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Garante Privacy all’Asl 1 Abruzzo: 15 giorni per comunicare il data breach agli interessati

La Asl 1 Avezzano Sulmona L’Aquila ha 15 giorni di tempo per comunicare alle persone coinvolte la violazione dei propri dati personali. È quanto stabilito dal Garante privacy a seguito dell’istruttoria avviata, nel rispetto delle altre indagini in corso, dopo il data breach che ha interessato l’Azienda sanitaria abruzzese.

La Asl, che aveva notificato all’Autorità di aver subito un attacco ransomware, solo dopo una richiesta di informazioni del Garante ha rappresentato il sospetto di esfiltrazione dei dati personali (anche genetici, relativi alla salute e a condanne penali e reati), informando gli interessati tramite la pubblicazione di comunicati sul proprio sito.

Nel caso in cui la violazione presenti un rischio per i diritti e le libertà delle persone, la normativa privacy prevede infatti l’obbligo di comunicazione del data breach all’interessato senza ingiustificato ritardo. L’informazione però deve essere differenziata sia nelle modalità che nel contenuto, in funzione del potenziale lesivo e dei canali a disposizione.

Le misure intraprese dall’Azienda non consentono invece – secondo il Garante – di informare efficacemente tutti gli interessati, specialmente quelli per cui il rischio è stato valutato come “critico” o “alto”.

L’Autorità ha quindi ingiunto all’Azienda di comunicare il data breach a tutti gli interessati, senza ritardo e comunque entro 15 giorni, indicando la natura e le possibili conseguenze della violazione, i riferimenti del responsabile della protezione dei dati (RPD) e le misure adottate per porre rimedio alla violazione e attenuarne i possibili effetti negativi.

La comunicazione dovrà essere inviata individualmente agli interessati che rientrano nelle categorie di rischio “critico” e “alto”. Mentre nel caso di rischio “medio” e “basso” l’Asl potrà predisporre un avviso da diffondere sulla stampa locale, in tv e sui social network.

La Asl dovrà inoltre notificare al Garante le iniziative intraprese.

L’Autorità si riserva ogni altra decisione al termine dell’istruttoria sul data breach, finalizzata ad approfondire l’accaduto e a definirne le responsabilità.

Carenze: produttori di principi attivi e farmaci senza brevetto scrivono a Von der Leyen 

Accelerare l’adozione di misure a supporto della produzione farmaceutica nei confini europei e dettare indicazioni chiare sulla sicurezza delle forniture e degli appalti farmaceutici, per tutelare i Paesi UE dalla minaccia ricorrente di carenza di medicinali. Ad avanzare la richiesta – in una lettera indirizzata al presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, al Commissario UE per la salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides e al Commissario Ue per il Mercato Interno Thierry Breton – il Gruppo Europeo di Chimica Fine (EFCG, gruppo appartenente a CEFIC) e, l’associazione dei produttori di generici, biosimilari value added medicines, Medicines For Europe riunita da oggi a Malta per la propria conferenza annuale.

«In qualità di associazioni di categoria che rappresentano grandi, medie e piccole imprese dei medicinali non coperti da brevetto e principi attivi farmaceutici (API), che rappresentano il 24% della produzione globale di API e il 70% dei medicinali soggetti a prescrizione fornito in Europa – si legge nel messaggio – condividiamo la necessità di un approccio coordinato e solido per salvaguardare la catena di approvvigionamento dei medicinali in Europa e lodiamo l’iniziativa in tal senso promossa dal Belgio e sostenuta da 21 Stati membri».

Il riferimento è al documento di posizione presentato il 2 maggio scorso alla Commissione Ue dal governo del Belgio e co-firmato dai principali Pesi Ue, Italia compresa: una sorta di “Critical Medicines Act” con cui gli Stati membri richiedono di:

  • istituire un meccanismo volontario di solidarietà per alleviare temporaneamente le gravi carenze negli Stati membri;
  • istituire di un elenco europeo di medicinali essenziali le cui catene di approvvigionamento, produzione e valore devono essere monitorate e tutelate con politiche attive di sostegno;
  • esplorare la possibilità di una legge sui farmaci critici per ridurre le dipendenze in particolare per i prodotti in cui ci sono pochi produttori o paesi fornitori.

Piena adesione alla creazione di un elenco europeo di farmaci critici, da realizzare «sulla base di criteri terapeutici ma anche su criteri industriali, come la vulnerabilità della catena del valore, per lo più dovuta al consolidamento dei fornitori, a rischi geopolitici o a vincoli tecnologici di produzione».

E totale supporto alla proposta di una legge ad hoc sui farmaci critici: «È necessario promuovere gli investimenti nella capacità di produzione di principi attivi e di medicinali: questo garantirebbe la redditività a lungo termine degli impianti industriali e porterebbe anche alla reindustrializzazione dell’UE in linea con la nuova strategia industriale per l’Europa». Tenendo però presente che «la sostenibilità del comparto è possibile solo adeguando le attuali politiche in materia di prezzi e appalti pubblici, in particolare per i prodotti maturi che hanno subito riduzioni di prezzo aggressive da cui sono scaturiti il consolidamento e la globalizzazione della produzione di API e medicinali».

I singoli Paesi europei si stanno muovendo autonomamente per arginare il problema delle carenze; è il caso della Germania e della Francia: la prima ha previsto interventi sui prezzi e sulle gare d’appalto pubbliche; la seconda ha reso nota in questi giorni la lista dei 450 farmaci ritenuti critici e sui quali si interverrà con politiche di incremento dei livelli di rimborso e lo stesso presidente Macron ha annunciato il ritorno in patria della produzione in tutto di 50 medicinali le cui riserve sono ‘critiche’.

Egualia ha chiesto un incontro urgente negli scorsi giorni al Ministro Schillaci poiché la produzione e la commercializzazione di una importante porzione dei farmaci equivalenti erogati dalle oltre 65 aziende associate ad Egualia, sia nelle farmacie aperte al pubblico che in ospedale, è a fortissimo rischio di sostenibilità e quindi di continuità di approvvigionamento. I costi di produzione di molti farmaci essenziali continuano a crescere senza un corrispondente adeguamento del livello di rimborso del SSN, con il rischio, sempre più attuale, che molte realtà industriali decidano di uscire dal mercato, con ripercussioni importanti in tema di erogazione di farmaci essenziali per tutte le patologie croniche. Si tratta di oltre il 25% dei farmaci oggi in lista di trasparenza (che presentano un livello di rimborso fino a 5 euro) e una larghissima parte dei farmaci iniettabili sterili venduti in ospedale.

La carenza di amoxicillina apparsa più volte sui mezzi di informazione e sulla quale è in corso da tempo un dialogo con AIFA, è un chiaro esempio di questa emergenza, ma rappresenta solo la punta di un iceberg ben più preoccupante.

