Home Blog Page 46

Cure essenziali: nel 2023 solo 13 Regioni raggiungono gli standard

Nel 2023 solo 13 Regioni rispettano gli standard essenziali di cura. Puglia, Campania e Sardegna le uniche promosse al Sud. Peggiorano le performance in 8 Regioni rispetto al 2022.

Sono i dati del Ministero della Salute che valuta annualmente l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ovvero le prestazioni sanitarie che tutte le Regioni e Province Autonome devono garantire gratuitamente o previo il pagamento del ticket. «Si tratta a tutti gli effetti della “pagella” ufficiale per valutare i servizi sanitari regionali – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che “promuove” le Regioni adempienti e identifica le criticità in quelle inadempienti».

Dal 2020 lo strumento utilizzato è il sottoinsieme di indicatori CORE del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), che include 88 indicatori suddivisi in tre macro aree: prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Tuttavia, la “pagella” ufficiale ne utilizza solo 26, numero aumentato nel 2023 con il primo aggiornamento del sistema. Ogni Regione, per ciascuna delle tre aree, può ottenere da 0 a 100 punti e per essere considerata adempiente deve raggiungere la “sufficienza” di almeno 60 punti in tutte le aree.

Dopo la pubblicazione, il 6 agosto, della Relazione 2023 del “Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia” da parte del Ministero della Salute, la Fondazione GIMBE  spiega il Presidente, «ha condotto un’analisi indipendente per misurare le differenze regionali nel garantire i diritti fondamentali di salute, con particolare attenzione all’entità della frattura Nord-Sud. Per ciascuna Regione sono state inoltre valutate le variazioni tra il 2022 e il 2023 e il posizionamento nelle tre aree della prevenzione, distrettuale e ospedaliera».

Adempimenti LEA

Nel 2023 solo 13 Regioni risultano adempienti ai LEA, un numero identico a quello del 2022: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Provincia Autonoma di Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Veneto. In particolare, dal 2022 al 2023 Campania e Sardegna salgono tra le Regioni adempienti, mentre Basilicata e Liguria retrocedono a inadempienti per il mancato raggiungimento della soglia minima in un’area.

Rimangono inadempienti per insufficienza in una sola area Calabria, Molise e Provincia Autonoma di Bolzano, mentre Abruzzo, Sicilia e Valle d’Aosta non raggiungono la soglia in due aree (tabella 1).

«Nel 2023 – commenta il Presidente – il divario Nord-Sud rimane molto netto: su 13 Regioni “promosse”, solo tre appartengono al Mezzogiorno.  La Puglia ha registrato punteggi simili a quelli di alcune Regioni del Nord, mentre Campania e Sardegna si collocano poco al di sopra della sufficienza».

Classifica GIMBE

Considerato che il Ministero della Salute non restituisce un punteggio unico per la valutazione complessiva degli adempimenti LEA, la Fondazione GIMBE ha elaborato una classifica di Regioni e Province Autonome sommando i punteggi ottenuti nelle tre aree. I risultati sono riportati in ordine decrescente di punteggio totale e suddivisi in quartili (tabella 2 e figura 1).

«Rispetto alla semplice distinzione tra Regioni adempienti e inadempienti – commenta Cartabellotta – il punteggio totale evidenzia in maniera più netta il divario Nord-Sud: infatti, tra le prime 10 Regioni 6 sono del Nord, 3 del Centro e solo 1 del Sud. Nelle ultime 7 posizioni, fatta eccezione per la Valle d’Aosta, si trovano esclusivamente Regioni del Mezzogiorno».

Classifica per macro-area

Al di là dei criteri che stabiliscono se una Regione sia adempiente o meno, i punteggi ottenuti nelle singole aree restituiscono classifiche differenti, utili a individuare punti di forza e criticità nell’erogazione dei LEA (tabella 3).

Alcune Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Veneto, Umbria), indipendentemente dal livello delle loro performance, si collocano in posizioni simili nelle tre aree, documentando uniformità nell’erogazione dell’assistenza.

I punteggi ottenuti nelle singole aree sono utili a individuare punti di forza e criticità nell’erogazione dei LEA

Altre Regioni, invece, mostrano forti squilibri nel posizionamento tra le tre aree: in particolare Calabria, Valle D’Aosta, Liguria, Provincia Autonoma di Bolzano. «Queste differenze – spiega il Presidente – indicano che, anche dove si raggiunge la soglia di sufficienza, persistono marcati squilibri nella qualità dell’assistenza. Ma una sanità che funziona bene solo in ospedale o solo sul territorio non può considerarsi realmente efficace, né tantomeno in grado di rispondere ai bisogni delle persone».

Variazioni 2022-2023

Le differenze tra gli adempimenti LEA 2022 e 2023 sono state analizzate valutando i punteggi totali delle Regioni e le performance nazionali nei tre macro-livelli assistenziali. Nel 2023, 8 Regioni hanno registrato un peggioramento rispetto all’anno precedente, seppure con gap di entità molto variabile: a perdere almeno 10 punti sono Lazio (-10), Sicilia (-11), Lombardia (-14) e Basilicata (-19).

«La riduzione delle performance anche in Regioni storicamente solide – commenta Cartabellotta – dimostra che la tenuta del SSN non è più garantita nemmeno nei territori con maggiore disponibilità di risorse o reputazione sanitaria. È un campanello d’allarme che non può essere ignorato». Sul fronte opposto, due Regioni del Mezzogiorno mostrano un netto miglioramento: Calabria (+41) e Sardegna (+26) (tabella 4).

«Il monitoraggio LEA 2023 – conclude Cartabellotta – certifica ancora una volta che la tutela della salute dipende in larga misura dalla Regione di residenza e che la frattura tra il Nord e il Sud del Paese non accenna a ridursi. Anzi, è più ampia di quanto i numeri lascino intendere: infatti, il set di indicatori NSG CORE, pur rappresentando la “pagella” ufficiale con cui lo Stato misura l’erogazione dei LEA, non riflette in maniera accurata la qualità dell’assistenza.

Per GIMBE necessario ampliare il numero di indicatori LEA e introdurre una rotazione periodica

Si tratta più di uno strumento di political agreement tra Governo e Regioni, basato su pochi indicatori e soglie di “promozione” troppo basse, che tendono ad appiattire le differenze tra Regioni. Per questo la Fondazione GIMBE chiede un ampliamento del numero di indicatori e una rotazione periodica di quelli utilizzati nella “pagella” ministeriale. E invoca una radicale revisione di Piani di rientro e commissariamenti: strumenti che hanno indubbiamente contribuito a riequilibrare i bilanci regionali, ma che hanno inciso poco sulla qualità dell’assistenza e sulla riduzione dei divari tra Nord e Sud del Paese».

Medicina predittiva e protezione dei dati: navigare il complesso quadro regolatorio tra innovazione e diritti fondamentali

0

La trasformazione paradigmatica della medicina nell’era digitale

Nel contesto dell’evoluzione tecnologica contemporanea, la medicina predittiva emerge quale fenomeno trasformativo di portata sistemica, ridefinendo il rapporto tra salute, prevenzione e diritti fondamentali. Tale mutamento, caratterizzato dal passaggio da un approccio terapeutico reattivo a una strategia proattiva di previsione e prevenzione, genera implicazioni giuridiche di straordinaria complessità che investono l’architettura normativa europea e nazionale in materia di protezione dei dati personali.

