può fare un esempio?

«Un esempio concreto riguarda le nuove terapie in campo oncologico. Abbiamo un drammatico e urgente bisogno di identificare il profilo biologico, patologico, anagrafico e sociale dei pazienti che possono ricevere maggiori benefici dalle terapie innovative, in modo da aumentarne l’impatto clinico e ridurre le spese a carico del SSN».

Quali passi verso il futuro?

«Stiamo parlando di un campo innovativo. Qualcuno ha detto che l’innovazione tecnologica non si può fermare, e concordo perfettamente, ma l’innovazione va governata, ovvero dobbiamo metterci nelle condizioni di saperla indirizzare».

 Con quali parole chiave?

«Le parole chiave in questo ambito sono “big data” e “intelligenza artificiale”. Questa innovazione deve essere governata per mettere a disposizione dei cittadini le cure migliori possibili, ma anche sostenibili per il servizio sanitario nazionale. E per andare in questa direzione non possiamo far altro che dotarci di una normativa che consenta di standardizzare le regole di buona pratica della ricerca in campo sanitario».

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Disabilità, Cyber Security Foundation: 35% giovani subisce violenza in rete

«I dati sono allarmanti: oltre il 35% dei bambini e ragazzi con disabilità ha subito almeno un episodio di violenza (fisica, emotiva, sessuale, psicologica o verbale) legato all’uso di servizi di messaggistica, piattaforme social o di gaming online». I dati sono emersi oggi a Roma in occasione del secondo incontro formativo organizzato dalla Cyber Security Foundation nell’ambito del progetto dedicato alla sensibilizzazione sui rischi cibernetici e alla divulgazione della cultura della cyber security per le persone con disabilità.

L’evento, che si è svolto presso il Teatro Gianelli, ha coinvolto oltre 210 giovani con disabilità e i loro formatori, riunendo le tre scuole romane di Capodarco Formazione Impresa Sociale. L’iniziativa è nata dal protocollo d’intesa tra le due organizzazioni e mira a fornire “strumenti concreti” per un utilizzo sicuro delle risorse informatiche e una “gestione consapevole” delle informazioni sui social network.

L’incontro ha visto la partecipazione di figure di primo piano nel panorama della sicurezza digitale, esponenti delle istituzioni ed esperti, tra cui gli operatori dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), della Polizia Postale e dei Carabinieri del Comando Generale, dei partner che hanno sostenuto l’iniziativa, oltre ai membri della Cyber Security Foundation.

I lavori si sono aperti con il messaggio di saluto della ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, che ha ricordato come «affrontare il tema della cybersecurity per le persone con disabilità significa offrire strumenti concreti per una maggiore tutela e consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie digitali. Questo progetto rappresenta un passo significativo in tale direzione, garantendo formazione e sensibilizzazione su un tema di grande attualità e rilevanza per tutti. È fondamentale – ha proseguito il ministro – continuare a lavorare insieme e investire per assicurare un accesso sicuro alle risorse digitali e favorire l’inclusione, affinché nessuno venga lasciato indietro anche nel contesto digitale e soprattutto possa muoversi in totale sicurezza».

In Italia, intanto, «oltre 10 milioni di persone hanno subito violazioni informatiche (il 32% appartiene alla ‘Generazione Z’) – hanno fatto sapere nel corso dell’incontro – e tra le fasce più deboli della popolazione la probabilità di cadere vittima di truffe, adescamento online e attacchi informatici è ancora più elevata».

Secondo recenti studi, inoltre, il 30% delle persone con disabilità è a rischio di esclusione sociale, una condizione che le rende particolarmente vulnerabili alle minacce della rete: dall’uso improprio dei social network alla gestione non sicura delle credenziali di accesso ai servizi digitali, dal cyberbullismo fino alla manipolazione psicologica.
 

«I dati sulle violazioni digitali parlano chiaro: le persone con disabilità sono tra le più esposte ai pericoli del web, eppure sono spesso escluse dai percorsi di educazione alla sicurezza informatica. È una lacuna che non possiamo permetterci – ha sottolineato Marco Gabriele Proietti, fondatore e presidente della Cyber Security Foundation -. In un’epoca in cui la digitalizzazione permea ogni aspetto della vita quotidiana le persone con disabilità si trovano spesso ad affrontare barriere invisibili ma insidiose, che ne limitano la sicurezza e l’autonomia online. Per questo, il nostro impegno, in sinergia con istituzioni e imprese, è rivolto a fornire loro strumenti concreti e competenze adeguate per muoversi in rete con consapevolezza, proteggendo la loro identità digitale e riducendo i rischi legati all’utilizzo delle tecnologie».