Il portfolio delle aziende che producono farmaci equivalenti e biosimilari è costituito in gran parte da medicinali a basso costo, utilizzati per il trattamento di malattie croniche, terapie gestite in assistenza territoriale ed ospedaliera: farmaci essenziali per il corretto funzionamento dell’assistenza farmaceutica pubblica. Senza un adeguato intervento di carattere sistemico che renda sostenibile l’approvvigionamento di questi farmaci, le situazioni di carenza non potranno che aumentare, danneggiando il SSN e, soprattutto, i pazienti e il loro diritto di accesso alle cure.

Riteniamo quindi fondamentale un ripensamento dell’attuale assetto di governance della spesa farmaceutica, ma al contempo è improcrastinabile l’adozione di misure urgenti volte a garantire continuità delle forniture dei farmaci a più alto rischio di interruzione della disponibilità.

Malattie rare fra Piano Nazionale e “Decreto Tariffe”

Poche settimane fa, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR) 2023-2025. Si tratta dell’ultimo passaggio formale prima del via libera definitivo. L’approvazione arriva dopo che lo scorso 21 febbraio Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, aveva annunciato il parere favorevole del Comitato Nazionale Malattie Rare (CoNaMr) al PNMR. Per l’attuazione del Piano è stato previsto uno stanziamento di 25 milioni di euro, a valere sul Fondo sanitario nazionale, per ciascuno degli anni 2023 e 2024. È forse questa la più importante novità: uno stanziamento da 50 milioni per attuarlo. Sarà questa la vera svolta per il mondo delle malattie rare?

Il tema dell’attuazione si collega strettamente con un altro, quello delle tariffe. Dopo sei anni di attesa, il 19 aprile scorso è arrivato il via libera al “Decreto tariffe” per l’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica del Servizio sanitario nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Il decreto ha reso pienamente effettivi i nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA), varati con il DPCM 12 gennaio 2017. Sono già vecchi? Cosa serve davvero da questo punto di vista?

Ne parliamo con:

  • Ilaria Ciancaleoni Bartoli
    Direttrice Osservatorio Malattie Rare (Omar)
  • Annalisa Scopinaro
    Presidente Uniamo Federazione Italiana Malattie Rare

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Ottenuti embrioni umani sintetici per studiare malattie genetiche

Gli scienziati hanno creato embrioni umani sintetici utilizzando cellule staminali, in un progresso rivoluzionario che elude la necessità di ovuli o sperma. Ne ha dato l’annuncio è stata la scienziata dell’Università di Cambridge e del California Institute of Technology Magdalena Zernicka-Goetz, in occasione del meeting annuale della International Society for Stem Cell Research a Boston.

A diffondere la notizia è stato il Guardian con un’esclusiva: “Possiamo creare modelli simili a embrioni umani riprogrammando le cellule (staminali embrionali)”, ha detto la ricercatrice all’incontro.

Gli scienziati, riporta il quotidiano britannico, sostengono che questi embrioni modello, che assomigliano a quelli nelle prime fasi dello sviluppo umano, potrebbero fornire una finestra importante sull’impatto dei disturbi genetici e sulle cause biologiche degli aborti ricorrenti.

Tuttavia, il lavoro solleva anche seri problemi etici e legali poiché le entità cresciute in laboratorio non rientrano nella legislazione vigente nel Regno Unito e nella maggior parte degli altri Paesi.

Le strutture non hanno un cuore pulsante o l’inizio di un cervello, ma includono cellule che normalmente andrebbero a formare la placenta, il sacco vitellino e l’embrione stesso.

Giurdanella (Fnopi): “L’infermiere al centro della sanità digitale”

Per la prima volta in Italia, qu/alche giorno fa è stato presentato un documento condiviso da ben 16 società scientifiche e sanitarie in materia di telemedicina. Tra queste, la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi). Qual è il ruolo degli infermieri nella sanità digitale e quale sarà il loro contributo al progetto? Ne parliamo con Pietro Giurdanella, consigliere del comitato centrale e referente sanità digitale della Fnopi.

Come si sta muovendo la Fnopi in un’ottica di sanità digitale e telemedicina?

La Fnopi sta approfondendo il tema della sanità digitale dal punto di vista degli infermieri in quanto referenti della teleassistenza e componenti di un’equipe multidisciplinare; a tal proposito stiamo lavorando a un documento quanto più possibile esaustivo. Al centro dell’approfondimento c’è la relazione con la persona assistita e il suo coinvolgimento nell’ambito della rete familiare. La sanità digitale ha, sì, aspetti di tipo tecnico, ma necessita di empowerment del cittadino, funzionale per una piena attuazione della transizione in corso. A nostro parere questa trasformazione ha a che fare più con le persone che con il digitale.

Siamo molto soddisfatti del tavolo di lavoro avviato con i vari attori, dal Ministero alla Regione Puglia alle altre società scientifiche, perché riteniamo fondamentale questo collegamento fra la componente politica-gestionale del Ministero, che dà gli indirizzi, e i professionisti che vanno coinvolti. Così come i cittadini. Le ricerche condotte in questo settore hanno dimostrato che la maggior parte delle esperienze di innovazione tecnologica implodono perché non c’è una reale implementazione nel contesto organizzativo: la digitalizzazione non può ridursi come una mera evoluzione dell’attuale sistema burocratico, sostituendo la carta con un computer.

Cos’è per voi la sanità digitale?

La trasformazione dei servizi socio-sanitari in chiave digitale connettendo e integrando luoghi, ruoli e saperi del sistema salute. Sosteniamo un modello di prossimità nel quale il cittadino, grazie alla tecnologia, alla tele-cooperazione tra i professionisti, alla condivisione dei dati e delle informazioni, si sentirà sempre più al centro di una rete integrata di servizi socio sanitari e assistenziali.

Una piena ed esaustiva trasformazione digitale passa dall’implementazione degli strumenti digitali in prossimità e al domicilio del cittadino

La trasformazione in “telemedicina” di una visita specialistica o di una prestazione sanitaria oggi effettuata in ospedale è uno degli elementi in campo. Ma una piena ed esaustiva trasformazione digitale passa necessariamente attraverso l’implementazione degli strumenti digitali in prossimità e al domicilio del cittadino: è qui che la sanità digitale può trovare una valenza diversa. Ed è qui che entra in gioco l’infermiere e in particolar modo l’infermiere di famiglia e di comunità, la nuova figura istituita con il DM 77.

Quali sono le maggiori criticità che al momento si trovano ad affrontare nel quotidiano gli infermieri in ambito di sanità digitale?

La principale è la frammentazione dei luoghi, dei contesti e delle risposte assistenziali. In questo pensiamo che la sanità digitale possa rivelarsi estremamente preziosa per aiutare i pazienti cronici oggi in Italia, che sono milioni e tenderanno purtroppo ad aumentare. Spesso hanno più patologie croniche insieme e il problema concreto è appunto la frammentazione di tipo prestazionale, cioè che il cittadino e il familiare o caregiver debbano fare tante tappe per gestire il percorso di cura.