Il paradigma emergente della medicina delle “4P” – Predittiva, Preventiva, Personalizzata e Partecipativa – si fonda sull’elaborazione algoritmica di volumi massivi di informazioni sanitarie. Questo modello trova la sua concretizzazione nella medicina di iniziativa, approccio rivoluzionario in cui il sistema sanitario identifica e contatta proattivamente i soggetti a rischio prima dell’insorgenza di sintomi clinici. Anziché attendere che il paziente si rivolga al sistema sanitario, sono le strutture sanitarie a utilizzare algoritmi predittivi per stratificare la popolazione e attivare percorsi di prevenzione personalizzati. Questa inversione paradigmatica amplifica le questioni di protezione dei dati, implicando il trattamento sistematico di informazioni sanitarie per finalità di screening preventivo.

La medicina di iniziativa sposta il focus dalla cura alla prevenzione

Esempi concreti di medicina di iniziativa sono già operativi in diverse regioni italiane: programmi di screening oncologico che utilizzano algoritmi per identificare soggetti ad alto rischio basandosi su fattori genetici, familiari e ambientali; sistemi di monitoraggio proattivo per pazienti diabetici che analizzano dati da dispositivi indossabili per prevenire complicanze; iniziative di prevenzione cardiovascolare che combinano dati clinici, genomici e di stile di vita per calcolare score di rischio personalizzati. Questi programmi dimostrano il potenziale trasformativo dell’approccio, ma evidenziano anche le sfide regolatorie nell’assicurare che l’innovazione proceda nel rispetto dei diritti fondamentali.

L’integrazione di dati genomici, clinici, ambientali e comportamentali provenienti da fonti eterogenee – cartelle cliniche elettroniche, dispositivi wearable, app di salute, registri ambientali – richiede l’impiego di tecnologie di machine learning capaci di identificare pattern predittivi invisibili all’osservazione umana. Il rischio che la medicina predittiva e di iniziativa trasformi individui clinicamente sani in “pre-pazienti”, generando nuove forme di vulnerabilità psicologica e sociale, impone una riconsiderazione delle categorie giuridiche tradizionali e dei meccanismi di tutela esistenti.

L’architettura giuridica della protezione dei dati sanitari

L’impalcatura normativa che governa questa rivoluzione si articola attraverso livelli regolatori interconnessi. Il GDPR costituisce il fondamento architettonico, delineando principi cardine la cui applicazione sanitaria assume particolare complessità. Liceità, correttezza e trasparenza configurano obblighi sostanziali che permeano ogni fase del trattamento. Nel contesto della medicina di iniziativa, il principio di trasparenza assume dimensione critica: il contatto proattivo con soggetti sani deve essere accompagnato da un’informativa che spieghi chiaramente modalità di selezione, criteri predittivi utilizzati e conseguenze potenziali dell’inclusione in programmi di screening.

Il principio di minimizzazione dei dati acquisisce particolare rilevanza nella medicina predittiva, dove la tentazione di raccogliere quanti più dati possibili per migliorare l’accuratezza predittiva si scontra con l’obbligo di limitare il trattamento al necessario. Questo equilibrio richiede una valutazione continua del rapporto tra quantità di dati trattati e miglioramento effettivo delle capacità predittive, documentando le scelte effettuate e le alternative considerate.

Il GDPR resta l’architrave della protezione dei dati sanitari

L’articolo 9 GDPR istituisce un regime di protezione rafforzata per i dati sanitari attraverso un divieto generale, temperato da deroghe tassative. Questa architettura impone un “triplo sbarramento” giustificativo:

  • base di liceità generale ex articolo 6
  • deroga specifica ex articolo 9
  • rispetto delle condizioni nazionali aggiuntive.

Tale complessità riflette la volontà di garantire il massimo livello di tutela per dati che toccano la sfera più intima della persona, ma richiede anche competenze giuridiche specialistiche per navigare correttamente il framework normativo.

L’ordinamento italiano, attraverso il Codice Privacy novellato dal D.Lgs. 101/2018, integra il quadro europeo in un sistema a doppio binario. Il Garante Privacy assume un ruolo poliedrico che trascende la vigilanza, estendendosi alla dimensione pro-normativa attraverso provvedimenti interpretativi e regole deontologiche settoriali che traducono i principi generali in prescrizioni operative adattate alle specificità del contesto sanitario nazionale. Recenti interventi del Garante hanno chiarito aspetti cruciali come la gestione del fascicolo sanitario elettronico, le modalità di accesso ai dati da parte dei ricercatori e i requisiti di sicurezza per le piattaforme di telemedicina.

Le basi giuridiche tra consenso e interesse pubblico

Il consenso esplicito dell’interessato mantiene una posizione preminente, sebbene la sua applicazione nel contesto genomico e di screening proattivo presenti complessità peculiari. Il “consenso ampio”, pur riconosciuto dal Considerando 33 GDPR, è oggetto di interpretazioni restrittive che esigono la definizione precisa delle aree di ricerca e garanzie aggiuntive. Tale tensione tra esigenze della ricerca e necessità di preservare il controllo dell’interessato rappresenta uno dei nodi gordiani del diritto della protezione dati nell’era post-genomica.

La sfida del consenso nella medicina di iniziativa è particolarmente acuta: come ottenere un consenso veramente informato quando gli algoritmi predittivi evolvono continuamente e le loro implicazioni a lungo termine sono difficili da prevedere? Alcune soluzioni innovative includono modelli di consenso dinamico che permettono agli interessati di modulare le proprie preferenze nel tempo attraverso piattaforme digitali, e approcci di consenso meta-informato che spiegano non solo cosa verrà fatto con i dati, ma anche i limiti della conoscenza attuale sulle implicazioni future.

La riforma dell’articolo 110 del Codice Privacy (L. 56/2024) segna un mutamento paradigmatico nel trattamento dei dati sanitari per ricerca senza consenso. L’eliminazione della consultazione preventiva del Garante è compensata da un sistema di garanzie endogene: parere favorevole del comitato etico, DPIA obbligatoria e pubblica, documentazione rigorosa delle ragioni che rendono impossibile il consenso. Si configura un modello di responsabilizzazione proattiva del titolare del trattamento che richiede maggiore maturità organizzativa e competenze interne rafforzate.

Il ruolo del Garante Privacy è cruciale per l’attuazione nazionale

L’interesse pubblico emerge quale base giuridica rilevante per l’intelligenza artificiale in sanità e i programmi di medicina di iniziativa. Tuttavia, il d.d.l. 1146/2024 ha incontrato le critiche del Garante per insufficiente specificità rispetto ai requisiti dell’articolo 9(2)(g) GDPR. La genericità della formulazione rischia di non fornire quella base giuridica solida che il GDPR richiede per il trattamento di dati sanitari, evidenziando la necessità di un approccio legislativo più granulare e tecnicamente consapevole.

Governance algoritmica e dimensioni bioetiche

L’implementazione di sistemi di AI nella medicina predittiva introduce complessità normative evidenti nell’applicazione dell’articolo 22 GDPR sulle decisioni automatizzate. Nella medicina di iniziativa, gli algoritmi che selezionano soggetti per programmi preventivi operano decisioni che, pur senza effetti diagnostici immediati, influenzano profondamente il percorso sanitario degli individui, trasformandoli da persone sane in soggetti “a rischio”.

La tensione tra accuratezza predittiva e opacità algoritmica ha catalizzato lo sviluppo della Explainable AI, essenziale per garantire il diritto all’informazione significativa e preservare la fiducia medico-paziente. Emerge il paradosso dei modelli più performanti che risultano meno interpretabili, generando tensione tra efficacia clinica e compliance normativa. Soluzioni emergenti includono approcci ibridi che combinano modelli interpretabili per la spiegazione con modelli complessi per la predizione, e tecniche di post-hoc explanation che generano spiegazioni comprensibili delle decisioni algoritmiche.

