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Legge di riordino IRCCS, il punto di vista dei ricercatori

Criteri di valutazione della ricerca, accesso ai fondi, inquadramento del personale. Dei nodi legati alla riforma degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), TrendSanità ha parlato con Maria Gabriella Donà, membro del direttivo dell’Associazione dei Ricercatori in Sanità – Italia (ARSI), e ricercatrice sanitaria presso l’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma.

Maria Gabriella Donà

ARSI nasce nel 2017 come associazione culturale dal coordinamento nazionale dei lavoratori precari dei 20 IRCCS pubblici italiani, con l’obiettivo di sostenere la promozione della cultura, della libertà di ricerca scientifica e della circolazione delle idee nell’ambito della Ricerca in Sanità. I soci ARSI sono principalmente ricercatori sanitari e collaboratori di supporto alla ricerca sanitaria degli IRCCS e dei dieci Istituti Zooprofilattici Sperimentali.

Qual è il punto di vista di ARSI sulla riforma degli IRCCS, quali miglioramenti ha portato?

«Un aspetto positivo riguarda la comunicazione delle dotazioni organiche della ricerca alle Regioni competenti, ora ottenuta. Un annoso problema degli IRCCS, associato alla duplice missione, è che la Regione si occupa di gestire e finanziare le dotazioni organiche di assistenza, mentre il settore della ricerca è di competenza del Ministero della Salute.

ARSI è un’associazione culturale che riunisce i precari dei 20 IRCCS pubblici italiani

Tuttavia le risorse restano separate e i ricercatori risultano essere retribuiti dal Ministero e non dalle Regioni, per le quali restano “inesistenti”».

Quali sono gli aspetti più critici?

«Certamente esiste un problema importante legato ai finanziamenti. Negli ultimi 20 anni il numero degli IRCCS è raddoppiato, mentre i fondi di ricerca corrente, circa 150 milioni di euro erogati annualmente dal Ministero della Salute agli Istituti, sono rimasti gli stessi. Questo può creare una competizione svantaggiosa per la qualità della ricerca che dovrebbe essere l’obiettivo primario degli IRCCS pubblici e privati. Un altro aspetto non pienamente soddisfacente riguarda la mobilità dei ricercatori tra diversi ambiti, prevista dalla riforma.

Finanziamenti e mobilità sono tra gli aspetti più critici

Una disposizione che non tiene conto della unicità e specificità legate all’aspetto traslazionale della ricerca degli IRCCS, diverso da quello che caratterizza le Università. Un cambio di ambito è poco realistico, e porta alla dispersione di personale con esperienza spesso pluriennale e qualificata, che sarebbe invece da tutelare».

Come procede il processo di stabilizzazione del personale?

«Il processo di stabilizzazione è stato avviato più o meno velocemente in tutti gli Istituti. Ma il nodo fondamentale è che la stabilizzazione sta avvenendo in posizioni non in linea con le competenze e le mansioni svolte per circa la metà del personale. L’inserimento dei ricercatori con titolo post laurea di Dottorato di Ricerca (o di specializzazione, o addirittura entrambi) nel comparto della sanità e non nella dirigenza crea infatti un ingiustificabile svantaggio rispetto ai colleghi con titolo post laurea di specializzazione dedicati all’assistenza. Un problema enorme, che rende gli IRCCS scarsamente attrattivi per chi volesse impegnarsi nella ricerca pubblica; i ricercatori infatti si trovano confinati in un ruolo penalizzante, sebbene le mansioni siano equiparabili a quelle dirigenziali, e ricevono un trattamento economico inadeguato. Nell’arco di cinque anni, il numero dei lavoratori è sceso del 30%, e questo calo sostanziale è imputabile alle scarse prospettive di crescita professionale.

Chiediamo che il Dottorato di ricerca venga valorizzato negli IRCCS tramite equipollenza alla specializzazione

Inoltre per l’accesso tramite concorso alla dirigenza – non medica -, è richiesto il solo titolo della specializzazione. Chiediamo che il Dottorato di ricerca venga valorizzato negli IRCCS tramite equipollenza alla specializzazione per l’accesso alla dirigenza. Questo tema non è stato considerato nella riforma, e andrebbe risolto il prima possibile per frenare l’abbandono dal settore».

Gli IRCCS sono soggetti a una valutazione della produttività: come viene vista la scelta degli indicatori?

«Quello della valutazione è un tema critico, che la legge di riordino non ha risolto; a oggi infatti accreditamento, riconferma e performance di un IRCCS, oltre che l’assegnazione di fondi e i ricercatori stessi, vengono valutati principalmente tramite indici bibliometrici quantitativi, tra i quali anche l’Impact Factor; un sistema che porta a una interpretazione falsata della qualità della ricerca che dovrebbe essere superato.

La legge di riordino non ha risolto il nodo della valutazione

La riforma fa riferimento all’adozione di criteri e standard di valutazione internazionali, richiamando la Carta Europea dei Ricercatori del 2005, dove già era sancito l’utilizzo di indicatori bibliometrici in associazione a un’ampia gamma di criteri di valutazione. Ma la realtà è diversa. Inoltre, la Commissione Europea ha supportato la creazione dell’accordo per la riforma della valutazione della ricerca (ARRA) dal quale è nata la Coalition for Advancing Research Assessment (CoARA). Tra gli obiettivi, quello di modificare il sistema a favore di una valutazione qualitativa della ricerca.

L’accordo è già stato sottoscritto da oltre 800 organizzazioni a livello globale e da innumerevoli università italiane. ARSI ha sottoscritto l’accordo nel 2024 mentre a oggi solo quattro IRCCS, due dei quali pubblici (Istituto Neurologico Besta di Milano e Policlinico San Matteo di Pavia), risultano firmatari. Permane una difficoltà a recepire la necessità di un cambiamento in questo ambito, certamente non semplice. Auspichiamo che il Ministero della Salute possa sottoscrivere l’accordo e farsi portavoce di questo tema».

Quali sono le proposte di ARSI in questo senso?

«Il progetto di ARSI “Impact-based assessment of the translational research in the Italian research hospitals“, che ha ottenuto un finanziamento dall’Unione Europea tramite iniziativa CoARA, mira a superare le limitazioni della valutazione della ricerca in base a indicatori quantitativi e promuove di affiancare una valutazione qualitativa basata sull’impatto nel mondo reale della ricerca degli IRCCS. Nel progetto pilota proponiamo infatti di valutare l’adattabilità del framework del Translational Science Benefits Model (TSBM), sviluppato dalla Washington University in St. Louis, il quale considera gli aspetti di natura clinica, sociale ed economica dell’impatto della ricerca.

Ad esempio, verrebbero considerati i miglioramenti di processi diagnostici o terapeutici basati sulla ricerca sanitaria negli IRCCS i quali, seppur principale missione di questi Istituti, risultano impossibili da valutare secondo gli indici bibliometrici quantitativi attualmente in uso. Il passaggio è complesso ma è necessario avviare il cambiamento con il coinvolgimento dei ricercatori e dei decisori».

Sanità digitale e dati: cosa cambia con lo spazio europeo e il nuovo ecosistema italiano?

A marzo ha preso ufficialmente il via lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EHDS), iniziativa chiave per garantire un uso più efficace, sicuro e interoperabile delle informazioni sanitarie in Europa. Nello stesso periodo, in Italia è stato istituito l’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS), un passo fondamentale per migliorare la raccolta, la gestione e l’utilizzo del dato sanitario a livello nazionale. Due iniziative strettamente connesse, che mirano a trasformare la gestione delle informazioni sanitarie rendendole più accessibili, sicure e interoperabili, con un impatto significativo sulla ricerca, sull’assistenza ai pazienti e sull’innovazione in ambito sanitario.

Ma cosa significa tutto questo nella pratica? Con lo Spazio europeo, l’Unione punta a creare un quadro normativo unico per lo scambio e l’uso dei dati sanitari tra gli Stati membri, promuovendo un ecosistema digitale che supporti la medicina personalizzata, la ricerca scientifica e l’efficienza dei servizi sanitari. Così come, a livello nazionale, l’ecosistema italiano rappresenta un passo decisivo per ottimizzare la raccolta e l’utilizzo dei dati, favorendo la digitalizzazione e l’integrazione tra le diverse piattaforme sanitarie italiane.
Tuttavia, queste innovazioni portano con sé anche nuove sfide: dalla protezione della privacy alla governance del dato, fino alla necessità di infrastrutture tecnologiche avanzate.