Immaginiamo un paziente cardiopatico che ha anche problemi sia renali che metabolici e ortopedici. in questo momento ha con sé la prescrizione di un esame strumentale, di una ulteriore visita specialistica, di prestazioni terapeutiche. Dobbiamo unire tutti questi “pezzi”: è la prima funzione della sanità digitale. In questa chiave, il collante diviene l’infermiere di famiglia e di comunità, quale attivatore di rete e case manager dell’intero processo.

Oggi ci sono dei dispositivi che consentono di misurare al domicilio del paziente i valori della coagulazione del sangue: l’infermiere può trasmettere in diretta il risultato allo specialista e il paziente può ricevere la terapia sul momento, a casa propria. Oppure, ancora, pensiamo a un paziente che ha bisogno di un presidio, come ad esempio i sacchetti da stomia. Il percorso oggi prevede la prescrizione cartacea da parte dello specialista, l’approvvigionamento da parte dello stesso paziente o familiare che deve recuperare fisicamente in farmacia i presidi poi gestiti dall’infermiere a domicilio; ma è una filiera che in un contesto digitale si potrebbe fare in tre clic ed avere i presidi direttamente a casa. Qui si inserisce un tema di interoperabilità, di interconnessione e di usabilità. Ma se invece rimane lo spezzettamento, procediamo cioè alla digitalizzazione di singole parti di processo non connesse, stiamo informatizzando secondo i vecchi schemi burocratici. E questo non può fare la differenza.

Ci sono dei punti deboli in questo progetto di digitalizzazione?

Se non inseriamo la persona assistita e il caregiver all’intero del processo di trasformazione, rischiamo di creare una nuova fragilità, quella digitale

Per noi sono estremamente importanti e prestiamo grande attenzione alle fragilità della persona assistita. Se in questa fase non inseriamo la persona assistita e il suo caregiver all’intero del processo di trasformazione, rischiamo di creare una nuova fragilità, quella digitale. Penso a un cittadino che vive in aree rurali, dove la connessione è carente e non ha sistemi digitali. C’è il pericolo che si generi una vera e propria disuguaglianza nell’accesso alle cure, che proprio chi ha più bisogno di sanità digitale non riceva assistenza. Anche in questo senso l’infermiere di famiglia di comunità può essere un nodo cruciale per l’attivazione di una rete. Ecco perché siamo fiduciosi del progetto che stiamo portando avanti con gli altri attori: come professionisti vogliamo essere coinvolti, perché riteniamo di avere una chiave di lettura funzionale alla messa a terra della sanità digitale. Vogliamo essere una risorsa ed essere proattivi, ovviamente sulla base delle regole date: siamo nei luoghi operativi, sappiamo dove sono le criticità e intendiamo offrire il nostro contributo per superarle.

Oltre al rischio della fragilità digitale, stiamo riscontrando due fenomeni da governare. Il primo è il tema dell’aderenza terapeutica, che cala drammaticamente man mano che ci si allontana dal presidio ospedaliero verso il domicilio. Anche da questo punto di vista la sanità digitale può rivelarsi molto utile, facilitando il percorso del paziente, accompagnato dall’infermiere di comunità, fra prevenzione, piano di cure, prescrizioni, gestione dei farmaci e dei presidi.

Il secondo punto è rappresentato dalle cosiddette transitional of care, le cure di transizione, ovvero in che modo colleghiamo in termini assistenziali i diversi setting di cura. Faccio l’esempio di un paziente che ha subito un intervento chirurgico, poi trasferito in un reparto di post acuzie e infine deve uscire dall’ospedale, ma il suo bisogno di cure non è terminato: magari viene spostato in un ospedale di comunità o in una RSA prima di tornare al domicilio. Se tra tutti questi luoghi di cura c’è frammentazione, c’è il rischio di un impatto sulla qualità e sugli esiti assistenziali: un’interconnessione di tipo digitale può diventare un’opportunità importante di gestione del paziente.

Come si collocano questi scopi nel quadro della relazione con il paziente?

Durante la pandemia ci siamo resi conto di quanto sia difficile per esempio sostenere i bambini e i ragazzi in Dad. Immaginiamo una persona ottantenne che vive da solo con un caregiver e deve gestire i suoi problemi di salute con le modalità previste dalla telemedicina. In questo senso l’infermiere di famiglia e di comunità può sostenere una funzione relazionale, formativa e gestionale del rapporto di cura, coerentemente con il Codice Deontologico degli infermieri, che sancisce, all’art. 4: “il tempo di relazione è tempo di cura”. Il tutto in una chiave anche multidisciplinare e di “connected – care” con gli altri professionisti sanitari.

Cosa manca ancora?

La formazione è fondamentale, ma non deve essere frammentata. Dobbiamo immaginare un’aula popolata dai diversi professionisti in campo

Formazione. Dobbiamo formare operatori e cittadini in una formazione continua, non oggi per domani: bisogna mettersi nell’ottica in cui si investono tempo e risorse nel tempo. Inoltre non si deve trattare di una formazione frammentata, in cui ogni singolo professionista viene formato in maniera separata. Noi abbiamo attualmente una formazione “a silos”, caratterizzata dallo studio e dall’approfondimento per singole realtà disciplinari. Dobbiamo essere capaci di superare questa condizioni ed immaginare un’aula di formazione popolata dai diversi attori in campo.

C’è anche il tema della comunicazione, perché non c’è cambiamento senza empowerment, tanto dei cittadini quanto dei professionisti. Se non spieghiamo loro la necessità di questo cambiamento, è chiaro che si continua a prediligere il percorso già conosciuto, perché è più semplice. Cambiare significa investire energie. La trasformazione digitale è prima di tutto una trasformazione di senso che coinvolge i cittadini, i professionisti e i modelli organizzativi.

In ultimo, ci sono da approfondire gli aspetti legali e della responsabilità professionale. Dobbiamo capire da un lato come agire nel rispetto della privacy in modo da disporre dei dati necessari per le cure, e d’altro canto capire in che modo i professionisti sanitari sono responsabili in un ambiente digitale. Noi ci poniamo in chiave non critica ma proattiva, partendo dalle criticità ma fornendo stimoli e risposte, quindi ben venga il tavolo con chi ha il potere decisionale perché riteniamo di poter essere una grande risorsa per il Servizio Sanitario Nazionale.

Per approfondire

AI Act, via libera del Parlamento europeo

Oggi il Parlamento europeo ha adottato la sua posizione negoziale sulla legge sull’Intelligenza Artificiale (AI) con 499 voti a favore, 28 contrari e 93 astensioni ed è pronto ad avviare i colloqui con i governi UE sul testo definitivo. Le norme mirano a garantire che l’IA sviluppata e utilizzata in Europa sia conforme con i diritti e i valori dell’UE, ad esempio in materia di supervisione umana, sicurezza, privacy, trasparenza, non discriminazione e benessere sociale e ambientale.