Governance, fiducia e sostenibilità guidano l’integrazione dell’innovazione

Il rischio di bias algoritmico rappresenta una sfida insidiosa e multiforme. Attraverso label bias e minority bias, gli algoritmi possono amplificare disuguaglianze sistemiche preesistenti, conferendo loro una patina di oggettività scientifica che ne occulta la natura discriminatoria. Casi documentati includono algoritmi che sottostimano sistematicamente i bisogni sanitari di minoranze etniche o che penalizzano pazienti provenienti da aree geografiche svantaggiate. La mitigazione richiede un approccio multidisciplinare lungo l’intera catena del valore, dall’audit dei dataset di training alla validazione continua post-deployment.

Le frontiere bioetiche generano dilemmi profondi. La gestione degli incidental findings impone un ripensamento del consenso informato verso un meccanismo granulare e dinamico. Il Comitato Nazionale per la Bioetica ha elaborato raccomandazioni che pongono al centro l’autonomia del paziente, suggerendo modelli di consenso stratificato per diverse categorie di risultati: informazioni immediatamente azionabili, predisposizioni a lungo termine, varianti di significato incerto.

Il consenso informato evolve verso modelli dinamici e digitali

La tensione tra diritto di sapere e diritto di non sapere assume connotazioni drammatiche nelle malattie neurodegenerative tardive, dove la conoscenza anticipata di un destino biologico ineluttabile può compromettere la qualità della vita residua. La natura condivisa del dato genetico rivela l’inadeguatezza del paradigma individualistico GDPR, suggerendo nuovi paradigmi giuridici fondati su una concezione relazionale dei diritti che riconosca la dimensione familiare e transgenerazionale dell’informazione genetica.

Prospettive evolutive e raccomandazioni strategiche

L’implementazione dello Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EHDS), con Regolamento in vigore dal 26 marzo 2025, rivoluzionerà l’accesso e l’utilizzo secondario dei dati sanitari attraverso gli Health Data Access Bodies. L’EHDS creerà un mercato unico per il riutilizzo sicuro dei dati per ricerca, innovazione e policy-making. L’implementazione graduale fino al 2031 rappresenta un vettore di armonizzazione delle pratiche di protezione dati che trascenderà la frammentazione normativa attuale.

Per la medicina di iniziativa, l’EHDS aprirà scenari di collaborazione transfrontaliera senza precedenti, permettendo l’identificazione di pattern predittivi su scala europea e programmi preventivi basati su popolazioni più ampie e diversificate. La realizzazione richiederà il superamento di sfide tecniche formidabili: standardizzazione semantica dei dati clinici, interoperabilità dei sistemi informativi sanitari, protocolli di sicurezza comuni, gestione delle differenze linguistiche e culturali nell’approccio alla prevenzione.

Le implicazioni per la cybersecurity assumono dimensioni sistemiche nell’era della medicina digitale. La DPIA (Data Protection Impact Assessment) evolve da adempimento procedurale a strumento cardine di governance del rischio, richiedendo analisi approfondite delle implicazioni etiche, sociali e psicologiche. Le misure di sicurezza devono confrontarsi con minacce sofisticate: ransomware mirati alle infrastrutture critiche, attacchi di data poisoning volti a compromettere l’integrità degli algoritmi, violazioni finalizzate al furto di dati genomici per finalità discriminatorie o estorsive.

L’uso dei dati richiede equilibrio tra predizione, trasparenza e tutele

Le raccomandazioni per l’innovazione responsabile richiedono visione olistica e impegno coordinato. I titolari devono sviluppare governance mature che integrino la protezione dati nella cultura organizzativa attraverso formazione continua, audit periodici e meccanismi di accountability trasparenti. Gli sviluppatori devono adottare un approccio etico by design considerando l’equità algoritmica come elemento di qualità intrinseca, implementando processi di impact assessment algoritmico e coinvolgendo stakeholder diversificati nella progettazione. I policy maker devono elaborare quadri giuridici specifici e tecnicamente informati, evitando formulazioni generiche che creano incertezza giuridica.

La medicina predittiva e di iniziativa costituisce il banco di prova cruciale per il sistema di protezione dati nell’era digitale. Il successo di questa trasformazione epocale dipenderà dalla capacità del sistema giuridico di evolversi dinamicamente mantenendo saldi i principi fondamentali di dignità, autonomia e non discriminazione, in un dialogo continuo tra diritto, tecnologia e medicina che richiede visione sistemica, rigore metodologico e profonda sensibilità etica per coniugare l’imperativo dell’innovazione scientifica con la tutela indefettibile dei diritti fondamentali della persona.

Iardino (The Bridge): «Su salute mentale servono più risorse, ma anche investimento sul capitale umano»

Nel mondo, un miliardo di persone convive con problemi di salute mentale. Si calcola che ansia e depressione impattino sull’economia globale per circa 1.000 miliardi di dollari all’anno. Mentre i costi indiretti legati per esempio alla perdita di produttività sono incalcolabili. Il disagio mentale, inoltre, provoca oltre 700 mila suicidi all’anno. A dirlo è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha recentemente pubblicato due rapporti sul tema: il World Mental Health Today e il Mental Health Atlas 2024

I disturbi mentali rappresentano la seconda causa di disabilità a lungo termine. Le più colpite sono le donne (che rappresentano il 14,8% della popolazione totale contro il 13 degli uomini). Nonostante tutto questo, la spesa pubblica per la salute mentale a livello globale non cresce da anni e si attesta sul 2% dei bilanci sanitari totali (in Italia è il 3%, a fronte di una normativa che prevede almeno il 5%).

Rosaria Iardino

«Gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità, che indicano come oltre 1 miliardo di persone conviva con disturbi mentali, come ansia e depressione, sono preoccupanti, perché certificano una inerzia di fondo nelle politiche di contrasto a questo problema – afferma Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge -. È un’emergenza trasversale, che riguarda tutti, uomini e donne, maschi e femmine, giovani e anziani, senza particolari distinzioni di carattere socioeconomico e con il suicidio che rappresenta una delle principali cause di morte tra i giovani. I nuovi Rapporti pubblicati dall’Oms evidenziano anche l’urgenza di garantire la salute pubblica attraverso l’avvio di misure più efficaci per migliorare i servizi di salute mentale».

Per fare questo, secondo Iardino, «occorre intervenire in una prospettiva più ampia, che coinvolga attivamente non solo le persone ma anche le intere comunità, le istituzioni, le imprese. Servono più risorse economiche e, allo stesso tempo, è necessario investire in maniera capillare sul capitale umano, su una adeguata formazione della comunità educante e sull’aggiornamento professionale degli operatori sociosanitari».

«La salute mentale – conclude la Presidente di Fondazione The Bridge – deve uscire dall’ombra dello stigma. Si avverte il bisogno di acquisire una maggiore consapevolezza di queste problematiche, di un coinvolgimento attivo e responsabile delle nuove generazioni e di un utilizzo avveduto e propositivo delle tecnologie, in particolare dell’intelligenza artificiale. Non bisogna sottovalutare, infatti, l’impatto che i dispositivi digitali hanno sullo sviluppo cognitivo e neurologico dei giovani. In questo contesto assume un ruolo di primo piano la scuola, che deve lavorare in piena sinergia con le famiglie e le istituzioni».

Uso dello smartphone e minori: dove finisce l’uso e comincia la dipendenza?

0

A dodici anni un bambino trascorre in media oltre quattro ore al giorno davanti allo schermo di uno smartphone [Common Sense Media, 2023]. Non si tratta solo di un cambio nelle abitudini ludiche, ma di un fenomeno neuro-comportamentale che preoccupa pediatri e neuroscienziati. Secondo studi di imaging cerebrale [Hutton et al., 2019], l’uso prolungato di dispositivi digitali può influenzare negativamente lo sviluppo della sostanza bianca cerebrale, cruciale per il linguaggio e l’autoregolazione.