Questo progetto, dunque, non è solo «un’opportunità di formazione – ha proseguito Proietti – ma segna un passo decisivo verso la costruzione di un ecosistema digitale realmente inclusivo, dove la sicurezza non sia un privilegio, ma un diritto garantito a tutti, indipendentemente dalle capacità individuali. Informarsi e formarsi per proteggersi».

All’intervento di Eleonora Borgiani, componente del Cda della Fondazione e ideatrice del progetto, che ha spiegato gli scopi dell’iniziativa, hanno fatto seguito le parole di Matteo Macina, vicepresidente operativo della Fondazione. Il vicequestore della Polizia di Stato, Claudia Lofino, ha evidenziato il ruolo della Polizia Postale nella protezione degli utenti online e nella gestione delle denunce, mentre il Tenente Colonnello, Fabio Ibba, e il Sottotenente, Alessio Di Santo del Comando Generale dei Carabinieri, hanno illustrato la «crescente minaccia cyber» e gli strumenti per contrastarla. Marco Centenaro, Officer ACN, ha chiarito invece le principali strategie di prevenzione dei crimini informatici. Infine, Vittorio Baiocco, membro del Comitato Tecnico Scientifico della Cyber Security Foundation, ha affrontato il tema del corretto utilizzo dei social network e della protezione della privacy.

L’incontro si inserisce nel più ampio impegno della Cyber Security Foundation per diffondere la cultura della sicurezza digitale e prevenire le minacce informatiche, con un’attenzione particolare alle categorie più esposte ai rischi del web. Attraverso iniziative formative dedicate, la Fondazione, infatti, coinvolge attivamente anche studenti e studentesse nelle scuole italiane, promuovendo un “uso cosciente e sicuro della rete”.

Distribuzione diretta dei farmaci: tra centralizzazione, digitalizzazione e accessibilità

La distribuzione diretta dei farmaci attraverso le farmacie delle aziende sanitarie viene spesso giustificata dal risparmio economico che questa modalità garantisce al SSN rispetto ad altre forme di erogazione, trascurando però un aspetto fondamentale: la possibilità di semplificare il percorso del paziente, che già si reca presso la struttura sanitaria per visite ed esami, favorendone così una presa in carico completa.

Il ruolo del farmacista in questo ambito va oltre la semplice consegna del farmaco, includendo una serie di responsabilità e funzioni a supporto sia del medico prescrittore che del paziente, con l’obiettivo di garantire la massima appropriatezza terapeutica. Tuttavia, l’organizzazione della distribuzione diretta nelle farmacie ospedaliere ha mostrato spesso un’applicazione disomogenea. Nasce da queste considerazioni il Gruppo di Miglioramento ECM sul tema “Il farmacista ospedaliero nella distribuzione diretta: la collaborazione con i clinici e il counselling al paziente” organizzato da Dephaforum con il contributo non condizionante di Biogen.

L’evento, che ha coinvolto sei realtà tra ASL e strutture ospedaliere, ha ricevuto un riscontro molto positivo. I partecipanti hanno infatti apprezzato l’opportunità di confrontarsi in una modalità nuova, diversa dalle tradizionali modalità frontali. «È stato un ottimo momento di condivisione», ha dichiarato Emma Giordani, Direttore della UOC Politica del farmaco e dei dispositivi medici della ASL di Rieti, nonché Responsabile scientifico dell’evento – «un incontro che ha permesso di approfondire tematiche complesse e ha mostrato come la collaborazione tra realtà diverse possa portare a risultati concreti».

Dottoressa Giordani, quali differenze sono emerse nei modelli di distribuzione tra le diverse realtà territoriali?

