Home Blog Page 199

Sfide e opportunità per le malattie rare dopo il Piano Nazionale

Poche settimane fa, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR) 2023-2025. Si tratta dell’ultimo passaggio formale prima del via libera definitivo. L’approvazione arriva dopo che lo scorso 21 febbraio Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, aveva annunciato il parere favorevole del Comitato Nazionale Malattie Rare (CoNaMr) al PNMR. Per l’attuazione del Piano, è stato previsto uno stanziamento di 25 milioni di euro, a valere sul Fondo sanitario nazionale, per ciascuno degli anni 2023 e 2024. È forse questa la più importante novità: uno stanziamento da 50 milioni per attuarlo. Sarà questa la vera svolta per il mondo delle malattie rare?

Il tema dell’attuazione si collega strettamente con un altro, quello delle tariffe. Dopo sei anni di attesa, il 19 aprile scorso è arrivato il via libera al “Decreto tariffe” per l’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica del Servizio sanitario nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Il decreto ha reso pienamente effettivi i nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea), varati con il DPCM 12 gennaio 2017. Sono già vecchi? Cosa serve davvero da questo punto di vista? Ne abbiamo discusso con Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttrice Osservatorio Malattie Rare (Omar), e Annalisa Scopinaro, Presidente Uniamo Federazione Italiana Malattie Rare.

Il confronto ha preso le mosse dai risultati di sondaggi condotti su questi argomenti nelle settimane precedenti tra i nostri lettori. La prima domanda recitava: è un periodo di grande novità nel settore delle malattie rare; quali sono le preoccupazioni che permangono? Per il 41%, le disomogeneità territoriali. Seguono con il 29% a pari risultato il reale impatto sulla vita dei pazienti e le diagnosi tardive. Nessuno dei lettori di TrendSanità ha scelto la risposta messa a terra del PNMR.

La seconda domanda che abbiamo posto è: quando si potrà dire adeguata la situazione dei malati rari in Italia? Ben il 38% solleva l’argomento dello screening neonatale a regime. Seguono la necessità di fondi sufficienti, con il 35%, e, al 26%, diagnosi entro l’anno.

Ciancaleoni Bartoli (Omar): “Il lavoro sulle tariffe riparta sin da subito”

Ilaria Ciancaleoni Bartoli

Introdurre le principali novità del PNMR è toccato a Ilaria Ciancaleoni Bartoli: “Partirei dal tema della diagnosi, che è fondamentale. C’è da sviluppare la conoscenza da parte dei medici e nel Piano Nazionale c’è un’indicazione forte verso la formazione; c’è inoltre da implementare l’uso uniforme in tutte le regioni delle scienze omiche, cioè quelle nuove tecniche – ma nuove per modo di dire, visto che sono state usate poco ma a questo punto sono ben consolidate – che consentono di fare una diagnosi per le malattie genetiche, anche per le più rare, in tempi veloci e con costi ormai molto contenuti rispetto a quelli improponibili di 15 anni fa.

C’è, e questo è un punto molto importante, nel PNMR, per la prima volta, il coraggio di dire in maniera forte che bisogna guardare alla diagnosi in chiave di prevenzione: prevenire quegli stili di vita e quelle esposizioni a certe sostanze ambientali che possono essere una causa epigenetica dell’insorgenza della patologia, ma anche andare a cercare quei fattori di rischio genetici che possono rendere una coppia a rischio e quindi il counseling genetico. C’è anche un problema di fondo, culturale, sia nel nostro Paese che un po’ dappertutto, sul tema della diagnosi in fase prenatale, cioè durante la gravidanza, che ovviamente è un tema delicato perché, volendo o non volendo, è connesso talvolta con l’interruzione di gravidanza; ma è un punto che andrà affrontato, anche perché oggi le modalità per poter fare questo tipo di diagnosi sono per fortuna molto meno pericolose e invasive di quelle che conoscevamo un tempo. È quindi un fatto importante che il Piano vi abbia fatto un accenno, anche se non sarà facilissimo portarlo avanti: è bene che intanto si cominci a guardare anche a questo”.

Un ampio capitolo è quello dedicato all’accesso ai farmaci: “Si sta creando un tavolo che dovrà lavorare a questo proposito e non sarà un compito facilissimo perché oltre ai farmaci che vanno al di fuori della fascia A e H c’è tutta una questione anche di presidi o di altre necessità, ad esempio le creme di medicazione e bende che spesso i malati rari utilizzano più frequentemente di altri fasce di popolazione, con una spesa importante rispetto a chi le usa una volta l’anno per un motivo accidentale. Si tratta però di prodotti che è più difficile normare, perché tutto ciò che è farmaco segue una normativa, mentre ciò che non lo è ne segue un’altra: un obiettivo sfidante e anche se i risultati non arrivano nell’immediato, l’importante è intraprendere la strada giusta e poi col tempo i risultati arrivano.

Il PNMR prevede una riorganizzazione e implementazione dei registri: grazie a una migliore condivisione delle informazioni si potrà programmare e organizzare in modo più efficace

Ancora, il PNMR prevede una riorganizzazione e implementazione dei registri, una componente cruciale che purtroppo in Italia purtroppo non ha mai funzionato benissimo: abbiamo tanti registri, non solo quelli di malattie rare ma anche di monitoraggio, ma spesso fanno fatica a comunicare tra loro. Invece, con una certa organizzazione, ci potrebbero dare tante informazioni utili per programmare e organizzare le cose bene, a favore tanto dei pazienti che del servizio sanitario perché efficientare è anche un modo di liberare risorse da destinare ad altro. Nel Piano c’è poi una parte che parla di informazione. Anche questa è la prima volta che entra in modo così forte e si tratta di informazione non solo tra gli addetti, aspetto fondamentale, ma anche di cominciare a informare e sensibilizzare la popolazione: uno scopo assolutamente meritevole perché la conoscenza porta sempre del bene”.

In ultimo, insieme al PNMR è stato approvato anche lo schema di decreto di riordino delle reti. “Questo avrà un reale impatto perché significa stabilire dove la persona con un sospetto o la diagnosi di una determinata malattia rara deve rivolgersi per stabilire il suo percorso, che poi dovrà essere necessariamente calato sul territorio. Attualmente, dopo la nascita di una prima rete che si era creata quasi vent’anni fa, la situazione non era precisa: ad esempio tanti centri erano stati accreditati, poi magari nel tempo il medico andava in pensione, qualcosa cambiava nell’organizzazione e succedeva che i pazienti si rivolgessero al centro di riferimento, che però di quella patologia non si occupava più. Ora ci si augura che riordinando la situazione e attribuendo un ruolo fondamentale a quei centri e alle Reti di riferimento europee (European Reference Networks, ERN) che hanno un’expertise importante, il problema si possa in gran parte risolvere. Anche questa è una sfida, perché si tratta di dar merito ad alcuni rischiando di scontentare qualcun altro: ci vorrà del coraggio per mettere il progetto in pratica, tuttavia sono sono fiduciosa perché c’è un bel gruppo che sta lavorando e c’è una volontà forte del Ministero”.

Con il Decreto Tariffe sono state tolte prestazioni obsolete e ne sono state aggiunte 300 nuove, tra cui tanti ausili per adattare le abitazioni

Un’altra novità di questi ultimi mesi è l’approvazione del “Decreto Tariffe”. Come impatta sul mondo delle malattie rare? “In vari modi, perché aggiorna le prestazioni – afferma Ciancaleoni Bartoli -. Sono state aggiunte circa 300 prestazioni in più, mentre alcune prestazioni obsolete sono state eliminate. Tra le nuove, appena inserite, ci sono tanti ausili che consentono di adattare le abitazioni: una aspetto importante, perché i malati rari vanno sempre di più pensati non come persone ospedalizzate, un’idea un po’ del passato, ma come malati cronici che vivono a casa propria e conducono una vita quanto più possibile normale; quindi gli ausili, oggi che ne abbiamo per fortuna tanti a disposizione, sono indispensabili, ma non si può pensare che le famiglie acquistino a spese proprie dispositivi e ausili particolarmente costosi.

Di certo quindi questo “Decreto Tariffe” e il nuovo nomenclatore sono meglio di quelli del ’96 e del ’99, seppur non l’ottimo. Dietro c’è un lavoro lunghissimo, in questo caso eccessivamente lungo, che ha fatto sì che il documento sia nato già vecchio e in parte non aggiornato. È stato giusto approvarlo così, perché altrimenti chissà a quando si sarebbe andati, però ricordiamo le promesse del del governo precedente di fare subito un secondo step: speriamo che anche l’attuale governo si orienti in questa direzione, perché alcune cose sono state inserite correttamente, mentre altre mancano, come le tante prestazioni che riguardano la genomica, che ha avuto un salto enorme in questi anni. Ormai la tecnologia va velocissima e l’accelerazione è sempre più forte: quello che prima si perdeva in dieci anni, ora si perde in cinque, ma non possiamo rimanere indietro, non ce lo possiamo permettere. Perciò è importante cominciare a lavorare da subito.