Pratiche di IA da vietare

Le norme seguono un approccio basato sul rischio e stabiliscono obblighi per fornitori e operatori dei sistemi di IA a seconda del livello di rischio che l’IA può generare. Saranno quindi vietati i sistemi di IA che presentano un livello di rischio inaccettabile per la sicurezza delle persone, come quelli utilizzati per il punteggio sociale (classificare le persone in base al loro comportamento sociale o alle loro caratteristiche personali). I deputati hanno ampliato l’elenco per includere divieti sugli usi intrusivi e discriminatori dell’IA, come:

  • l’uso di sistemi di identificazione biometrica remota “in tempo reale” e “a posteriori” in spazi accessibili al pubblico;
  • i sistemi di categorizzazione biometrica basati su caratteristiche sensibili (ad esempio genere, razza, etnia, cittadinanza, religione, orientamento politico);
  • i sistemi di polizia predittiva (basati su profilazione, ubicazione o comportamenti criminali passati);
  • i sistemi di riconoscimento delle emozioni utilizzati dalle forze dell’ordine, nella gestione delle frontiere, nel luogo di lavoro e negli istituti d’istruzione; e
  • l’estrazione non mirata di dati biometrici da Internet o da filmati di telecamere a circuito chiuso per creare database di riconoscimento facciale (in violazione dei diritti umani e del diritto alla privacy).

IA ad alto rischio

I deputati vogliono che la classificazione delle applicazioni ad alto rischio includa anche i sistemi di intelligenza artificiale che possono comportare danni significativi per la salute, la sicurezza, i diritti fondamentali delle persone o l’ambiente. Sono stati aggiunti alla lista ad alto rischio i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per influenzare gli elettori e l’esito delle elezioni e i sistemi di raccomandazione utilizzati dalle piattaforme di social media (con oltre 45 milioni di utenti).

Obblighi relativi ai sistemi di IA per finalità generali

I fornitori di modelli di base — uno sviluppo nuovo e in rapida evoluzione nel settore dell’IA — dovrebbero valutare e mitigare i possibili rischi (alla salute, alla sicurezza, ai diritti fondamentali, all’ambiente, alla democrazia e allo Stato di diritto) e registrare i loro modelli nella banca dati dell’UE prima della loro immissione sul mercato europeo. I sistemi di IA generativa che si basano su tali modelli, quali ChatGPT, dovrebbero rispettare i requisiti di trasparenza (dichiarando che il contenuto è stato generato dall’IA), aiutando anche a distinguere le cosiddette immagini deep-fake e da quelle reali, e fornire salvaguardie per evitare la generazione di contenuti illegali. Dovrebbero inoltre essere pubblicate le sintesi dettagliate dei dati protetti dal diritto d’autore utilizzati per l’addestramento.

Sostenere l’innovazione e proteggere i diritti dei cittadini

Per stimolare l’innovazione nel campo dell’IA e sostenere le PMI, i deputati hanno previsto esenzioni per le attività di ricerca e le componenti dell’IA fornite con licenze open-source. La nuova legge promuove i cosiddetti spazi di sperimentazione normativa, o ambienti di vita reale, creati dalle autorità pubbliche per testare l’IA prima che venga implementata.

Infine, i deputati intendono rafforzare il diritto dei cittadini di presentare reclami sui sistemi di IA e di ricevere spiegazioni sulle decisioni basate su sistemi di IA ad alto rischio con un impatto significativo sui loro diritti fondamentali. I deputati hanno anche riformato il ruolo dell’Ufficio dell’UE per l’IA, che avrà il compito di monitorare l’attuazione delle norme sull’IA.

Dopo il voto, il correlatore Brando Benifei (S&D, Italia) ha dichiarato: “Oggi tutti gli occhi sono puntati su di noi. Mentre le Big Tech lanciavano l’allarme per le loro creazioni, l’Europa è andata avanti e ha proposto una risposta concreta ai rischi che l’IA sta iniziando a rappresentare. Vogliamo che il potenziale creativo e produttivo dell’IA venga sfruttato. Tuttavia, durante i negoziati con il consiglio ci batteremo per proteggere la nostra posizione e contrastare i pericoli per la democrazia e la libertà”.

Il correlatore Dragos Tudorache (Renew, Romania) ha aggiunto: “La legge sull’intelligenza artificiale stabilirà uno standard a livello mondiale per lo sviluppo e la governance dell’intelligenza artificiale, assicurando che questa tecnologia – destinata a trasformare radicalmente le nostre società grazie agli enormi benefici che può offrire – si evolva e venga utilizzata nel rispetto dei valori europei della democrazia, dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto”.

Prossime tappe

I negoziati con il Consiglio sul testo definitivo della legge inizieranno nella giornata di oggi.

Per approfondire

Minicervelli da cellule staminali riprogrammate per studiare le cause genetiche della microcefalia

Minicervelli riprodotti nei laboratori dell’Università di Pisa grazie a cellule staminali riprogrammate. È questo il set sperimentale del tutto innovativo che ha reso possibile lo studio di un particolare gene, WDR62, le cui mutazioni rappresentano la seconda causa più comune della microcefalia, una grave patologia che emerge durante la vita prenatale e che comporta un mancato sviluppo del cervello umano. La ricerca pubblicata sulla rivista eLife è stata condotta dal professore Marco Onorati e dalla dottoressa Claudia Dell’Amico del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa in collaborazione con la professoressa Angeliki Louvi della Yale School of Medicine.

La scoperta dei ricercatori è che la mutazione del gene WDR62 sarebbe responsabile del precoce differenziamento e della minore capacità delle cellule staminali di dividersi, spiegando il sintomo peculiare della microcefalia, ovvero il ridotto sviluppo del sistema nervoso.

“Abbiamo utilizzato un sistema innovativo di cellule staminali pluripotenti riprogrammate a partire dalle cellule della pelle – spiega il professore Marco Onorati, direttore del NeuroStemCell Lab dell’Ateneo pisano – Queste cellule riprogrammate possono essere differenziate verso tutti i tipi cellulari del nostro corpo, compresi i neuroni del nostro cervello e quindi essere usate per generare organoidi cerebrali umani. In questo modo, abbiamo realizzato un modello di studio che ci permette di ricapitolare in vitro eventi precoci dello sviluppo del nostro cervello, e delle sue disfunzioni, che altrimenti non sarebbero facilmente osservabili”.