Le differenze riguardano soprattutto il numero e la dislocazione dei punti di distribuzione. Ad esempio, a Rieti abbiamo un unico punto di distribuzione, ospedaliero e territoriale, per tutta la provincia, con un protocollo con l’associazione di volontariato “Angeli in moto” per la consegna a domicilio dei farmaci ai pazienti fragili. Questo modello ha dimostrato grande efficacia nell’assicurare l’accesso ai farmaci per chi ha difficoltà a spostarsi. Al contrario, altre realtà, come il Policlinico Umberto I e la ASL di Frosinone, dispongono di più punti di distribuzione. La scelta tra centralizzazione e capillarità dipende spesso da fattori non solo sanitari, ma anche amministrativi e logistici.

Il confronto tra diverse realtà ha dimostrato che la distribuzione diretta dei farmaci, se ben gestita, può migliorare l’efficienza del sistema sanitario

Quanto incide la disponibilità di personale e di tempo sulle attività del farmacista?

Un’altra tematica emersa con forza riguarda la questione del personale e degli spazi dedicati alla distribuzione dei farmaci. Tutti i partecipanti hanno concordato sulla necessità di potenziare il personale farmacista, sia in termini numerici che in relazione al tempo dedicato alle attività di supporto ai pazienti. Investire su un personale più numeroso e meglio distribuito potrebbe permettere un servizio di qualità superiore, che includa attività come il controllo dell’aderenza terapeutica e la farmacovigilanza attiva.

Anche gli spazi dedicati alla distribuzione dei farmaci sono stati oggetto di discussione. In molti casi, infatti, le farmacie sono situate in posizioni difficili da raggiungere, con spazi poco adeguati. A Rieti, ad esempio, abbiamo riqualificato un’area nel corridoio centrale dell’ospedale, migliorando la visibilità e l’accessibilità del servizio.

Emma Giordani

Quale ruolo gioca la digitalizzazione nella gestione della distribuzione diretta?

La digitalizzazione rappresenta un’opportunità fondamentale per ottimizzare la gestione dei farmaci. Ad esempio, in Regione Lazio è in via di completamento l’implementazione in tutte le ASL del programma informatizzato Areas per monitorare i flussi farmaceutici e migliorare la tracciabilità. Se ne è discusso nell’incontro e ne è emersa l’utilità in almeno due dimensioni. Nella dimensione interaziendale il valore risiede soprattutto nella possibilità di dematerializzare i documenti e ricevere prescrizioni e piani terapeutici in formato digitale: in questo modo il farmacista, informato tempestivamente della prescrizione di una nuova terapia, potrà avviare altrettanto tempestivamente la procedura adeguata per metterla a disposizione del paziente, riducendo i tempi di attivazione e migliorando l’efficienza operativa. Quando il programma sarà a regime e tutti i sistemi informatici collegati, il processo di distribuzione potrà diventare più fluido e integrato.

Nella dimensione aziendale, la digitalizzazione può invece consentire un migliore monitoraggio del consumo dei farmaci e dei flussi di attività, supportando una più efficiente programmazione delle attività lavorative, con risvolti positivi sui carichi di lavoro e sugli aspetti economici.

Il farmacista, quindi, ha un ruolo chiave nella cura del paziente?

Assolutamente sì. Oltre alla distribuzione del farmaco, il farmacista è fondamentale per garantire l’aderenza terapeutica e monitorare eventuali interazioni o effetti collaterali, soprattutto nei pazienti in politerapia. Il nostro intervento può ridurre il rischio di spese inutili derivanti da trattamenti non efficaci e migliorare l’aderenza alle terapie, con benefici a lungo termine per il paziente e per il sistema sanitario.

Quali sono le prospettive future per la distribuzione diretta dei farmaci?

Il confronto tra le diverse realtà ha dimostrato che la distribuzione diretta dei farmaci, se ben gestita, può migliorare l’efficienza del sistema sanitario. La centralizzazione dei servizi e l’adozione di tecnologie innovative si confermano come elementi fondamentali per ottimizzare il processo di distribuzione. Ma è necessario un approccio strutturato, che consideri le diverse esigenze dei pazienti e delle strutture sanitarie.