Ne parliamo con:

  • Fidelia Cascini
    Presidente Comitato Direttivo Comunità di Pratica Spazio Europeo dei Dati Sanitari per uso secondario (EHDS2) della Commissione Europea
  • Pierpaolo Maio
    Avvocato esperto in Life Sciences, Data Governance e Privacy

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Parkinson: l’intelligenza artificiale a supporto di diagnosi e monitoraggio

Monitorare in modo oggettivo e in tempo reale i sintomi motori nei pazienti affetti da malattia di Parkinson: è questo il progetto dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino che si avvale di dispositivi digitali minimamente invasivi e a basso costo, assistiti da algoritmi di Intelligenza artificiale, sviluppati dall’equipe di Gabriella Olmo.

L’utilizzo di tali tecnologie consente una rilevazione e una quantificazione dei sintomi più accurata e continua rispetto alla visita neurologica periodica. L’uso di un normale smartphone posizionato sul paziente è in grado di rilevare e quantificare in modo accurato aspetti importanti della malattia, quali la bradicinesia, alcuni parametri del cammino (ad esempio la velocità e la lunghezza del passo), l’equilibrio, e quindi comprendere in modo oggettivo se il paziente si trova in una condizione di buon controllo dei sintomi con la terapia in corso.
Questo è possibile proprio in virtù dello sviluppo di algoritmi di Intelligenza artificiale che, adeguatamente “addestrata” dal clinico nella fase di sviluppo, risulta in grado di analizzare i segnali provenienti dai sensori presenti negli smartphone e di imparare a distinguere le varie misure di interesse clinico.

In modo analogo, con altri sensori di movimento indossabili e di piccole dimensioni, è stato possibile distinguere i momenti della giornata in cui il paziente, al proprio domicilio, manifesta movimenti involontari, una frequente e invalidante complicanza delle fasi più avanzate di malattia, che richiede un’accurata revisione del trattamento farmacologico.

Il progetto è frutto di una proficua collaborazione scientifica tra un gruppo di professionisti della Neurologia universitaria 2 della Città della Salute e della Scienza di Torino ospedale Molinette (diretta da Leonardo Lopiano), con il coinvolgimento di Carlo Alberto Artusi, Gabriele Imbalzano e Claudia Ledda e di Alberto Romagnolo, Mario Rizzone e Maurizio Zibetti, e un gruppo di ingegneri afferenti al Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino, rappresentato da Gabriella Olmo e da Luigi Borzì. Il gruppo di ricerca sta lavorando sulla valutazione clinica e sulla gestione della malattia di Parkinson attraverso metodiche e algoritmi di Intelligenza Artificiale.

Altri studi in corso sono focalizzati invece sull’analisi della voce per sviluppare algoritmi di Intelligenza artificiale che siano in grado di estrarre elementi rilevanti. In tal modo, dalla registrazione di una lettura standardizzata sarà possibile comprendere lo stato clinico delle persone con Parkinson.
L’utilizzo di algoritmi di Intelligenza artificiale permette pertanto di ottenere e analizzare in modo preciso e automatizzato un numero elevato di segnali provenienti da sensori o da registrazioni vocali, rendendo così l’utilizzo di tale tecnologia fondamentale per sviluppare nuovi sistemi di diagnosi precoce e monitoraggio della malattia.

L’obiettivo finale di questi studi è quello di offrire una migliore gestione della malattia, adattando le terapie alle problematiche specifiche di ciascun paziente, in modo personalizzato e nell’ottica della medicina di precisione. Una personalizzazione che punta a migliorare la qualità di vita non solo dei pazienti, ma anche dei loro caregivers, grazie ad un monitoraggio costante che permette interventi tempestivi e mirati.
L’impiego dell’Intelligenza artificiale in ambito neurologico, quindi, rappresenta una svolta innovativa che apre nuove prospettive nel trattamento delle malattie neurodegenerative, offrendo un supporto prezioso al lavoro dei clinici ed un significativo beneficio per chi vive ogni giorno con la malattia di Parkinson.

«Il campo dell’innovazione in sanità è fondamentale nella Città della Salute e della Scienza – spiega il commissario Thomas Schael -. E lo sarà ancora di più nel futuro Parco della salute, della scienza, della ricerca e dell’innovazione. Questa collaborazione con il Politecnico di Torino permette un grande passo avanti per il personale sanitario e soprattutto per i pazienti».

«Innovazione, ricerca, nuove tecnologie e intelligenza artificiale sono alla base della sanità del futuro – sottolinea Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte –. Per avere cure e assistenza sempre più all’avanguardia e a misura di paziente, è ormai imprescindibile investire in questi aspetti della medicina e nel caso specifico, l’azienda ospedaliero – universitaria Città della Salute e della Scienza si conferma ancora una volta come eccellenza non solo piemontese, ma anche nazionale ed internazionale».

La malattia di Parkinson è una malattia neurodegenerativa caratterizzata dalla perdita di cellule neuronali, in particolare delle cellule dopaminergiche (essenziali per la corretta esecuzione del movimento), che porta a sintomi motori (bradicinesia, rigidità muscolare, tremore) ed a vari sintomi non-motori che riguardano varie funzioni corporee (sonno, apparato cardio-vascolare, gastro-enterico, genito-urinario; inoltre, sono frequentemente presenti anche depressione, apatia e deficit cognitivi).


In Italia sono coinvolte almeno 300.000 persone (in Piemonte si calcola dai 15 ai 20 mila) e, una discreta percentuale di persone affette (15-20%) manifesta un esordio precoce, prima dei 50-55 anni. Meno frequentemente la malattia può esordire prima dei 40 anni e, più raramente, prima dei 30 anni.

Da un punto vista epidemiologico la malattia di Parkinson è la malattia neurodegenerativa che ha mostrato negli ultimi anni la maggiore crescita in termini di incidenza e prevalenza e si calcola che nel giro di pochi anni il numero di persone affette possa raddoppiare, soprattutto nei Paesi Occidentali. Pertanto è assolutamente prioritario individuare nuove metodiche per la diagnosi precoce, l’utilizzo di terapie neuroprotettive in grado di rallentare la progressione della malattia e quindi per ridurre la disabilità che le persone affette accumulano durante l’evoluzione della malattia. Lo scopo finale è quello di migliorare la qualità di vita delle persone affette e dei caregivers e ridurre l’impatto socio-assistenziale della malattia.

Nuovo Codice della strada: non solo alcol, l’esame audiometrico potrà migliorare la vita delle persone

Per ottenere o rinnovare la patente, sarà necessario sottoporsi a un esame audiometrico strumentale. A richiederlo è il nuovo Codice della Strada (legge 25 novembre 2024, n. 177), che attende ora i decreti legislativi di attuazione entro 12 mesi dall’entrata in vigore il 14 dicembre scorso (art. 35, comma 4, lettera s).

Il test mira a valutare in modo accurato la capacità uditiva dei patentati e andrà a sostituire la precedente metodologia della “voce sussurrata a 2 metri di distanza”. Si tratta di una procedura non invasiva e indolore, fondamentale per individuare eventuali deficit e pianificare interventi appropriati. L’audiometria tonale misura la soglia uditiva, ovvero il livello minimo di suono percepibile, a diverse frequenze, e si esegue utilizzando un audiometro, un dispositivo che genera suoni di intensità e frequenza variabili. Durante la seduta, il paziente segnala quando sente i suoni, permettendo di tracciare un grafico (l’audiogramma) che rappresenta la capacità uditiva. Oltre a questo, c’è l’audiometria vocale che valuta la capacità di comprendere il parlato: al paziente si chiede di ripetere parole che ascolta a diversi livelli di intensità. Il test in questo modo aiuta a determinare quanto la perdita uditiva influisca sulla comprensione del linguaggio.

«L’esame audiometrico dovrebbe essere un controllo dell’udito da effettuare, soprattutto negli anziani, con periodicità. La sua introduzione per ottenere l’idoneità alla guida, in accordo con il nuovo Codice della strada, è utile a ottenere un monitoraggio e una diagnosi precoce dei problemi uditivi che consentono la pianificazione di interventi adeguati, quali apparecchi acustici o terapie che migliorano la qualità della vita o prevengono l’aggravamento», spiega Stefano Di Girolamo, ordinario di Tor Vergata Università degli Studi di Roma e direttore della Clinica di Otorinolaringoiatria del Fondazione PTV Policlinico Tor Vergata.

«L’udito – continua Di Girolamo – è un senso fondamentale per una guida sicura, poiché permette di percepire segnali acustici importanti e reagire tempestivamente a situazioni di pericolo. In più contribuisce a una maggiore consapevolezza dell’ambiente circostante, permettendo di rilevare rumori di motori, frenate, pneumatici e altri suoni che possono indicare la presenza di veicoli, pedoni o ciclisti nelle vicinanze».