Il finanziamento al SSN non è un dogma: è diminuito, ma potrebbe anche essere aumentato

In questo discorso si inquadra una riflessione sulla diagnosi in fase prenatale, perché in questo nuovo documento c’è una forte indicazione alle tecnologie non invasive, ma bisogna tradurla nelle tariffe. L’auspicio è che nel processo di miglioramento si tenga conto di queste istanze e anche di tantissime altre che nel tempo le associazioni segnaleranno, nel tentativo di soddisfare i bisogni, con un occhio attento alla copertura del servizio sanitario che però non deve essere un dogma. A tal proposito ricordiamoci che il finanziamento del servizio sanitario è basso rispetto ad altri Paesi europei è diminuito rispetto al passato, ma potrebbe essere anche aumentato: noi di solito lo prendiamo come un dato di fatto, ma possiamo anche pensare che il fondo un domani vada ampliato. Non dobbiamo per forza metterci di fronte a esso come se fosse irremovibile: se fosse stato così, oggi non avremmo nessuna di tutte queste leggi bellissime di cui stiamo parlando. Bisogna sempre andare un passo oltre, con un occhio al futuro e uno alla realtà”.

Scopinaro (Uniamo): “Il Piano è frutto di un lavoro di anni”

Sembra che negli ultimi mesi molto si stia muovendo nel mondo delle malattie rare. Ma, sottolinea Scopinaro, “non è una rivoluzione propriamente detta, perché quello che sta succedendo oggi l’abbiamo preparato negli anni scorsi: lo stesso Piano è frutto di tre anni di lavoro del gruppo di cui Uniamo ha fatto parte, che ha raccolto anche gli elementi innovativi che la pandemia ha suggerito, come la teleassistenza e la telemedicina che in una prima versione del Piano non erano molto presenti. Si tratta invece di un’importante messa in contatto sia fra paziente medico che fra medici, perché non dimentichiamo che la struttura delineata dalla L. 279 del 2001 prevede dei centri di coordinamento e dei centri più vicini al territorio del paziente. Il nuovo riordino è stato fatto per inserire in questo quadro già abbastanza complesso la parte delle Reti ERN che è arrivata nel 2017 e pertanto non era contemplata nella 279 che risaliva a 16 anni prima.

Siamo arrivati al Testo Unico perché siamo partiti da quattro proposte di legge bipartisan precedenti e siamo arrivati al Piano perché un gruppo di lavoro ha cominciato a lavorarci quasi quattro anni fa, mettendoci tre anni per predisporlo essendo arrivato a consegnarlo nel maggio scorso al ministro. Lo stesso screening neonatale è una battaglia iniziata all’interno della Federazione delle associazioni oltre dieci anni fa, che ha portato alla legge del 2016 e poi agli emendamenti del 2020: siamo cioè di fronte a percorso che è arrivato a maturazione. Devo sottolineare, perché nel resto d’Europa non è così, che questo è frutto di un grande impegno della Federazione e dell’attenzione che è riuscita a mantenere sulle malattie rare soprattutto lavorando con le istituzioni passo passo, perché ha sempre fatto parte di tutti i tavoli di lavoro in cui si discuteva di malattia rare. Questo è stato fondamentale perché non solo la politica ma anche le istituzioni fossero orientate verso il soddisfacimento di un bisogno primario che veniva proprio dai rappresentanti dei pazienti.

Una rivoluzione c’è, perché abbiamo raggiunto tanti traguardi, ma è una rivoluzione silenziosa

Possiamo dire dunque che una rivoluzione c’è, perché abbiamo raggiunto tanti traguardi, ma è una rivoluzione silenziosa che sta continuando a produrre frutti e che ne continuerà a produrre anche nel futuro proprio grazie a questa sinergia che stiamo cercando di tenere sempre viva e devo dire che è sempre più stretta anche nei confronti delle istituzioni che collaborano, partecipano, ci forniscono dati per stilare i nostri rapporti e ci danno la possibilità di esprimere pareri all’interno anche dei tavoli regionali delle malattie rare”.

Quali sono le maggiori difficoltà che permangono in questo momento per i malati rari e cosa resta da fare per superarle? “La premessa è che le difficoltà non non mancano mai, perché non una volta che raggiungiamo un obiettivo vorremmo subito raggiungerne un altro. Io credo che nel Piano siano stabilite alcune cose molto importanti. Innanzitutto si precisa che dovrà essere fata non solo una valutazione sanitaria, ma anche del danno evolutivo e personale della persona con malattia rara; questo significa che finalmente si vede la persona in una visione olistica, che oltre alla parte sanitaria comprende anche tutta una componente sociale. Non a caso i trattamenti sono divisi in due, farmacologici e non farmacologici, che vanno a inglobare sia la parte dei dispositivi medici che di tutti i trattamenti che siamo soliti chiamare di fascia C e anche i trattamenti riabilitativi e abilitativi che servono alle persone per poter migliorare la qualità di vita anche a casa: trattamenti fisioterapici, logopedici, psicoterapeutici.

Questa è una novità fondamentale, che per lungo tempo le persone con malattie rare hanno chiesto, perché se è vero che solo il 5% di queste patologie ha un trattamento farmacologico, non possiamo dimenticare tutti gli altri aspetti che in qualche modo migliorano la qualità di vita e che devono trovare una rispondenza uniforme sul territorio nazionale.

Noi stiamo collaborando in questo momento a un tavolo del Forum del Terzo Settore sui sui livelli essenziali di prestazioni (Lep) che comprendono sia le prestazioni sanitarie, che però sono definite dai Lea, sia le prestazioni cosiddette sociali, perché non è pensabile che i cicli di fisioterapia siano dati “a blocchi”, come se si trattasse un incidente sugli sci, quando abbiamo una domanda sempre più forte dal pubblico su una malattia come la SLA, che una ha bisogno assistenziale molto cogente ed estremamente intenso che richiede cicli continui, senza interruzione.

Questi sono aspetti sui quali la Federazione continuerà a spendersi. Siamo entrati nel Consiglio nazionale del Terzo Settore proprio per riuscire a far sentire la voce dei rari anche all’interno del mondo più generale della disabilità, che spesso però a sua volta ha bisogni settorializzati: disabilità cognitiva oppure fisica, mentre noi li abbiamo tutti, quindi siamo un paradigma anche rispetto alla disabilità. Proprio perché le nostre patologie hanno bisogno trasversali e a 360 gradi, credo che questa sia una delle sfide più importanti che ci accompagneranno per cercare di migliorare la qualità di vita di tutti”.

Tra centro di eccellenza, centro di riferimento territoriale e MMG e ci deve essere una catena unica che fa rete intorno al paziente senza costringerlo a spostarsi

Infine, Scopinaro mette l’accento sul fronte della ricerca: “Anch’essa deve essere vista in un’ottica più generale che comprenda il Regolamento europeo sui farmaci orfani e la revisione della legislazione sulla farmaceutica, che è fondamentale per garantire incentivi alla ricerca che possano indurre le aziende farmaceutiche a dare sempre più risposte ai bisogni dei pazienti. Serve anche migliorare la diagnosi grazie a quanto oggi è a disposizione e inserendo gli esami necessari all’interno de Lea, distinguendo fra fini di ricerca e fini diagnostici. Ancora, abbiamo bisogno di una presa in carico vera, che arrivi sul territorio e al domicilio del paziente e quindi riesca a mettere in contatto non solo il paziente col medico ma, come dicevo prima, anche i medici tra di loro. Tra centro di eccellenza, centro di riferimento territoriale e medico di medicina generale ci deve essere una catena unica che fa rete intorno al paziente senza costringerlo a spostarsi”.

Uno sguardo al futuro: dopo il Piano Nazionale cosa c’è?

Quando è arrivata la notizia del parere favorevole della Conferenza Stato-Regioni al Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR) 2023-2025, numerose realtà sono intervenute con appelli alla concretezza nell’attuazione di quanto previsto. C’è un reale rischio che rimanga lettera morta?

