Home Blog Page 34

Tossicità finanziaria: la voce di una paziente e caregiver

La tossicità finanziaria non è fatta solo di spese mediche: incide sul lavoro, sui diritti, sulla qualità di vita dei pazienti oncologici e delle loro famiglie. In questo speciale, diamo spazio alla testimonianza di Francesca RG, paziente oncologica e allo stesso tempo caregiver del compagno, anch’egli colpito da una grave patologia. La sua esperienza mostra come costi “invisibili”, tempi di cura, burocrazia e mancanza di supporti adeguati possano trasformare la malattia in un percorso di disuguaglianze e rinunce. Una narrazione che invita a riflettere sul bisogno urgente di una reale giustizia sanitaria per i pazienti e per chi se ne prende cura.

Qual è stato l’impatto economico più significativo che ha dovuto affrontare da quando ha ricevuto la diagnosi?

«Quando parliamo di tossicità finanziaria, pensiamo principalmente ai costi legati agli spostamenti per le procedure mediche. Spostamenti che, se sei fortunato come me (K mammella ormono-responsivo HER2-), non ti costringono a spostarti fuori regione. Tuttavia, ci sono costi “invisibili” legati al tempo necessario per reperire informazioni che gli oncologi non hanno tempo di fornire. La scarsità di professionisti onco-ematologici ha portato a un sovraccarico di lavoro, riducendo il tempo per un’interazione qualitativa. Il medico si riduce a un “venditore di terapie”, creando un paradosso assistenziale. Il paziente ha bisogno di essere seguito sempre dallo stesso oncologo e ricevere informazioni personalizzate, ma questo, spesso non avviene. Il ricorso al “mercato” dell’oncologia privata diventa una via parallela, ma solo per chi ne ha la possibilità economica. Inoltre, non tutti gli ospedali dispongono di uno psico-oncologo e un nutrizionista oncologico; pertanto, bisogna ricorrere al territorio. Fortunatamente questo divario viene in parte colmato dalle associazioni dei pazienti».

Costi “invisibili”, tempi di cura, burocrazia e mancanza di supporti adeguati possono trasformare la malattia in un percorso di disuguaglianze e rinunce

In che modo il suo ruolo di caregiver ha influito sulle sue possibilità di lavorare?

«Ho terminato le terapie salvavita il 13 dicembre 2024 e iniziato la terapia ormonale quinquennale, con vari disagi psico-fisici ancora presenti, nel frattempo ho seguito il corso di perfezionamento realizzato dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con FAVO, in “Patient engagement and advocacy in oncologia”.  Il 22 aprile, il mio compagno è stato ricoverato per rischio di crollo vertebrale. Inizialmente pensavamo a un’ernia del disco, ma gli è stato diagnosticato un mieloma multiplo. È stato uno tsunami durante i festeggiamenti per la mia ripresa. Durante le tre settimane di ricovero, andavo ad aiutarlo sia a pranzo che a cena, poi sono iniziate le dimissioni protette e le terapie ambulatoriali. Il mio impegno è circa 3-4 giorni a settimana tra ospedale e centro fisioterapico. Cercare un lavoro è decisamente impossibile. Sono fortunata perché le tutele economiche riconosciute fino ad ottobre mi permetteranno di essere presente e sostenere questo lungo percorso».

Ha dovuto rinunciare a cure per motivi economici?

«Sì, soprattutto per l’integrazione. L’integrazione di qualità è veramente costosa, dalla vitamina D e vitamina C. Sono integratori che aiutano tantissimo come supporto prima delle cure chemioterapiche e radioterapiche, ma ho dovuto rinunciare per difficoltà economiche».

Le forme di supporto sono fondamentali, ma rimane il problema del tempo e delle peculiarità delle diverse neoplasie

Quali forme di supporto le sono state utili e cosa manca?

«Le forme di supporto come indennità di accompagnamento, pensione di inabilità civile, esenzione del ticket, contrassegno disabili e Disability Card sono state fondamentali. Tuttavia, rimane il problema del tempo. L’iter burocratico, sebbene semplificato, presenta criticità. L’INPS ha l’obbligo di chiamare a visita entro 15 giorni, ma può risultare complesso per chi non è informato, comportando ritardi nelle indennità economiche. Il paradosso è che il paziente deve autofinanziarsi per almeno i primi tre mesi di cure. Un ulteriore problema si presenta quando si terminano le cure salvavita e si entra nella fase di follow-up. Questa fase è delicata perché continui ad avere effetti avversi delle terapie, ma per l’INPS la condizione non è più considerata completamente invalidante. Quando sei in cura sei visibile a 360° e le tossicità sono immediatamente attenzionate; dopo, sono considerate normali e vieni sbattuta sul territorio con tempi biblici».

Cosa propone per una maggiore giustizia sanitaria?

«Concludo con un’aspirazione utopistica di giustizia sanitaria: correlare le indennità alle diverse tipologie di neoplasie. Il piano terapeutico di ogni tumore varia significativamente in durata e frequenza, e di conseguenza anche i costi da sostenere. Non si può paragonare la mia terapia con altre patologie, andiamo 3-7 volte in ospedale per esami, stando dalle 3 alle 5 ore ogni volta. Non è paragonabile come frequenza e intensità».

Breast Unit per garantire una presa in carico completa, anche dal punto di vista umano

0

Nel panorama oncologico italiano, il tumore della mammella rappresenta la neoplasia più diagnosticata. In questo contesto, le Breast Unit si pongono come modelli di eccellenza nel garantire una cura integrale alle pazienti, affrontando non solo gli aspetti clinici, ma anche le difficoltà economiche che spesso influiscono sull’aderenza alle terapie.

Per lo Speciale sulla tossicità finanziaria in oncologia, a TrendSanità abbiamo intervistato Francesca Rovera, Direttore della Breast Unit della ASST 7 Laghi di Varese e Presidente della Scuola di Medicina dell’Università dell’Insubria. Con lei esploriamo come queste strutture, attraverso una sinergia con il terzo settore, possano mitigare la tossicità economica e garantire un accesso equo alle cure, promuovendo un approccio umano e multidisciplinare nella lotta contro il cancro.

Nel suo lavoro quotidiano quanto spesso riscontra che le difficoltà economiche influenzano l’aderenza alle terapie? Come l’ospedale cerca di mitigare questi effetti?

Francesca Rovera

«Il problema è molto presente. Le pazienti riferiscono difficoltà legate all’aderenza alle terapie, che sono spesso lunghe e complesse, e all’assenza dal lavoro. Tuttavia, il modello Breast Unit rappresenta una soluzione vincente perché garantisce una presa in carico completa della paziente, non solo dal punto di vista oncologico ma anche umano.

In Lombardia, dove dal 2016 i tumori mammari devono essere trattati obbligatoriamente nelle Breast Unit, abbiamo sviluppato una collaborazione fondamentale con il terzo settore. Le associazioni di volontariato non sono sussidiarie ma complementari: forniscono trasporti per le pazienti che vivono distanti dall’ospedale, supporto per le chemioterapie settimanali, e aiuti pratici come parrucche per gestire l’alopecia. Non curiamo solo una patologia, ma ci prendiamo cura di una persona a 360 gradi».

Il sistema sanitario attuale garantisce equità di accesso alle cure oncologiche senza gravare eccessivamente su pazienti e famiglie?

«Le Breast Unit sono una garanzia di standard qualitativi elevati. Per essere riconosciuta, una Breast Unit deve trattare almeno 150 casi all’anno con un team multidisciplinare completo. In Lombardia abbiamo 37 Breast Unit distribuite capillarmente, ma non è così ovunque in Italia. È vero che al Sud la minore presenza di questi centri costringe le pazienti a spostarsi, creando costi aggiuntivi. Tuttavia, è qui che il terzo settore diventa cruciale: le associazioni devono promuovere la creazione di nuove Breast Unit e aiutare le pazienti a raggiungere i centri di eccellenza. Dobbiamo evitare le migrazioni sanitarie: ogni paziente ha diritto a essere curata bene vicino a casa, con il supporto della famiglia che è parte integrante della cura».

Il modello Breast Unit rappresenta una soluzione vincente perché garantisce una presa in carico completa della paziente, non solo dal punto di vista oncologico ma anche umano

Perché è importante, dal suo punto di vista, affrontare il tema della tossicità economica?