Non va dimenticato che l’udito e le malattie neurodegenerative sono strettamente collegati e la diagnosi precoce dei problemi uditivi può svolgere un ruolo importante nell’individuare o monitorare alcune di queste condizioni. La perdita dell’udito inoltre può portare a un maggiore isolamento sociale che determina la depressione, a sua volta, un fattore che può favorire il declino cognitivo.

«I test audiometrici possono aiutare a rilevare precocemente i problemi uditivi, che possono essere un segnale di allarme per una malattia neurodegenerativa – commenta Di Girolamo -. I test audiometrici da soli non possono diagnosticare una patologia, ma forniscono informazioni preziose che, insieme ad altri test e valutazioni cliniche, aiutano nella diagnosi».

Il SerD della Valle d’Aosta introduce la video game therapy, un nuovo strumento terapeutico basato sui videogiochi

Il Servizio per le Dipendenze Patologiche (SerD) dell’Azienda USL Valle d’Aosta introduce un innovativo strumento terapeutico all’interno della presa in carico psicologica: la Video Game Therapy. Questa metodologia, a marchio registrato, introdotta in Italia nel 2019 da Francesco Bocci, sfrutta il potenziale dei videogiochi come mezzo di esplorazione emotiva, sviluppo delle capacità cognitive e supporto terapeutico. Il SerD valdostano è il primo in Italia a offrire in modo strutturato all’utenza, come attività interna, la VGT con un VGT therapist formato e un altro in formazione.

Gerardo Di Carlo, Direttore del SerD, commenta: «Il gioco, come dimostrato da numerosi studi, è un’attività fondamentale per lo sviluppo e il benessere degli esseri umani, contribuendo all’apprendimento, alla crescita e alla gestione dello stress. Non fanno eccezione i videogiochi, nati con lo sviluppo delle nuove tecnologie digitali: rappresentano una forma ludica multidimensionale estremamente utile per sperimentare le proprie emozioni, contribuire a costruire la propria identità e coltivare nuove relazioni. Al di là della componente di pura evasione e svago, i videogiochi offrono un ambiente virtuale, una palestra coinvolgente per la mente, in cui attuare comportamenti senza conseguenze ‘reali’, con la possibilità di ripetere e correggere gli errori di valutazione, provare emozioni in modo interposto e, più in generale, vivere intere modalità di esistenza per altri versi inaccessibili (coltivando anche l’empatia)».

Il progetto di Video Game Therapy del SerD nasce con l’obiettivo di integrare l’utilizzo dei videogiochi nella pratica psicoterapeutica. Il protocollo di intervento è stato redatto da Fabio Pierini, psicoterapeuta e videogame therapist del SerD, in collaborazione con Marco Lazzeri, videogame therapist, e sotto la supervisione di Di Carlo.

Le sessioni terapeutiche si svolgono in un ambiente controllato, in cui il paziente gioca insieme allo psicoterapeuta utilizzando videogiochi selezionati in base alle tematiche da esplorare, come la cooperazione, l’empatia e la capacità di scelta. Durante il gioco, lo psicologo osserva e analizza il comportamento del paziente, utilizzando le informazioni raccolte sia nel corso della sessione sia durante le successive sedute individuali.

Questo trattamento è rivolto agli utenti del SerD, a seguito di un’attenta valutazione dell’équipe. I vantaggi sono numerosi.

Uno degli aspetti fondamentali della Video Game Therapy è la possibilità di condurre una valutazione psicologica in un contesto ludico. L’ambiente di gioco offre infatti un’opportunità unica per osservare aspetti psicologici ed emotivi in una situazione rilassata e meno formale, permettendo al terapeuta di raccogliere informazioni preziose sul paziente.

Inoltre, il videogioco può rivelarsi uno strumento utile per mantenere il contatto terapeutico. Molti pazienti, infatti, trovano difficile esprimersi in un setting tradizionale, mentre il contesto videoludico facilita la comunicazione e rafforza il legame con il terapeuta, favorendo una maggiore partecipazione al percorso di cura.

Un altro vantaggio significativo di questa metodologia è la capacità di coinvolgere pazienti meno inclini ad accettare supporto e presa in carico. Alcune persone potrebbero inizialmente mostrarsi poco propense ad accettare un trattamento terapeutico, ma l’uso del videogioco può rappresentare un ponte per favorire l’adesione al percorso, trasformando la terapia in un’esperienza più coinvolgente e accettabile.

Endometriosi: più di 1.800.000 donne convivono in Italia con una diagnosi

Il 28 marzo ricorre la giornata mondiale dell’endometriosi, l’occasione per sensibilizzare la popolazione sulla diffusione e sull’impatto di una malattia che in Italia colpisce più di 1.800.000 donne in età riproduttiva, e che è dovuta alla presenza di endometrio, la mucosa che ricopre internamente l’utero, all’esterno dell’utero. Con un notevole impatto sulla qualità della vita, sia per l’aspetto sintomatologico (dolori mestruali, dolore pelvico cronico, dolore durante i rapporti sessuali…), sia per le potenziali ricadute sulla capacità riproduttiva: si stima che tra il 30-40% delle donne che soffrono di endometriosi possa riscontrare problemi di fertilità o subfertilità. Nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato una legge per il riconoscimento dell’endometriosi come malattia cronica invalidante.

Incidenza e prevalenza: i dati ISS basato sulle dimissioni ospedaliere

A partire dai risultati ottenuti da un modello di Registro epidemiologico sviluppato in collaborazione con l’IRCCS Burlo Garofolo, che si basa sulle schede di dimissione ospedaliera, l’Istituto superiore di sanità è oggi in grado di fornire stime aggiornate dell’incidenza e prevalenza della malattia.

Negli ultimi 10 anni sono stati registrati più di 113.000 ricoveri incidenti di endometriosi con un tasso di incidenza pari a 0.82 casi per 1000 donne residenti in età fertile (15-50 anni) con un trend temporale in calo tra il 2013 e il 2019. La diminuzione è ancora più marcata nell’anno 2020, presumibilmente per un ridotto accesso ai servizi sanitari dovuto alla pandemia da SARS-CoV-2.

Dal 2021 l’incidenza torna ai livelli del 2019 con in media circa 9.300 nuovi casi l’anno e un tasso stabile nel triennio 2021-2023 pari a 0.76 casi per 1000. Come atteso, l’incidenza di endometriosi tende ad aumentare con l’età e raggiunge il valore massimo nella fascia tra 31 e 35 anni (0,12% a livello nazionale).

Un leggero gradiente Nord-Sud

Il dato per ripartizione geografica mostra un leggero gradiente nord-sud del tasso di incidenza, che è generalmente maggiore nelle regioni settentrionali. Nell’ultimo triennio 2021-2023 il trend dei tassi d’incidenza è stabile con tassi leggermente più alti nella provincia autonoma di Bolzano, in Veneto e Sardegna, con più di una donna in età fertile su mille alla quale viene diagnosticata l’endometriosi.

A livello nazionale sono state stimate più di 1.800.000 donne con endometriosi confermata (con prevalenza pari a 1,4% della popolazione femminile tra 15-50 anni), confermando il rilevante burden di malattia nella popolazione.

Sette anni per una diagnosi, ma c’è più consapevolezza della malattia  

L’endometriosi, in particolare il dolore, può avere un enorme impatto sulla qualità della vita, sul funzionamento fisico, sulle attività di tutti i giorni e sulla vita sociale, sulla salute mentale e sul benessere emotivo. Tuttavia la malattia è sotto-diagnosticata e le statistiche indicano che il tempo medio per una diagnosi corretta è di circa 7 anni, per via della natura poco specifica dei sintomi.

Ma alcuni studi recenti evidenziano un’incidenza crescente di casi diagnosticati, anche grazie a una maggiore consapevolezza della malattia.

Un’ipotesi di rischio ambientale da tenere sotto sorveglianza epidemiologica

Alcuni approfondimenti preliminari effettuati dall’ISS mostrano che il rischio di incidenza di endometriosi potrebbe essere associato alla residenza in aree contaminate da inquinanti persistenti che si bio-accumulano, con potenziale azione di interferenza endocrina, quali i policlorobifenili, le diossine, il piombo e il cadmio. Lo studio si basa su approcci di analisi e mappatura del rischio su base comunale, e suggerisce l’opportunità di attivare sistemi di sorveglianza epidemiologica integrati al monitoraggio ambientale in aree fortemente contaminate.

A Bruxelles la sfida europea per i diritti delle persone con stomia

L’accesso ai presidi, l’assistenza specialistica e la sensibilizzazione sono tre delle principali sfide che le persone con stomia affrontano in Europa. A evidenziarle è la FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati), che ha avviato un percorso di confronto a livello europeo con l’obiettivo di accendere i riflettori su una condizione ancora poco considerata dai decisori politici.