Risponde Ciancaleoni Bartoli: “No. C’è il rischio che ci si muova con tempi troppo lunghi e non si raggiungano pienamente tutti gli obiettivi. È vero che la legge non scade e si sa che se una legge viene attuata in ritardo non succede niente dal punto di vista istituzionale, però qui trattiamo di persone, bambini, caregiver, di mamme e papà. Per loro il tempo è fondamentale: qualche mese in più o in meno per alcuni può fare una differenza enorme. Comunque sono fiduciosa che. o prima o un po’ dopo, molte delle delle istanze contenute nel Piano vengano messe a terra.

A quasi due anni dal TUMR, mancano ancora almeno due regolamenti. Ma se a una legge manca l’attuazione, è come se non ci fosse

A preoccuparmi di più in realtà è l’attuazione del Testo Unico Malattie Rare (TUMR), perché sono passati quasi due anni e mancano ancora almeno due regolamenti; uno di questi mette a disposizione dei fondi per le famiglie che assistono una persona con una disabilità gravissima ed è vero che si tratta di pochi fondi, ma per chi li riceve a volte anche poco può fare la differenza. Anche questo poi era sempre un fondo che si poteva aumentare. Così come manca il regolamento per gli incentivi alla ricerca, che è fondamentale e va incentivata.

Se alla legge manca l’applicativo è come se non ci fosse: è come aver scritto un bel libro dei sogni. Ma siccome quella è una legge che è piaciuta tantissimo – anche se non perfetta, come ogni legge – la dobbiamo portare nel mondo della realtà. Quindi, mentre si guarda alla novità del Piano Nazionale, io vorrei auspicare anche un occhio a quello che c’è già e che aspetta di essere attuato ed è già in un bel ritardo”.

Non c’è un rischio di mancata attuazione del PNMR – concorda Scopinaro -. Gli interlocutori che hanno scritto il Piano sono quelli che lo devono attuare: sono motivati. C’è di più: alcune parti del Piano sono già in corso di attuazione. Un esempio riguarda la carenza e l’indisponibilità dei farmaci sul territorio nazionale: AIFA ha già stipulato un accordo da circa un anno con SIFO per una monitoraggio costante e continuo rispetto alle carenze ed eventuali indisponibilità territoriali che danno luogo a una mancanza per un paziente singolo ma che in realtà non sono vere e proprie carenze, perché magari qualche altra farmacia della zona quel farmaco ce l’ha. I farmaci indisponibili vengono quindi già messi in rete sul portale che si chiama DruGhost: questa è una miglioria che era necessaria ed è già in fase di attuazione”.

L’intelligenza artificiale aiuterà il neurologo a gestire l’ictus e a prevederne la prognosi

L’intelligenza artificiale al servizio di medici, pazienti e caregiver per la gestione delle fasi acute e croniche dell’ictus ischemico. Questo lo scopo del progetto TRUSTroke che avrà come output finale lo sviluppo di una nuova piattaforma basata appunto sull’intelligenza artificiale. Ma per arrivare a questo, è necessario ‘istruire’ gli algoritmi di intelligenza artificiale per far loro imparare come evolve l’ictus in un vasto gruppo di pazienti. Completata la fase preparatoria, questi strumenti di intelligenza artificiale saranno validati su una serie di pazienti, per verificare se sono stati correttamente ‘addestrati’, cioè per valutare se la previsione che l’algoritmo fa in termini di miglioramento o peggioramento clinico, di recidiva di ictus, di re-ospedalizzazione, di aderenza alla terapia di prevenzione secondaria, risulti affidabile o meno.

“L’intelligenza artificiale – spiega il dottor Pietro Caliandro, Dirigente Medico presso la Stroke Unit del Policlinico Gemelli, Docente di Neurologia presso l’Università Cattolica, campus di Roma e Coordinatore del Work Package clinico del progetto – ha un’enorme potenza di calcolo e potrebbe rivelarci, in fase molto precoce, una serie di informazioni che attualmente ci sfuggono. Questi algoritmi potrebbero cioè permetterci di prevedere con precisione, già nei primi 2-3 giorni dall’ictus, quale sarà l’evoluzione clinica di quel paziente a distanza di 10 giorni o a 3, 6, 12 mesi, in termini di sopravvivenza e di sviluppo di disabilità.

Se gli algoritmi che stiamo costruendo si dimostreranno validi – prosegue il dottor Caliandro – questo ci consentirà di ottimizzare il percorso di cura del paziente, non solo in ospedale, migliorando la sua assistenza e i tempi di degenza, ma anche a domicilio, dove continuerà a essere seguito attraverso strumenti e applicazioni che faranno da interfaccia tra il paziente a casa e noi in ospedale”.

Il progetto TRUSTroke si articola in due grossi filoni: la parte tecnica, che si occuperà di sviluppare gli algoritmi, e la parte clinica, coordinata dal Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. I partner tecnici sono Eurecat, Josef Stefan Institute, Nora Health, Politecnico di Milano, CNR, NACAR; verrà inoltre sviluppata e utilizzata un’infrastruttura di apprendimento federato (ospitata dal CERN) per consentire una creazione collaborativa di modelli predittivi affidabili basati sull’IA, sfruttando i dati relativi all’ictus, senza compromettere la privacy (EATRIS, Stroke Alliance for Europe) e implementando i migliori protocolli di sicurezza.

La Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e il Centro multidisciplinare Gemelli Generator diretto dal professor Vincenzo Valentini, Vice Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – avrà il prestigioso ruolo di coordinare le attività cliniche, svolte in strutture ospedaliere di rilievo mondiale (Ospedale Universitario Vall D’Hebron di Barcellona, Università Cattolica di Lovanio, Policlinico Universitario di Ljubljana); si occuperà di definire le variabili cliniche su cui si baseranno i modelli predittivi, di promuovere gli studi clinici per verificare l’efficacia dei modelli predittivi sviluppati e di validarli clinicamente; contribuirà inoltre all’integrazione dei risultati nelle linee guida che a livello internazionale definiscono gli aspetti salienti della cura dei pazienti con ictus.

“Il progetto TRUSTroke – spiega il professor Paolo Calabresi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neurologia del Policlinico Gemelli e Ordinario di Neurologia presso l’Università Cattolica – rappresenta una straordinaria opportunità di implementazione dei processi di gestione dei pazienti con ictus ischemico con importanti ricadute per il singolo paziente e la collettività”.

Il coordinamento generale del network è affidato all’Ospedale Universitario di Vall D’Hebron di Barcellona.

Reumatologia e neoplasie: nasce il gruppo di studio multidisciplinare

Sono sempre maggiori le evidenze di un legame tra neoplasie e malattie reumatologiche e, quindi – di conseguenza – si rende necessaria una robusta interazione tra oncologia e reumatologia. A tal fine si riunisce il 21 giugno – il giorno prima dell’apertura del XXVI Congresso nazionale del Collegio Reumatologi Italiani-CReI, Roma, 22-24 giugno – il primo tavolo di Oncoreumatologia, un gruppo di studio multidisciplinare che vede coinvolti reumatologi, oncologi, psichiatri, biologi e fisiatri esperti sul campo.

Tanti i punti di cui si occuperà questo nascente board di “disciplina condivisa” per far luce e dissipare le numerose incertezze sul campo, vista la necessità odierna di implementare i dati epidemiologici sul rischio neoplastico associato alle patologie reumatiche e considerato lo sviluppo sempre più evidente di malattie muscoloscheletriche nei pazienti oncologici. “È nota l’associazione tra alcuni particolari tipi di neoplasie quali linfomi, tumore del polmone, melanoma e patologie reumatologiche quali artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico e sindrome di sjogren mentre altre tipologie di tumore sarebbero meno frequenti nei nostri pazienti”, sottolinea Daniela Marotto, Presidente del Collegio Reumatologi Italiani-CReI, “Sono ancora tanti i dubbi sulla causa di questo nesso tumore-specifico, ma si ipotizzano fattori genetici o ambientali condivisi tra alcune tipologie di tumore e malattie reumatiche”. L’infiammazione sostenuta nel tempo, caratteristica di queste patologie reumatologiche, parrebbe essere la principale imputata responsabile della transizione tumorale, ma non è noto se vi siano dei biomarcatori correlati ad un maggior rischio oncogenico.