In Germania, un’indagine longitudinale condotta fra il 2018 e il 2024 ha mostrato come sintomi di uso problematico dello smartphone siano aumentati soprattutto fra ragazzi e bambini più piccoli, correlandosi a una diminuzione significativa della qualità della vita. Capire quindi il perché (e non solo quanto) i più giovani fruiscono delle nuove tecnologie come gli smartphone potrebbe rivelarsi determinante per proteggerne il benessere mentale.

Per aiutarci nel percorso di analisi, abbiamo chiesto di inquadrare il fenomeno a Cinzia Bressi, Professoressa Associata di psichiatria presso l’Università degli Studi di Milano.

Quali sono i principali segnali clinici che possono indicare un uso problematico o un abuso dello smartphone nei minori?

Cinzia Bressi

«I primi segni clinici che si possono rilevare come indice di consolidamento di un utilizzo problematico o di un abuso dello smartphone riguardano la comparsa di disturbi del sonno, calo delle prestazioni accademiche e isolamento sociale.

In particolare, l’uso eccessivo di Internet, specialmente nelle ore serali, può interferire con il ritmo circadiano e compromettere la qualità del sonno, portando a insonnia, affaticamento e difficoltà di concentrazione; la tendenza a procrastinare e a distrarsi con contenuti online riduce l’efficienza nello studio e nel lavoro, con conseguenti peggioramenti nelle performance scolastiche [Kumar et al., 2018; Wang et al., 2019] e l’uso compulsivo della rete può portare a un minor investimento nelle relazioni, causando un graduale distacco dalle interazioni offline [Ko et al., 2012]. A lungo termine, la priorità data alle attività online può portare a conflitti familiari e difficoltà nelle amicizie, aumentando il rischio di marcato distacco e incapacità nel gestire legami reali e nello sviluppo di adeguate capacità comunicative [Kuss et al., 2014; Chung et al., 2019].

Diversi studi evidenziano, inoltre, una correlazione tra Internet Addiction e maggiore vulnerabilità negli adolescenti e nei giovani adulti a sviluppare disturbi mentali quali depressione e ansia [Kawabe et al., 2016]. La dipendenza può diventare una strategia disfunzionale per affrontare il disagio emotivo, aggravando i sintomi nel lungo periodo.

Comparsa di disturbi del sonno, calo delle prestazioni accademiche e isolamento sociale sono tra i primi segni clinici di un uso problematico dello smartphone

Infine, l’utilizzo dello smartphone per periodi di tempo prolungati può portare a conseguenze che impattano anche la salute fisica, come disturbi muscoloscheletrici (dolori alla schiena, tensioni muscolari e sindrome del tunnel carpale) e affaticamento visivo come secchezza oculare, emicrania e riduzione della qualità della vista».

Dal punto di vista neuropsichiatrico, quali effetti ha l’esposizione prolungata agli schermi sul cervello in via di sviluppo di bambini e adolescenti?

«L’uso eccessivo di dispositivi digitali può avere diverse implicazioni sullo sviluppo neuropsicologico di giovani cervelli. Innanzitutto, numerosi studi suggeriscono che un’esposizione prolungata agli schermi può influenzare le funzioni cognitive, come l’attenzione, la memoria e le capacità di problem solving. Per esempio, uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha evidenziato che un uso eccessivo di media digitali è associato a problemi di attenzione e a un minor rendimento scolastico. La ricerca suggerisce che l’esposizione prolungata può interferire con lo sviluppo delle aree cerebrali coinvolte nell’attenzione sostenuta e nella regolazione emotiva. Inoltre, la letteratura scientifica indica che l’uso eccessivo di schermi può influenzare negativamente lo sviluppo del cervello nelle aree legate alla regolazione emotiva e al controllo degli impulsi. Uno studio pubblicato su NeuroImage ha mostrato che l’uso intensivo di dispositivi digitali può essere associato ad alterazioni nella connettività cerebrale, specialmente nelle regioni prefrontali, che sono cruciali per il controllo esecutivo e la pianificazione. In accordo con ciò, uno studio longitudinale di Chen et al. (2023) su 8.324 preadolescenti (9‑11 anni) ha mostrato che un maggiore tempo giornaliero davanti allo schermo è associato a una connettività indebolita tra corteccia prefrontale e striato dorsale, con effetti negativi sul controllo inibitorio e un aumento dell’orientamento verso ricompense immediate.

Gli effetti possono dipendere da molti fattori, come il tipo di attività, l’età, il contesto d’uso e la predisposizione individuale

Un altro aspetto importante riguarda il sonno. Una ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics ha evidenziato che l’esposizione agli schermi prima di dormire può disturbare i cicli del sonno, influenzando negativamente lo sviluppo cerebrale e le funzioni cognitive.

Tuttavia, non tutti gli studi concordano: alcune evidenze indicano che l’effetto dipende dal tipo di attività (contenuto educativo versus intrattenimento), dall’età, dal contesto d’uso e dalla predisposizione individuale. La ricerca suggerisce cautela: limitare lo screen time (ad esempio a meno di un’ora al giorno per i più piccoli), promuovere contenuti di qualità e mantenere equilibrio con attività fisiche, sociali e relazionali».

Esistono fasce d’età particolarmente vulnerabili all’abuso degli smartphone? E se sì, perché?

«Diversi studi presenti in letteratura dimostrano che gli adolescenti sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti cerebrali conseguenti allo sviluppo di una dipendenza, perché il loro cervello è ancora in fase di sviluppo. Rispetto agli adulti, hanno una minore capacità di autoregolazione e una maggiore impulsività, il che li rende più esposti ai meccanismi di dipendenza digitale. Ricerche di neuroimaging hanno evidenziato che i giovani con dipendenza da Internet presentano connessioni cerebrali alterate rispetto ai loro coetanei che usano la rete in modo sano. Inoltre, vi è una particolare vulnerabilità tra i maschi più giovani, che tendono a trascorrere più tempo online e a sviluppare maggiori difficoltà nel gestire l’autoregolazione.

Gli adolescenti sono più vulnerabili alle dipendenze perché il loro cervello è ancora in sviluppo

In particolare, diversi studi confermano che i maschi tendono a sviluppare un uso più problematico di Internet rispetto alle femmine, con una maggiore predisposizione all’Internet Gaming Disorder (IGD) e all’uso compulsivo di siti di intrattenimento e pornografia [Dong et al., 2022]. Mentre le femmine possono passare molto tempo su Internet, in genere non raggiungono gli stessi livelli di uso patologico osservati nei maschi [Durkee et al., 2012]. Questa tendenza è legata a fattori sia psicologici che comportamentali, come l’impulsività e una minore capacità di autoregolazione».

Qual è la differenza, a livello clinico, tra un uso frequente ma funzionale dello smartphone e un vero e proprio comportamento dipendente?

«Nel contesto dell’attuale società iperconnessa, l’utilizzo quotidiano e intensivo dello smartphone è diventato un comportamento del tutto normale, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. Tuttavia, non sempre un uso frequente è indice di una dipendenza patologica. È quindi fondamentale, dal punto di vista clinico, distinguere tra un uso elevato ma funzionale del dispositivo e un vero e proprio comportamento dipendente. La differenza, come evidenziato dalla letteratura scientifica, risiede non tanto nella quantità di tempo trascorsa sullo smartphone, quanto nella qualità dell’uso, nelle motivazioni sottostanti e nelle conseguenze sul funzionamento psicologico, sociale e comportamentale dell’individuo. Un uso frequente dello smartphone può rientrare in un comportamento funzionale quando risponde a bisogni reali e specifici, come comunicare, informarsi, organizzare attività o fruire di contenuti ricreativi. In questi casi, l’uso del dispositivo è intenzionale, controllato e non interferisce con le attività quotidiane né con il benessere psicologico dell’individuo. Anche un tempo di utilizzo elevato può rientrare nella norma se non è associato a compromissione funzionale, stress soggettivo o sintomi da astinenza. Inoltre, l’individuo riesce a sospendere l’uso del dispositivo senza difficoltà e non manifesta ansia o irritabilità in assenza dello stesso.