L’accesso ai presidi, l’assistenza specialistica e la sensibilizzazione sono tre delle principali sfide che le persone con stomia affrontano in Europa

«La stomia non è una malattia, ma una condizione da gestire», sottolinea Pier Raffaele Spena, Presidente nazionale di FAIS. Negli anni passati, in Italia, le associazioni hanno ottenuto importanti risultati in termini di diritti, ma dal 2017, con l’approvazione dei nuovi LEA, si è assistito a una paradossale involuzione, soprattutto per quanto riguarda i principi dell’appropriatezza e la libera scelta del presidio. Da qui l’esigenza di guardare oltre i confini nazionali, cercando di comprendere le sfide affrontate anche negli altri Paesi europei.

Un problema ancora poco conosciuto

Pier Raffaele Spena

«Abbiamo scoperto che, a livello europeo, il tema della stomia è totalmente sconosciuto ai decisori: né al Parlamento, né in nessun atto ufficiale si è mai parlato dei diritti delle persone con stomia». Eppure, i numeri sono tutt’altro che trascurabili: si stima che in Europa ci siano oltre 700.000 persone con stomia. Un dato probabilmente sottostimato, dal momento che la raccolta sistematica di informazioni è carente ovunque, compresa l’Italia.

«In Italia diciamo di essere 75.000 da più di vent’anni, il che è impossibile. Non esiste un sistema di rilevamento aggiornato: non ci sono registri, e i dati di mercato non sono attendibili per comprendere la reale presa in carico da parte del Servizio Sanitario Nazionale» – sottolinea Spena. Proprio sulla fornitura dei presidi si evidenziano grandi disparità: mentre in Italia questi dispositivi sono a carico del SSN, in Paesi come Bulgaria, Grecia e Romania le persone con stomia ricevono solo una piccola quantità di presidi e devono pagare il resto di tasca propria.

Il progetto europeo e l’evento di Bruxelles

Per affrontare queste criticità, CittadinanzattivaActive Citizenship Network e FAIS hanno avviato un progetto di respiro europeo con l’obiettivo principale di individuare e delineare strategie efficaci per facilitare l’accesso alle cure sanitarie e migliorare in modo significativo la qualità della vita dei pazienti.

Mariano Votta

«Un primo incontro si è tenuto a Bruxelles nel novembre 2023, coinvolgendo 18 associazioni di 11 Paesi», dichiara Mariano Votta, responsabile delle politiche europee di Cittadinanzattiva «Abbiamo avuto un momento formativo e uno di confronto, per mettere a sistema le esperienze nazionali e definire una tabella di marcia comune».

E si è tornati a Bruxelles, al Parlamento Europeo, per presentare i frutti di questo lavoro: il 26 marzo 2025 sono infatti state presentate una serie di Raccomandazioni Civiche, nate grazie al contributo attivo di analisi, confronto e condivisione delle attività e delle esigenze di associazioni provenienti da diversi Stati membri dell’Unione Europea.

Con l’approvazione dei nuovi LEA, si è assistito a una paradossale involuzione, soprattutto per quanto riguarda i principi dell’appropriatezza e la libera scelta del presidio

L’evento, ospitato dal gruppo di interesse formato da europarlamentari “European Patients’ Rights & Cross-Border Healthcare”, è stato anche l’occasione per lanciare una campagna di comunicazione sui social media dal titolo “(In)visible” e ribadire i principi della Carta dei Diritti degli Stomizzati: «Per la prima volta – evidenzia il Presidente di FAIS – le persone con stomia vengono ritratte con il sacchetto in vista. Il nostro obiettivo è rendere visibile l’invisibile».

La stomia infatti rientra nelle cosiddette “disabilità invisibili”, cioè quelle non immediatamente riconoscibili dall’aspetto esteriore. A differenza delle disabilità fisiche evidenti, le disabilità invisibili non comportano necessariamente segni visibili, e questo rischia di rendere ancor più difficile il loro riconoscimento sociale e istituzionale.

L’evento del 26 marzo a Bruxelles ha rappresentato un momento cruciale per il riconoscimento dei diritti delle persone con stomia a livello europeo. Durante l’incontro, sono state presentate le Raccomandazioni Civiche ai decisori europei, con l’obiettivo di mettere in luce tre priorità fondamentali.

La scelta del dispositivo è fondamentale: ogni individuo ha esigenze specifiche, legate a fattori personali, esperienze pregresse e interventi chirurgici differenti

La prima riguarda l’equità nell’accesso ai presidi. Al momento, non esiste una politica comune a livello europeo. In alcuni Paesi viene garantita la fornitura completa dei dispositivi, mentre in altri le persone sono costrette a sostenere spese ingenti per accedere a presidi essenziali. Pier Raffaele Spena sottolinea ancora che uno dei principi fondamentali nella gestione della stomia è l’appropriatezza del presidio e la libertà di scelta dello stesso da parte della persona insieme ad un infermiere stomaterapista. «Un dispositivo che va bene per una persona non è detto che vada bene per un’altra. Ogni individuo ha esigenze specifiche, legate a fattori personali, esperienze pregresse e interventi chirurgici differenti». Sebbene questo concetto possa sembrare semplice, nella realtà dei fatti prevale spesso un criterio basato esclusivamente sul costo, favorendo le soluzioni più economiche a discapito di quelle più efficaci ma più onerose. È quindi essenziale garantire un accesso equo ai dispositivi, offrendo una vasta gamma di scelte per soddisfare le diverse necessità dei pazienti.

La seconda priorità riguarda l’accesso all’assistenza specialistica. La distribuzione degli ambulatori di stomaterapia è fortemente disomogenea, con intere aree prive di strutture adeguate. «Il turismo sanitario – ricorda Spena – esiste in tutta Europa: chi vive lontano dai centri specializzati deve affrontare viaggi lunghi e costosi per ricevere le cure necessarie». Anche in questo caso, la questione riguarda la distribuzione delle risorse. Ad esempio, in Italia, specialmente in Lombardia, gli ambulatori sono distribuiti in modo capillare sul territorio, mentre in altre regioni europee interi territori sono sprovvisti di strutture dedicate, obbligando i pazienti a lunghi viaggi per gestire una condizione che, nei mesi successivi all’intervento chirurgico, richiede un follow-up costante di almeno 3-6 mesi. Un monitoraggio inadeguato può influire negativamente sulla qualità della vita dei pazienti.

Chi vive lontano dai centri specializzati deve affrontare viaggi lunghi e costosi per ricevere le cure necessarie

Infine, la terza priorità riguarda l’informazione e la sensibilizzazione. Le campagne informative sono praticamente inesistenti a livello istituzionale. «Anche in Italia non esiste alcuna iniziativa promossa dal Ministero della Salute o dalle Regioni: tutto è lasciato all’impegno delle associazioni». Questo evidenzia la necessità di un impegno maggiore da parte delle istituzioni per sensibilizzare l’opinione pubblica e garantire un adeguato supporto informativo sulle tematiche legate alla stomia.

Un primo passo per una battaglia di lungo periodo

Spena ribadisce l’importanza di avviare un percorso di sensibilizzazione e riconoscimento dei diritti delle persone con stomia a livello europeo: «Sappiamo già che molti decisori politici non hanno una conoscenza approfondita di questa realtà, ma il punto di partenza è chiaro: esistiamo e abbiamo il diritto di essere ascoltati».

Secondo Spena, la questione non deve essere vista come una competizione tra categorie di pazienti, ma come un’opportunità per offrire sostegno a chi affronta situazioni più complesse. «Non si tratta di stabilire chi stia meglio o peggio, ma di unire le forze per supportare chi vive condizioni più difficili».

Il valore del lavoro svolto fino ad oggi emerge anche dalla capacità di mettere in comune strumenti e risorse tra le associazioni coinvolte. «La campagna “(In)visible”sarà accessibile a tutti, gratuita e adattabile alle specificità di ogni contesto nazionale. Molte realtà associative, da sole, non avrebbero avuto i mezzi per realizzarla, ed è proprio questa collaborazione che fa la differenza».

C’è ancora molta strada da percorrere, ma un segnale concreto è stato lanciato. «L’obiettivo è portare il tema all’attenzione delle istituzioni e costruire un movimento consapevole, capace di farsi sentire. Non abbiamo la certezza di riuscire subito a catturare l’attenzione dei decisori, ma con Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network siamo convinti che sia fondamentale fare il primo passo», conclude Spena.