D’altro canto è crescente l’attenzione sulle complicazioni immuno-correlate osservate nei pazienti oncologici trattati con inibitori del checkpoint immunitario (ICI) o sulle demineralizzazione ossea provocata dagli inibitori dell’aromatasi e gli anti-androgeni terapie ampiamente utilizzate per il trattamento del cancro al seno e alla prostata. Osserva il prof. Antonio Giordano (docente del dipartimento di Biotecnologie mediche dell’Università di Siena e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Philadelphia): “Il crescente tasso di prescrizione degli ICI ne impone la corretta conoscenza e la gestione degli effetti avversi. La rapida identificazione di questi effetti collaterali e l’avvio di una immunosoppressione sistemica può migliorare gli outcome, senza compromettere l’efficacia dell’inibizione dei checkpoint immunitari. Tra gli eventi avversi contemplati vi sono quelli immuno-correlati più evidenti per alcuni tipi di ICI rispetto ad altri. Per altro è ancora aperto il dibattito sulla sicurezza di queste terapie in particolare degli anticorpi anti-CTLA-4 per i pazienti oncologici affetti anche da malattie autoimmuni o in uno stato di immunodeficienza, perché finora questi pazienti sono stati generalmente esclusi dagli studi clinici”.

Molte sono le considerazioni innovative che il Gruppo multidisciplinare sta già approfondendo. Una di queste riguarda la complessità e multifattorialità della presa in carico dei pazienti reumatici con neoplasie: “È ignoto ai più che alcune modalità, come l’esercizio fisico, possono essere applicate con sicurezza ai pazienti con patologie reumatologiche e neoplasie’. conclude il professor Giordano, “ma la presa in carico di un malato non può prescindere da un ampio e corretto approccio olistico e psicosociale. È forte l’impatto psicologico e sociale sia delle malattie reumatologiche e delle neoplasie sul paziente, le loro famiglie e sugli stessi curanti. Non è quindi trascurabile il ruolo dei fattori psicologici, sociali e comportamentali nell’ambito preventivo, nella diagnosi precoce e nella cura dei nostri assistiti. Proprio queste numerose variabili psico-sociali faranno parte dell’approccio condiviso tra reumatologia e oncologia che come board di esperti multidisciplinare intendiamo avviare”.

Il primo tavolo di Oncoreumatologia si riunisce a Roma nell’imminenza dell’inaugurazione del XXVI congresso CReI, società scientifica nata nel 1996 per riunire tutti i reumatologi interessati a collaborare per il progresso e la valorizzazione della propria branca specialistica, in una rete ospedaliera e territoriale tutelando l’erogazione dell’assistenza sanitaria ai malati reumatici sull’intero territorio nazionale. Il Congresso si concentrerà sul corretto inquadramento e gestione dei danni d’organo e delle comorbidità in corso di malattie reumatologiche, sviluppando un preciso approccio multidisciplinare con percorsi condivisi tra il reumatologo e altri specialisti quali – oltre all’oncologo – anche il dermatologo, l’oculista, il cardiologo, il nefrologo, l’otorinolaringoiatra e lo pneumologo.

Conclude Daniela Marotto: “che la prima riunione di questo gruppo di studio oncoreumatologico avvenga proprio nella giornata che precede l’apertura del nostro Congresso nazionale è un segnale importante. La CREI – società scientifica nata nel 1996 – intende, oggi più che mai, essere protagonista nella presa in carico del paziente reumatologico ed intende farlo con la massima attenzione clinica, creando relazioni sempre più utili alla gestione dei bisogni di salute e condividendo le evidenze scientifiche e socio-assistenziali che risultano più utili alle risposte di salute che i cittadini ed i pazienti oggi si aspettano da una società scientifica autorevole”.

Per approfondire

Convegno Rete Oncologica SIFaCT. Focus sulla medicina personalizzata

È giunto alla settima edizione il Convegno Nazionale della Rete Oncologica SIFaCT, intitolato “Oltre il modello mutazionale e l’oncologia di precisione: la medicina personalizzata”. I due giorni formativi sono organizzati da SIFaCT (Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia) e avranno luogo venerdì 23 e sabato 24 giugno 2023 a Milano, presso il Centro Congressi Fondazione Stelline, Sala Volta.

Il concetto di personalizzazione delle cure trova una particolare applicazione in oncologia per la capacità dei tumori di svilupparsi resistendo alle terapie tradizionali, in modi diversi a seconda delle caratteristiche genetiche ed ambientali. I farmaci che agiscono in modo più specifico (cosiddetti targeted) possiedono un diverso profilo di tossicità se confrontati con la classica chemioterapia e, a seconda della classe, sono in grado di cogliere le differenze metaboliche fra cellule sane e tumorali, e/o le potenziali risposte immunitarie dei pazienti. Si è gradualmente passati dal paradigma di una cura standard, per tipo istologico/sede anatomica di insorgenza, ad un trattamento che tiene conto della presenza di specifici biomarker, genetici e delle risposte immunitarie del paziente.

Importante considerare che gli studi clinici pre-marketing si basano generalmente su modelli ideali, utili per cogliere differenze statistiche fra trattamenti, ma non in grado di predire con certezza i risultati sui singoli pazienti nella pratica clinica. Con il termine “medicina di precisione” la letteratura fa riferimento ad un trattamento mirato a cogliere la presenza di varianti genetiche e biomarker tumorali. L’efficacia e la tossicità della terapia nel singolo paziente sono influenzate da altri fattori che impongono una personalizzazione della terapia e per questo si parla di “medicina personalizzata”. Per questa definizione il prescrittore e gli altri sanitari coinvolti devono tenere conto di numerosi parametri come: stile di vita, fragilità del paziente, morbidità concomitanti, aderenza e persistenza, allergie e idiosincrasie, polimorfismi. Non va dimenticata la componente psicologica, che influisce sul patto fra curanti e paziente. Infine, è importante non trascurare le variabili socioeconomiche che possono alterare la posologia e le modalità di gestione dei farmaci.

In questo settimo convegno nazionale della rete oncologica SIFaCT saranno analizzate, nel corso delle due giornate formative, le novità terapeutiche che la gestione multidisciplinare del percorso terapeutico nelle diverse tipologie di paziente oncologico.

Angelo Claudio Palozzo, Past President SIFaCT e Referente della rete oncologica Oncofarma, invita ad una quanto più diffusa adesione i colleghi: “L’ambito della farmacia oncologica è stato uno dei primi che ha portato il farmacista ospedaliero ad esercitare un’attività di farmacia clinica. Questa è sempre stata al primo posto in tutti i convegni fin qui tenuti e il prossimo propone, oltre ai tradizionali aggiornamenti in ambito terapeutico, un’ampia riflessione all’interno del panorama della medicina di precisione, con relatori che portano esperienze e modelli nei quali il farmacista agisce in un contesto multidisciplinare insieme alle altre figure del SSN”.

Per poter partecipare all’attività formativa è indispensabile, per tutti gli interessati, iscriversi online tramite il sito: www.ccicongress.com (pagina Congressi e Corsi).

L’evoluzione del nuovo Distretto Socio-Sanitario: a che punto siamo?

0

Con la riforma dell’assistenza territoriale disegnata dai provvedimenti del PNRR e del DM 77 si sta definendo un nuovo modello organizzativo del SSN per una sanità più vicina alle persone e più attenta alle esigenze di cittadini e pazienti. Uno degli elementi centrali è il Distretto Socio Sanitario (DSS), che dovrà costituire il punto di riferimento per l’accesso a tutti i servizi del territorio, dalla Centrale Operativa Territoriale alle Case di Comunità, dalle Unità di continuità assistenziale agli Infermieri di Famiglia e Comunità, per coinvolgere tutti gli attori non solo a livello sanitario ma anche socio-assistenziale e di welfare.

Il tema del distretto è stato al centro di una Live che è stata l’occasione per fare un primo bilancio dell’evoluzione di questo nuovo modello organizzativo, per sottolineare quali sono i punti di forza e su che cosa è ancora necessario concentrarsi. Ne abbiamo parlato con Aldo Atzori (Presidente CARD Sardegna, Direttore del Distretto Socio-Sanitario ASL Carbonia), Emanuele Porazzi (Direttore Healthcare Datascience Lab – HD LAB, LIUC Business School) ed Emanuele Vendramini (Professore ordinario in economia aziendale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza).

Le competenze del direttore del distretto

Il Decreto ministeriale 77/2022 “Modelli e standard per lo sviluppo dell’Assistenza Territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale” ha raffigurato un nuovo distretto che deve valorizzare e garantire tutte le risposte assistenziali integrate con strumenti e competenze professionali importanti, in modo da dare una risposta efficace in termini di presa in carico della popolazione di riferimento. In questo senso, il direttore del distretto assume un ruolo fondamentale perché dovrà gestire e organizzare i servizi sanitari e sociali a tutti i livelli, soprattutto in ambito territoriale.