La condivisione di esperienze tra strutture diverse, come avvenuto nel nostro gruppo di miglioramento, ha rappresentato un’opportunità preziosa per scambiare best practice e sviluppare soluzioni innovative che, se implementate correttamente, potrebbero portare a un miglioramento complessivo dei servizi sanitari sul territorio. Il lavoro collaborativo tra le diverse realtà del Lazio è un esempio di come la condivisione delle esperienze possa portare a risultati concreti e positivi per la salute dei cittadini.

FNOPI, nuovo Codice Deontologico e vicepresidenza European Nursing Council

Con la presentazione ufficiale al terzo Congresso nazionale della FNOPI svolto a Rimini, è entrato in vigore, dal 22 marzo 2025, il nuovo testo aggiornato del Codice Deontologico delle professioni infermieristiche, così come approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale della Federazione lo scorso 21 febbraio a Roma.

Il testo, novellato rispetto alla precedente edizione del 2019, è stato reso disponibile tramite migliaia di opuscoli distribuiti ai congressisti ed è ora consultabile liberamente sul portale ufficiale della FNOPI.

Le direttrici della revisione

Tre sono state le direttrici sulle quali si è sviluppato il percorso di revisione al quale, oltre al Comitato Centrale e ai presidenti delle Commissioni d’Albo della Federazione hanno partecipato, in qualità di esperti: Aurelio Filippini, Renato Balduzzi, Giuliana Masera, Simona Calza, Mario Morcellini, Maria Grazia De Marinis, Massimo Angelelli e Luisella Battaglia. I lavori hanno si sono concentrati su:

Normativa: analisi e inserimento dei principi di pertinenza delle nuove norme intervenute negli ultimi sei anni (ad esempio: principi di sussidiarietà degli Ordini, cumulo di impieghi, pubblicità sanitaria, equo compenso, CTU)

Società, education e comunicazione: analisi e riflessione sui cambiamenti sociali intercorsi (in tema di comunicazione e approccio One Health tra cui la sostenibilità ecologica, discriminazione nelle diverse età della vita e approcci alla cura comunitaria, fragilità digitale

Professione: analisi e riflessione sui cambiamenti in corso (come gestione delle emergenze pubbliche, tecnologia e digitalizzazione nei processi di cura, principio di supporto e solidarietà professionale)

FNOPI entra in ENC

La FNOPI entra a far parte dell’European Nursing Council, organismo che, fondato nel 2004, riunisce gli Enti di regolamentazione della professione infermieristica in Europa. Alla FNOPI sarà affidata la vicepresidenza dell’European Nursing Council (ENC) nella persona del vicepresidente della Federazione, Maurizio Zega.

A sancire l’entrata della FNOPI nell’ENC è stata la firma, davanti alla platea del Terzo Congresso Nazionale, di un accordo tra la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli e il presidente dell’ENC, Mircea Timofte che a Rimini è intervenuto insieme a Theodoros Koutroubas, CEO dell’ENC nella giornata conclusiva della manifestazione.

Il documento siglato dai due presidenti punta a rafforzare «la regolamentazione dell’assistenza infermieristica, i diritti dei pazienti e la salute e la sicurezza pubblica in tutta l’Unione europea. Insieme – si legge nel testo – lavoreremo per fornire un’assistenza di alta qualità ai cittadini dell’Unione Europea, promuovendo lo sviluppo professionale continuo degli infermieri e garantendo l’idoneità alla professione e il rispetto dei codici deontologici».

«Un momento particolarmente significativo per la nostra professione – ha commentato la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli -. Un segno tangibile dell’impegno della Federazione perché questa professione cresca e sia sempre di più una garanzia di salute per il cittadino dentro e fuori dall’Italia. Si tratta del consolidamento di un percorso pensato per confrontarsi e collaborare con gli Enti regolatori dei vari Paesi, sviluppando sempre di più la capacità di connessione. Negli ultimi anni la Federazione ha quindi avviato interlocuzioni sempre più frequenti e proficue con l’OMS Europa, e con altri organismi e associazioni che sono punto di riferimento per l’infermieristica a livello internazionale. A ottobre 2024 abbiamo ospitato a Roma due importanti eventi internazionali ai quali, insieme ai referenti dell’OMS, hanno partecipato i rappresentanti delle istituzioni infermieristiche di Europa e del Mondo. Due giorni di riflessioni e confronto confluiti in un position statement dal titolo Sviluppo delle professioni infermieristiche in Europa e nel mondo. È in virtù di questo percorso – ha concluso Mangiacavalli – e grazie anche al lavoro di Alessandro Stievano (nostro referente per gli Affari Europei e Chief Nursing Officer nominato dal Ministero per rappresentare l’Italia nei contesti europei e mondiali) che oggi la Federazione entra con un ruolo di rilievo nell’European Nursing Council».