“Mediante la tecnica CRISPR/Cas9, che permette di riparare in modo preciso la sequenza di un gene, mediante ‘forbici molecolari’, abbiamo corretto la mutazione in vitro”, aggiunge Claudia Dell’Amico, prima autrice dello studio – Questo ha permesso di applicare la terapia genica e “curare” gli organoidi aprendo la strada a sviluppi futuri della terapia genica”.

Allo studio hanno preso parte il gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Elena Cattaneo dell’Università Statale di Milano, e la dottoressa Maria Teresa Dell’Anno della Fondazione Pisana per la Scienza.

Oblio oncologico, Schillaci: governo pronto a dare supporto

“Il governo segue con interesse le iniziative parlamentari riguardanti il diritto all’oblio oncologico. Ed è pronto a dare il proprio supporto per trovare soluzioni adeguate a quella che ritiene una problematica di particolare rilievo per tanti cittadini guariti dal cancro costretti ancora ad affrontare numerose difficoltà burocratiche per il ritorno a una vita normale”.

È quanto dichiara il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.

“Il governo guarda con grande attenzione alle proposte di legge parlamentari sull’oblio oncologico. Per questo, ho chiesto al ministro della Salute Schillaci di seguire l’iter e assicurare il contributo necessario dell’esecutivo. L’obiettivo che ci poniamo è arrivare, nel più breve tempo possibile, ad una norma capace di dare risposte ad un problema estremamente concreto e che incide molto sulla vita di tantissimi italiani”. Lo dichiara in una nota la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Di oblio oncologico si sta discutendo in Commissione Sanità alla Camera: sono nove le proposte di legge presentate dai vari gruppi parlamentari e una dal Cnel e le relatrici, Patrizia Marrocco (FI) e Maria Elena Boschi (Az-Iv) stanno mettendo a punto un testo unificato. Boschi ha dichiarato che il testo sarebbe stato pronto questa settimana, ma i lavori rimarranno fermi per lutto nazionale. L’intento è arrivare in Aula la prima settimana di luglio.

Per approfondire

L’infermiere case manager nel contesto della nuova assistenza territoriale

L’infermiere case manager rappresenta una figura di estrema importanza nel contesto sanitario italiano. Con il crescere della complessità delle cure e l’aumento del numero di persone con patologie croniche o fragilità, è emersa con sempre maggiore intensità la necessità di un professionista come l’infermiere case manager, per garantire una efficace gestione del percorso del paziente, integrata con i setting di assistenza territoriali.

La sua principale responsabilità è quella di contribuire a valutare le esigenze del paziente, pianificare e implementare un percorso di cura appropriato, monitorare i progressi e coordinare le risorse necessarie per garantire una gestione ottimale del caso. Attraverso una visione olistica del paziente, l’infermiere case manager si impegna a promuovere la prevenzione, la gestione e la riabilitazione delle malattie croniche, contribuendo così a migliorare la qualità della vita dei pazienti e a ridurre i ricoveri ospedalieri. Con la riforma dell’assistenza territoriale delineata da PNRR e DM77, si aprono nuovi spazi e nuove responsabilità. Ne parliamo con alcune professioniste già attive in questo percorso, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

Intervista a Laura Zoppini, Direttore D.A.P.S.S. (Direzione Aziendale Professioni Sanitarie e Sociosanitarie), ASST Niguarda, Milano

Qual è il ruolo del case manager all’interno del contesto PNRR?

La missione 6 del PNRR mira a rinforzare l’assistenza sanitaria territoriale, puntando sullo sviluppo di reti di prossimità e sull’integrazione di tutti i servizi socio-sanitari al fine di promuovere un sistema socio sanitario sempre più prossimo e vicino alle persone. Per realizzare questo obiettivo si prevede il potenziamento e la creazione di strutture e presidi territoriali quali appunto le case di comunità e gli ospedali di comunità, il rafforzamento dell’assistenza domiciliare e lo sviluppo della telemedicina. È in questo contesto che si inserisce il case manager, ossia un infermiere che si occupa di prendere in carico il paziente e la famiglia creando un percorso individuale e personalizzato, agevolando il processo assistenziale, garantendo la continuità delle cure e coordinando le risorse e le diverse professionalità che intervengono nel percorso del paziente e della sua famiglia. Il case manager ricopre il ruolo di “regista”, di facilitatore del percorso del paziente, divenendo il punto di riferimento per tra paziente, caregiver e professionisti sanitari. È l’intermediario tra l’ospedale e i diversi servizi territoriali che, anche in relazione allo stadio di malattia e ai bisogni assistenziali specifici del paziente, possono essere diversi e multipli.

Il case manager ricopre il ruolo di “regista”, di facilitatore del percorso del paziente, divenendo il punto di riferimento per tra paziente, caregiver e professionisti sanitari

Il case manager agisce in modo proattivo, anticipando i bisogni della persona e identificando precocemente i pazienti che necessitano ad esempio, di una dimissione protetta. In collaborazione con il resto dell’equipe, il case manager infatti identifica il setting assistenziale più idoneo per la presa in carico del paziente sul territorio, garantendo l’appropriatezza dei servizi forniti e una continuità assistenziale che porta a una riduzione delle riacutizzazioni delle patologie croniche e del tasso di riospedalizzazione.

Come si collega questo ruolo con gli infermieri di comunità e con le altre professioni sanitarie che seguono il paziente tra ospedale e territorio?

Il case manager è un modello organizzativo presente sia in ospedale che nel territorio, per tutti i percorsi del paziente. In particolare, il case manager ospedaliero si caratterizza per una presa in carico della persona fin dal primo accesso nella struttura sanitaria e collabora con gli infermieri di famiglia e comunità (IFEC) e con gli altri professionisti, al quale “affida” il paziente, una volta dimesso, personalizzando il suo percorso, garantendo una dimissione sicura e appropriata sulla base dei bisogni del paziente e della famiglia.

Nel territorio il ruolo di case manager viene assunto dallo stesso infermiere di famiglia e comunità, che diventa punto di riferimento, professionista attivo nell’implementare l’empowerment della persona e della famiglia, garantire iniziative di prossimità nel soddisfacimento dei bisogni educativi e di autocura e il monitoraggio costante, continuo e nel tempo, del paziente e delle sue condizioni, al fine di prevenire l’aggravamento della malattia e favorire l’aderenza terapeutica.

In questo senso, qual è l’esperienza dell’ASST Niguarda?

Negli ultimi anni l’Ospedale Niguarda ha implementato una buona rete di servizi territoriali, recependo appieno le delibere regionali emesse sulla scorta del DM 77/2022. In particolare, nella nostra azienda sono attive due Case di Comunità, quella di Villa Marelli in viale Zara e quella di Via Livigno, all’interno delle quali lavora l’equipe degli Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFEC).