«Come Presidente della Scuola di Medicina, ritengo fondamentale insegnare ai futuri medici che la cura va oltre l’atto tecnico. Quando una paziente si sente accompagnata anche nella gestione quotidiana, dal trovare qualcuno che si occupi dei bambini al recupero di un esame, questo è anche cura. Il terzo settore ci aiuta fornendo supporti apparentemente “minori” ma essenziali: borsine per i drenaggi, cuscini specializzati, attività come il dragon boat che uniscono recupero fisico e supporto psicologico. Questi servizi devono essere offerti a tutte le pazienti, non solo a chi può permetterseli privatamente. L’umanizzazione delle cure significa creare un’alleanza terapeutica vera, dove il medico diventa alleato della vita a 360 gradi».

Il costo nascosto delle cure oncologiche: cosa ne pensa AIOM

Francesco Perrone, oncologo e Presidente AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), offre una prospettiva chiara e incisiva sul costo nascosto delle cure oncologiche in Italia. Attraverso la sua esperienza come Direttore del Dipartimento di Ricerca Traslazionale dell’Istituto dei Tumori di Napoli, Perrone analizza per TrendSanità come la tossicità finanziaria non sia solo una questione individuale, ma un problema sistemico che richiede attenzione e misurazione.

Secondo lei, la tossicità finanziaria che impatto ha sui pazienti oncologici?

«Il problema non è tanto quello che si vede quotidianamente nei reparti, ma il punto di osservazione. La capacità di leggere il fenomeno è uno dei problemi del fenomeno stesso. Se ne parla poco, ma soprattutto si misura poco. È un fenomeno che si vede solo se lo si misura, altrimenti resta aneddotico. Il punto di osservazione non può essere l’ambulatorio o il reparto: così si rischia di derubricare il fenomeno a problema del singolo paziente, senza rendersi conto che parliamo di un problema sistemico».

Francesco Perrone

Come avete affrontato questa sfida a livello di ricerca?

«Anni fa, come ricercatori dell’Istituto dei Tumori di Napoli, abbiamo analizzato i dati di circa 3mila pazienti che avevano compilato questionari contenenti una domanda sulla tossicità finanziaria. Pensavamo che il problema riguardasse solo gli Stati Uniti, dove era nato il dibattito scientifico. Il risultato è stato sorprendente: uno su quattro pazienti rispondeva che il cancro o le cure avevano provocato problemi economici nell’ultima settimana. Questo in un contesto di servizio sanitario nazionale che dovrebbe garantire tutto a tutti».

Cosa significa, secondo lei, concretamente, soffrire di tossicità finanziaria?

«Il paziente tipico spesso non si rende nemmeno conto di soffrirne. È una persona che sta modificando il proprio stile di vita: non lavora più quindi guadagna meno, ha perso l’autonomia e ha bisogno di supporto a pagamento, acquista farmaci senza avere le idee chiare su cosa sia davvero cruciale. Non è l’aneddoto clamoroso del caregiver che spende 50-70mila euro per portare il figlio all’estero. È un problema di effetto medio che si tende a non vedere senza strumenti adeguati».

Avete sviluppato uno strumento specifico per l’Italia?

«In Italia abbiamo realizzato il questionario PROFFIT (Patient Reported Outcome for Fighting Financial Toxicity). Lo strumento americano serviva solo a misurare il fenomeno, ma in America è ovvio che con il cancro devi pagare. In Italia il concetto è diverso: se fino a ieri ero sano e pagavo le tasse, oggi che sto male è il momento della restituzione. Se questa non arriva in maniera soddisfacente, qualcosa non va. Il nostro strumento richiama le cause per capire i determinanti della tossicità finanziaria e cercare di modificarli».

In Italia se fino a ieri ero sano e pagavo le tasse, oggi che sto male è il momento della restituzione: se questa non arriva in maniera soddisfacente, qualcosa non va

Qual è stato il ruolo delle associazioni di pazienti per il progetto PROFFIT?

«Il terzo settore, in particolare FAVO, è stato una colonna insostituibile del progetto PROFFIT. Le associazioni hanno un ruolo propulsivo fondamentale e possono operare su due canali: informare i cittadini sui loro diritti e far capire che il servizio sanitario nazionale è un grande valore da difendere. Molti pazienti non conoscono le tutele esistenti o non sanno come attivarle. Garantire che vengano realmente applicate è già un modo per contribuire al contrasto del problema».

Che messaggio darebbe ai decisori politici?

«Viviamo in un servizio sanitario che formalmente mira a garantire il 100% dei bisogni dei cittadini. I dati ci dicono che oggi garantiamo ottimisticamente tra il 70% e il 75%.  Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo di garantire tutto a tutti. La riforma federale di inizio secolo, pur nata con buone intenzioni, ha creato una frammentazione dannosa. Abbiamo pensato di semplificare facendo 20 volte una cosa molto difficile su scala regionale, ma rifare 20 volte una cosa complessa significa farla sempre peggio. Il danno dell’inequità derivante dalla frammentazione è molto maggiore del beneficio della semplificazione. Questo non funziona quando qualcuno si ammala di cancro e deve giocare una partita importante per la propria vita».

Qual è, secondo lei, la prospettiva futura?

«Stiamo accumulando dati che ci parlano di gradienti geografici e popolazioni più a rischio. Il passaggio critico ora è capire come combattere il fenomeno. Mi piacerebbe poter sperimentare policy che differenzino i pazienti in base all’impatto della tossicità finanziaria. Lo strumento PROFFIT è volutamente non brevettato e open access. Vedere oncologi italiani che lo usano senza chiamarmi è il top della soddisfazione per chi voleva produrre uno strumento utile alla comunità».

Iannelli: «La malattia non deve diventare una condanna economica»

La tossicità finanziaria in oncologia rappresenta una sfida complessa che va oltre il semplice costo delle cure, toccando diritti fondamentali come il diritto alla salute e il principio di uguaglianza. Con Elisabetta Iannelli, Avvocato, Segretario generale di FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e Presidente di AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro) approfondiamo come questa problematica si intrecci con le questioni legali e giuridiche in Italia. Attraverso la sua esperienza, Iannelli evidenzia le barriere burocratiche che ostacolano l’accesso ai diritti e agli strumenti di supporto economico per i pazienti, in particolare quelli più vulnerabili. In questa intervista, esploreremo le implicazioni della tossicità economica sulla qualità della vita e sulla sopravvivenza, sottolineando l’importanza di una riforma normativa che garantisca equità e dignità a tutti i pazienti oncologici.

Elisabetta Iannelli

Come si inquadra la tossicità finanziaria oncologica in ambito giuridico e legale?

«La tossicità finanziaria oncologica è l’impatto economico che una diagnosi di cancro può avere sulla vita del paziente e della sua famiglia. Dal punto di vista giuridico, questa condizione tocca diritti fondamentali come il diritto alla salute (art. 32 Cost.) e il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.). Se le difficoltà economiche impediscono l’accesso pieno e dignitoso alle cure, si crea una disuguaglianza che il diritto ha il dovere di prevenire e correggere. Esistono già strumenti di tutela: esenzioni sanitarie, indennità, congedi lavorativi, e più recentemente il diritto all’oblio oncologico, che protegge i guariti da discriminazioni. Tuttavia, la tossicità finanziaria resta un’area in parte sommersa, che richiede maggiore attenzione culturale e normativa. Inquadrarla giuridicamente significa riconoscere che la malattia non si affronta solo dal punto di vista clinico, ma bisogna intervenire anche sul piano socio-economico».

Nel contesto italiano, quali barriere legali o burocratiche ostacolano l’accesso a strumenti di supporto economico, benché operiamo in un sistema sanitario universale?