Uso frequente non significa sempre dipendenza: serve distinguere tra abitudine funzionale e comportamento patologico

In contrapposizione, si parla di comportamento dipendente quando l’uso dello smartphone presenta caratteristiche simili a quelle dei disturbi da uso di sostanze o da gioco d’azzardo, quali perdita di controllo, uso compulsivo, sintomi da astinenza, tentativi falliti di ridurne l’uso e persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative

La distinzione tra uso frequente e dipendenza da smartphone si basa su tre dimensioni principali.

La prima è il controllo del comportamento: nell’uso funzionale, l’individuo mantiene la capacità di autoregolarsi; al contrario, nella dipendenza, l’uso avviene anche contro la propria volontà (egodistonico), con un pattern compulsivo e ripetitivo.

La seconda è la motivazione dell’uso: l’uso sano è spesso guidato da finalità concrete, mentre la dipendenza è associata all’uso del dispositivo come strumento per regolare stati emotivi negativi, come ansia, noia o solitudine.

Infine, la terza è l’impatto sul funzionamento quotidiano: solo nel caso di dipendenza l’uso dello smartphone determina un deterioramento significativo della qualità della vita, con compromissione delle relazioni, rendimento scolastico o lavorativo, e salute mentale».

Qual è il ruolo della scuola nel prevenire o contenere l’abuso degli smartphone tra gli studenti? Esistono buone pratiche educative efficaci da un punto di vista psichiatrico?

«Negli ultimi anni, l’uso dello smartphone da parte degli adolescenti è diventato sempre più pervasivo, pertanto, essendo la scuola ambiente privilegiato di crescita e formazione, essa assume un ruolo centrale nel contrastare l’uso problematico dei dispositivi elettronici e nel promuovere un approccio più consapevole e responsabile alla tecnologia. Tuttavia, è importante chiarire che non si tratta semplicemente di “vietare” l’uso dello smartphone, ma piuttosto di educare all’equilibrio: aiutare gli studenti a capire quando, come e perché usare (o non usare) un dispositivo digitale. Per farlo in modo efficace, la scuola deve intervenire su più livelli, combinando regole, educazione e relazioni. Molte scuole, in Italia e nel mondo, hanno adottato regole più o meno rigide sull’uso dello smartphone durante l’orario scolastico. In alcuni casi si tratta di un divieto totale, in altri di limitazioni parziali, come la consegna dei telefoni all’inizio della giornata.

Non si tratta semplicemente di “vietare” l’uso dello smartphone, ma piuttosto di educare all’equilibrio

Tuttavia, il solo divieto non basta, un approccio più efficace consiste nell’aiutare gli studenti a sviluppare competenze emotive e digitali, in modo da renderli autonomi nel gestire la propria relazione con lo smartphone. Questo significa, ad esempio, insegnare loro a riconoscere i segnali di uso compulsivo, a regolare il tempo trascorso online, a gestire la noia senza ricorrere subito a uno schermo. Un ulteriore elemento chiave nella prevenzione è il coinvolgimento degli studenti stessi come protagonisti del cambiamento. La cosiddetta peer education, ovvero l’educazione tra pari, si è dimostrata particolarmente efficace nel contesto scolastico. Promuovere una cultura scolastica basata su relazioni autentiche, dialogo e sostegno reciproco non solo aiuta a ridurre l’abuso di tecnologia, ma rafforza la salute mentale complessiva degli studenti. Infine, è essenziale che le iniziative scolastiche siano in sinergia con le famiglie. Quando scuola e genitori collaborano, condividendo valori, regole e strumenti, la prevenzione diventa più efficace e duratura. Questo approccio integrato è alla base dei programmi di promozione della salute mentale riconosciuti anche dalle principali organizzazioni internazionali, come l’OMS».

Come possono i genitori impostare regole e limiti sani sull’uso dello smartphone senza danneggiare il rapporto con i figli o alimentare conflitti?

«Sulla base delle più recenti linee guida, la comunità scientifica suggerisce una serie di accorgimenti:

  • stabilire regole chiare e condivise: è fondamentale coinvolgere i figli nel processo decisionale, spiegando le ragioni delle regole e ascoltando le loro opinioni. Gli esperti sottolineano che la comunicazione aperta e la partecipazione dei figli nella definizione delle regole favoriscono l’adesione e riducono i conflitti
  • impostare limiti temporali e orari: secondo le linee guida dell’American Academy of Pediatrics (2016) è utile stabilire limiti di tempo giornalieri e orari specifici (ad esempio, nessuno smartphone durante i pasti o prima di dormire). Questo può aiutare a creare routine sane e a prevenire l’uso eccessivo di schermi
  • essere un esempio positivo: anche i genitori stessi dovrebbero fare un uso equilibrato degli schermi, poiché i bambini tendono a imitare i comportamenti degli adulti. Molteplici ricerche vanno in questa direzione
  • favorire attività alternative: promuovere attività sociali, sportive o creative aiuta a ridurre la dipendenza dagli schermi e a rafforzare il rapporto familiare; attività offline di qualità migliorano il benessere emotivo e le relazioni familiari
  • utilizzare il dialogo e il rinforzo positivo: invece di punizioni, è risultato più proficuo lodare i comportamenti corretti e discutere apertamente con una comunicazione efficace di ciò che preoccupa il genitore. Diversi studi suggeriscono che che un approccio basato sulla comunicazione empatica riduce i conflitti e favorisce l’adozione di comportamenti sani
  • creare zone libere dagli schermi: ad esempio, la camera da letto dovrebbe essere un’area senza dispositivi, come la televisione. La raccomandazione dell’American Academy of Pediatrics (2016) sottolinea l’importanza di ambienti senza schermi per un sonno di qualità e relazioni più strette».

Per concludere, quali sono le sue considerazioni su questo fenomeno?

«Come sempre, in adolescenza, occorre prestare maggiore attenzione alla persona in via di sviluppo e ai suoi comportamenti. Qualora si ravvisi un’alterazione dell’umore, un distacco dalle relazioni non solo intrafamiliari (“fisiologiche” in questa fase della vita dell’individuo), la riduzione della ricerca di attività extrascolastiche che precedentemente creavano piacere all’adolescente (attività ricreative, sportive, per esempio, così come le uscite con gli amici e interesse per relazioni “romantiche”), disturbi del sonno, maggiore irritabilità senza eventi scatenanti, sarà necessario potenziare la comunicazione con l’adolescente. Sia il genitore che l’insegnante devono attivarsi sinergicamente per incrementare vicinanza empatica e affettiva (da parte dei genitori) e contenuti psicoeducativi (da parte degli insegnanti) sulla regolazione delle proprie emozioni e delle difficoltà proprie della crescita che nascono dal confronto con sé stessi e con l’Altro. Chiarire che le esperienze emotive difficili non vanno evitate ricercando un piacere immediato, una gratificazione certa e subitanea (smartphone e pc) ma riconosciute ed elaborate con l’aiuto di figure adulte significative (genitori, altri familiari, insegnanti, esperti) è fondamentale.

Come sempre, in adolescenza, occorre prestare maggiore attenzione alla persona in via di sviluppo e ai suoi comportamenti

L’attiva comunicazione focalizzata soprattutto sul significato delle esperienze emotive difficili o spiacevoli dovrà essere indirizzata a riconoscere l’utilizzo di meccanismi difensivi disfunzionali (evitamento, negazione, repressione emozionale fino all’ isolamento sociale) e lo svelamento del significato di contenuti emozionali che vanno accolti, anche se accompagnati da ansia, disturbi dell’umore e difficoltà relazionali che andranno interpretati ed elaborati come “fatiche” necessarie e opportunità nel percorso di crescita della personalità dell’adolescente».