Emanuele-Porazzi

Emanuele Porazzi, che è stato direttore per LIUC Business School di un recente Corso per direttore di distretto organizzato in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese e l’Accademia di formazione per il Servizio Sociosanitario Lombardo, delinea così una panoramica delle competenze necessarie: “Per poter svolgere correttamente questo ruolo, sono convinto che ci voglia una salda formazione multidisciplinare con competenze in differenti ambiti. Al di là del background, che può essere di diverso stampo (dalla medicina all’ambito infermieristico, da psicologia o ingegneria a economia), l’aspetto importante è che questa figura abbia esperienza nel campo della sanità, dei servizi sociali, del territorio e che conosca molto bene sia le normative di riferimento, per poter poi impostare le strategie più efficaci, sia le regole del settore e del territorio”.

La conoscenza delle leggi e dei regolamenti rappresenta la cornice all’interno della quale il direttore del distretto deve muoversi con grande libertà per interpretare le esigenze del suo territorio di riferimento, come è ben chiaro nel DM77.

La capacità di costruire rapporti di fiducia con gli altri stakeholders sanitari e con i pazienti è essenziale per guardare con successo all’erogazione di nuovi servizi in ottica di rete

Nella formazione del direttore del distretto, Porazzi sottolinea quindi l’importanza delle competenze “soft”, come quelle di leadership e di comunicazione (per relazionarsi sia con il personale sia con gli altri enti): “La capacità di costruire rapporti di fiducia con gli altri stakeholders sanitari, con i pazienti e con le associazioni di pazienti, è essenziale per il successo delle attività del distretto e per guardare con successo all’erogazione di nuovi servizi in un’ottica sempre maggiore di collaborazione e di rete fra tutti gli attori”.

In questo senso, un altro aspetto cruciale riguarda la pianificazione strategica e l’orientamento al cambiamento, soprattutto per promuovere l’innovazione e comprendere l’opportunità di utilizzo delle nuove tecnologie: “Nell’ambito del distretto la possibilità di utilizzare nuove tecnologie che cambieranno i processi sarà un elemento chiave per permettere di erogare prestazioni e servizi con le risorse presenti sul territorio”.

Il territorio come luogo chiave per dare risposte ai cittadini

La riforma del sistema di assistenza territoriale nasce, come sappiamo, dall’emergenza pandemica ma deve diventare l’occasione per ripensare la sanità ripartendo dai bisogni di salute dei cittadini e in particolare da chi è più fragile e necessita di maggiori cure. Nel nostro Paese, il bisogno di salute viene espresso prevalentemente dalla popolazione anziana e con patologie cronico-degenerative.

Esordisce così Emanuele Vendramini (Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza): “La normativa, ma anche gli stessi professionisti, sono concordi nel ritenere che l’ambito più adatto dove trovare queste risposte sia il territorio, e in particolar modo la risposta dovrebbe essere il più vicino possibile al domicilio”.

Va quindi creata a livello distrettuale una rete di cure primarie che sia in grado di farsi carico di questi bisogni, all’interno della quale tre professionisti appaiono come centrali: il medico di medicina generale, l’infermiere di famiglia e di comunità e l’assistente sociale. Devono affiancare queste figure i medici di continuità assistenziale e gli specialisti della convenzionata ambulatoriale.

Prosegue Vendramini: “È importante che questi interlocutori possano trovare nella casa della comunità e al domicilio del paziente il modo di offrire una risposta integrata al bisogno espresso da questi cittadini. In questo modo, si potranno generare anche vantaggi per il sistema sanitario nella sua complessità, nell’ottica di ‘scaricare’ le strutture ospedaliere da prestazioni di ‘primo livello’ che, se correttamente gestite sul territorio, potrebbero consentire all’ospedale di concentrarsi su un ‘secondo livello’ assistenziale più complesso, come la gestione delle crisi acute o delle riacutizzazioni”.

Il complesso bisogno di salute espresso dai cittadini deve essere gestito da una rete di cure primarie supportata, al domicilio, dalle nuove tecnologie di telemedicina e telemonitoraggio

L’idea è quella di creare, da un lato, una rete di professionisti e di strutture che possano farsi carico dei pazienti fragili che esprimono un bisogno di salute complesso e, dall’altro lato, di costruire una risposta caratterizzata, a livello domiciliare, dalla presenza di nuove tecnologie che consentano di seguire il paziente a distanza, così come delineato anche nel PNRR in tema di telemedicina e telemonitoraggio.

I nuovi strumenti tecnologici rappresentano un’opportunità ulteriore da non mettere in competizione con l’ospedale ma da valorizzare in una logica di ridefinizione dell’offerta, partendo dalla domanda, o meglio, dai bisogni dei cittadini.

Governare la complessità per garantire servizi uniformi

Alzo Atzori, Presidente CARD Sardegna e Direttore del Distretto Socio-Sanitario ASL Carbonia, condivide la sua esperienza in un territorio con diverse peculiarità: “La Regione Sardegna parte da un modello di distretto forte, nel senso che tutti i distretti della Sardegna sono delle strutture complesse, che amministrano ed erogano servizi. Da questo punto di vista è un modello abbastanza complesso e per governare la complessità è necessaria una visione olistica”.

Atzori sottolinea quindi come le principali criticità siano legate proprio alla eterogeneità dei servizi all’interno di ciascun distretto e alla mancata integrazione di alcuni servizi tra di loro: “Può accadere che alcuni settori siano abbastanza omogenei, come la medicina specialistica, le cure domiciliari, le attività amministrative ma spesso si svolgano senza avere un adeguato livello di integrazione soprattutto con le cure primarie, rappresentate dai medici di medicina generale e dalla pediatria”.

I servizi vanno indirizzati ai cittadini ma gli stessi cittadini devono essere dentro questa governance

Senza dimenticare l’ambito sociale: “Se vogliamo costruire strutture che si rivolgono alla comunità, sempre più la comunità deve essere dentro questa vision: i servizi vanno indirizzati ai cittadini ma gli stessi cittadini devono essere dentro questa governance, perché altrimenti non potremo soddisfare gli stessi criteri del PNRR che sono alla base di questo cambiamento”.

Il rischio è che questo cambiamento, sicuramente molto impegnativo, possa svilupparsi con diverse velocità, soprattutto a seconda delle condizioni di partenza.

I dati del monitoraggio regionale: a che punto siamo?

A livello nazionale, nei distretti socio-sanitari, l’implementazione delle strutture previste dalla riforma è ancora molto diversificata. Alcuni distretti hanno già iniziato a sviluppare partnership con altri enti pubblici e privati, nell’ottica di una rete che possa rispondere alle esigenze della popolazione; altri sono ancora in fase di progettazione.

Riprende Porazzi: “Penso che l’obiettivo più importante del DM 77 sia riuscire a trovare il giusto equilibrio tra le prestazioni che devono essere effettuate sul territorio e quelle che devono essere erogate a livello ospedaliero. In questo momento la situazione è ancora in via di definizione: in alcuni distretti ci sono ancora carenze importanti o coperture inadeguate. È vero che c’è tempo fino al 2026 per portare a compimento questa evoluzione, e in questo momento siamo ancora nella fase di progettazione in molte realtà. Ma forse quello che manca è una forte collaborazione tra gli attori locali, con un utilizzo non ottimale delle metodiche di project management. Il PNRR, con i fondi europei e nazionali, sulla parte di salute vale 20 miliardi di euro, che rappresentano un’opportunità di investimento fondamentale per il Servizio Sanitario Nazionale. Finora gli obiettivi sono sempre stati raggiunti, seppur con qualche difficoltà, e di conseguenza sono state sbloccate nuove risorse. È necessario continuare con questo passo”.

A livello nazionale, nei distretti socio-sanitari, l’implementazione delle strutture previste dalla riforma è ancora molto diversificata

Ma qual è la situazione attuale? Rispetto al monitoraggio effettuato da Agenas a fine dell’anno scorso, l’implementazione delle strutture sta andando un po’ a rilento in alcune Regioni, con percentuali differenti a seconda del fondo che viene utilizzato per le risorse; gli interventi infatti vengono divisi in due macrocategorie: quelli previsti nei POR (Piano Operativo Regionale) allegati ai Contratti Istituzionali di sviluppo) sottoscritti tra le Regioni/PA e il Ministero della Salute in attuazione del PNRR, e gli interventi Extra POR, che utilizzano altre fonti di finanziamento (come l’art.20, Fondi regionali, Fesr etc.).

Per le Case di comunità, a fine 2022 l’attuazione è stata dell’8,5% per gli interventi POR e dell’11,6% per gli interventi EXTRA POR. Per queste strutture, le Regioni più avanti sono Emilia Romagna, Lombardia, Molise, Piemonte, Toscana e Umbria.