«La tossicità finanziaria è una delle dimensioni più trascurate della malattia oncologica. Spesso si pensa che, grazie al nostro sistema sanitario pubblico, il problema economico non esista. Ma la realtà è ben diversa. Molti pazienti, soprattutto quelli in età lavorativa, si trovano a dover affrontare spese impreviste, perdita di reddito, difficoltà nel mantenere il lavoro o nel rientrare dopo le cure. E questo accade anche perché le tutele previste, come i congedi, le esenzioni e le indennità, sono frammentarie, difficili da ottenere e spesso poco conosciute. La burocrazia, in questi casi, diventa un ostacolo reale, che aggiunge stress e incertezza a un percorso già durissimo. In FAVO ci battiamo da anni per portare alla luce questa forma di “effetto collaterale” del cancro. Abbiamo promosso ricerche, come quella con il Censis nel 2011-12 e con il CNR nel 2018-19, e partecipato alla coprogettazione di strumenti concreti come il PROFFIT, che misura la tossicità finanziaria dalla prospettiva dei pazienti. Ma non basta. Serve una riforma strutturale che protegga davvero i pazienti e i loro caregiver, che garantisca equità e dignità anche sul piano economico. Perché curare una persona non significa solo somministrare farmaci, ma anche metterla nelle condizioni di vivere, lavorare e sperare senza essere schiacciata dal peso della malattia».

I pazienti oncologici più giovani, precari o autonomi sono tra i più esposti alla tossicità finanziaria

Nel nostro Paese, uno studio osservazionale su 167 pazienti nel 2021 ha rilevato un punteggio mediano di tossicità economica di 23,8 su 100, significativamente più alto nei pazienti più giovani o con impatti economici da Covid-19.  Quali strumenti legali possono aiutare questi pazienti vulnerabili, specie se lavoratori autonomi o con contratti precari?

«I dati dello studio confermano ciò che vediamo ogni giorno: i pazienti oncologici più giovani, precari o autonomi sono tra i più esposti alla tossicità finanziaria. E il Covid ha amplificato tutto questo. Il problema è che il nostro sistema di tutele è ancora troppo legato a un modello di lavoro dipendente e stabile, che oggi non rappresenta più la realtà di molti. Per i lavoratori con partita IVA servono strumenti specifici: penso a un’estensione reale delle indennità di malattia oppure a una sospensione dei contributi previdenziali durante le terapie, o ancora a forme di bonus economico una tantum. Ma soprattutto serve semplificazione: non possiamo chiedere a chi sta lottando per la vita di affrontare anche una giungla burocratica. La malattia non deve diventare una condanna economica. E il diritto deve farsi carico di proteggere davvero i più vulnerabili, non solo sulla carta».

Se prevenire la povertà da cancro può salvare vite, allora anche questo deve diventare parte integrante della strategia terapeutica

Un’analisi italiana del 2016 ha dimostrato che il 22,5 % dei pazienti arruolati in trial clinici ha sviluppato tossicità economica durante il trattamento, con un aumento del rischio di decesso del 20 % (HR 1,20; 95 % CI 1,05‑1,37). Ci può spiegare come, in ambito normativo, la tossicità economica incida non solo sulla qualità di vita, ma potenzialmente anche sulla sopravvivenza, e se vi sono spazi per contenziosi laddove le cure previste vengano alterate da motivi economici?

«I dati dello studio del 2016 sono stati un campanello d’allarme importante: molti pazienti oncologici sviluppano tossicità economica durante i trattamenti, e questo si associa a un aumento del rischio di morte del 20%. È un dato che ci ha colpiti profondamente. I risultati dello studio dimostrano che la tossicità finanziaria non dipende dal costo diretto delle cure (quando sono a carico del paziente), ma da tutto ciò che ruota attorno: perdita di reddito, spese accessorie, difficoltà logistiche e lavorative.  Questo fenomeno è ancora poco conosciuto e certamente sottovalutato anche dal punto di vista normativo. Ma prima il punto non è solo giuridico: è etico e sistemico. Come FAVO, abbiamo più volte sottolineato che la tossicità finanziaria può avere un impatto sulla sopravvivenza paragonabile a quello di un farmaco oncologico particolarmente efficace. Se prevenire la povertà da cancro può salvare vite, allora anche questo deve diventare parte integrante della strategia terapeutica. E il diritto deve evolversi di conseguenza, riconoscendo la vulnerabilità economica come un fattore clinico e sociale da proteggere».

Tossicità finanziaria in ambito oncologico: perché parlarne? Il punto con Elio Borgonovi

0

In un sistema sanitario che promette cure gratuite e universali, c’è un costo nascosto che colpisce molti pazienti oncologici: la tossicità finanziaria, detta anche tossicità economica. Non è solo una questione di spese mediche, ma anche di disparità, di viaggi sanitari, di rinunce e di solitudine economica. In questo ciclo di interviste, raccogliamo diverse voci di per inquadrare e capire dove nasce il problema, chi lo subisce e cosa si può fare per cambiare rotta.

Ma perché bisogna parlarne? Perché i costi diretti e indiretti per le cure oncologiche sono stati indicati in circa 1.841€ all’anno per esami clinici [dati FAVO 2025], per visite specialistiche, farmaci non oncologici e spese di viaggio e alloggio. E perché l’esenzione “048” copre solo farmaci, visite ed esami specifici. E quindi rischiamo di restare scoperti molti costi correlati a farmaci di supporto, integratori e visite per effetti correlati non direttamente oncologici e altre necessità. Per questi ultimi costi le famiglie ricorrono a spese “out of pocket”, ovvero di tasca propria.

Inquadriamo il problema sotto il profilo di economia sanitaria con Elio Borgonovi, Presidente del CERGAS, Università Bocconi.

Esiste una correlazione tra condizione economica e sopravvivenza nei tumori? La “tossicità finanziaria” in ambito oncologico può essere associata a peggiori esiti clinici?

Elio Borgonovi

«In una ricerca condotta per CNA pensionati, una percentuale di circa 1,5% dei rispondenti aveva sostenuto spese di salute superiore ai 3mila euro. Il dato non era riferito specificatamente a pazienti oncologici, ma indubbiamente questa correlazione esiste. In uno studio di alcuni anni fa riferito a Londra, emergeva che ad ogni miglio di distanza dal centro peggiorava la condizione. Lo studio sui determinanti di salute, fattori socioeconomici più importanti, sono quindi a “cerchi concentrici” come viene evidenziato in questa ricerca. Se ricordo bene, uno studio analogo è stato fatto anche a Torino dal collega Giuseppe Costa. In effetti, la condizione economica è uno dei fattori che incide maggiormente sull’attesa di vita e soprattutto sull’attesa di vita in buona salute. Nel nostro paese il servizio sanitario garantisce una equità soprattutto quando si tratta di condizioni di salute gravi, mentre è più debole nell’affrontare condizioni che appaiono meno gravi, ma che incidono sia sulla sopravvivenza sia sulla qualità della vita. Il caso dell’oncologia è uno di quelli emblematici a riguardo».

Esistono disparità geografiche significative nella tossicità finanziaria oncologica in Italia?

«È un dato inconfutabile poiché i dati sulla mobilità passiva penalizzano i pazienti delle regioni del Sud e, in secondo piano, i residenti nelle aree interne, ossia in aree collinari e montane, lontane dai centri dotati di strutture di offerta. Un possibile rimedio potrebbe essere quello di collegare queste aree ai centri più avanzati tramite sistemi di telemonitoraggio».

La tossicità finanziaria impatta economicamente anche sul caregiver del malato oncologico?

«La tossicità economica ha un influsso indiretto perché non consente ai pazienti di ricorrere a caregiver professionali. In un certo senso si può dire che le difficoltà economiche si propagano a “cerchi concentrici”, dal paziente alle proprie famiglie e ai caregiver, che non di rado accettano prestazioni con pagamento in nero e quindi senza adeguate garanzie».

Quali interventi, secondo lei, potrebbero ridurre immediatamente la tossicità finanziaria in oncologia?

«Come già detto, innanzitutto lo sviluppo di sistemi di telemonitoraggio che consentirebbero di ridurre la mobilità solo per trattamenti che possono essere erogati in sicurezza in centri specializzati ed avere poi un’assistenza presso il proprio domicilio o comunque vicino le proprie residenze. In secondo luogo, si potrebbe pensare alla diffusione di fondi di tipo solidaristico che permetterebbero di sostenere le spese per i pazienti oncologici con i contributi di pazienti che hanno minori bisogni assistenziali. Faccio riferimento a quella che si chiama “cross-subsidization”, che avviene tra chi utilizza poco i fondi e chi li utilizza in maniera maggiore, come nel caso dei pazienti. Tuttavia, è necessario rivedere la normativa, anche fiscale, di quello che viene definito “il secondo pilastro del sistema sanitario”. Un ulteriore intervento potrebbe essere quello di inserire organicamente l’apporto di organizzazioni non profit che operano a favore dei pazienti oncologici nella programmazione regionale».