Carenza di ferro nelle donne, Fondazione Onda ETS: fondamentali screening e prevenzione

Carenza di ferro e anemia: una problematica che colpisce molte donne in età fertile, ma di cui troppo spesso le donne non hanno consapevolezza. È questo il tema di una campagna promossa da Fondazione Onda ETS per accendere i riflettori su questa problematica. In occasione della (H) Open Week sulla Salute della Donna, che si terrà dal 22 al 30 aprile 2025, Fondazione Onda ETS distribuirà materiale informativo presso gli ospedali aderenti del network Bollino Rosa, sensibilizzando le donne sull’importanza di fare screening e prevenzione rispetto a questo tema e di rivolgersi al proprio medico di famiglia per un controllo dei livelli di ferro. La campagna si svolge grazie al contributo incondizionato di CSL Vifor.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) relativi al 2019, la prevalenza di anemia nelle donne italiane in età riproduttiva (15-49 anni) è pari a circa il 13,6%.

«La carenza di ferro, se non adeguatamente monitorata, può evolvere in anemia e condizionare significativamente la qualità della vita di una donna – dichiara Savina Nodari, cardiologa, Professore Associato, Università di Brescia -. Oltre alla stanchezza persistente, si possono manifestare pallore, palpitazioni, caduta dei capelli e fragilità ungueale. È fondamentale effettuare controlli periodici dei parametri ematici, in particolare i valori di emoglobina, ferritina e saturazione della transferrina. Nel caso in cui il ferro assunto per via orale non fosse sufficiente – circostanza che può verificarsi per motivi di scarsa tolleranza o assorbimento – esistono opzioni terapeutiche alternative, come la somministrazione endovenosa, che possono essere valutate insieme al proprio medico specialista».

«Fondazione Onda ETS è impegnata dalla sua nascita vent’anni fa nel promuovere l’importanza della prevenzione a 360 gradi per le donne – sottolinea Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS -. Da qui l’impegno nel promuovere maggiore consapevolezza su un aspetto, come la carenza di ferro, che anche le donne, generalmente più propense rispetto agli uomini alla cura di sé e della propria salute, tendono spesso a sottovalutare, accettando i sintomi quasi come fossero nella norma, una semplice condizione di stanchezza. È invece fondamentale controllarsi per non avere importanti ricadute sulla propria salute».

Giornata internazionale del farmacista ospedaliero: il lavoro di squadra come chiave dell’innovazione del SSN

Domani, 27 marzo, si celebra la Giornata internazionale del Farmacista Ospedaliero. Di che si tratta? Di un’occasione promossa dall’Associazione Europea dei Farmacisti Ospedalieri-EAHP, a cui aderisce con slancio anche SIFO, e che intende celebrare l’importanza di una professione da cui dipende gran parte del corretto funzionamento dei sistemi sanitari di tutto il mondo.

Il titolo scelto per l’occasione – Teamwork in every prescription – sottolinea uno dei valori fondanti della stessa professione: il lavoro di squadra, assetto essenziale per una sanità non più intesa a compartimenti stagni. «Il farmacista ospedaliero e dei servizi sanitari è oggi uno dei maggiori protagonisti di una sanità universale, efficace, attenta alla persona-paziente e capace di interpretare al meglio le necessità di innovazione e sostenibilità – è il commento di Ugo Trama, Vice Presidente SIFO -. Dar vita alla Giornata del farmacista ospedaliero per SIFO significa primariamente riflettere sugli stessi valori che fondano il nostro operato quotidiano, e – a partire da questa riflessione – essere in grado di contribuire a quella innovazione di sistema di cui tutti abbiamo bisogno».

Alcuni dei messaggi chiave che SIFO intende acquisire da EAHP in questa giornata e rilanciare sul territorio italiano le autorità nazionali e tutte le parti interessate devono comprendere l’importanza di avere farmacie ospedaliere ben finanziate e ben preparate per garantire migliori risultati per i pazienti in ambito ospedaliero. «Sono messaggi – conclude Trama- che noi come SIFO già viviamo ed interpretiamo nella nostra quotidianità e che stiamo anche ponendo al centro del Documento programmatico del nuovo Consiglio Direttivo 2024-2028».

Ma quali sono oggi i “numeri” di questa professione? In tutta Europa i farmacisti ospedalieri sono circa 25mila, con un’incidenza della popolazione professionale giovanile sempre maggiore, visto che la professione sta risultando sempre più attrattiva. In Italia SIFO, la principale società scientifica della professione, conta ad oggi quasi 3100 iscritti, una delle massime cifre raggiunte in termini di associati dalla data della sua fondazione (avvenuta nel 1952).

Migliorare il benessere dei professionisti sanitari: uno studio sui driver della qualità di vita lavorativa e sulle strategie di retention

Introduzione

Il contesto sanitario ha subito significativi cambiamenti nel corso degli ultimi anni ed è teatro di forti tensioni sia sotto il profilo dell’evoluzione sociodemografica della popolazione, sia considerando gli squilibri tra domanda (in crescita sotto il profilo quantitativo, ma anche di aspettative di salute) e offerta (con una pressione significativa sugli enti eroganti e sul relativo personale). Queste trasformazioni necessiterebbero, per essere affrontate, di un ambiente lavorativo resiliente, nel quale l’attenzione verso il personale sanitario sia al centro delle politiche del lavoro, ma nulla risulta più complesso, in ragione della sempre più evidente crisi di personale, troppo spesso insufficiente per rispondere alle esigenze assistenziali e cliniche crescenti, nonché della pressione emotiva cui sono costretti. Tutti questi cambiamenti hanno aumentato quindi la pressione sui professionisti, esponendoli a carichi di lavoro elevati, stress emotivo e rischi di burnout, riducendone la qualità di vita percepita a livello professionale [Tajirian et al., 2020; Figley, 2002].

Sulla scorta di queste considerazioni, il benessere organizzativo dei professionisti sanitari diventa così un tema centrale, non solo poiché può contribuire a migliorare la qualità delle cure e la soddisfazione dei pazienti, ma ridurre anche i costi operativi, favorendo la sostenibilità dei sistemi sanitari [Berberoglu, 2018; Hall et al., 2016]. L’elevata intensità lavorativa, i carichi emotivi e fisici e la cronica carenza di personale sono fattori che rendono il contesto sanitario particolarmente vulnerabile a problematiche di stress e insoddisfazione [Aiken et al., 2002; Cimiotti et al., 2012], necessitando quindi un’attenta analisi della qualità di vita del professionista sanitario e delle variabili di impatto sul benessere organizzativo, nonché dei fattori che possano positivamente influire sulla volontà di permanere presso il contesto lavorativo attuale. La soddisfazione e la fidelizzazione del personale, infatti, rappresentano le sfide più critiche per i sistemi sanitari a livello globale, soprattutto in ragione della continua riduzione del bacino dei professionisti sanitari potenzialmente arruolabili.

La soddisfazione e la fidelizzazione del personale rappresentano sfide critiche per i sistemi sanitari a livello globale

Da questo punto di vita, data la carenza di professionisti sanitari, trattenere coloro che già operano all’interno delle organizzazioni sanitarie rappresenta una priorità strategica per le Direzioni Generali. Questo fenomeno, noto come intention to stay, pone rischi significativi per la sostenibilità dei sistemi sanitari, aggravati dalla difficoltà nel reperire nuovo personale. La riduzione del bacino di professionisti sanitari potenzialmente arruolabili, come stimato dall’OMS, potrebbe portare a una carenza di oltre 4,1 milioni di operatori entro il 2030 [WHO, 2016; Michel & Ecarnot, 2020; Boniol et al., 2022]. Per bilanciare questa situazione, diventa essenziale investire nella qualità della vita lavorativa (Professional Quality of Life – PROQOL) per promuovere il benessere organizzativo, elemento richiamato anche dalla normativa in tema di performance e valore pubblico (D. Lgs 74 del 2017 e Funzione pubblica).

La qualità di vita lavorativa e l’intenzione di rimanere sono fenomeni multifattoriali, influenzati da una molteplicità di dimensioni interconnesse che comprendono variabili organizzative, ambientali e individuali [Berberoglu, 2018; Hall et al., 2016; Khanijahani et al., 2022].

Per esempio, la sicurezza psicologica (i.e. physchological safety) si configura come un pilastro fondamentale per il benessere organizzativo, consentendo ai professionisti di esprimere liberamente preoccupazioni, condividere idee e apprendere dagli errori, senza timore di ripercussioni [Edmondson, 1999] La sua mancanza, unita a problematiche come carenza di personale, turni prolungati e conflitti interpersonali, può influire negativamente sulla qualità delle cure, sulla soddisfazione lavorativa e sulla retention del personale [Hall et al., 2016; Cimiotti et al., 2012].