Farmaci oncologici: un diritto per pochi?

L’innovazione in oncologia avanza rapidamente, ma l’accesso ai farmaci resta una sfida aperta. Se nei Paesi ad alto reddito le terapie antitumorali sono ampiamente disponibili e spesso coperte dai sistemi sanitari, in molte nazioni a medio e basso reddito la realtà è ben diversa: il 40% dei chemioterapici essenziali è accessibile solo a chi può permetterselo.

A mettere nero su bianco questa disuguaglianza è una recente indagine condotta dalla Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), pubblicata su Annals of Oncology. Lo studio, basato sui dati raccolti in 126 Paesi e con il contributo di 317 oncologi, farmacisti e funzionari di enti regolatori e 231 peer-reviewer, evidenzia come fattori economici, infrastrutturali e politici influenzino profondamente la disponibilità dei farmaci oncologici.

Dario Trapani

Ma quali sono le soluzioni possibili? TrendSanità ne ha parlato con Dario Trapani, oncologo medico dell’Istituto europeo di oncologia, IRCCS di Milano e ricercatore dell’università degli studi di Milano, nel dipartimento di Oncologia ed Ematologia.

Quali politiche sanitarie possono ridurre l’accesso iniquo ai farmaci oncologici nei Paesi a basso e medio reddito?

«È necessario basarsi su strategie di accesso value-based, che integrano la valutazione del beneficio intrinseco dei nuovi trattamenti oncologici, dei costi e dei benefici delle terapie, con un’analisi delle priorità di salute pubblica e delle risorse disponibili. L’adozione di modelli basati su scale di valore – prima tra tutte la value metric di ESMO, la Magnitude of Clinical Benefit Scale – consente di fare un uso più razionale ed equo delle risorse sanitarie, indirizzando gli interventi nelle aree che apportano il maggior beneficio in termini di salute pubblica.  All’interno di un framework di Universal Health Coverage (UHC), come dettagliato dall’OMS, le politiche sanitarie dovrebbero considerare tre dimensioni principali».

Quali sono esattamente?

«Accesso alle cure: garantire che tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro condizione economica o geografica, abbiano accesso ai trattamenti oncologici necessari, riducendo le barriere economiche. Poi, promuovere la disponibilità dei farmaci essenziali e creare reti sanitarie efficaci.

Estensione dei servizi: ampliare l’offerta dei servizi oncologici a tutte le aree, incluse le zone rurali, dove la disponibilità di strutture sanitarie specializzate è limitata. Ciò implica investimenti nell’infrastruttura sanitaria, nella formazione dei professionisti e nell’accesso a tecnologie diagnostiche e terapeutiche.

Proiezione finanziaria sostenibile: sviluppare modelli finanziari che garantiscano la sostenibilità a lungo termine delle politiche sanitarie, con un’attenta pianificazione e allocazione delle risorse.

I pazienti devono poter accedere alle cure senza incorrere nei rischi di una “bancarotta” finanziaria, che è comune nei Paesi ove non vige l’UHC, basata su un modello di “cura per tutti”.

L’integrazione di queste tre dimensioni in strategie coerenti e basate su evidenze è la chiave per ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai farmaci oncologici. Servono anche piani oncologici nazionali che rispondano in modo mirato alle necessità locali, ma che siano anche compatibili con gli obiettivi globali di salute universale».

Come l’analisi delle differenze globali nell’accesso ai farmaci antitumorali può guidare le future strategie di controllo del cancro?

«Questo approccio può orientare le future strategie di controllo del cancro soprattutto laddove è evidente una disuguaglianza nell’accesso alle cure. È importante che i decisori politici abbiano una chiara comprensione dello status quo, per mappare l’attuale disponibilità di farmaci e trattamenti oncologici, nonché delle barriere in termini di accesso, equità e sostenibilità. Solo attraverso un’analisi dettagliata sarà possibile tracciare le traiettorie future e prevedere come le dinamiche di accesso, i cambiamenti epidemiologici e le innovazioni terapeutiche influenzeranno l’accesso a questi farmaci nei vari contesti nazionali.