Sanità digitale: l’Italia accelera, ma serve una regia unica per trasformare i dati in salute

C’è una rivoluzione silenziosa che corre tra le corsie degli ospedali e della sanità italiana. Non si vede, ma lavora dietro le quinte: nei server che archiviano milioni di referti, nei sensori che monitorano i parametri dei pazienti, nelle reti che collegano i medici di famiglia con i centri di cura specialistici. È la sanità digitale italiana, che nel 2024 ha toccato un valore di 2,47 miliardi di euro e che, secondo il nuovo report “Tecnologie e policy per il futuro della Sanità Digitale” di Anitec-Assinform presentato oggi a Roma, è destinata a crescere fino a 2,93 miliardi entro il 2026, con un incremento medio annuo superiore all’8%.
Un settore in forte espansione, ma ancora frenato da frammentazione, carenza di competenze e governance disomogenea.

Una crescita fragile

Secondo l’indagine di Anitec-Assinform la sanità digitale italiana cresce molto, ma la sua infrastruttura resta fragile. I servizi IT rappresentano la voce principale, con oltre 1,7 miliardi di euro previsti nel 2026. Segue il software, in aumento del 14% annuo, trainato da piattaforme cliniche, applicazioni di supporto decisionale e soluzioni di intelligenza artificiale.

Secondo l’indagine di Anitec-Assinform la sanità digitale italiana cresce molto, ma la sua infrastruttura resta fragile

Il cloud sanitario supera ormai i 300 milioni di euro (+25% nel 2025), mentre la cybersecurity continua a espandersi del 15% annuo, pur con una protezione ancora insufficiente.
Anche l’IoT (Internet of things) sanitario, con un mercato vicino ai 400 milioni e un tasso di crescita del 35%, mostra un potenziale enorme, spinto da dispositivi connessi e sistemi di telemonitoraggio.

Il motore principale del cambiamento, però, è la telemedicina: con la nascita della Piattaforma nazionale di telemedicina (Pnt) nel 2025, coordinata da Agenas, l’Italia entra finalmente in una fase operativa. L’obiettivo è raggiungere 790.000 pazienti collegati entro pochi anni, rispetto ai 300.000 già coinvolti nei progetti pilota; un passo cruciale per ridurre le disuguaglianze territoriali e gestire la cronicità in modo più efficiente.

Nord avanti, Sud in rincorsa

La geografia digitale del Paese suona però secondo il consueto refrain dell’Italia a due velocità.
Il Nord concentra quasi il 60% del mercato della sanità digitale, grazie a una maggiore dotazione infrastrutturale e a un tessuto industriale più reattivo. Il Centro mostra segnali di crescita costante, mentre il Sud e le Isole restano in ritardo, pur registrando progressi importanti nei progetti di telemedicina e cloud pubblico. Secondo il report, nel Nord-Est oltre il 40% delle strutture sanitarie ha già migrato più del 75% dei propri workload (applicazioni e sistemi informatici sanitari) nel cloud, mentre al Sud la percentuale scende sotto il 25%.

Nel Nord-Est oltre il 40% delle strutture sanitarie ha già migrato nel cloud più del 75% dei propri sistemi informatici

Le cinque priorità per la trasformazione

Per ovviare alla situazione contingente e superare gli ostacoli ancora presenti, secondo l’analisi presentata, il sistema Paese deve lavorare e muoversi lungo cinque priorità strategiche utili a trasformare la tecnologia in qualità della vita.

  1. Valorizzare l’innovazione tecnologica: l’87% delle imprese considera l’intelligenza artificiale la priorità assoluta. Cloud, cybersecurity e IoT sono ormai imprescindibili per rendere il sistema più efficiente e sicuro.
  2. Semplificare normativa e compliance: la gestione del dato sanitario resta la principale criticità. Le piccole e medie imprese (Pmi) sono le più penalizzate, con costi di adeguamento elevati e normative spesso ridondanti.
  3. Promuovere interoperabilità e standardizzazione: mentre l’interoperabilità sintattica è consolidata, quella semantica – cioè la capacità dei sistemi di “capirsi” – è ancora debole.
  4. Facilitare l’accesso ai finanziamenti: il 34,8% delle imprese del settore non ha mai beneficiato di fondi pubblici, e solo una su quattro ha ricevuto più di quattro finanziamenti.
  5. Investire in formazione e competenze: la carenza di specialisti in cybersecurity e data management è una delle principali zavorre del sistema.

Intelligenza artificiale, tra promessa e sfida

L’intelligenza artificiale è la grande promessa della sanità digitale italiana. Già utilizzata in applicazioni di diagnostica, trascrizione automatica dei referti e supporto decisionale, essa si prepara a entrare nella pratica clinica quotidiana.
Ma servono norme e governance chiare, perché l’intelligenza artificiale non deve sostituire la relazione medico-paziente ma potenziarla, liberando tempo per l’ascolto e migliorando la personalizzazione delle cure.

I dati sono la risorsa strategica che può rivoluzionare le cure, renderle personalizzate e guidare decisioni più intelligenti e tempestive

“La sanità digitale è la chiave per costruire un sistema davvero efficiente, pienamente connesso e profondamente centrato sul paziente. I dati sono la risorsa strategica che può rivoluzionare le cure, renderle personalizzate e guidare decisioni più intelligenti e tempestive. Investire con determinazione nell’interoperabilità semantica è una priorità assoluta per il futuro della salute in Italia, e non è più rinviabile”, precisa a TrendSanità Fulvio Sbroiavacca, coordinatore del gruppo di lavoro Anitec-Assinform “Digital transformation in sanità”.

In prospettiva, le soluzioni di deep learning e intelligenza generativa potrebbero contribuire alla costruzione di una sanità predittiva, capace di anticipare l’insorgenza delle patologie e migliorare la gestione dei pazienti cronici.

Sicurezza e fiducia: la questione chiave

In questo quadro, il tema della cybersecurity resta centrale. Tuttavia, sottolineano gli esperti, in molte strutture sanitarie italiane non esiste ancora una figura di Ciso (Chief Information Security Officer), e la sicurezza informatica è affidata a team IT generici.

Senza sicurezza, non ci può essere adesione convinta al cambiamento digitale

La digitalizzazione, però, aumenta esponenzialmente i punti di vulnerabilità. Per questo, secondo Anitec-Assinform, servono investimenti su tre fronti:

  • creazione di Security Operation Center (Soc) regionali
  • diffusione di piani di disaster recovery
  • potenziamento della sicurezza su dispositivi IoT.

La protezione dei dati, sottolinea il report, è anche una questione di fiducia sociale: senza sicurezza, non ci può essere adesione convinta al cambiamento digitale.

Telemedicina e territorio: l’Italia del post-Pnrr

Nel post-PNRR la sfida è passare dalla sperimentazione alla scalabilità. Le regioni più virtuose hanno già avviato progetti integrati di telemonitoraggio e televisita. Un esempio è il progetto Hermes in Puglia, che gestisce da remoto pazienti cronici attraverso dispositivi e piattaforme di comunicazione integrate.
Tuttavia, la disomogeneità resta ampia: al Nord il telemonitoraggio è presente nell’81% dei progetti, mentre nel Sud prevale la televisita (43%) e si procede più lentamente nella raccolta dati.

E sempre parlando di sfide, quella con la esse maiuscola è riuscire a creare una sanità che sia al contempo “data-driven” e territorialmente integrata, in cui naturalmente possano dialogare player pubblici e privati.

Life Sciences e sanità digitale: un’alleanza strategica

Il report dedica un’ampia sezione anche alla filiera delle Life Sciences, definita “motore competitivo e innovativo del nuovo ecosistema sanitario”. Grazie a un approccio “value based healthcare”, le biotecnologie, i dispositivi medici digitali e rappresentano le leve per rendere la sanità più sostenibile e orientata ai risultati.

Il settore sanitario genera già il 30% dei dati globali, con un tasso di crescita annuo del 36%

Del resto, ricordano gli autori dello studio, il settore sanitario genera già il 30% dei dati globali, con un tasso di crescita annuo del 36%; trasformarli in conoscenza clinica e valore economico sarà il vero vantaggio competitivo dei sistemi più evoluti.