Un ambiente di lavoro sicuro e supportivo è correlato a livelli più alti di soddisfazione e a una maggiore fidelizzazione del personale, riducendo così i costi associati al turnover e migliorando la continuità delle cure [Ruggiero et al., 2014]. Se da un lato, infatti, il burnout, correlato a una diminuzione del cosiddetto “mental well-being”, è influenzato da alti carichi di lavoro, pressione sui tempi di esecuzione del lavoro e conflitti morali, che non solo compromettono la salute del professionista, ma aumentano il rischio di errori clinici, diminuendo la soddisfazione dei pazienti e incrementando i costi sanitari [Hall et al., 2016]; dall’altro lato, si sottolinea come un ambiente lavorativo sicuro contribuisca a potenziare la soddisfazione e la produttività dei lavoratori, migliorandone la qualità di vita percepita [Park, 2020].

La qualità di vita lavorativa e la permanenza dipendono da fattori organizzativi, ambientali e individuali interconnessi

Alla luce di quanto sopra illustrato, e in ragione del fatto che il benessere dei professionisti sanitari si configura come il punto di partenza fondamentale per promuovere la qualità delle cure e salvaguardare la sicurezza dei pazienti, è nato il progetto HOPE (“Healthcare technologies, hospital processes and acceptability: how to promote healthcare professionals’ organizational wellbeing”), che intende analizzare i fattori che influenzano le dinamiche lavorative e il benessere psicologico e fisico dei professionisti, nonché la qualità di vita percepita da un punto di vista professionale e l’intenzione di lasciare (o meno) l’attuale posto di lavoro.

Il progetto HOPE è un’attività di ricerca internazionale, che ha coinvolto non solo il contesto nazionale, ma anche altri paesi europei (si citano, a titolo esemplificativo e non esaustivo, Francia, Spagna, Regno Unito, e Germania), con un disegno di ricerca qualitativo. I paragrafi che seguono focalizzano l’attenzione sulle percezioni dei professionisti sanitari operanti all’interno del contesto italiano di riferimento, così da comprendere i fattori qualitativi che hanno un impatto sul benessere e sulla soddisfazione degli operatori sanitari riguardo l’attuale posizione lavorativa e l’ambiente di lavoro complessivo. Questo aspetto aiuterà a definire i fattori che potrebbero potenzialmente migliorare l’intenzione di rimanere all’interno dell’attuale organizzazione e la qualità di vita professionale complessiva.

L’obiettivo generale di ricerca permetterà di affrontare le seguenti domande di ricerca (Research Question – RQ).

  • RQ1: “Quali sono i driver che potrebbero impattare sul benessere del professionista sanitario, in termini di miglioramento della qualità di vita professionale percepita?”
  • RQ2: “Quali sono i driver che potrebbero impattare sulla intenzione di lasciare l’attuale posto di lavoro dei professionisti sanitari e, quindi, quali potrebbero essere le strategie ottimali per mitigare il fenomeno?”

La rilevanza strategica dell’analisi del benessere organizzativo emerge chiaramente nel contesto attuale: le carenze del personale sanitario in Italia, soprattutto in riferimento alla componente infermieristica (302.841 unità totali nel 2022, con una media di 5,13 infermieri per 1.000 abitanti, ben al di sotto della media OCSE, e con un rapporto infermieri/medici di 1,5, tra i più bassi in Europa, come presentato nel 7° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale), richiedono interventi mirati per creare ambienti di lavoro sicuri e sostenibili. Investire nel benessere organizzativo non significa solo migliorare le condizioni di lavoro dei professionisti, ma anche garantire continuità assistenziale, ridurre i costi legati al turnover e promuovere una cultura organizzativa resiliente e innovativa. Questo tema non riguarda soltanto la gestione interna delle organizzazioni sanitarie, ma rappresenta una leva strategica per rispondere alle sfide demografiche e alle crescenti esigenze dei pazienti, promuovendo al contempo il benessere del personale e l’eccellenza delle cure.

Metodologia

Per il raggiungimento degli obiettivi di ricerca, è stato condotto uno studio di natura qualitativa, che ha previsto la predisposizione di una specifica survey rivolta a professionisti operanti all’interno del contesto ospedaliero, con il fine ultimo di indagare le percezioni del personale sanitario con riguardo al proprio specifico contesto di lavoro, raccogliendo le relative considerazioni e i punti di vista in merito alle modalità attraverso cui pervenire a uno stato di benessere organizzativo.

È stato realizzato uno studio qualitativo per esplorare le percezioni dei professionisti sanitari riguardo all’ambiente ospedaliero e al benessere organizzativo

La prima parte del questionario ha visto la presenza di domande introduttive orientate alla profilazione del soggetto rispondente, garantendo tuttavia l’anonimato degli intervistati. Nello specifico, oltre alle generalità relative a età, sesso, anzianità lavorativa e ruolo professionale ricoperto, l’intervistato è stato chiamato a definire le sue principali attività lavorative, specificando sia il dipartimento all’interno del quale è allocato (farmacia, laboratorio diagnostico o reparto), sia il ruolo professionale assunto (dirigente medico, tecnico, infermiere, etc…).

Una volta terminata la profilazione, il questionario si è focalizzato sulla raccolta delle percezioni, come illustrato nella Tabella 1, nella quale vengono proposte le metriche utilizzate per la valutazione delle varie dimensioni.

Impatti investigati

Misure utilizzate

Sicurezza psicologica (psychological safety): quanto i professionisti sanitari si sentono a proprio agio nel condividere/comunicare i propri errori all’interno dell’organizzazione, discuterne e imparare da essi? Quanto si sentono sicuri nell’assumere rischi e nell’esprimere le proprie idee?

Scala validata creata da Edmonson (1999), che esplora la sicurezza individuale, il rispetto del gruppo e l’apprendimento del gruppo, secondo una scala di valutazione a 5 livelli (1: fortemente in disaccordo; 2: in disaccordo; 3: né d’accordo né in disaccordo; 4: d’accordo; 5: fortemente d’accordo)

Professional engagement: quanto i professionisti sanitari si sentono coinvolti a livello professionale?

Scala validata creata da Khan (1990), che esplora il coinvolgimento degli operatori sanitari, secondo una scala a 5 livelli (1: fortemente in disaccordo; 2: in disaccordo; 3: né d’accordo né in disaccordo; 4: d’accordo; 5: fortemente d’accordo)

Benessere mentale (mental well-being): qual è il livello di affaticamento e di burnout?

Scala validata creata da Schaufeli (2019), che esplora l’esaurimento, la salute mentale, il deterioramento cognitivo, il deterioramento emotivo, secondo una scala di valutazione a 5 livelli (1: mai; 2: raramente; 3: qualche volta; 4: spesso; 5: sempre)
Misure e protocolli di sicurezza (sicurezza fisica – physical safety): come l’organizzazione garantisce un ambiente di lavoro sicuro?Definizione del grado di soddisfazione relativo alle misure di sicurezza garantite, secondo una scala di valutazione a 5 livelli (1: per niente sicuro; 2: insicuro; 3: né sicuro né insicuro; 4: sicuro; 5: molto sicuro)
Qualità di vita professionale (PRO-QOL: professional quality of life): quali sono le percezioni in riferimento all’esperienza lavorativa vissuta, in termini di soddisfazione e sensazioni nello svolgimento delle attività lavorative e relative responsabilità?Scala validata creata da Stamm (2009), che esplora la soddisfazione e le percezioni degli operatori sanitari nello svolgimento delle responsabilità e delle attività lavorative, secondo una scala di valutazione a 5 livelli (1: fortemente in disaccordo; 2: in disaccordo; 3: né d’accordo né in disaccordo; 4: d’accordo; 5: fortemente d’accordo)
Intenzione di rimanere nell’attuale organizzazione (Intention to stay): quali sono i principali fattori percepiti come determinanti sulla intenzione di rimanere nell’attuale ambiente lavorativo&Intenzione di lavorare per un’altra organizzazione sanitaria/ospedale (Intention to leave): quali sono le percezioni sui principali driver di scelta? Quali fattori attrattivi sono importanti nella valutazione di uno specifico ambiente lavorativo?Livello di accordo rispetto ai potenziali fattori di mantenimento del posto di lavoro e intenzione di restare, secondo una scala di valutazione a 5 livelli (1: per niente importante; 2: poco importante; 3: neutro; 4: importante; 5: molto importante) Soddisfazione generale percepita riguardo al lavoro attuale, in termini di eventuale volontà di lasciare l’attuale organizzazione sanitaria sulla base di una scala di valutazione a 5 livelli (1: fortemente in disaccordo; 2: in disaccordo; 3: né d’accordo né in disaccordo; 4: d’accordo; 5: fortemente d’accordo) Definizione degli item più rilevanti che potenzialmente influiscono sull’intenzione degli operatori sanitari di entrare a far parte di un’organizzazione sanitaria, secondo una scala di valutazione a 5 livelli (1: per niente importante; 2: poco importante; 3: neutro; 4: importante; 5: molto importante). Le scale di cui sopra derivano da Jia (2022) e Kramer (2012)

Tabella 1. Le percezioni indagate: impatti investigati e misure utilizzate

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Risultati

Il campione di riferimento

La survey è stata inviata a 235 professionisti afferenti al contesto ospedaliero italiano. Il campione è costituito da 198 professionisti sanitari (tasso di risposta pari all’84%), per la maggior parte di sesso femminile (70%) e con un 50% di professionisti di età maggiore di 50 anni.