Le politiche sanitarie devono disporre di dati accurati e tempestivi che identificano le aree di priorità per ogni Paese

Le politiche sanitarie devono disporre di dati accurati e tempestivi che identificano le aree di priorità per ogni Paese, rispondendo alle specifiche necessità locali, ma all’interno di un contesto globale che riconosca la necessità di standard uniformi per garantire la qualità e l’efficacia del trattamento. L’evidenza derivante dallo studio di ESMO è fondamentale per mappare le disparità e consentire ai decisori di sviluppare piani d’azione mirati, inclusi piani oncologici nazionali, per rispondere alle esigenze immediate senza compromettere la sostenibilità a lungo termine. Il concetto di accountability si inserisce come elemento centrale di questo processo.

Per garantire che le politiche sanitarie siano efficaci, è necessario implementare un sistema di monitoraggio e controllo rigoroso che permetta di valutare l’impatto delle politiche stesse. Non solo per osservare i risultati ottenuti, ma anche per correggere eventuali disfunzioni o inefficienze in tempo reale. Si tratta di un approccio basato su dati concreti e feedback continui, affinché le politiche adottate siano periodicamente riviste per rispondere alle sfide emergenti e per garantire una gestione responsabile delle risorse».

Quali lezioni possono trarre i sistemi sanitari nazionali dai Paesi che hanno migliorato l’accesso ai farmaci oncologici, come il Kazakistan?

«Il Kazakistan ha implementato un sistema di valutazione dei farmaci oncologici basato su evidenze scientifiche e standard internazionali, in collaborazione con l’ESMO e l’OMS. È un metodo che ha permesso di aggiornare la lista dei farmaci essenziali, includendo solo terapie ad alto impatto e rimuovendo quelle con un valore terapeutico limitato. Un processo di revisione rigoroso, strutturato in quattro fasi, che ha permesso di ottimizzare le risorse e migliorare l’accesso ai trattamenti più efficaci».

Quali sono queste fasi?

«Oltre alla selezione mirata delle terapie (prioritization), un altro elemento è la valutazione basata su standard e linee guida internazionali come quelle dell’OMS e dell’ESMO, che hanno offerto un punto di riferimento solido per stabilire quali farmaci rendere disponibili, assicurando un accesso più equo e basato sulle migliori pratiche globali.

L’attenzione alla sostenibilità economica è stata un altro punto di forza di questo modello. L’approccio “value for money” ha consentito di investire solo su terapie con elevata efficacia clinica, evitando sprechi e rendendo più efficiente l’uso delle risorse sanitarie.

L’aggiornamento continuo delle liste dei farmaci essenziali deve basarsi su linee guida internazionali ma anche su un approccio “value for money”

Infine, l’aggiornamento continuo delle liste dei farmaci essenziali. Grazie a un monitoraggio costante, il Kazakistan ha potuto adattare le proprie scelte alle nuove evidenze scientifiche e alle innovazioni terapeutiche, mantenendo il sistema sanitario sempre allineato alle necessità della popolazione».

In che modo la pandemia ha influenzato l’accesso alle cure oncologiche e quali lezioni possiamo trarne per il futuro?

«La pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto significativo sull’accesso alle cure oncologiche a livello globale, interrompendo molti dei progressi compiuti nel corso degli anni. L’accesso ai trattamenti salvavita è stato gravemente compromesso in numerosi Paesi, sia per le difficoltà logistiche legate alle restrizioni imposte dalla pandemia, sia per il sovraccarico dei sistemi sanitari che hanno dovuto affrontare una crisi senza precedenti. Gli studi dell’Institute of Cancer Policy di Londra e dell’OMS hanno ben definito tale impatto. Il periodo post-pandemico ha visto una riflessione globale sul tema della resilienza sanitaria e della necessità di un “build back better”, ovvero la costruzione di sistemi sanitari più robusti e accessibili, capaci di rispondere in modo più efficace a future emergenze sanitarie. Da questa esperienza, sono emerse importanti lezioni che possono essere applicate al futuro».