Governance, competenze e fiducia: la nuova triade del futuro

Il documento di Anitec-Assinform chiude con un appello chiaro: per realizzare la trasformazione digitale servono una governance unitaria, investimenti in competenze e una collaborazione pubblico-privato strutturale. Non basta introdurre tecnologia: occorre integrarla in processi, ruoli e cultura organizzativa. Perché oggi la digitalizzazione della salute e della sanità non è più una questione di natura tecnica e tecnologica. Piuttosto si parla di opportunità di sviluppo dei territori e del tessuto imprenditoriale. E, quindi, occorre una politica industriale dedicata che tenga conto delle peculiarità della sanità digitale stessa. Consentendo così di coniugare sviluppo, accesso, equità e sostenibilità del Ssn.

L’orizzonte: dai dati alla vita

La sanità digitale italiana ha dunque imboccato la strada giusta, ma il traguardo è ancora lontano.
Il potenziale c’è: un mercato in crescita, tecnologie mature, competenze in via di sviluppo.

Non basta introdurre tecnologia: occorre integrarla in processi, ruoli e cultura organizzativa

Quello che serve ora è una regia nazionale capace di unire le esperienze e trasformarle in valore per i cittadini. Solo così il digitale potrà diventare non solo una leva di efficienza, ma un moltiplicatore di qualità della vita. Come sostiene il vicepresidente vicario di Anitec-Assinform Domenico Favuzzi: “Il futuro della sanità passa dai dati, ma soprattutto dalle persone che li sanno usare. La tecnologia evolve, ma la missione resta la stessa: costruire una sanità digitale vicina alle persone, sostenibile per il Paese e competitiva per il sistema industriale italiano”.

Perché la vera sfida non è avere più tecnologia, ma più salute grazie alla tecnologia.

Legge di bilancio, l’analisi della Fondazione GIMBE

Secondo il disegno di Legge di Bilancio 2026, il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) raggiungerà € 143,1 miliardi nel 2026, € 144,1 miliardi nel 2027 e € 145 miliardi nel 2028. «Va riconosciuto al Governo – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il merito di aver ottenuto un rilevante incremento del FSN dal 2025 al 2026: ben € 6,6 miliardi, di cui € 4,2 miliardi già stanziati nelle precedenti manovre. Complessivamente, la Manovra 2026 assegna alla sanità € 7,7 miliardi per il triennio 2026-2028: tuttavia, in rapporto al PIL, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità, dopo un lieve aumento nel 2026, scenderà sotto la soglia “psicologica” del 6% nel 2028. Inoltre, la frammentazione di misure e investimenti sembra più orientata a soddisfare i diversi attori che a delineare una strategia di rilancio di un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) in grave affanno. Un sistema in cui regnano inaccettabili diseguaglianze e dove, nel 2024, i cittadini hanno speso di tasca propria oltre € 41 miliardi per curarsi e 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie».

Cartabellotta: «La quota di ricchezza del Paese investita in sanità, dopo il lieve rialzo del 2026, torna a diminuire»

Per offrire un quadro basato su dati oggettivi e contribuire al dibattito pubblico in vista della discussione parlamentare sul DDL Bilancio 2026, la Fondazione GIMBE ha condotto sul testo bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato un’analisi indipendente sulle risorse assegnate alla sanità. «L’obiettivo – precisa il Presidente – è verificare se, al di là delle cifre assolute, la Manovra 2026 rappresenti davvero un’inversione di tendenza, con un rilancio progressivo e strutturale del FSN, oppure se si tratti dell’ennesima illusione contabile, che abbaglia con numeri altisonanti abilmente combinati».

Fondo Sanitario Nazionale

La Manovra 2026 stanzia complessivamente € 7,7 miliardi: € 2,4 miliardi nel 2026, € 2,65 miliardi nel 2027 e € 2,65 miliardi nel 2028. Considerando anche gli stanziamenti già previsti dalle precedenti manovre, il FSN raggiungerà € 143,1 miliardi nel 2026, € 144,1 miliardi nel 2027 e € 145 miliardi nel 2028. In particolare, nel 2026 il FSN crescerà di ben € 6,6 miliardi (+4,8%) rispetto al 2025: infatti, ai € 4,2 miliardi già previsti (da € 136,5 miliardi nel 2025 a € 140,7 miliardi nel 2026), la Manovra 2026 aggiunge ulteriori € 2,4 miliardi, portando il FSN totale a € 143,1 miliardi (Tabella 1, Figura 1).

«In termini assoluti – commenta il Presidente – l’aumento di risorse per il triennio 2026-2028 risulta sostanzialmente uniforme, senza alcun segnale di rilancio progressivo del FSN. L’auspicata inversione di rotta, ancora una volta, è rimandata alla prossima Legge di Bilancio». Dopo l’incremento del 2026, infatti, il FSN in termini assoluti si stabilizza: cresce di soli € 995 milioni (+0,7%) nel 2027 e di € 867 milioni (+0,6%) nel 2028. In rapporto al PIL, il FSN la quota destinata alla sanità passa dal 6,04% del 2025 al 6,16% del 2026, per poi ridursi al 6,05% nel 2027 e al 5,93% nel 2028 (Figura 2).

«In sintesi – spiega Cartabellotta – le cifre assolute per il 2026 appaiono consistenti perché includono risorse già stanziate dalle precedenti manovre, ma la quota di ricchezza del Paese investita in sanità, dopo il lieve rialzo del 2026, torna a diminuire».

Finanziamento assegnato vs previsioni di spesa

Rimane un netto divario tra l’entità del FSN e le previsioni di spesa sanitaria fissate dal Documento Programmatico di Finanza Pubblica: in rapporto al PIL, le proiezioni di spesa si attestano al 6,4% per gli anni 2025, 2027 e 2028 e al 6,5% per il 2026. In valori assoluti, il gap tra spesa prevista e risorse assegnate ammonta a € 6,8 miliardi nel 2026, € 7,6 miliardi nel 2027 e € 10,7 miliardi nel 2028 (Figura 3).

«Questo gap – avverte Cartabellotta – finirà inevitabilmente per pesare sui bilanci delle Regioni che, come recentemente documentato dalla Corte dei Conti, presentano conti sempre più in rosso. Per evitare il Piano di Rientro, le Regioni saranno costrette a scelte dolorose che ricadranno sui cittadini: ridurre i servizi o aumentare le tasse». Peraltro, le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio 2025 risultano già interamente impegnate per il rinnovo dei contratti 2025-2027 del personale sanitario. «In altre parole – chiosa Cartabellotta – considerato che i fondi della Manovra 2026 sono destinati a finanziare nuove misure, le Regioni, già in affanno, dovranno gestire con risorse proprie il divario tra fabbisogni sanitari e risorse disponibili, con una coperta che ogni anno si accorcia sempre di più».

Misure previste

L’art. 63 della Manovra, dedicato al “Rifinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale”, individua le misure da finanziare (Tabella 2).

«Rispetto ai reali bisogni del SSN – commenta Cartabellotta – appare evidente che i fondi vengono distribuiti tra una molteplicità di destinatari, ma con importi così limitati da rischiare di non produrre effetti concreti, né benefici tangibili per cittadini e pazienti».

Personale sanitario

La Manovra prevede un piano straordinario di assunzioni a partire dal 2026, autorizzando – in deroga al tetto di spesa – € 450 milioni per assumere circa 1.000 medici dirigenti e oltre 6.000 professionisti sanitari, in particolare infermieri. Nel triennio 2026-2028 l’investimento complessivo ammonta a € 1.350 milioni, di cui € 875 milioni previsti dalla Manovra 2026 e € 475 milioni già stanziati dalla precedente.

«Pur riconoscendo la volontà di rafforzare gli organici – commenta Cartabellotta – il concetto di “piano assunzioni” appare contraddittorio finché resta in vigore il tetto di spesa per il personale sanitario. A ciò si aggiunge la scarsa attrattività di alcune specialità mediche e, soprattutto, della professione infermieristica. Nel breve periodo, l’unica ipotesi realistica per colmare la carenza di infermieri è un piano straordinario di reclutamento dall’estero: in Italia, infatti, la riduzione del numero di laureati e le numerose cancellazioni dagli albi testimoniano la perdita di attrattività di una professione essenziale ma oggi poco valorizzata e determinano scarsa disponibilità di figure professionali fondamentali».