La Commissione esaminerà l’iniziativa dei cittadini europei che chiede un sostegno finanziario dell’UE per un aborto sicuro e accessibile

Oggi è stata presentata alla Commissione europea l’iniziativa dei cittadini europei “La mia voce, la mia scelta: per un aborto sicuro e accessibile“, la 12a iniziativa che verrà esaminata dalla Commissione. Dalla sua registrazione nell’aprile 2024, l’iniziativa ha ottenuto 1.124.513 dichiarazioni di sostegno valide da parte dei cittadini dell’UE, superando il minimo richiesto di un milione di dichiarazioni di sostegno e raggiungendo la soglia in 19 Stati membri.

Gli organizzatori dell’iniziativa invitano la Commissione a presentare una proposta di sostegno finanziario agli Stati membri affinché possano garantire a chiunque in Europa non abbia ancora accesso all’aborto sicuro e legale la possibilità di interrompere una gravidanza in condizioni di sicurezza.

L’iniziativa non riguarda la garanzia del diritto all’aborto a livello europeo

Qualsiasi sostegno di questo tipo dovrebbe rispettare i limiti di cui all’articolo 168, paragrafo 7, TFUE, in base al quale l’azione dell’Unione deve rispettare le responsabilità degli Stati membri per la definizione della loro politica sanitaria e per l’organizzazione e la fornitura di servizi sanitari e di assistenza medica. L’iniziativa non riguarda la garanzia del diritto all’aborto a livello europeo.

Nella decisione di registrazione, la Commissione specifica che avrà competenza di dar seguito all’iniziativa solo nella misura in cui questa non abbia come obiettivo o effetto di compromettere la legislazione in materia di ordine pubblico degli Stati membri o, più in generale, le scelte sanitarie ed etiche operate dagli Stati membri nell’esercizio delle loro competenze in tale ambito.

La presentazione dell’iniziativa non incide sulla decisione definitiva della Commissione nel merito né su eventuali azioni da essa intraprese. La Commissione ha tempo fino al 2 marzo 2026 per presentare la sua risposta ufficiale, illustrando le eventuali azioni che intende intraprendere. La Commissione incontrerà gli organizzatori per discutere l’iniziativa nel dettaglio nelle prossime settimane. Il Parlamento europeo organizzerà quindi un’audizione pubblica.

Vaccini, politica e crisi globali: il caldo mese di agosto

0

La sanità, in Italia e nel mondo, ha vissuto in agosto settimane dense di scelte, polemiche e nuove emergenze. Nel nostro Paese hanno fatto discutere le polemiche sul NITAG (National Immunization Technical Advisory Group), l’organismo chiamato a guidare le strategie vaccinali, mentre sul fronte politico si è acceso il confronto sulle risorse della prossima Manovra e sul nodo di medici e infermieri gettonisti. A Torino è cambiata la guida della Città della Salute, tra bilanci in rosso e vertenze giudiziarie.

Sul piano internazionale, invece, l’amministrazione Kennedy ha scosso i vertici dei CDC negli Stati Uniti e, per la prima volta, è stata certificata una carestia a Gaza, aprendo scenari di emergenza sanitaria globale.

Il caso NITAG

Agosto si è aperto con la bufera sul NITAG, il gruppo tecnico consultivo sulle vaccinazioni. Il 5 agosto il ministro della Salute Orazio Schillaci ha reso noti i nomi dei 22 esperti nominati, ma la presenza di Eugenio Serravalle e Paolo Bellavite – da sempre critici sull’efficacia dei vaccini – ha scatenato polemiche.

Società scientifiche e singoli esperti si sono mobilitati, denunciando il rischio di compromettere la credibilità del comitato. La Società Italiana di Igiene, tra le prime a prendere posizione, ha ribadito che il NITAG non è un’arena ideologica, ma un organismo tecnico-scientifico che deve basarsi esclusivamente su evidenze solide.

È durato appena 11 giorni il NITAG: prima dell’insediamento Schillaci ha azzerato il comitato, attaccato per due figure critiche sull’efficacia dei vaccini

Nel frattempo, Francesca Russo, dirigente della Regione Veneto, ha rifiutato l’incarico, mentre il Patto Trasversale per la Scienza ha lanciato una petizione che in pochi giorni ha superato le 35.000 firme chiedendo la revoca delle nomine. Anche il British Medical Journal ha dedicato spazio alla vicenda.

La crisi si è chiusa il 16 agosto, quando Schillaci ha azzerato l’intero comitato dichiarando: «La tutela della salute pubblica richiede la massima attenzione e un lavoro serio, rigoroso e lontano dal clamore. Con questo spirito abbiamo sempre lavorato e continueremo ad agire nell’esclusivo interesse dei cittadini».

La Manovra e la sanità

Sempre ad agosto, Schillaci ha incontrato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per discutere delle risorse da destinare alla sanità nella prossima Legge di Bilancio.

Le priorità saranno assunzioni, prevenzione e salute mentale

Il ministro Schillaci ha annunciato che nel 2026 il Fondo Sanitario Nazionale raggiungerà i 142,5 miliardi, con un incremento di circa 6 miliardi rispetto all’anno scorso: 4 erano già stanziati dalla precedente Manovra, cui dovrebbero aggiungersene altri 2. Ma la cautela resta alta: lo scorso anno le risorse promesse dal MEF non si concretizzarono nella Legge di Bilancio.

Le priorità individuate per spendere i maggiori fondi sono tre: nuove assunzioni di personale sanitario, rafforzamento della prevenzione e finanziamento del piano sulla salute mentale.

Stop ai gettonisti

Dal 31 luglio è vietato assumere personale sanitario “a gettone”, medici e infermieri a chiamata che negli ultimi anni hanno garantito la tenuta di molti reparti, pronto soccorso inclusi, a fronte di costi enormi: l’ANAC stima 457 milioni solo nel 2024, equivalenti a circa 10.000 assunzioni stabili tra medici e infermieri. Dal 2019 al 2024 la spesa complessiva ha superato i 2,1 miliardi di euro.

Eliminata la possibilità di assunzione on demand, resta il problema della copertura dei turni: con un emendamento al disegno di legge sulle prestazioni sanitarie si permette alle aziende sanitarie di assumere direttamente con contratti flessibili, senza passare dalle cooperative. Le ASL potranno quindi ricorrere a contratti liberi professionali, che si aggiungono a quelli coordinati e continuativi già disponibili. Secondo le linee guida, inoltre, i compensi massimi potranno essere di 85 euro all’ora.

Torino, cambio ai vertici della Città della Salute

È durato appena 5 mesi (invece dei 5 anni previsti) il mandato di Thomas Schael come commissario alla Città della Salute e della Scienza di Torino. Dal 1° settembre il nuovo direttore generale sarà Livio Tranchida, già alla guida dell’Azienda ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo.

Rigore sui conti, trasparenza sugli atti e dialogo con tutti: queste le linee guida del nuovo DG di Città della Salute

Il passaggio è accolto positivamente anche dall’Università, che cogestisce l’ente con la Regione. La situazione resta complessa: bilancio 2024 senza firma, un disavanzo da 55 milioni e 16 ex dirigenti rinviati a processo per truffa e falso ideologico. Oltre alla pianificazione operativa del nuovo Parco della Salute.