Cosa resta da imparare?

«La necessità di fare delle scelte difficili ha portato molti Paesi a implementare approcci di “prioritization”, che si sono rivelati fondamentali per ottimizzare l’uso delle risorse sanitarie limitate. Una strategia basata sul valore terapeutico delle terapie è decisiva per gestire le risorse, assicurando che i trattamenti più efficaci siano somministrati nei casi più urgenti. ESMO, in risposta alla crisi, ha sviluppato linee guida oncologiche specifiche per la gestione del cancro durante il COVID-19, utilizzando un portale dedicato che evidenziava l’importanza di fondare le decisioni sulle evidenze e sul valore terapeutico, permettendo di orientare le politiche e i trattamenti in modo più mirato. La scala MCBS è stata uno dei cardini di questo approccio.

C’è poi la necessità di determinare il valore terapeutico dei trattamenti, affinché le risorse siano destinate alle terapie più efficaci, un principio che dovrebbe guidare le strategie future.

La crisi del Covid ha messo in evidenza la necessità di costruire sistemi sanitari più robusti e accessibili, capaci di rispondere in modo più efficace a future emergenze sanitarie

Un’altra lezione riguarda gli investimenti mirati nella sanità pubblica. La crisi ha mostrato le fragilità dei sistemi sanitari, ma anche come gli investimenti nelle infrastrutture sanitarie possano fare la differenza nel rispondere alle emergenze e alle necessità a lungo termine dei pazienti oncologici.

Le esperienze acquisite devono essere integrate nelle politiche sanitarie future per garantire decisioni più efficaci, sia in situazioni di crisi che in periodi di stabilità».

Cosa è cambiato negli anni?

«Un cambiamento significativo riguarda la percezione stessa del cancro. In passato, in molti Paesi a basso reddito, era considerato un problema secondario rispetto ad altre priorità sanitarie. Oggi, invece, è riconosciuto come una questione di salute pubblica che richiede strategie sistemiche e piani oncologici nazionali. Un cambio di prospettiva che ha portato a un abbandono dell’approccio assistenzialista, favorendo invece la costruzione di capacità locali e l’integrazione della lotta contro il cancro nelle politiche sanitarie nazionali.

Parallelamente, sono state lanciate delle iniziative, come i programmi dell’OMS per l’eliminazione del cancro della cervice uterina, il controllo del tumore al seno e l’oncologia pediatrica. Sono progetti che riflettono la necessità di una cooperazione internazionale, non più basata su aiuti episodici, ma su una solidarietà strutturata, che permetta ai sistemi sanitari di rafforzarsi in modo autonomo.

L’adozione di modelli di value-based care sta già mostrando effetti positivi nell’accesso ai farmaci oncologici e ai trattamenti, ma per ottenere un impatto duraturo è necessario un impegno maggiore a livello politico e finanziario. Ogni Paese deve sviluppare strategie personalizzate, tenendo conto delle proprie specificità, ma all’interno di un quadro sanitario globale per un accesso equo e universale alle cure oncologiche. La sfida, dunque, è trasformare quest’obiettivo da ideale a realtà concreta, attraverso politiche mirate, finanziamenti sostenibili e un impegno continuo verso l’inclusività e l’innovazione».

Tavolo payback DM, filiera industriale: bene apertura Governo, agire subito

«La convocazione del tavolo tecnico al ministero dell’Economia e delle finanze per affrontare la questione payback dispositivi medici rappresenta un passo importante da parte del Governo, che dimostra la volontà politica di risolvere un vulnus normativo in grado di danneggiare in modo irreversibile imprese, Servizio sanitario nazionale e cittadini. Oggi l’incontro è stato molto costruttivo e abbiamo apprezzato fortemente l’apertura del Governo a trovare una soluzione al problema, che ci auguriamo arrivi velocemente e avvii un nuovo capitolo della strategia nazionale per i dispositivi medici». Questo il commento di Aforp, Confapi salute università ricerca, Confimi Industria Sanità, Confindustria dispositivi medici, Conflavoro PMI Sanità, Coordinamento filiera, Fifo Confcommercio, convocate dal MEF alla prima riunione del tavolo sul payback.