La Tabella 2 offre una profilazione dettagliata dei professionisti coinvolti sulla base del dipartimento in cui operano e del ruolo professionale assunto. Nello specifico, la più parte dei professionisti opera all’interno di una Unità Operativa, ricomprendo il ruolo di infermiere o di coordinatore infermieristico. Il 16% dei rispondenti afferisce al laboratorio analisi e diagnostica, con un 45% di risposte derivanti dalle percezioni di Direttori di Laboratorio o di Dirigenti medici di secondo livello. In ultima istanza, in riferimento ai professionisti operanti nella Farmacia Ospedaliera (rappresentativi del 13% dell’intero campione, si riscontra come anche in questo caso, la più parte dei rispondenti sia un Direttore di Farmacia o un Dirigente medico di secondo livello).

UU.OO

N. sul totale del campione

% sul totale del campione

141

71%

a. Infermiere/Flebotomista

35%

b. Coordinatore infermieristico di Unità Operativa/Servizio

28%

c. Direttore di Unità Operativa/Dirigente Medico di Secondo Livello

15%

d. Dirigente medico di Primo Livello

5%

e. Altro

17%

Laboratorio analisi e diagnostica

N. sul totale del campione

% sul totale del campione

31

16%

a. Direttore di Unità Operativa/del Servizio/Dirigente medico di Secondo Livello

45%

b. Dirigente medico di Primo Livello

10%

c. Tecnico di laboratorio

29%

d. Flebotomista/Infermiere

3%

e. Altro 

13%

Farmacia

N. sul totale del campione

% sul totale del campione

26

13%

a. Direttore di Unità Operativa/Servizio/Dirigente di Secondo Livello

50%

b. Dirigente di Primo Livello

42%

c. Altro

8%

Tabella 2. La profilazione dei professionisti coinvolti

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La qualità di vita percepita da un punto di vista professionale

La Tabella 3 mostra sinteticamente il grado di percezione dei professionisti sanitari operanti all’interno del contesto italiano, in riferimento alle variabili indagate dalla survey.

Percezioni

Intero campione

Psychological Safety

Bassi livelli di psychological safety percepita

25%

Alti livelli di psychological safety percepita

49%

Professional Engagement

Bassi livelli di professional engagement percepito

22%

Alti livelli di professional engagement percepito

49%

Mental well-being

Bassi livelli di mental-well-being percepito

26%

Alti livelli di mental well-being percepito

31%

Physical safety

Bassi livelli di physical safety percepita

11%

Alti livelli di physical safety percepita

63%

PRO-QoL

Bassi livelli di PRO-QoL percepita

21%

Alti livelli di PRO-QoL percepita

47%

Intenzione di lasciare l’attuale posto di lavoro

Alta propensione di lasciare l’attuale posto di lavoro

29%

Bassa propensione di lasciare l’attuale posto di lavoro

43%

Tabella 3. Le percezioni dei professionisti coinvolti

*si specifica come la sommatoria non è pari al 100%, giacché la quota parte mancante ha espresso una percezione “neutrale” in riferimento alla variabile indagata.

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In linea generale, i professionisti coinvolti non si sentono pienamente a proprio agio nel condividere/comunicare i propri errori all’interno dell’organizzazione, né nell’assumere rischi e nell’esprimere le proprie idee, come dimostra il fatto che solo il 49% del campione presenta un buon livello percepito di psychological safety. Questa consapevolezza va a riflettersi anche sul livello di professional engagement percepita: anche in questo caso, si risconta come il 49% dei professionisti operanti all’interno delle strutture sanitarie italiane presenti un buon livello di ingaggio professionale. È emersa una differenza statisticamente significativa per quanto riguarda l’impegno professionale, in particolare tra i professionisti operanti in Farmacia e coloro i quali lavorano in Unità Operativa (p-value = 0,032): ciò è dovuto in particolare al fatto che gli operatori sanitari che lavorano nei reparti percepiscono una minore valorizzazione del proprio lavoro (p-value = 0,014).

Focalizzando l’attenzione sul benessere mentale, il 26% del campione ha riferito elevati livelli di stress e affaticamento. Nello specifico, l’affaticamento e l’esaurimento mentale sono comuni, soprattutto nelle UU.OO., dove si registra un minore entusiasmo per le attività quotidiane rispetto ai laboratori analisi e diagnostici, e alla farmacia (p-value=0,043), riconfermando una situazione di benessere lavorativo più critica rispetto alle altre aree di lavoro ospedaliere. Circa l’86% dichiara che le loro organizzazioni offrono supporto per il benessere mentale, fattore che risulta efficace nel ridurre il burnout.

Un’ulteriore tematica indagata è risultata essere legata alle percezioni dei professionisti in riferimento alla sicurezza dell’ambiente lavorativo: in questa ottica, i professionisti italiani percepiscono una sicurezza soddisfacente in riferimento al proprio luogo di lavoro (circa il 63% dichiara di sentirsi davvero molto al sicuro), soprattutto rispetto a potenziali rischi ambientali e tecnologici. Tuttavia, i professionisti che lavorano nelle UU.OO. hanno dichiarato di avere avuto esperienza di aggressioni da parte dei colleghi, rispetto ai professionisti che lavorano in farmacia o all’interno del laboratorio analisi e diagnostico (p-value = 0,003).

In ultima istanza, focalizzando l’attenzione sulle percezioni della qualità di vita professionale (Professional Quality of Life – PROQOL), i professionisti che operano all’interno del contesto nazionale sono soddisfatti e orgogliosi del proprio lavoro, sottolineando l’esistenza di forti legami tra colleghi e un senso di realizzazione complessivo. Tuttavia, molti riferiscono difficoltà a separare vita personale e professionale, con un impatto negativo sullo stress e sul benessere mentale, particolarmente nei reparti clinici. In generale, però, solo il 21% dei professionisti coinvolti dichiara di non avere un buon livello di percezione rispetto alla propria qualità di vita professionale.

Andando a indagare i fattori che potrebbero impattare sulla PRO-QOL, la Tabella 4 riporta come la sicurezza psicologica e l’engagement professionale risultano cruciali per migliorare la PRO-QOL. Inoltre, i professionisti che percepiscono un ambiente sicuro e di supporto sono più coinvolti e mentalmente sereni, con un impatto significativamente migliorativo sulla qualità di vita percepita. Infine, è da segnalare come, all’interno del nostro paese, i professionisti di età superiore a 50 anni presentino una migliore qualità di vita professionale percepita.

  

PRO-QOL valore medio

Standard Error

p-value

Natura giuridica dell’ospedale

Ospedale pubblico

3,32

0,042

0,703

Ospedale privato

3,28

0,112

Genere

Maschio

3,38

0,069

0,273

Femmina

3,28

0,049

Fasce di età

31-40 anni

3,15

0,082

0,031

41-50 anni

3,28

0,082

51-60 anni

3,44

0,070

>60 anni

3,37

0,064

Anzianità lavorativa totale

Minore di 10 anni

3,13

0,098

0,067

Tra 11 anni e 21 anni

3,26

0,090

Maggiore di 21 anni

3,38

0,050

Anzianità lavorativa nell’attuale contesto lavorativo

Minore di 10 anni

3,32

0,070

0,205

Tra 11 anni e 21 anni

3,20

0,076

Maggiore di 21 anni

3,39

0,060

Dipartimento

Farmacia ospedaliera

3,32

0,075

0,994

Laboratorio diagnostico

3,30

0,088

Reparto/Unità Operativa

3,31

0,051

Psychological safety

Assenza di un buon livello di psychological safety percepita (minore del valore medio = 3,30)

3,12

0,065

0,001

Presenza di un buon livello di psychological safety percepita (maggiore del valore medio = 3,30)

3,48

0,044

Professional Engagement

Assenza di un buon livello di professional engagement percepito (minore del valore medio = 3,31)

3,12

0,059

0,001

Presenza di un buon livello di professional engagement percepito (maggiore del valore medio =3,31)

3,51

0,047

Mental well-being

Assenza di un buon livello di mental well-being percepito (maggiore del valore medio=2,91)

3,12

0,057

0,001

Presenza di un buon livello di mental well-being percepito (minore del valore medio = 2,91)

3,53

0,048

Physical Safety

Assenza di un buon livello di physical safety percepita (minore del valore medio=3,69)

3,14

0,069

0,001

Presenza di un buon livello di physical safety percepita (maggiore del valore medio = 3,69)

3,45

0,043

Tabella 4. Fattori che impattano positivamente sulla qualità di vita professionale percepita

Nota: valori medi più alti indicano una migliore qualità di vita professionale percepita. Inoltre, i valori in verde rappresentano i fattori che impattano positivamente sul miglioramento della PRO-QOL

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L’intention to leave dell’attuale contesto lavorativo

Come segnalato nella sezione introduttiva, nel contesto dinamico del settore sanitario, la retention lavorativa riveste un ruolo cruciale nell’assicurare la stabilità e l’efficienza delle organizzazioni sanitarie.