Il commissario di origini tedesche si è distinto fin da subito per rapporti piuttosto tesi con le parti sociali, fino ad essere condannato dal Tribunale del Lavoro per condotta antisindacale. Appena ricevuto l’incarico formale, Tranchida ha definito le linee guida del proprio operato: massimo rigore sui conti, trasparenza sugli atti e dialogo e ascolto di tutti i soggetti e le istituzioni portatori di interessi nell’Azienda.

CDC e la svolta Kennedy

Il 27 agosto è arrivata la notizia del licenziamento di Susan Monarez, direttrice dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) negli Stati Uniti, rimasta in carica meno di un mese. Al suo posto è stato nominato Jim O’Neill, vice del segretario alla Salute.

Secondo fonti della Casa Bianca, Monarez non avrebbe accettato le pressioni di Robert Kennedy, che le avrebbe chiesto di rimuovere alcuni dirigenti e approvare linee guida antiscientifiche sui vaccini.

L’ultima mossa USA è il licenziamento della direttrice dei CDC non abbastanza allineata con la politica trumpiana

La decisione segue l’azzeramento, a giugno, del Comitato consultivo per le pratiche di immunizzazione (ACIP), i cui 17 membri sono stati sostituiti con esperti scelti personalmente da Kennedy. Si tratta di un panel di consulenti col compito di raccomandare all’agenzia chi debba ricevere le vaccinazioni dopo l’approvazione della FDA.

Recentemente il segretario alla Salute, che si è distinto fin da subito per la sua opposizione ai vaccini, ha anche cancellato mezzo miliardo di dollari di contratti per sviluppare immunizzazioni a mRNA, sostenendo che portino più rischi che benefici.

Gaza, la prima carestia certificata in Medio Oriente

L’IPC (Integrated Food Security Phase Classification) ha confermato per la prima volta lo stato di carestia nella città di Gaza. A fine luglio l’agenzia, sostenuta anche da OMS e Programma Alimentare Mondiale, aveva segnalato livelli senza precedenti di fame, malnutrizione e malattie.

Nonostante l’autorevolezza dell’IPC, si tratta di un organismo di ricerca senza poteri politici. Nel frattempo, a fine agosto è partita la Global Sumud Flotilla, la più grande iniziativa indipendente per portare aiuti umanitari nella Striscia.

Conto annuale, gli infermieri crescono meno nel settore pubblico, attratti da privato e libera professione

Nei giorni scorsi la Ragioneria Generale dello Stato ha diffuso i dati, relativi all’anno 2023, del Conto annuale che tiene conto degli occupati negli Enti appartenenti al Servizio sanitario nazionale. Il quadro che emerge dal report delinea un complessivo aumento del personale sanitario impiegato nel settore pubblico. La situazione però cambia andando ad analizzare nel dettaglio le varie professioni. Nel caso di quelle infermieristiche, infatti, le cifre si muovono in controtendenza rispetto a quelle generali.

Nel 2023, si nota una diminuzione, rispetto ai numeri registrati nel 2022, di 12.869 unità di personale infermieristico nel settore pubblico. Si tratta soprattutto di donne (circa diecimila). Numeri in calo che non fanno il paio però con le iscrizioni all’Albo. Nel 2023, infatti, gli iscritti all’Albo restano invariati rispetto al 2022 mentre nel 2024-25 cresceranno di seimila unità, come testimoniano i dati raccolti e consultabili nella sezione DataCorner del sito della FNOPI. Emerge, quindi, che, in assoluto, il numero di infermieri cresce, ma cala la presenza nel settore pubblico.

Questa tendenza, secondo la Federazione, può essere determinata da una serie di fattori. Anzitutto, nell’anno 2023 oggetto del Conto Annuale, la spinta assunzionale che aveva caratterizzato gli anni della pandemia – nel corso dei quali era stato necessario aumentare il personale nei vari enti del Servizio sanitario nazionale – si è progressivamente esaurita. Va poi considerato l’avvicinamento al picco della gobba pensionistica, in base al quale c’è da immaginare che la maggior parte delle uscite segnalate nel Conto facciano riferimento proprio a pensionamenti di infermieri. Altri due elementi utili a interpretare il calo, infine, sono i trasferimenti all’estero e la progressiva crescita, certificata anche dai dati dell’ente di previdenza ENPAPI, del numero di infermieri che sceglie di praticare la libera professione.

DTx e Intelligenza Artificiale: come accelerare verso la sanità digitale del futuro?

Il settore delle scienze della vita sta vivendo una trasformazione radicale. L’Intelligenza Artificiale (AI) e le Terapie Digitali (Digital Therapeutics, DTx) stanno cambiando non solo i prodotti e i processi, ma anche il modo in cui i diversi attori del sistema sanitario collaborano e interagiscono con i pazienti.

La fotografia di questa rivoluzione è arrivata dall’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano nel convegno “Life Science: costruire il futuro tra digitale, algoritmi e nuove competenze”, realizzato in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici, Farmindustria e le aziende italiane dei settori Pharma e Medtech.

Quasi un medico specialista su due sarebbe disposto a prescrivere una terapia digitale, se ne avesse la possibilità

Secondo la ricerca, il 90% delle imprese considera l’AI fondamentale per rafforzare il coinvolgimento dei professionisti della salute; il 55% la vede come leva per sviluppare nuovi prodotti e il 48% per ottimizzare le sperimentazioni cliniche.

AI già protagonista nelle imprese e nella clinica

Oggi le applicazioni più diffuse nel farmaceutico sono quelle dedicate all’analisi e consultazione di pubblicazioni scientifiche e documentazione tecnica, adottate da circa otto aziende su dieci.

Nel 60% dei casi si utilizzano strumenti di AI generica come ChatGPT o Copilot, mentre il 36% delle imprese ha già sviluppato soluzioni di AI generativa basate su dati proprietari.

La trasformazione non riguarda solo le aziende. Quasi un medico specialista su due sarebbe disposto a prescrivere una terapia digitale, se ne avesse la possibilità. Il 41% dei Medici di Medicina Generale e il 33% dei medici specialisti hanno già consigliato app per monitorare parametri clinici; rispettivamente il 24% e il 31% hanno suggerito app per migliorare lo stile di vita.

A livello internazionale, le Terapie Digitali attive sono 112, con un’attenzione particolare a salute mentale (35%), endocrinologia (22%), reumatologia (9%) e neurologia (9%).

Un passo importante in Parlamento

Simona Loizzo

Il 2 luglio 2025 la Commissione Affari Sociali della Camera ha adottato un testo unificato sulle terapie digitali, frutto di un accordo bipartisan. «Un testo unificato frutto dell’accordo tra maggioranza e opposizione. Ora avanti verso la sperimentazione e i finanziamenti» ha dichiarato l’Onorevole Simona Loizzo, Presidente del Gruppo interparlamentare sulla sanità digitale e relatrice del provvedimento.

A TrendSanità, Loizzo ha spiegato: «Il testo, che è stato emendabile fino al 21 luglio, proseguirà poi il suo iter in un Comitato di valutazione di 14 membri presso il Ministero della Salute, prima di approdare in Aula. L’obiettivo è arrivare alla discussione entro l’autunno, idealmente prima di Natale, così da poter porre le basi normative per il riconoscimento e la rimborsabilità delle terapie digitali già a partire dal 2026».

Fondi, governance e ruolo dei pazienti

Sul fronte delle risorse, Loizzo ha confermato l’apertura di un dialogo con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per istituire un fondo dedicato alla fase sperimentale delle DTx. L’idea è quella di costruire un hub nazionale dove fondazioni, università e startup possano collaborare in modo sinergico. La richiesta che sarà avanzata riguarda un fondo da 50 milioni di euro all’anno per tre anni, interamente dedicati alla sperimentazione

L’iter per l’approvazione del testo unificato sulle terapie digitali è avviato

Per quanto riguarda la governance, il comitato tecnico di 14 membri sarà sotto la supervisione della Direzione dei Dispositivi Medici del Ministero della Salute e includerà rappresentanti di AIFA, Agenas, ISS, Conferenza Stato-Regioni, Ordine dei Medici e dei Farmacisti. Un elemento di grande rilievo, sottolinea la parlamentare, è l’inclusione di due rappresentanti delle associazioni dei pazienti con competenze specifiche in terapie digitali.