Per quanto riguarda invece le Centrali operative territoriali, entità che dovrebbero entrare a regime in tempi un po’ successivi rispetto alle altre strutture, la percentuale di Centrali operative territoriali POR attive è del 2,3%, contro il 25% di Centrali operative territoriali EXTRA POR attive.

Per gli Ospedali di comunità, le percentuali sono del 7,1% per gli interventi POR e del 27,8% per gli interventi EXTRA POR.

Per tutte queste strutture, il disegno attuale è ancora parziale rispetto a quello che sarà. Sottolinea Porazzi: “Questa situazione risente anche di un altro elemento: il rapporto della popolazione rispetto ai distretti è molto vario. Lo standard definito dal DM77 prevede un distretto ogni 100.000 abitanti circa ma esistono realtà da circa 60.000-65.000 abitanti, come in Friuli Venezia Giulia, Abruzzo e Sardegna, e altre da 180.000 abitanti, come nel Veneto”.

Medicina generale e infermieristica verso un nuovo ruolo

Al medico medicina generale e all’infermiere di famiglia e di comunità, per quanto di competenza, viene chiesto un ruolo particolarmente attivo, legato, da un lato, al tema della presa in carico e dall’altro, al raccordo con il livello specialistico e il livello distrettuale.

Commenta questa evoluzione Vendramini: “A prescindere dalla forma della convenzione, nei fatti il medico di medicina generale può contribuire al raggiungimento dei risultati di salute per il paziente solo nel momento in cui è parte integrante della rete delle cure primarie e del sistema distrettuale, insieme con gli altri professionisti. Centrale è anche il personale infermieristico, specialmente nelle Case di comunità e negli Ospedali di comunità, dove la dimensione assistenziale è fondamentale”.

Al medico di medicina generale e all’infermiere viene richiesto un ruolo attivo legato alla presa in carico e al raccordo con il livello specialistico e distrettuale

E prosegue: “I medici di medicina generale non possono che essere fortemente coinvolti quando si parla di riprogettazione e ripensamento della presa in carico e di miglioramento della tempestività della risposta alle esigenze dei pazienti cronici, che sono costituiti dai loro assistiti. I dati evidenziano che ci sono un certo numero di pazienti cronici a livello distrettuale ed è nella gestione di questi soggetti che la medicina generale può fare un importante salto di qualità, in un’ottica di responsabilizzazione, verso la medicina di iniziativa”.

In concreto il medico di medicina generale è chiamato a svolgere un ruolo di governo della domanda (ad esempio verificando se il paziente cronico si sottopone ai controlli periodici richiesti) e di educazione sanitaria in relazione agli stili di vita e a quelle buone pratiche (come la dieta, l’attività fisica e la cessazione del fumo) che richiedono il coinvolgimento del paziente tramite il proprio medico di medicina generale.

Sintetizza Vendramini: “Il mio auspicio è che sempre di più, a livello di distretto, si crei un’alleanza professionale tra chi è chiamato a dirigere i distretti, la medicina generale (organizzata in forma associata, con le aggregazioni funzionali o con unità complesse di cure primarie) e le professioni sanitarie, in particolar modo gli infermieri di famiglia e di comunità. Sarebbe un peccato che si perdesse questa possibilità perché il medico di medicina generale, con tutte le complessità emerse in questi anni, come ad esempio la carenza di personale, ricopre, soprattutto in alcuni contesti, un ruolo centrale che deve essere valorizzato e riconosciuto dalle aziende sanitarie e dai cittadini, diventando un interlocutore in grado di dare tempestivamente una risposta alle esigenze di salute soprattutto sulle patologie croniche”.

In questo senso, il rapporto tra medico e infermiere deve svilupparsi come un concreto rapporto di collaborazione, di condivisione e di integrazione in modo tale che si possa fornire al paziente una risposta che preveda un piano di presa in carico già integrato, ciascuno per la propria competenza.

Uniformità dei servizi vs peculiarità del territorio

Nella messa a terra dei progetti delineati dal PNRR e dal DM77, un aspetto critico riguarda la richiesta di uniformità dei servizi da garantire e la difficoltà di fornire risposte uguali per tutti nei diversi territori che, come già sottolineato, sono caratterizzati da peculiarità anche forti, come la presenza di isole, o lunghe distanze, o aree a diverso tasso di densità abitativa.

Una riflessione su questo tema sta avvenendo anche all’interno della Confederazione Associazioni Regionali di Distretto (CARD), come conferma Atzeri, presidente CARD per la Regione Sardegna: “Il Decreto ministeriale 77 è uno strumento importantissimo, dal mio punto di vista, in quanto, probabilmente per la prima volta in Italia, detta una standardizzazione piuttosto lineare per tutte le Regioni italiane. Dobbiamo tener conto però che la comunità è strettamente legata al territorio e il territorio è strettamente legato ai bisogni, quindi le standardizzazioni non possono prescindere dalla realtà di riferimento”.

Ad esempio, nel caso della Sardegna si pone il problema delle piccole isole che costituiscono distretti con un numero di abitanti molto esiguo ma con un’importante complessità interna.

La stratificazione del bisogno è la chiave per coniugare la standardizzazione dei servizi con le caratteristiche dei territori

Come riuscire ad andare tutti nella stessa direzione? Secondo Atzori, uno degli elementi fondamentali è risolvere il problema della stratificazione del bisogno: “Noi molto spesso ci troviamo a tendere verso un obiettivo ma senza sapere come raggiungerlo o come orientarci. Per questo la stratificazione del bisogno è importante e deve stare alla base di tutte le decisioni in tema di realizzazione di Case di comunità o Ospedali di comunità o di cure domiciliari, che possono dipendere anche dalle esperienze precedenti delle singole realtà, ma che devono partire dall’analisi dei bisogni dei cittadini”.

L’altro elemento chiave è la transizione tra i setting assistenziali: “Se vogliamo costruire una presa in carico adeguata e garantire la continuità assistenziale ai cittadini, dobbiamo essere in grado di gestire in maniera diversa i setting assistenziali, senza considerazioni ‘gerarchiche’ tra ospedale e territorio”.

Come emerso dal dibattito nel corso della Live, in questo momento la situazione è ancora in divenire e spesso i cittadini stentano a vedere il cambiamento in pratica: se è vero che il fermento ora è soprattutto nelle direzioni, che sono operative nel delineare le linee progettuali di questo cambiamento e soprattutto in ottica di realizzazione di “contenitori”, è anche vero che l’occasione è troppo importante per non essere colta e che la formazione e la definizione di “contenuti” e nuovi ruoli professionali deve essere portata avanti in contemporanea.

Fari 2: Risposte efficaci ai bisogni di salute fisica e mentale di richiedenti e titolari di protezione internazionale

Si è svolto al Salone del Commendatore di Borgo Santo Spirito il convegno di presentazione dei risultati ottenuti dal Progetto FARI 2 (Formare Assistere Riabilitare Inserire). Fari 2 è la continuazione di un percorso di riflessione e intervento sulla vulnerabilità psico-sanitaria dei richiedenti e titolari di protezione internazionale iniziato con il progetto FARI.

I partner coinvolti sono diversi, sette Asl del Lazio, il Centro Astalli, Programma Integra, il Centro Studi di politica Internazionale (CeSPI) e Cittadinanza Attiva. La ASL Roma 1, capofila, ha contribuito al processo di rafforzamento delle competenze istituzionali e delle collaborazioni fra gli enti di tutela per offrire nuovi strumenti di azione. Il progetto – a valenza regionale, cofinanziato dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione – FAMI – ha sviluppato interventi di assistenza sanitaria, sociale e psicologica rivolti ai destinatari di progetto, favorendo il miglioramento nell’accesso ai servizi sanitari territoriali. Il coinvolgimento del 70% delle ASL regionali ha permesso di sviluppare un modello di gestione, con procedure condivise e omogenee nei territori interessati, rafforzando o sperimentando interventi sanitari multidisciplinari e integrati anche per l’individuazione precoce e la presa in carico di pazienti affetti da disturbi fisici e psichici. Sono state elaborate e realizzate l’analisi dell’esperienza di assistenza sanitaria dei rifugiati attraverso un audit civico e una verifica della performance dei servizi sanitari e di tutela della salute fisica e mentale presenti nel Lazio.