Sul fronte delle retribuzioni, la Manovra introduce un incremento dell’indennità di specificità – un riconoscimento economico aggiuntivo rispetto allo stipendio base – pari a € 280 milioni annui a partire dal 2026: € 85 milioni per i medici, € 195 milioni per gli infermieri,  € 8 milioni per i dirigenti sanitari non medici e € 58 milioni per altre professioni sanitarie (riabilitazione, prevenzione, tecnico-sanitarie, ostetrica, assistente sociale) e gli operatori socio-sanitari nelle attività finalizzate alla tutela del malato e alla promozione della salute. L’aumento stimato della retribuzione lorda annua è di € 3.000 per i medici, € 1.630 per gli infermieri e € 490 per i dirigenti sanitari non medici. «Se l’obiettivo è restituire attrattività alla carriera nel SSN per arginare le fughe e attirare i giovani verso la professione infermieristica – osserva Cartabellotta – si tratta solo di briciole. Importi di tale entità non saranno sufficienti ad arrestare l’emorragia di medici dal pubblico né a rendere più appetibile la professione infermieristica per le nuove generazioni».

Nel 2026 le Regioni potranno inoltre aumentare di € 143,5 milioni la spesa per le prestazioni aggiuntive: € 101,9 milioni destinati ai medici e € 41,6 al personale sanitario del comparto. Si tratta però di fondi già assegnati dalla precedente Legge di Bilancio. «Pur comprendendo la necessità di garantire un maggiore impegno orario – aggiunge Cartabellotta – la logica del “più lavori, più ti pago”, nonostante l’imposta agevolata del 15%, appare difficilmente sostenibile per un personale già stremato da turni massacranti e da livelli di burnout sempre più elevati».

Potenziamento dell’offerta dei servizi

A partire dal 2026, la Manovra destina € 238 milioni a interventi di prevenzione articolati in quattro macro-obiettivi: estendere lo screening per il tumore della mammella alle fasce di età 45-49 anni e 70-74 anni; ampliare lo screening del tumore del colon-retto alla fascia 70-74 anni; proseguire il programma di prevenzione del tumore polmonare nell’ambito della rete italiana screening polmonare; concorrere al rimborso alle Regioni per l’acquisto dei vaccini previsti nel calendario vaccinale.

Per il solo 2026, vengono inoltre stanziati ulteriori € 120 milioni, che si aggiungono ai € 127 milioni della precedente Manovra, per potenziare le misure di prevenzione.

«Investire in prevenzione – commenta Cartabellotta – è fondamentale per ridurre l’impatto delle malattie e i costi per il SSN. Tuttavia, l’ampliamento delle fasce di età negli screening oncologici rischia di restare solo sulla carta, soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno, dove le coperture standard degli screening organizzati restano ancora molto lontane dai target raccomandati, in particolare per il tumore del colon-retto».

Particolare attenzione viene riservata al Piano Nazionale di Azioni per la Salute Mentale, finanziato con € 80 milioni nel 2026, € 85 milioni nel 2027 e € 90 milioni a decorrere dal 2028. Il 30% delle risorse sarà destinato ad attività di prevenzione, mentre fino a € 30 milioni potranno essere utilizzati dalla Regioni per l’assunzione di personale sanitario e socio-sanitario nei servizi di salute mentale. Aumentano infine di € 20 milioni l’anno le risorse per le cure palliative.

Tariffe di rimborso delle prestazioni

Vengono stanziate nuove risorse per le tariffe dei ricoveri per acuti (€ 350 milioni a decorrere dal 2026) e per l’adeguamento delle tariffe di specialistica ambulatoriale e protesica (€ 100 milioni di risorse vincolate nel 2026 e € 183 milioni a decorrere dal 2027).

Risorse assegnate a imprese e soggetti privati

Oltre € 900 milioni vengono destinati a soggetti privati: € 50 milioni all’anno vincolati per la stabilizzazione della farmacia dei servizi; € 350 milioni per la rideterminazione dei tetti della spesa farmaceutica, sia per gli acquisiti diretti (+0,20%) sia per la spesa convenzionata (+0,05%); € 280 milioni all’anno per l’aumento del tetto di spesa per i dispositivi medici; € 123 milioni a decorrere dal 2026 per l’ampliamento del tetto di spesa relativo all’acquisto di prestazioni sanitarie di specialistica ambulatoriale e di assistenza ospedaliera dagli erogatori privati accreditati.

Altre misure a valere sul Fondo Sanitario Nazionale

Sono previste risorse destinate agli Istituti Zooprofilattici Sperimentali (€ 10 milioni a decorrere dal 2026) e all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (€ 50 milioni a decorrere dal 2026).

Conclusioni

«Nonostante gli annunci e le cifre altisonanti – conclude Cartabellotta – la Legge di Bilancio delude le legittime aspettative di professionisti sanitari e cittadini, oggi alle prese con un SSN che fatica sempre più a rispondere ai bisogni di salute della popolazione. L’analisi delle risorse destinate alla sanità evidenzia alcune criticità estremamente rilevanti. 

Innanzitutto, il boom di risorse riguarda solo il 2026, quando il FSN aumenta di € 6,6 miliardi, di cui quasi due terzi derivano da stanziamenti precedenti e destinati ai rinnovi contrattuali del personale sanitario. Per il biennio 2027-2028, invece, gli importi assegnati sono esigui, senza alcun segnale di rilancio progressivo del finanziamento pubblico, come conferma la riduzione della quota di PIL destinata al FSN.

In secondo luogo, le risorse risultano disperse in numerosi rivoli. Una scelta che mira a non scontentare nessuno, ma che priva la Manovra di una visione strategica per il rilancio del SSN: le Regioni, già in difficoltà, si trovano così a operare con margini di bilancio sempre più stretti e a dover attingere a risorse proprie per colmare il gap tra le previsioni di spesa sanitaria e i fondi effettivamente assegnati.

GIMBE denuncia la frammentazione delle misure

Infine, la Manovra non prevede interventi strutturali per restituire attrattività alle carriere nel SSN: gli incrementi contrattuali sono limitati, le misure per le assunzioni degli infermieri si scontrano con la grave carenza di professionisti disponibili – se non tramite reclutamenti dall’estero – e la formula “più lavori, più ti pago”, pur defiscalizzata, appare difficilmente sostenibile in un contesto di burnout diffuso. Nonostante la sanità pubblica rappresenti oggi la vera emergenza del Paese, le scelte politiche appaiono in continuità con quelle degli ultimi 15 anni. Anni in cui tutti i Governi hanno definanziato il SSN e nessuno ha avviato un piano strutturale di rilancio del finanziamento pubblico, accompagnato da una coraggiosa stagione di riforme per ammodernare e riorganizzare la più grande opera pubblica mai costruita in Italia: quel Servizio Sanitario Nazionale istituito per tutelare la salute di tutte le persone. Un dato resta difficile da accettare: la capacità del Governo di trovare le risorse per altri settori strategici, come la difesa, non trova un corrispettivo impegno nel rafforzamento del SSN, pilastro della nostra democrazia, strumento di coesione sociale e leva di sviluppo economico del Paese».

Egualia: «Accordo quadro a più fornitori per evitare le carenze in ospedale»

Rivedere i modelli di gara per garantire continuità nelle forniture ospedaliere e contrastare le crescenti carenze di medicinali: è la proposta avanzata da Massimiliano Rocchi, vicepresidente di Egualia, durante un workshop al 10° Forum Leopolda Salute a Firenze, alla presenza di centrali d’acquisto regionali, economi e imprese. Rocchi ha rilanciato l’introduzione di accordi quadro con più fornitori e quote predeterminate per i farmaci equivalenti fuori brevetto: una misura che, secondo Egualia, favorirebbe concorrenza, trasparenza e maggiore resilienza delle forniture rispetto all’attuale criterio del massimo ribasso.