Gli IFEC prendono in carico i pazienti cronici e/o fragili che accedono direttamente al Punto Unico di Accesso (PUA) delle Case di Comunità, oppure che vengono segnalati da tutti i servizi territoriali, dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta così come dalle degenze ospedaliere e dal Pronto soccorso dell’ospedale, mediante percorsi condivisi che prevedono anche l’utilizzo di strumenti assistenziali che stratificano i bisogni dei pazienti. Gli IFEC assumono il ruolo di case manager per i diversi pazienti che prendono in carico, garantendo continuità e collaborando con i diversi servizi e i professionisti coinvolti nel percorso assistenziale e di cura. Gli IFEC svolgono la loro attività negli ambulatori delle case di comunità, nel PUA, nelle comunità e a domicilio dei pazienti dove erogano le prestazioni infermieristiche. Come indicato dallo stesso PNRR che prevede la gestione al domicilio del 10% dei pazienti con più di 65 anni, gli IFEC si stanno preparando anche a garantire l’ADI, ossia l’Assistenza Domiciliare Integrata.

Il case manager è un modello organizzativo presente sia in ospedale che nel territorio, per tutti i percorsi del paziente

Nella nostra azienda stiamo costruendo modelli organizzativi volti a implementare il ruolo del case manager in alcuni percorsi particolari e core per l’ASST Niguarda, quali quelli del paziente trapiantato di cuore, reni e fegato, del paziente di bariatric unit, di breast unit, di pancreatic unit o di area psichiatrica. Abbiamo cioè identificato percorsi complessi e/o che coinvolgono pazienti fragili, per i quali risulta fondamentale la presenza di un infermiere che si interfacci con tutte le figure coinvolte e costituisca un necessario punto di riferimento per il paziente, vista anche la complessità e la numerosità dei servizi e dei professionisti che i pazienti in questa condizione incontrano nel loro percorso di cura.

Quali prospettive vede per i prossimi mesi e quali priorità da affrontare?

Una prospettiva importante, resa fattibile anche dal recente CCNL è quella di valorizzare quei professionisti, mediante il sistema degli incarichi di funzione, professionale e organizzativa, che con competenze specifiche e avanzate, svolgono importanti ruoli professionali non solo in ospedale ma anche nel territorio, che garantiscono migliori esiti di salute per le persone, tra i quali le funzioni di case management, ossia di professionisti con responsabilità aggiuntive e/o maggiormente complesse rispetto a quelle di base del profilo di appartenenza.

Dal punto di vista formativo, ai professionisti vanno garantiti percorsi specifici che portino all’acquisizione e alla spendibilità nell’organizzazione di competenze specialistiche, modelli organizzativi innovativi e sviluppo di nuove metodologie per l’assistenza e il monitoraggio dei pazienti, contemplando, ad esempio, la telemedicina come uno degli elementi peculiari nei percorsi formativi.

Anche in questo ambito, rimane la preoccupazione legata alla carenza di infermieri

L’unica preoccupazione e priorità che vale la pena sottolineare è legata alla carenza di infermieri che, in particolare, anche per i costi della vita di tutti i giorni, la nostra Regione comincia a toccare con mano.

In Italia, infatti, lo stipendio medio di un infermiere è 40 punti percentuali sotto la media di quelli europei.

Inoltre oggi la professione infermieristica non risulta più attrattiva in Italia poiché i giovani scelgono percorsi che trovano più rispondenti alla loro idea di sviluppo di carriera. Circa 20mila infermieri italiani lavorano all’estero dove hanno trovato uno sviluppo di carriera e una valorizzazione delle loro competenze che in Italia non siamo ancora riusciti a mettere in atto, nonostante i cittadini le richiedano e le valorizzino come riportato nelle molte indagini promosse anche recentemente.

Questo PNRR rappresenta però un’opportunità importante soprattutto nell’ambito delle attività territoriali, certamente per tutti i cittadini, ma anche perché consentirà maggiori prospettive di sviluppo della professione. Bisogna lavorare sullo sviluppo di questi ruoli (IFEC, case manager….) nel contesto di una revisione complessiva dei modelli organizzativi che consideri tutti gli aspetti compreso quelli giuridici, normativi ed economici…perché molte difficoltà sono legate anche a provvedimenti normativi obsoleti che poco si sposano con le esigenze organizzative e dei cittadini attuali.

Intervista a Eugenia Pellegrino, Consigliere Associazione Italiana Case Manager (AICM), Infermiera Case Manager S.S. Chirurgia Bariatrica ed Esofago Gastrica Funzionale, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia

Perché è importante il ruolo del case manager, e in quali termini?

Nella storia della professione infermieristica, fin dai primi anni del 1900, il modello organizzativo che coinvolge la figura del case manager ha contribuito notevolmente alla presa in carico globale della persona attraverso un’attività fondata su evidenze scientifiche e competenze di carattere manageriale, clinico, comunicativo, formativo e di ricerca, sia in ambito ospedaliero sia in ambito territoriale. Una figura professionale di “facilitazione” nella gestione di percorsi di pazienti selezionati per costo, volume, complessità assistenziale e DRG selezionati e attraverso la partecipazione attiva alla multidisciplinarietà, una risorsa nella creazione gestione e monitoraggio dei percorsi di cura.

All’interno delle nuove prospettive future, secondo Agenas, nel contesto della vera assistenza territoriale tra Case e Ospedali di comunità e Centrali Operative Territoriali, l’infermiere di famiglia e comunità è il candidato ideale al ruolo di case manager.

Ci può presentare l’Associazione Italiana Case Manager? Quali priorità e obiettivi vi siete posti?

L’Associazione Italiana Case manager è un’associazione no profit che ha la finalità di consentire ai propri “associati”, di sviluppare e approfondire tematiche inerenti il ruolo, l’autonomia decisionale, le competenze del case manager in ambito socio-sanitario, nonché nell’educazione terapeutica e nella promozione della salute, sviluppando e approfondendo lo studio e la ricerca dei processi di trasformazione delle professioni socio-sanitarie e dei modelli organizzativi e assistenziali basati sul case management anche attraverso la produzione di linee guida.

Attualmente il Consiglio Direttivo è composto da 7 rappresentanti infermieri provenienti da 3 Regioni Italiane: Emilia Romagna (la Presidente Virna Bui – Policlinico S. Orsola, Bologna), Lombardia (4 consiglieri: Cesare G. Moro – ASST Bergamo Ovest, Treviglio; Eugenia Pellegrino, Fondazione IRCCS Policlinico S. Matteo, Pavia; Lisa Forchini – ASST Bergamo Est Seriate; Annamaria Tanzi – ASST Pavia) e Veneto (2 consiglieri: Melania Nocente – AO Padova; Manuela De Toni – AULSS 6 Euganea).

L’Associazione sta lavorando in maniera prioritaria alla realizzazione di un documento che vada a definire il ruolo del case manager all’interno del modello organizzativo, con la definizione di linguaggio, metodologia e strumenti comuni.