La giornata, presieduta dal Dott. Giancarlo Santone, Direttore del Centro SAMIFO, è iniziata con la proiezione del film “Joy” di Nour Gharbi che racconta la vera storia di Joy, migrante forzato fuggito dal Togo e preso in carico proprio dal centro SaMiFo. L’incontro ha visto la partecipazione dei diversi partner tra i quali anche Patrick Doelle, European Commission, DG Home Affairs, Migration Policy Officer e Padre Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia. I risultati del progetto, descritti nel report “Analisi e proposte per i servizi sanitari territoriali vicini ai bisogni dei rifugiati” sono stati illustrati dal Dott. Dario Conato del Cespi. Dal report si evince come, dati alla mano, il progetto abbia contribuito in modo decisivo alla progressiva adozione, da parte di richiedenti e titolari di protezione internazionale, di comportamenti che si avvicinano a quelli della popolazione autoctona.

“Il progetto FARI – ha dichiarato il Dott. Santone – non è più un progetto ma una attività costante all’interno della nostra azienda attraverso un lavoro di rete che coinvolge enti pubblici e organizzazioni della società civile e con personale multidisciplinare dedicato. Modello unico nel nostro paese, apprezzato da tutti gli stakeholder di settore. Le buone prassi nate con i progetti si trasformano in attività che diventano strutturali e quindi sostenibili grazie alle risorse disponibili. Gli operatori di tutte le Asl coinvolte – continua Santone – concordano sul fatto che il progetto abbia contribuito in modo decisivo al miglioramento delle condizioni cliniche dei pazienti presi in carico dove un ruolo fondamentale lo assume la mediazione linguistico-culturale e la capacità del progetto di creare reti interne e verso l’esterno ”.

Per approfondire

Consip: il nuovo Consiglio di Amministrazione 2023-2025

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), nell’Assemblea di venerdì 16 giugno di Consip Spa – Società partecipata al 100% dallo stesso Ministero – ha provveduto al rinnovo del Consiglio di Amministrazione per il triennio 2023-2025, nominando nella carica di Presidente la dott.ssa Barbara Luisi (ruolo attualmente rivestito), in quella di Amministratore Delegato il dott. Marco Mizzau e in qualità di Consigliere di Amministrazione la dott.ssa Luisa D’Arcano.

Contestualmente l’Assemblea degli Azionisti ha approvato il Bilancio 2022 che mostra tutti gli indicatori economici, operativi e produttivi in crescita.

  • La gestione economica si chiude con un utile netto d’esercizio di 7,3 mln/€ (+127% vs 2021).
  • La gestione operativa fa segnare 24,4 mld/€ (+29% vs 2021) di acquisti delle PA su contratti e strumenti di e-Procurement, evidenziando il continuo gradimento di amministrazioni e imprese verso strumenti di acquisto pronti, personalizzabili e tracciati.
  • La gestione produttiva ha generato verso il sistema economico un valore bandito di 15,2 mld/€ (+44% vs 2021) per un totale di 241 lotti banditi e un valore aggiudicato di 18 mld/€ (+69% vs 2021) per un totale di 330 lotti aggiudicati, evidenziando un costante incremento di efficienza.

Ed inoltre, un ruolo centrale nel PNRR (ad oggi, 57 gare bandite e 46 aggiudicate/attivate per rispettivamente 18,2 mld/€ e 13,7 mld/€) per mettere a disposizione della PA soluzioni di acquisto veloci per la realizzazione dei progetti nell’ICT, nella sanità e nella transizione ecologica.

Assistenza territoriale e DM 77: no alla logica prestazionale, sì a nuovi modelli basati su presa in carico multiprofessionale

Cosa deve accadere affinché si realizzi concretamente e in modo duraturo quel rafforzamento globale dell’assistenza territoriale auspicato al DM 77/22 (Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale)? E come si devono “ripensare” le professioni per realizzare questa trasformazione? Per rispondere a questi interrogativi la Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Sanitaria dei Fisioterapisti-FNOFI ha realizzato a Firenze – in collaborazione con l’OFI locale, con AIFI e SIF – un evento nazionale multidisciplinare che ha visto la partecipazione di circa 200 persone tra Fisioterapisti, altre professioni sanitarie, rappresentanti della medicina generale, della sanità territoriale e dell’accademia. E la risposta è stata unanime: occorrono nuovi modelli organizzativi e di presa in carico, basati su un inedito atteggiamento professionale collaborativo, centrati sui bisogni e non sulle logiche prestazionali.

Il workshop PNRR, DM77 e nuovi modelli di fisioterapia territoriale: esperienze a confronto e prospettive – evento che ha registrato anche il saluto dell’Assessora regionale alle politiche sociali e integrazione socio-sanitaria Serena Spinelli, che ha precisato che “il ruolo del fisioterapista è oggi centrale perché abbiamo bisogno di risposte qualificate ai problemi posti dalle cronicità e dall’innalzamento dell’età della popolazione nazionale” – “è stata una giornata intensa e importante”, ha sottolineato il presidente FNOFI Piero Ferrante, “con relatori di spessore e con la partecipazione delle più alte rappresentanze delle professioni sanitarie con cui più quotidianamente ci troviamo a collaborare. Per noi era importante condividere la necessità che occorre rinnovare i paradigmi assistenziali attuali, affinché il valore insito in tutto il DM77 possa attuarsi nella sua completezza. E perché questo accada occorre che tutte le professioni sanitarie si conoscano e collaborino affinché sia offerto ai cittadini ed alle loro famiglie una nuova logica di presa in carico in uno spirito di forte coesione e con unitarietà di intenti”.

La necessità di una integrazione e collaborazione tra le professioni (anche alla luce di ruoli operativi non ben definiti per le varie professioni nel DM77) è stata sottolineata anche dagli interventi di Barbara Mangiacavalli (presidente FNOPI), Teresa Calandra (presidente FNO TSRM e PSTRP.) e Daniele Massa (in rappresentanza del patto per un Nuovo Welfare sulla non-autosufficienza, di cui anche FNOFI fa parte), che hanno anche rilanciato la necessità che già “nei percorsi formativi” dovrebbe essere inserita e radicata un’educazione al lavoro in team, argomento e approccio che oggi è spesso lasciato alle sensibilità dei singoli professionisti. Per Monica Marini, in rappresentanza della Direzione Sanità, Welfare e Coesione Sociale della Regione Toscana “il ruolo del sociale, del sociosanitario e dei professionisti è fondamentale per la programmazione sanitaria. Ci vuole però coraggio – ha proseguito Marini – perchè nella sanità del futuro ci vorranno nuovi modelli di organizzazione e di governance, o torneremo a quel modello di silos di competenze che non comunicano tra di loro”.

Dal dibattito di Firenze – dove sono intervenuti anche Lorena Martini in rappresentanza di Agenas e Simone Cecchetto, presidente di AIFI – è quindi emersa la necessità di modificare gli attuali approcci organizzativi: mentre tutto muta o cerca di mutare, inevitabilmente occorre sviluppare e definire nuovi modelli di identificazione dei bisogni e di risposta agli stessi. Non a caso l’evento si è tenuto in Toscana, dove è attivo dall’estate 2019 il progetto Fisioterapista di Comunità che interessa il territorio dell’Unità Sanitaria Locale Toscana Centro. Un progetto in cui il fisioterapista collabora con il team multiprofessionale nella valutazione dei bisogni della comunità, nell’elaborazione dei profili di salute e nell’identificazione di gruppi di popolazione a rischio, promuovendo interventi rivolti a specifici determinanti di salute, integrandosi nella visione di sanità territoriale di questa regione, che ha sviluppato con successo anche i gruppi Girot (presentati nel workshop da Enrico Benvenuti, geriatra e direttore degli stessi gruppi), team di intervento rapido ospedale-territorio, per dare concretezza alla necessità di considerare la “casa come primo luogo di cura”.

Ma questa sperimentazione virtuosa può essere “modellizzata ed esportata”? Proprio seguendo questo interrogativo, la giornata ha registrato l’intervento importante di Mario Del Vecchio (SDA Bocconi School of Management, Milano), che si è domandato se la sanità italiana e i fisioterapisti siano in grado oggi di passare da una “fase sperimentale” di fisioterapia di comunità e di modelli alternativi agli attuali, ad una fase di spinta alla trasformazione, dove il fisioterapista è soggetto promotore capace di trainare il resto del SSN in un cambiamento globale e non delimitato a pochi (seppur virtuosi) territori.

Domanda che ha portato, nelle parole di Elisabetta Alti (direttore del Dipartimento di Medicina generale della Ausl Toscana), al tema più sfidante e conclusivo: l’assistenza sanitaria territoriale impone di promuovere nuove risposte di sistema ed all’interno di queste risposte il fisioterapista (insieme agli altri professionisti) deve passare dalla cultura della prestazione alla cultura della presa in carico e degli interventi di prevenzione, “creando percorsi proattivi territoriali sulle cronicità e fragilità, e sulla popolazione con bisogni specifici”. E’ quindi un cambiamento di paradigma, quello emerso dal workshop FNOFI, che diventa sfida concreta da realizzare in tutti i setting specifici, dalle Case di Comunità all’Assistenza Domiciliare Integrata, dalla telemedicina agli Ospedali di Comunità.