Le dichiarazioni di Rocchi

«Abbiamo costi di produzione sempre più alti; gare per le forniture ospedaliere sempre più deserte per il criterio del massimo ribasso che erode i prezzi e non lascia margini alle imprese e una scarsità sempre più frequente di medicinali super-utilizzati in corsia. Per affrontare questo problema serve un cambio di passo del procurement pubblico, introducendo per i farmaci di sintesi chimica fuori brevetto la regola dell’accordo quadro con più fornitori, con quote predeterminate. Una soluzione equa, che garantisce concorrenza e riduce il fenomeno delle carenze».

«I dati del 10° Rapporto dell’Osservatorio Egualia – Nomisma sull’industria dei farmaci equivalenti 2025, presentato pochi giorni fa – ha spiegato Rocchi – testimoniano che le gare ospedaliere stanno evolvendo a scapito delle gare aperte, privilegiando la procedura di affidamento diretto – più “agile” e “flessibile”, ma con minor garanzia di trasparenza e concorrenza. Viceversa per garantire la continuità delle forniture ospedaliere è necessario rivedere modelli di gara, criteri di aggiudicazione e condizioni di partecipazione, valorizzando anche aspetti industriali, di qualità, di resilienza della catena produttiva».

Accordi quadro con più fornitori e quote 55%-30%-15% per ridurre le carenze ospedaliere e tutelare la concorrenza

«La  proposta da tempo avanzata da Egualia – ha proseguito Rocchi – in armonia con le proposte della Commissione Europea contenute nel Critical Medicines Act prevede che quando sul mercato vi siano più  di tre medicinali contenenti lo stesso principio attivo, dosaggio e via di somministrazione  le centrali regionali d’acquisto regionali siano tenute ad operare tramite accordi quadro prevedendo la suddivisione del fabbisogno afferente al lotto unico tra i primi tre farmaci in graduatoria classificati secondo il criterio del minor prezzo o dell’offerta economicamente più vantaggiosa con quote predeterminate al 55%, 30% e 15%».

«Sarebbe una soluzione davvero innovativa, in piena armonia con il codice appalti – ha concluso Rocchi – perché garantirebbe sia la continuità delle forniture contro il rischio di carenze derivanti dalle gare con un solo vincitore, sia la libertà prescrittiva del medico, perché mette a disposizione più opzioni terapeutiche per il trattamento dei pazienti, il tutto in una cornice unica nazionale per tutte le centrali di acquisto. Ma soprattutto sarebbe una misura “virtuosa”, che può legittimamente essere inserita nella Legge di Bilancio perché è una misura di sistema che può essere adottata senza impatto sulla spesa pubblica».

Masterpharm 2025, al via il secondo modulo: modelli integrati a confronto, dall’Italia e dal Mondo

“Dopo quattro anni di esperienza con Masterpharm abbiamo raccolto l’evidenza che i professionisti sanitari, i farmacisti ospedalieri in primis, ma non solo, domandano luoghi di confronto e interazione dove possano emergere esperienze concrete di gestione sanitaria, soprattutto alla luce di un pensiero capace di risolvere problemi complessi con organizzazioni leggere”: così Francesco Cattel – ideatore dell’iniziativa e Direttore Generale dell’ASL VCO – introduce l’approccio e la chiave di lettura del secondo modulo di Masterpharm 2025 – Modelli integrati a confronto: HTA, HTM e Lean Management dall’Italia e dal Mondo (23-24 ottobre, Hotel DoubleTree Torino).

“Come si intuisce, il nostro contributo intende essere dunque quello di far interagire gli approcci più avanzati in sanità con le problematiche concrete che i professionisti e le organizzazioni si trovano a vivere quotidianamente. Il tutto per offrire riferimenti utili a chi deve rispondere effettivamente ai bisogni dei pazienti senza trincerarsi dietro ad analisi puramente teoriche o a modelli non applicabili”.

Partendo da queste premesse, si comprende la “singolarità” del programma di Masterpharm, incentrato sulla necessità di condividere soluzioni. Da qui la scelta dell’agenda, che propone in prima giornata – dopo il saluto inaugurale dell’Assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi – le sessioni sulla governance sanitaria (giovedì 23 ottobre, ore 10.00), sui nuovi modelli organizzativi (giovedì 23, ore 11.00), sugli investimenti in ricerca (giovedì 23, ore 16.50).

Professionisti e istituzioni insieme per condividere esperienze reali e costruire soluzioni sanitarie applicabili

“Tra i nuovi modelli”, sottolinea Cattel, “intendiamo soprattutto approfondire le esperienze esistenti nell’ambito delle Reti Oncologiche e delle Reti Cardiovascolari, mentre parlando di ricerca desideriamo realizzare un confronto tra professionisti, voci ministeriali e manager di grandi aziende attualmente impegnate con investimenti in ricerca nel nostro Paese, ricordando sempre di osservare le cose con uno sguardo attento all’health technology assessment”.

Parlando di professionisti e del loro rapporto con l’HTA, risulta pertanto particolarmente stimolante all’interno di questo secondo modulo di Masterpharm25 la presentazione (a cura di Cattel in collaborazione con gli esperti ALTEMS-Università Cattolica di Roma Eugenio di Brino e Paolo Sciattella) del programma di assessment training che l’ASL-VCO e SIHTA hanno congiuntamente definito e stanno per avviare come prima esperienza nazionale. 

Una delle sessioni più innovative dell’agenda di Masterpharm25 è poi quella dedicata alla sanità internazionale: “Abbiamo deciso quest’anno di proporre un doppio confronto tra voci europee”, dice Cattel, “il primo coinvolgerà direttori generali di differenti provenienze, per riflettere su ruoli, competenze e criticità vissute nelle diverse situazioni nazionali; il secondo ci vedrà dialogare con colleghi di altri Paesi sui nuovi modelli organizzativi in farmacia ospedaliera, ben sapendo che la nostra è una professione in profondo sviluppo, coerentemente con lo sviluppo della sanità, con le innovazioni terapeutiche e con il radicale mutamente che sta provocando l’ingresso di tecnologie sempre più innovative”.

Dialogo, ricerca e tecnologia: la formazione come leva per una sanità più efficace

E parlando di tecnologie c’è da sottolineare che i referenti scientifici di Masterpharm – Annarosa Fornero (Torino), Piera Polidori (Piera Polidori) e Francesca Venturini (Padova) insieme ad un Board Scientifico prestigioso di cui fanno parte tra gli altri Eugenio di Brino (ALTEMS), Adriano Leli (direttore generale di Azienda Zero Piemonte), Fabrizio Priano (Responsabile Ufficio Comunicazione e Staff, Assessorato alla Sanità) e Pietro Presti (Sharing Progress in Cancer Care), hanno assemblato un programma in cui l’intelligenza artificiale ed il contributo delle automazioni alle professioni sanitarie (in particolare in chirurgia e in farmacia ospedaliera) permetteranno uno sguardo verso un futuro di servizi già a portata di mano.

Il secondo modulo di Masterpharm 2025 si concluderà con due tavole rotonde trasversali: la prima (venerdì 24 ottobre, ore 15.30) dove un gruppo prestigioso di giornalisti nazionali e regionali dialogheranno con Cattel ed altri esponenti della sanità su Giornalismo, media e sanità: come creare una relazione “virtuosa per una sanità migliore e di tutti”; la seconda (venerdì 24 ottobre, ore 16.30) è un confronto tra Società Scientifiche ed Istituzioni a cui parteciperanno esponenti di SIFO, SIFACT, EAHP, SIHTA, ANCI e FIASO insieme ad esponenti del Ministero della Salute.

“Le due tavole rotonde finali sono il coronamento di Masterpharm 2025”, afferma concludendo Francesco Cattel, “In questo modo offriamo la possibilità di un dialogo senza rete con il mondo dei comunicatori e dei produttori di informazione. Anche questi sono obiettivi che Masterpharm ritiene essenziali per offrire strumenti sempre nuovi ai professionisti che frequentano il nostro appuntamento”.

Coming soon, MediCinema: il linguaggio universale del cinema come strumento terapeutico

Tra le corsie di pediatria e le sale dedicate alla ricerca, c’è un luogo nella Fondazione Policlinico Gemelli di Roma in cui la cura passa anche attraverso la luce di un proiettore. Qui nasce MediCinema, un progetto che trasforma il cinema in strumento terapeutico: un’esperienza immersiva capace di stimolare l’immaginazione, ridurre l’ansia e rafforzare i legami emotivi nei pazienti. Non si tratta di semplice intrattenimento, ma di una vera e propria cineterapia, con evidenza di studi scientifici.