Per Loizzo, si tratta di «una svolta per la sanità italiana» che apre la strada a trattamenti non farmacologici, gestiti da algoritmi e tecnologie digitali, spesso potenziati dall’AI: «Un’innovazione che può diventare un fiore all’occhiello del nostro SSN».

Ostacoli e priorità per il mercato delle DTx

A margine del convegno, TrendSanità ha raccolto il punto di vista di Valeria Glorioso, Direttrice del Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici, sul procurement e sull’accesso al mercato.

Valeria Glorioso

Sottolinea Glorioso: «Le DTx sono dispositivi medici marcati CE, validati da studi clinici, pronti per trattare diversi disturbi, eppure queste tecnologie faticano a entrare nei percorsi di cura del SSN. Non perché manchi la regolazione del mercato, ma perché manca il secondo passo: l’integrazione nei meccanismi del sistema sanitario».

Gli ostacoli? «Mancato aggiornamento dei nomenclatori e del tariffario, assenza di un percorso HTA dedicato e mancato riconoscimento chiaro nei LEA. Come Confindustria Dispositivi Medici auspichiamo azioni concrete e coordinate in tre direzioni: la prima riguarda la strutturazione di una normativa chiara e coerente con l’MDR, che non introduca definizioni ibride (come “principio attivo digitale”) che creano ambiguità e rischiano di assimilare impropriamente le DTx ai farmaci. È indispensabile poi sviluppare dei percorsi di valutazione e rimborso chiari e accessibili e, infine, puntare moltissimo sulla formazione.

Le tecnologie sono pronte, anche il sistema sanitario deve esserlo

Non basta autorizzare un dispositivo se poi non è prescritto, integrato e compreso. Serve un investimento serio in formazione, rivolto ai clinici, agli ingegneri clinici, ai farmacisti ospedalieri e alle direzioni sanitarie, ai pazienti, a tutti gli stakeholder. Le terapie digitali vanno comprese nella loro logica d’uso, nella gestione dell’aderenza, nell’interpretazione dei dati. L’enabling of capabilities è fondamentale».

Modelli virtuosi di procurement e sfide future

Sul fronte del procurement, Glorioso cita la Germania come esempio: «Hanno introdotto forme di accesso condizionato con raccolta dati post-market: un approccio pragmatico che accelera l’adozione garantendo sicurezza. Il tema si lega all’esigenza prioritaria di sviluppare dei percorsi di valutazione e rimborso chiari e accessibili, che premino la qualità dell’evidenza ma in modo proporzionato. Oggi il DDL prevede due studi clinici “di alta qualità” per l’inserimento nei LEA: una soglia rigida che rischia di escludere tecnologie a basso rischio o start-up che non possono sostenere studi multipli e costosi».

La conclusione è chiara: «Le tecnologie sono pronte, anche il sistema sanitario deve esserlo: norme coerenti, percorsi chiari e professionisti formati sono la chiave perché le DTx diventino uno strumento universale di cura, in grado di realizzare il principio di uguaglianza sostanziale alla base del nostro SSN».

Vaccini: studio CNR dimostra che il tempo tra le dosi può fare la differenza

L’intervallo tra la prima dose di vaccino (primer) e quella di richiamo (booster) è un fattore determinante nel contenimento di un’epidemia. In contesti di risorse limitate, la scelta della tempistica può influenzare in modo decisivo l’evoluzione del contagio. È quanto emerge da uno studio condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche con l’Istituto dei sistemi complessi (CNR-ISC) e l’Istituto per le applicazioni del calcolo (CNR-IAC), che ha utilizzato un approccio matematico per analizzare diversi scenari di distribuzione delle dosi e valutare l’impatto delle diverse strategie a livello di popolazione.

Lo studio è pubblicato sulla rivista Physical Review Research. «I risultati mostrano che, quando le risorse sono scarse e i tempi di attesa per le dosi sono lunghi, l’approccio più efficace è dare priorità assoluta alla prima dose, così da aumentare rapidamente la copertura vaccinale iniziale – afferma Francesca Colaiori, ricercatrice del CNR-ISC -. Al contrario, in presenza di un tasso di vaccinazione più elevato e di una maggiore disponibilità di dosi, è vantaggioso cominciare a somministrare anche seconde dosi mentre ancora una parte della popolazione è in attesa della prima, con una priorità relativa che dipende dalle risorse disponibili».

Lo studio identifica anche il punto in cui al variare delle risorse disponibili c’è la transizione tra i due regimi ottimali e diventa vantaggioso somministrare parallelamente le seconde dosi. «Una corretta strategia ha l’effetto di spostare la soglia epidemica e dunque in alcune circostanze può perfino sopprimere del tutto epidemie che, con una pianificazione sub-ottimale, sarebbero invece esplose», aggiunge Colaiori.

Dallo studio emerge che, in caso di risorse limitate, l’intervallo ottimale per l’immunità del singolo individuo potrebbe non coincidere con quello più vantaggioso a livello di popolazione. «Durante l’epidemia di Covid-19, molti Paesi si sono trovati a dover decidere come allocare scorte limitate di vaccini – spiega Colaiori -. Alcuni paesi hanno scelto di prolungare l’intervallo tra le dosi, dando priorità alla somministrazione della prima dose al maggior numero possibile di individui idonei, seguendo le raccomandazioni del Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI). Il JCVI riteneva infatti che ridurre al minimo la popolazione vaccino-naïve (cioè, priva di immunità vaccinale) avrebbe ridotto significativamente il rischio di malattie gravi e ricoveri ospedalieri a breve termine. Altri paesi, invece, si sono attenuti alle indicazioni iniziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), che raccomandava un intervallo più breve tra le dosi».

Influenza, Quici (CIMO-FESMED): «Ospedali si preparino ora a stagione impegnativa»

Prepariamoci ad un autunno complicato: la prossima stagione influenzale, secondo quanto osservato in Australia, sarà una delle peggiori degli ultimi anni. A luglio infatti nell’Australia meridionale è stato raggiunto il maggior numero di casi settimanali di influenza da 6 anni a questa parte, le infezioni sono aumentate del 70% rispetto allo scorso anno, i ricoveri cresciuti del 50% in due settimane e si è registrato il peggior aumento di ore di servizio delle ambulanze (5.866) mai registrato.

«Lo diciamo con ampio anticipo: è questo il momento giusto per prepararsi all’ondata influenzale ed evitare che il Servizio sanitario nazionale si paralizzi – dichiara Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED -. Dobbiamo evitare l’affollamento dei Pronto soccorso, il blocco delle ambulanze in attesa che le barelle si liberino, il peggioramento della carenza di personale sanitario a causa delle assenze per malattia di medici e professionisti sanitari colpiti dal virus, e il solito scetticismo vaccinale che spinge i più fragili a non proteggersi per tempo».

«Occorre dunque organizzare una seria e convincente campagna vaccinale che protegga il personale sanitario e chi è esposto alle conseguenze gravi dell’influenza, come i pazienti anziani e fragili; prevedere presidi territoriali che prendano in carico i casi meno gravi, che non necessitano del ricovero ospedaliero; intervenire sugli ospedali colmando le carenze di personale, prevedendo percorsi dedicati durante la fase del picco stagionale e organizzando i reparti in modo da impedire la circolazione del virus. Intervenire quando il caos è già scoppiato è inutile. Bisogna agire ora».