Un cambiamento assolutamente condiviso e sposato da FNOFI, come ribadito in conclusione da Fabio Bracciantini (del Comitato Centrale della Federazione e Presidente dell’OFI Interprovinciale di Firenze): “La nostra professione ha bisogno di passare dalla logica della prestazione all’approccio della presa in carico: credo che questo messaggio emerga forte e chiaro da questo primo convegno promosso a livello nazionale da FNOFI. Abbiamo intenzione di prenderci in carico la sfida di questo mutamento perché sappiamo che questo può portare ad una modifica strutturale dell’intero sistema socio-sanitario. Lo faremo andando a promuovere un dialogo serrato con le istituzioni, con le Agenzie e con le altre professioni, con cui si è già così positivamente avviata una interlocuzione che può portare solamente frutti positivi in termini di ricadute di salute e di qualità della vita dei cittadini”.

Dichiarazione di Rabat adottata per migliorare la salute dei rifugiati e dei migranti

Ministri e rappresentanti di governo hanno adottato una dichiarazione politica innovativa, la Dichiarazione di Rabat, per rafforzare l’impegno globale per migliorare la salute di rifugiati e migranti.

La Dichiarazione di Rabat è stata adottata durante il segmento ad alto livello della Terza consultazione globale sulla salute dei rifugiati e dei migranti che si è svolta dal 13 al 15 giugno 2023. L’evento, co-ospitato da del Regno del Marocco, dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dell’OIM, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione e dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, hanno partecipato rappresentanti dei governi di 48 Stati membri delle Nazioni Unite e osservatori, nonché rappresentanti delle organizzazioni umanitarie organizzazioni, società civile e comunità di rifugiati e migranti e agenzie delle Nazioni Unite.

L’incontro mirava a promuovere l’inclusione di rifugiati e migranti nei sistemi sanitari nazionali come parte del movimento globale per la copertura sanitaria universale e lavorare per capacità di prevenzione, preparazione e risposta alle emergenze sanitarie resilienti e sostenibili.

Una persona su otto a livello globale è un migrante o è costretta a sfollare a causa di fattori quali conflitti, persecuzioni, degrado ambientale o mancanza di sicurezza umana e opportunità.

Facendo il punto sui progressi compiuti nella salute dei rifugiati e dei migranti e considerando le lezioni apprese durante la pandemia di COVID-19, i paesi che sostengono la Dichiarazione di Rabat si sono impegnati a:

  • accelerare gli sforzi per migliorare la salute dei rifugiati, dei migranti e delle comunità che li ospitano;
  • affrontare le cause profonde che influenzano negativamente la loro salute;
  • adoperarsi per includere considerazioni relative alla salute e alla protezione sociale nelle politiche nazionali relative a rifugiati e migranti.

La dichiarazione riafferma inoltre il diritto di ogni essere umano, inclusi rifugiati e migranti, a godere del più alto livello possibile di salute fisica e mentale.

Il riconoscimento delle certificazioni sanitarie professionali, il miglioramento dei canali di informazione e comunicazione per contrastare le percezioni errate e la disinformazione, la garanzia di ambienti di lavoro sicuri per rifugiati e migranti, nonché l’investimento in sistemi di dati inclusivi e appropriati e una ricerca globale di alta qualità sono elementi chiave per il progresso verso gli obiettivi.

I paesi che lo sostengono si impegnano a includere le popolazioni di rifugiati e migranti e le loro comunità ospitanti nelle politiche e nei piani per la prevenzione, la preparazione, la risposta e il recupero alle pandemie e ad altre emergenze sanitarie pubbliche, rafforzando al contempo la collaborazione internazionale e transfrontaliera.

Le parti interessate si impegnano inoltre a promuovere meccanismi di finanziamento inclusivi per ridurre le pressioni di bilancio sui sistemi nazionali e promuovere la partecipazione significativa di rifugiati e migranti alle discussioni sulla politica sanitaria per identificare e progettare interventi appropriati per le loro esigenze sanitarie.

AIDS. Fondazione The Bridge con HIV Outcomes Italia: “Migliorare qualità vita pazienti e innovare ricerca”

Il fabbisogno formativo del personale sanitario degli ospedali italiani in tema HIV e la presenza, o meno, di pregiudizi nei confronti delle persone che vivono con questa infezione. Sono i temi della ricerca realizzata nell’ambito dell’iniziativa HIV Outcomes Italia – di cui Fondazione The Bridge supporta le attività – presentata a Bari, presso l’Università degli Studi “Aldo Moro”, nel corso della 15esima edizione di ICAR, Italian Conference on AIDS and Antiviral Research, che ha visto la presenza di oltre mille tra specialisti e clinici, giovani ricercatori, infermieri, operatori nel sociale, volontari delle associazioni pazienti.

HIV Outcomes è l’iniziativa nata a livello europeo nel 2016 per ragionare su una nuova modalità di affrontare i bisogni delle persone sieropositive. Lo spin off italiano, attivo dal 2021, è rappresentato dai responsabili scientifici Mario Cascio, European AIDS Treatment Group (EATG) e Antonella D’Arminio Monforte, dell’Università di Milano.

“Nonostante siano passati ormai più di 40 anni dall’inizio di questa pandemia – ha affermato Mario Cascio – emerge chiaramente che esiste ancora lo stigma e che questo sembra essere correlato alla scarsa informazione sul tema. Ad esempio, quasi il 20% del campione del nostro studio, composto da più di 900 operatori tra OSS, infermieri, ostetrici e medici, crede che non sia possibile per una donna che vive con HIV partorire un figlio sano, mentre circa un quarto del campione non sa cosa significhi U=U, ovvero Undetectable = Untransmittable”.

Per Cascio è necessario “offrire interventi peer-to-peer e di comunità, focalizzati su popolazioni chiave, tra cui persone transgender, sex workers, persone che si iniettano droghe e persone incarcerate, per affrontare la discriminazione subita da chi vive con HIV. Bisogna, poi, fornire una formazione che consenta agli operatori sanitari di rilevare e identificare potenziali casi discriminanti. Ritengo, infine, che l’Ue debba fornire orientamenti agli Stati membri sulle azioni volte a combattere la stigmatizzazione e la discriminazione”.

Secondo Antonella D’Arminio Monforte “occorre adottare un approccio integrato, basato sugli outcome a lungo termine e centrato sul paziente. Utile, inoltre, espandere il monitoraggio nazionale della presa in carico a lungo termine delle persone che vivono con HIV e degli outcome. È poi fondamentale finanziare studi di coorte per fornire informazioni sulla salute a lungo termine di questi pazienti. Vogliamo migliorare la qualità di vita delle persone che vivono con HIV – ha sottolineato D’Arminio Monforte – e ciò significa migliorare la sostenibilità dei sistemi sanitari europei, attraverso la condivisione di best practices e approcci innovativi alla cura”.

Nel corso del lunch meeting “HIV Outcomes ITALIA – Beyond Viral Suppression from Europe to Italy and back” sono stati poi approfonditi gli obiettivi e i progetti in via di sviluppo di HIV Outcomes Italia, che a dicembre 2022 ha presentato al Parlamento europeo il documento “Policy Asks Enhancing long-term health and well-being among people living with HIV”, evidenziando quattro aree chiave in cui è necessario intervenire per migliorare la salute e il benessere delle persone con HIV, ovvero la prevenzione, il trattamento e la gestione delle comorbilità, l’invecchiamento con HIV, la misurazione degli esiti riferiti dal paziente (PROs) e monitoraggio della HRQoL (Healt related quality of life) e la lotta allo stigma e alla discriminazione.

Alla Conferenza ICAR Fondazione The Bridge ha illustrato, infine, la ricerca “Health and prevention in transgender people”, condotta presso associazioni e centri clinici di infettivologia e ha poi presentato il poster “Aging and HIV: between gaps and perspectives”, sul tema dell’invecchiamento con HIV.

Per la Presidente di Fondazione The Bridge, Rosaria Iardino, “HIV e Aids in Italia devono tornare a essere temi dibattuti e destinatari di scelte strategiche di politica sanitaria. L’obiettivo prioritario è quello di migliorare la qualità della vita dei pazienti e il loro accesso alle terapie. Serve innovazione e un cambiamento nell’approccio clinico all’infezione e alle patologie ad essa collegate”. 

Per approfondire