Le richieste di formazione giunte in Associazione in questi ultimi 5 anni sono notevolmente aumentate

Attualmente è presente ancora disomogeneità e personalizzazione nella conoscenza del ruolo; l’uniformità dei comportamenti sarà la strategia futura per il “bisogno” sanitario e socio-assistenziale nei percorsi di cura. Le richieste di formazione giunte in Associazione in questi ultimi 5 anni sono notevolmente aumentate e in molte Regioni del centro e del sud si stanno avviando programmi di inserimento, pertanto tra gli obiettivi c’è quello di soddisfarle. Dopo la pandemia molte Regioni hanno manifestato la necessità di poter implementare il modello del case manager per il mantenimento della qualità nella gestione dei percorsi, a fronte di carenze di risorse umane, strategia che nella storia della professione infermieristica ha avuto un forte impatto di carattere organizzativo.

Sul tema della formazione, quali sono le competenze essenziali che un professionista deve acquisire come case manager in ambito sanitario? Ci sono criticità in questo senso?

Nel dicembre del 2018, in occasione del Consiglio Nazionale della Federazione degli Ordini degli infermieri, è stato presentato l’elenco dei master specialistici per le professioni sanitarie. Accompagnando in tal occasione la Presidente Virna Bui, ho potuto assistere alla presentazione e descrizione del Master di I livello per la funzione di Case manager. Questo percorso formativo ha l’obiettivo di “sviluppare competenze per una presa in carico integrata, appropriata e sostenibile, di pazienti complessi, affetti da multi-morbidità e a elevato rischio di frammentazione delle cure e di accessi e ricoveri inappropriati. Coordinare e gestire interventi di assistenza integrata con altri professionisti, utilizzando modalità e strumenti tipici del case management”.

La mappatura delle competenze del case manager all’interno del ruolo clinico e manageriale costituisce talvolta la vera criticità all’interno delle Aziende

La mappatura delle competenze del case manager all’interno del ruolo clinico e manageriale costituisce talvolta la vera criticità che i colleghi manifestano all’interno delle Aziende in cui vi è l’attribuzione di una parte del ruolo, o di un setting di cura e, generalmente non viene identificato incarico funzionale.

La mia esperienza personale all’interno della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia è iniziata nel 2015 con un progetto relativo alla chirurgia dell’obesità e le competenze individuate nella job description, attualmente in revisione, sono di ambito comunicativo/relazione, conoscitivo, manageriale, formativo, educativo e di ricerca. Un gran lavoro di identificazione e riconoscimento portato avanti dalla S.C. Direzione delle Professioni Sanitarie, diretta dalla Dr.ssa Giuseppina Grugnetti.

Oltre alla figura del case manager nel percorso di chirurgia bariatrica, in breve tempo, sono stati identificati e riconosciuti altri 6 case manager di ambito breast unit, nefrologico, oncoematologico pediatrico, cardiologico, oncologico e sono in corso negli ultimi mesi ulteriori identificazioni e costruzioni di percorsi.

La preparazione del case manager ha previsto, come indicato dalla Fnopi, il conseguimento del diploma di Master di I livello istituito dall’Università degli Studi di Pavia con la Fondazione IRCCCS Policlinico San Matteo di Pavia. Ad oggi il percorso di chirurgia bariatrica, che ha come Responsabile il Dr Peri, presente all’interno della S.C. di Chirurgia Generale 2 diretta dal Prof. Andrea Pietrabissa, è sede di vari tirocini professionalizzanti di altri Atenei e Aziende Ospedaliere: Ospedale Cà Granda, Sant’Orsola Malpighi di Bologna, Humanitas Gavazzeni (sede Rozzano).

Esistono dei modelli a livello internazionale per la figura del case manager? Ci sono differenze con l’Italia e quali sono le possibili implicazioni di queste differenze per l’efficacia delle cure e la qualità dell’assistenza sanitaria?

La professione infermieristica e di conseguenza il ruolo del case manager ha differenze sostanziali nell’esplicitazione della professione, in termini di responsabilità e ruoli. Sintetizzare differenze e implicazioni comporta un importante lavoro di ricerca che l’Associazione sta conducendo da diversi mesi con la Fnopi e le varie Istituzioni dell’ambito infermieristico. Rispetto ai modelli d’assistenza infermieristica presenti nella storia della professione, l’evoluzione del Primary Nursing ha contributo alla nascita del case management.

Intervista a Simona Alexovits, Case Manager Osteoporosi, Ospedale La Colletta Arenzano (Genova)

Qual è il ruolo del case manager e in particolare nella gestione dei pazienti con osteoporosi?

L’infermiere case manager è il responsabile e regista di un percorso assistenziale personalizzato, un ruolo fondamentale per gli utenti, i caregiver, i familiari, che garantisce un adeguato itinerario diagnostico-terapeutico. È un punto di riferimento per il malato che viene preso in carico, sino a quando necessita di assistenza.

Nel nostro percorso, una volta ricevuti i nominativi dei pazienti ricoverati nei reparti di Riabilitazione Funzionale dell’Ospedale La Colletta, i dati relativi vengono analizzati dall’infermiere case manager insieme ai medici dedicati (il dottor Andrea Giusti, Responsabile SSD Malattie Metaboliche Ossee e Prevenzione delle Fratture nell’ Anziano, o la dottoressa Paola Diana, Specialista in Reumatologia nella SC di Reumatologia Ospedale La Colletta) e si procede all’impostazione di un’adeguata terapia, con l’individuazione di un Caregiver, in genere tra i familiari, e la definizione dei vari controlli da effettuare come esami sierologici, degli esami diagnostici (tra cui la Densitometria Ossea e/o radiografie, risonanze magnetiche), delle visite specialistiche e delle successive visite di controllo presso il nostro Centro. Le visite di controllo possono variare a seconda della terapia assegnata al paziente: ad esempio per le terapie sottocutanee i controlli sono a 6 mesi, per la terapia endovenosa a 12 mesi, per la terapia orale a 18 mesi, con screening telefonici periodici per verificare eventuali criticità.

L’infermiere case manager è il responsabile e regista di un percorso assistenziale personalizzato

Per agevolare i pazienti che sono soprattutto di età avanzata, personalmente cerco, con l’aiuto del sistema di prenotazione CUP Liguria, di fissare gli appuntamenti per le prescrizioni. Tutti questi dati vengono riportati dal medico sul programma di cartella ambulatoriale elettronica condivisa Reumarecord e su una scheda infermieristica, al momento cartacea, nata per il controllo di tutte le variazioni periodiche, dalle terapie a nuove segnalazioni di fratture, come promemoria per eventuali variazioni di appuntamenti e tutto ciò che riguarda l’anagrafica e recapiti dei pazienti. Una raccolta preziosa di dati aggiornati costantemente per un controllo a 360°, fondamentale soprattutto per monitorare l’aderenza terapeutica in questi malati osteoporotici ad alto rischio di rifrattura come prevede il percorso Fracture Liaison Service (FLS).