All’interno del nostro paese, il 29% dei professionisti sanitari ha dichiarato di avere l’intenzione di lasciare il proprio lavoro; dall’altro lato, i fattori più rilevanti per trattenere il personale sono la retribuzione competitiva, l’autonomia, il bilanciamento tra vita professionale e personale e buone relazioni tra colleghi.

La presenza o l’introduzione di tecnologie innovative rappresenta un fenomeno percepito positivamente da parte dei rispondenti. Tuttavia, tale processo non risulta avere un impatto diretto sulla fidelizzazione dei professionisti al proprio luogo di lavoro, oppure ancora sull’intenzione di permanere all’interno del contesto lavorativo da parte degli operatori sanitari.

Molteplici sono i driver potenzialmente impattati sull’intenzione del professionista di lasciare l’attuale contesto lavorativo e possono influenzare diversamente i professionisti a seconda dell’età e del dipartimento di riferimento. In particolare, i professionisti più giovani e operativi all’interno dei reparti clinici sono più propensi a cambiare lavoro, soprattutto per una percezione negativa del carico di lavoro più intenso e delle pressioni psicologiche. Inoltre, livelli bassi di sicurezza psicologica, di professional engagement e di qualità di vita professionale percepita, nonché un luogo di lavoro percepito come non particolarmente sicuro e maggiori esperienze di stress e affaticamento correlate alle abituali attività lavorative, aumentano significativamente la probabilità di turnover.

  

Intenzione di lasciare l’attuale contesto lavorativo

(Valore medio)

Standard Error

p-value

Natura giuridica dell’ospedale

Ospedale pubblico

2,65

0,094

0,272

Ospedale privato

2,90

0,225

Genere

Maschio

2,45

0,156

0,032

Femmina

2,80

0,104

Fasce di età

31-40 anni

2,96

0,168

0,001

41-50 anni

3,01

0,151

51-60 anni

2,57

0,153

>60 anni

1,96

0,194

Anzianità lavorativa totale

Minore di 10 anni

2,64

0,212

0,051

Tra 11 anni e 21 anni

3,09

0,171

Maggiore di 21 anni

2,57

0,113

Anzianità lavorativa nell’attuale contesto lavorativo

Minore di 10 anni

2,58

0,141

0,113

Tra 11 anni e 21 anni

3,01

0,163

Maggiore di 21 anni

2,60

0,147

Dipartimento

Farmacia ospedaliera

2,09

0,176

0,009

Laboratorio analisi e diagnostico

2,52

0,175

Unità Operativa

2,85

0,109

Psychological safety

Assenza di un buon livello di psychological safety percepita (minore del valore medio = 3,30)

3,05

0,128

0,001

Presenza di un buon livello di psychological safety percepita (maggiore del valore medio = 3,30)

2,40

0,111

Professional Engagement

Assenza di un buon livello di professional engagement percepito (minore del valore medio = 3,31)

2,99

0,124

0,001

Presenza di un buon livello di professional engagement percepito (maggiore del valore medio =3,31)

2,40

0,116

Mental well-being

Assenza di un buon livello di mental well-being percepito (maggiore del valore medio=2,91)

3,08

0,112

0,001

Presenza di un buon livello di mental well-being percepito (minore del valore medio = 2,91)

2,27

0,122

Physical Safety

Assenza di un buon livello di physical safety percepita (minore del valore medio=3,69)

3,03

0,134

0,001

Presenza di un buon livello di physical safety percepita (maggiore del valore medio = 3,69)

2,44

0,109

PRO-QoL

Assenza di un buon livello di PRO-QoL percepita (minore del valore medio =3,32)

3,01

0,106

0,001

Presenza di un buon livello di PRO-QoL percepita (maggiore del valore medio = 3,32)

2,29

0,133

Tabella 5. Fattori che impattano sull’intenzione di lasciare l’attuale contesto lavorativa

Nota: valori medi più alti indicano una maggiore propensione a cambiare ambiente lavorativo. Inoltre, i valori in rosso, rappresentano i fattori che impattano maggiormente su tale propensione

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Conclusioni

L’analisi condotta ha evidenziato una situazione lavorativa caratterizzata da criticità su alcune dimensioni chiave, quali la sicurezza psicologica, l’engagement professionale e il benessere mentale. Tali aspetti indicano uno scenario subottimale che, tuttavia, si accompagna a un buon senso di appartenenza al proprio settore da parte dei professionisti sanitari coinvolti.

Questo risultato suggerisce che, nonostante le difficoltà, i legami professionali e la dedizione verso il proprio lavoro rappresentano una risorsa preziosa per il sistema sanitario e una leva motivazionale sulla quale investire. Da questo punto di vista, un buon ambiente lavorativo e una buona qualità di vita all’interno dell’ambiente professionale possono essere raggiunti se i professionisti sanitari che vi operano si sentono psicologicamente al sicuro nel condividere le proprie idee, nonché realizzati e soddisfatti rispetto al proprio lavoro quotidiano. Questa considerazione è strettamente correlata al fatto che i professionisti sanitari coinvolti non sono intenzionati a cambiare l’attuale posizione lavorativa o l’attuale organizzazione sanitaria tanto più il loro valore viene riconosciuto da parte delle strutture sanitarie di appartenenza.

Per affrontare le sfide emerse, è dunque fondamentale creare una cultura aziendale solida e inclusiva che sappia valorizzare lo staff e promuovere il benessere organizzativo. Tale cultura deve fare leva su alcuni driver, quali la psychological safety, l’engagement e il benessere, adattandosi anche alle necessità specifiche delle nuove generazioni di professionisti.

La survey ha sottolineato l’importanza di promuovere l’equilibrio tra lavoro e vita privata: il lavoro flessibile, le politiche che facilitano la riduzione del burnout e il supporto alla gestione dello stress, possono supportare la fidelizzazione del personale sanitario.

Investire nel benessere organizzativo migliora il lavoro, garantisce continuità assistenziale, riduce i costi e favorisce innovazione

I risultati suggeriscono anche il rafforzamento di strumenti di supporto a garanzia del supporto mentale: diviene così strategicamente rilevante ampliare i servizi di salute mentale e creare una cultura di sicurezza psicologica in cui gli operatori sanitari si sentano a proprio agio nel parlare del loro benessere senza essere giudicati.

Si raccomanda altresì l’effettuazione di interventi mirati a migliorare l’engagement professionale, soprattutto all’interno dei reparti clinici. Inoltre, esistono ulteriori misure che meritano di essere esplorate. Ad esempio, pur non avendo un impatto diretto e immediato, emerge come la tecnologia possa svolgere un ruolo indiretto ma di tipo strategico, contribuendo al miglioramento dei driver di retention all’interno di una strategia organizzativa complessiva e multifattoriale. Un ulteriore elemento emerso è il tema retributivo, che, sebbene difficilmente risolvibile a livello di singola organizzazione sanitaria, rappresenta un fattore cruciale nel contesto globale della fidelizzazione del personale. La sua rilevanza non deve essere sottovalutata e richiede riflessioni più ampie a livello di politiche nazionali e regionali.

In conclusione, i dati ottenuti hanno consentito di rispondere alle domande di ricerca inizialmente poste in essere mettendo in evidenza alcune delle criticità riscontrate nei contesti sanitari attuali, aprendo così la strada a possibili investimenti strategici, in grado di coniugare il miglioramento delle condizioni lavorative e interventi mirati alla creazione di ambienti di lavoro sicuri, supportivi e flessibili.

Per affrontare le sfide della retention e della qualità della vita lavorativa, è necessario un approccio integrato, fondato sulla collaborazione e su interventi che considerino la complessità delle variabili in gioco. Questo approccio contribuirà non solo a migliorare il benessere e la soddisfazione dei professionisti, ma anche a garantire la sostenibilità e l’eccellenza dei servizi sanitari nel lungo periodo.

Bibliografia