Per il nono anno consecutivo, MediCinema Italia ETS e la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS rinnovano la loro collaborazione con la Festa del Cinema di Roma, portando sullo schermo alcuni titoli del programma ufficiale della ventesima edizione. L’iniziativa, parte integrante della manifestazione in programma dal 15 al 26 ottobre 2025, diventa un’occasione per promuovere una riflessione sul valore terapeutico della settima arte, sempre più riconosciuta come strumento capace di generare benessere e supporto emotivo.

Il cinema è una realtà immersiva che può riaccendere il cervello emotivo

A TrendSanità ne parlano Daniela Chieffo (Professore di psicologia all’Università Cattolica di Roma, facoltà di medicina e chirurgia e Direttore della Psicologia Clinica della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli) e Marianna Mazza (Professore di Psichiatra del dipartimento di Psichiatria Clinica e d’urgenza della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli): insieme esplorano le potenzialità del grande schermo come nuova frontiera della cura.

Daniela Chieffo

Professoressa Chieffo, partiamo dallo studio legato al progetto Medicinema. Di cosa si tratta?

«Il progetto si chiama SEI Supereroi Insieme ed è stato realizzato nella sala Medicinema del Policlinico Gemelli. Ha coinvolto 30 bambini tra gli 8 e i 12 anni: metà ricoverati presso il nostro ospedale e metà provenienti da una scuola elementare vicina. L’obiettivo era favorire l’integrazione tra bambini ospedalizzati e bambini “sani”, creando un ponte di relazione e crescita reciproca. Ogni mese veniva proiettato un film d’animazione su temi come amicizia, empatia, resilienza e collaborazione. Dopo la visione, i piccoli partecipavano a giochi e riflessioni guidate, ispirate alle “sei A magiche”: Amicizia, Ascolto, Accoglienza, Accompagnare, Attenzione e Alleanza».

Quali risultati avete osservato?

«Abbiamo misurato vari indicatori psicologici all’inizio e alla fine del percorso: consapevolezza di sé, autostima, competenze socio-emotive. I bambini ricoverati mostravano inizialmente una maggiore vulnerabilità, ma al termine del progetto le differenze tra i due gruppi si sono ridotte in modo significativo. L’autostima corporea e familiare, la consapevolezza sociale e la capacità decisionale sono aumentate con valori di significatività statistica molto elevati (p < 0,001). In sostanza, il cinema ha agito come catalizzatore di benessere e di connessione mente-corpo-ambiente, favorendo l’immaginazione e la reattività cognitiva anche nei bambini più fragili».

Nei bambini ricoverati l’autostima corporea e familiare, la consapevolezza sociale e la capacità decisionale sono aumentate con valori di significatività statistica molto elevati

Dal punto di vista neuroscientifico, in che modo la visione di un film può incidere sul cervello di un bambino?

«La visione di un film attiva processi di memoria, attenzione e creatività. Attraverso la cosiddetta embodied cognition, ovvero la cognizione incarnata, il bambino “vive” ciò che vede, simulando emozioni e azioni dei personaggi. Questo rafforza la rappresentazione spazio-temporale e riattiva circuiti neuronali spesso “spenti” nei contesti ospedalieri o dall’eccesso di digitale. Il cinema, in questo senso, è una realtà immersiva che riaccende il cervello emotivo».

Come immagina l’integrazione della cinematerapia nei protocolli ospedalieri?

«La considero una forma di medicina complementare. Non sostituisce la terapia farmacologica o psicologica, ma la accompagna, alleviando la percezione del dolore e restituendo senso di appartenenza a chi vive la malattia. Guardare e commentare un film insieme può riattivare legami, far sentire parte di una comunità e migliorare l’umore».

Potrà diventare un supporto stabile accanto ai trattamenti tradizionali?

«Il cinema dovrebbe entrare in più ospedali possibile, anche dove non ci sono sale dedicate. In studi precedenti, abbiamo visto che durante la visione di un film molti pazienti chiedevano meno antidolorifici: l’immersione nella storia creava una sorta di “pausa dal dolore”».

Spostarsi dalla corsia alla sala proiezione diventa un gesto simbolico: significa uscire, anche solo per un’ora, dalla malattia

Avete già condotto altre ricerche in questo ambito?

«Con Medicinema abbiamo realizzato anche il cortometraggio Il tempo dell’attesa, dedicato alle pazienti oncologiche e ginecologiche. Lo studio, pubblicato su PubMed, ha mostrato come la visione condivisa di un film potesse riattivare la relazione di coppia e migliorare la comunicazione con il partner. Il cinema in ospedale favorisce anche la partecipazione delle famiglie e rafforza il legame tra equipe curante, bambini e genitori. Anche solo spostarsi dalla corsia alla sala proiezione diventa un gesto simbolico: significa uscire, anche solo per un’ora, dalla malattia e tornare a vivere».

Marianna Mazza

Professoressa Mazza, dai vostri studi emerge che la visione guidata e rielaborata di un film può ridurre ansia e stress nei pazienti. Quali sono i meccanismi psicologici e fisiologici che spiegano questo beneficio?

«La cineterapia è un intervento strutturato e professionale, prescritto da psichiatri o psicologi. Il film diventa una metafora attraverso cui esplorare vissuti personali ed elaborare emozioni. I meccanismi sono due. Da un lato quello psicologico: il cinema funziona come l’inconscio, attivando dinamiche di proiezione e identificazione che permettono di esprimere anche emozioni traumatiche difficili da verbalizzare. È il cosiddetto effetto catartico. Dall’altro lato c’è un meccanismo neurobiologico: i neuroni specchio, alla base dell’empatia, si attivano quando osserviamo un’emozione altrui, come se la vivessimo in prima persona. Questo spiega la potenza partecipativa del cinema, che nei giovani è ancora più forte perché le reti neurali sono più plastiche».

La cineterapia è un intervento strutturato e professionale, prescritto da psichiatri o psicologi

Avete appena concluso anche un progetto di ricerca dove avete coinvolto donne con fragilità psichica. Quali risultati sono emersi?

«Io mi sono occupata del progetto Gynemotion, dedicato alle donne con disturbi ansiosi e depressivi. È importante ricordare che le donne hanno un rischio doppio rispetto agli uomini, per fattori ormonali e sociali. Abbiamo coinvolto 30 pazienti: metà inserite in un percorso di cineterapia, metà seguite solo con trattamento farmacologico. Il programma prevedeva otto incontri mensili, ciascuno basato su un film centrato su una specifica emozione. Dopo la visione, la discussione di gruppo ha favorito un’espressione autentica: alcune donne hanno verbalizzato emozioni che non erano mai riuscite a comunicare, neanche in altri contesti terapeutici. I dati raccolti mostrano una riduzione significativa dei sintomi ansiosi e depressivi rispetto al gruppo di controllo. Abbiamo registrato anche parametri fisiologici, come la variabilità cardiaca, che confermano un miglioramento della regolazione emotiva. Un aspetto innovativo è stato il coinvolgimento dei partner, che hanno arricchito le dinamiche di gruppo e rafforzato il sostegno emotivo».

In prospettiva, quali passi servono per integrare la cineterapia nei protocolli ospedalieri in modo strutturale?

«Servono studi sempre più ampi per consolidare l’evidenza scientifica e garantire a questa pratica la piena dignità terapeutica. Alla Fondazione Agostino Gemelli abbiamo la fortuna di disporre di una sala cinema interna, ma l’obiettivo è rendere la cineterapia accessibile anche in contesti meno strutturati, fino a pensare a una “prescrizione culturale”, sul modello di quanto accade in Canada con l’accesso ai musei. Sarebbe auspicabile che i pazienti potessero usufruire di cinema o piattaforme a costi agevolati, come parte di un percorso clinico. La cineterapia non ha effetti collaterali, utilizza un linguaggio universale e dispone di un patrimonio vastissimo di film, adattabili a diverse età ed esigenze. È una risorsa immediatamente disponibile e, integrata con trattamenti farmacologici e psicoterapeutici, può davvero migliorare la resilienza e la qualità della vita dei pazienti».