L’importanza del mio ruolo è quello di creare una catena a cui, i pazienti e i propri familiari (o caregiver), possano rimanere agganciati, utilizzando informazioni complete, chiare e comprensibili, per educare con istruzioni mirate a renderli indipendenti il più possibile, soprattutto nella gestione delle terapie, utilizzando anche mezzi comunicativi come l’uso della posta elettronica, soprattutto quando non abitano nelle vicinanze della struttura o devono spostarsi con i mezzi pubblici.

Tra 2018 e 2019 nel suo centro è stato implementato un nuovo percorso FLS: ci sono stati dei cambiamenti, dal suo punto di vista?

Attualmente nel nostro centro di Reumatologia presso l’Ospedale La Colletta di Arenzano, sono stati inseriti nel Progetto Licos (Liguria Contro Osteoporosi) all’incirca 500 pazienti gestiti da un medico e un infermiere case manager.

Questo progetto è stato avviato nel 2018, nell’Area Metropolitana di Genova, dall’Azienda Sanitaria Locale ASL3 Genovese ed è dedicato ai pazienti con frattura di femore da fragilità.

I cambiamenti sono stati notevoli con un’alta percentuale di crescita. I pazienti aderiscono volentieri a questo progetto perché dà loro un senso di “protezione”, di considerazione e supporto da figure professionali ospedaliere, anche nell’interazione con il loro medico di base e per possibili disguidi che, a volte, possono nascere con questa figura. Capita che alcuni medici non abbiano ancora una conoscenza approfondita del nostro lavoro e insorgano alcune difficoltà di comprensione, come, ad esempio, nella prescrizione di vitamina D.

Noi cerchiamo di aiutare i pazienti, che sentono di avere in noi un punto di riferimento.

Secondo lei, che cosa serve per esportare questa esperienza in altre realtà?

La flessibilità della struttura è un elemento fondamentale. Servirebbe inoltre una maggiore informazione e formazione su questo percorso, soprattutto verso i medici di base affinché siano a conoscenza di quello che noi facciamo.

Sarebbe necessaria più elasticità e dedicare delle risorse mirate a questo percorso, che consente di ottenere dei vantaggi, a breve e lungo termine, a favore dei pazienti e non solo: infatti, anche dal punto di vista della Asl, l’investimento sarebbe davvero utile in quanto si potrebbero ridurre in maniera significativa i costi da sostenere, ad esempio, per gli interventi chirurgici che, con il percorso FLS supportato dalla figura dell’infermiere case manager, sono notevolmente ridotti. Come attestano le esperienze di altri Paesi europei e del Regno Unito, che su questo tema sono molto più avanti di noi.

Sarebbe utile che anche in altre realtà venisse sviluppato questo tipo di percorso, però, a causa della mancanza di personale o di fondi, molto spesso, anche se sulla carta si aderisce a queste attività, nella pratica non si riesce a realizzarle.

Quando parliamo di risorse, si tratta di un medico, un infermiere e uno studio dedicato con un computer, e soprattutto la volontà di allocare delle risorse ad hoc.

Un altro elemento importante da sottolineare riguarda la formazione, sia in termini di adeguata esperienza lavorativa nell’ambito professionale che di percorso di studio ben specifico.

Vaccino anti-Covid: efficace anche in pazienti con fragilità

Uno studio condotto congiuntamente dal Consiglio nazionale delle ricerche e dall’Azienda Ospedaliera “A. Cardarelli” di Napoli, pubblicato sulla rivista internazionale Viruses, ha dimostrato l’efficacia della vaccinazione di richiamo anti Covid-19 nel rafforzamento della protezione immunologica contro l’infezione da SARS-CoV2 in una popolazione di pazienti sottoposti a trapianto di rene.

La ricerca è frutto del lavoro di ricercatori e ricercatrici di due Istituti del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli – l’Istituto di biochimica e biologia cellulare (Cnr-Ibbc) e l’Istituto di genetica e biofisica (Cnr-Igb), entrambi afferenti al Dipartimento di scienze biomediche dell’Ente e dell’UOC Medicina 1 dell’AORN Cardarelli. Il team ha dimostrato che le dosi booster somministrate a soggetti con un importante stato di immunosoppressione farmacologica in seguito a trapianto di reni hanno favorito una buona risposta immunologica al virus SARS-CoV-2, sia nei confronti del ceppo virale originario Wuhan che della varante Omicron, in termini di produzione di anticorpi neutralizzanti e di risposta cellulare mediata dai linfociti T.

“Nonostante lo stato di emergenza a livello globale sia ormai terminato, anche grazie al successo delle campagne di vaccinazione, resta alta l’attenzione sanitaria nei confronti dei pazienti con fragilità, quali pazienti oncologici, trapiantati o immunosoppressi, solo per citarne alcuni, in quanto maggiormente esposti al rischio di infezione da SARS-CoV-2: è qui che si inquadra il nostro studio, che ha riunito competenze di immunologia e biologia cellulare”, spiega Carmen Gianfrani (Cnr-Ibbc).

La sperimentazione ha coinvolto soggetti sottoposti a trapianto di rene e volontari sani reclutati dal Cardarelli, sottoposti ad un prelievo di sangue a vari tempi dopo la seconda e terza dose di richiamo del vaccino a mRNA. “Le cellule del sangue sono state analizzate per la reattività immunologica ad un’ampia libreria peptidica della proteina Spike sia wild-type che del ceppo Omicron”, aggiunge Giovanna Del Pozzo (Cnr-Igb), co-coordinatrice assieme a Gianfrani della sperimentazione svolta al Cnr. “Sia nei pazienti sani che nei pazienti trapiantati abbiamo rilevato, a seguito alla terza vaccinazione, una robusta espansione ed attivazione dei linfociti antivirali specifici, con produzione di interferone-gamma contestualmente con l’incremento del titolo anticorpale anti-Spike. Sebbene l’intensità della reattività immunologica nei confronti della variante Omicron sia risultata minore rispetto al ceppo originario di Wuhan, lo studio dimostra l’efficacia della dose booster nell’indurre una protezione anti-virale specifica”.

Lo studio dimostra anche l’importanza di una sinergia a livello territoriale tra istituti del Cnr impegnati nella ricerca biomedica e strutture ospedaliere, al fine di fornire un supporto scientifico alle istituzioni nazionali deputate a prevenire eventuali infezioni virali emergenti o a pianificare nuove campagne vaccinali, per la tutela della salute del singolo individuo e della collettività.

Il gruppo di lavoro Cnr, coordinato dalla dott.ssa Luciana D’Apice (Cnr-Ibbc) è inserito nel progetto NextGenerationEU-MUR PNRR Extended Partnership Initiative on Emerging Infectious Diseases.