«Non agire tempestivamente – hanno dichiarato le 7 sigle di rappresentanza – significa che una impresa su cinque è a rischio fallimento immediato. Non intervenire subito significa rinunciare a un’industria che genera un mercato, fatto di tecnologie innovative di piccole, medie e grandi imprese, tutte coinvolte e ostacolate dal peso di una tassazione, che toglie risorse a investimenti, sviluppo e produttività nel nostro Paese. Siamo convinti che Governo e Regioni – hanno concluso – siano ben consapevoli di queste catastrofiche conseguenze e ci auguriamo comprendano l’urgenza di definire una governance del settore che superi il payback e preveda tetti di spesa adeguati; una visione sistemica del comparto che comprenda a pieno le problematiche industriali; una programmazione sanitaria per garantire l’allocazione efficiente delle risorse; un sistema che garantisca l’accesso rapido alle innovazioni a beneficio dei pazienti».

Il progetto europeo ICOD per il primo trattamento farmacologico per i deficit cognitivi nella Sindrome di Down

Nella sede del Parlamento Europeo, alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni europee e delle associazioni dei pazienti (EuforTrisomy21), Filippo Caraci, membro della Società Italiana di Farmacologia (SIF), docente di Farmacologia all’Università di Catania e responsabile della UOR di Neurofarmacologia presso l’IRCCS Oasi di Troina, ha partecipato, insieme a Pier Vincenzo Piazza (CEO, AELIS FARMA) e Rafael De la Torre (IMIM, Spagna), alla presentazione dei recenti  progressi del progetto ICOD, che mira a sviluppare il primo trattamento farmacologico per i deficit cognitivi nella Sindrome di Down.

Il farmaco sperimentale AEF0217, un inibitore selettivo del signaling del recettore CB1 dei cannabinoidi, ha già mostrato risultati promettenti nella fase I dello studio clinico, con un miglioramento significativo delle capacità cognitive e comportamentali dei pazienti coinvolti.

Il progetto europeo “Improving COgnition in Down Syndrome” (ICOD) rappresenta un esempio virtuoso di trasferimento tecnologico in farmacologia: dalla ricerca preclinica a basso Technology Readiness Level (TRL) fino allo sviluppo della fase clinica, ICOD testimonia il successo della farmacologia traslazionale nel campo della Sindrome di Down.

L’evento, organizzato in occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Down che ricorre oggi, 21 marzo, ha visto la partecipazione della Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, della Vicepresidente Antonella Sborna e di numerosi esperti del settore scientifico e medico come Eugenio Barone, membro della DS Italian Task Force che ha fortemente contribuito all’organizzazione dell’evento insieme ad EuforTrisomy21. Durante l’incontro, Filippo Caraci ha sottolineato come «ICOD è un esempio emblematico di come la ricerca farmacologica possa tradursi in innovazione terapeutica concreta, grazie a una sinergia tra mondo accademico, trasferimento tecnologico, industria e istituzioni europee».

La fase II dello studio clinico, il cui avvio è previsto per il secondo semestre del 2025, coinvolgerà almeno 200 persone con Sindrome di Down in diversi centri europei, tra cui l’IRCCS Oasi di Troina, consolidando ulteriormente il ruolo dell’Italia in questa importante iniziativa di ricerca traslazionale. «L’obiettivo è quello di validare ulteriormente l’efficacia e la sicurezza del trattamento, aprendo la strada a una futura applicazione clinica su larga scala», aggiunge Caraci.

La Società Italiana di Farmacologia accoglie con entusiasmo questo importante risultato e ribadisce il proprio impegno nel promuovere il trasferimento tecnologico e la formazione di giovani ricercatori nel campo della farmacologia sperimentale e clinica. Il progetto ICOD testimonia il valore di un approccio integrato alla ricerca, che partendo da studi preclinici a basso TRL riesce a tradursi in una sperimentazione clinica avanzata, ponendo al centro il benessere e la qualità della vita delle persone con Sindrome di Down.

«Questo straordinario percorso – conclude il presidente della SIF, Armando Genazzani – deve essere di ispirazione per tutti i giovani farmacologi che si dedicano alla ricerca, affinché possano vedere nel trasferimento tecnologico una strada concreta per trasformare la scienza in soluzioni terapeutiche innovative e accessibili».