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Report: Come l’UE ha garantito la sicurezza dei medicinali durante il COVID-19

La preparazione per un monitoraggio intensificato, le metodologie basate su strumenti di farmacovigilanza consolidati nonché su approcci innovativi e la flessibilità e l’impegno di tutti gli stakeholder coinvolti sono stati fattori chiave per consentire alla rete di regolamentazione dei medicinali dell’Unione europea (UE) di rispondere efficacemente alla pandemia. Queste attività sono dettagliate in un rapporto pubblicato oggi.

L’EMA e gli Stati membri dell’UE hanno implementato un’ampia gamma di misure e strumenti per raccogliere, analizzare e valutare in modo proattivo i volumi senza precedenti di dati sulla sicurezza generati durante le campagne di vaccinazione COVID-19 e intraprendere le azioni necessarie.

La preparazione è iniziata con la progettazione di un piano completo di monitoraggio della sicurezza nel novembre 2020, prima che qualsiasi vaccino COVID-19 fosse autorizzato.

Le autorità nazionali competenti e l’EMA hanno incoraggiato la segnalazione spontanea di sospetti effetti collaterali attraverso campagne dedicate e materiali di comunicazione.

Durante il 2021 e il 2022, nell’UE sono state somministrate quasi un miliardo di dosi di vaccini e il sistema per la raccolta e l’analisi delle informazioni sui sospetti effetti collaterali, EudraVigilance, ha ricevuto circa due milioni di segnalazioni di casi individuali sulla sicurezza . Gli eventi avversi di particolare interesse per i vaccini COVID-19 sono stati monitorati quasi in tempo reale subito dopo l’autorizzazione . Inoltre, ai titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei vaccini COVID-19 è stato chiesto di fornire relazioni mensili sul loro profilo di sicurezza per almeno sei mesi dopo l’autorizzazione, come strumento per esaminare i dati dall’uso nel mondo reale e da altre fonti, come la ricerca scientifica letteratura. In totale, 56 segnalazioni di questo tipo sono state valutate dal comitato per la sicurezza dell’EMA (PRAC) fino a dicembre 2022.

Gli studi di prove del mondo reale (RWE) hanno integrato queste attività di monitoraggio intensificate aiutando a caratterizzare meglio importanti problemi di sicurezza e a raccogliere maggiori informazioni sull’impatto di vaccini e trattamenti in popolazioni specifiche (ad esempio donne incinte) nonché sulle caratteristiche di COVID-19 malattia stessa. 11 studi RWE sono stati commissionati a consorzi di ricerca internazionali, di cui sei sono stati completati alla fine del periodo coperto dal rapporto. Tali studi hanno contribuito al corpus collettivo di prove a sostegno del rapporto rischio/beneficio favorevole dei vaccini COVID-19 e sono pubblicamente disponibili nel registro PAS dell’UE.

Nel complesso, il monitoraggio della sicurezza dei vaccini COVID-19 ha evidenziato che la stragrande maggioranza degli effetti collaterali è lieve o moderata. La rete dell’UE è stata in grado di identificare prontamente alcuni effetti collaterali rari ma gravi associati ai vaccini COVID-19, che colpiscono meno di una persona vaccinata su 10.000, e di agire tempestivamente per mitigare questi rischi. Un esempio degno di nota è l’identificazione di una nuova entità clinica rara che è risultata essere associata ai vaccini del vettore adenovirale COVID-19, ovvero la trombosi con sindrome trombocitopenica, solitamente abbreviata come TTS.

La pandemia ha anche innescato un aumento della domanda di accesso ai dati sui sospetti effetti collaterali disponibili attraverso l’interfaccia pubblica del database EudraVigilance. Questo è stato visitato 10,5 milioni di volte nel 2022, che è oltre quattro volte il numero di visite nel 2019.

EMA ha implementato misure straordinarie di trasparenza, comunicazione e coinvolgimento tra il 2021 e il 2022, con la pubblicazione di oltre 50 aggiornamenti mensili sulla sicurezza dei vaccini COVID-19, l’organizzazione di oltre 30 press briefing e 4 incontri pubblici, oltre ad altre comunicazioni ad hoc attività.

Il rapporto sottolinea inoltre come la collaborazione e lo scambio di informazioni con altri regolatori internazionali siano notevolmente aumentati durante la pandemia. Gli accordi di riservatezza esistenti e ad hoc hanno consentito all’EMA di ricevere e condividere informazioni in tempo reale su importanti questioni di sicurezza e hanno consentito una collaborazione senza precedenti con le autorità di regolamentazione di tutto il mondo.

Infine, il rapporto dettaglia anche altre attività svolte dalla rete dell’UE tra il 2019 e il 2022 per garantire la sicurezza di tutti gli altri medicinali autorizzati nell’UE e migliorare i processi in atto. Sottolinea in particolare come la rete dell’UE abbia assegnato priorità ai compiti e sia riuscita a svolgere tutte le principali attività di regolamentazione nonostante le sfide e i disagi causate dalla pandemia di COVID-19.

Aumento del rischio di malattie trasmesse dalle zanzare nell’UE/EEA a seguito della diffusione delle specie Aedes

La specie di zanzara Aedes albopictus, un noto vettore dei virus chikungunya e dengue, si sta affermando più a nord e verso ovest in Europa, secondo gli ultimi dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). Inoltre, Aedes aegypti, nota per trasmettere dengue, febbre gialla, chikungunya, zika e virus del Nilo occidentale, è stata individuata a Cipro dal 2022 e potrebbe continuare a diffondersi in altri paesi europei.

L’Europa sta vivendo una tendenza al riscaldamento in cui le ondate di calore e le inondazioni stanno diventando più frequenti e gravi e le estati si allungano e diventano più calde. Ciò crea condizioni più favorevoli per specie di zanzare invasive come Aedes albopictus e Aedes aegypti. Dieci anni fa, nel 2013, l’ Aedes albopictus zanzara è stata insediata in 8 paesi UE/SEE, con 114 regioni colpite. Ora, nel 2023, la zanzara è presente in 13 paesi e 337 regioni.

“Negli ultimi anni abbiamo assistito a una diffusione geografica di specie di zanzare invasive in aree precedentemente non colpite nell’UE/SEE “, ha affermato Andrea Ammon, direttore dell’ECDC. “Se continua così, possiamo aspettarci di vedere più casi e possibilmente morti per malattie come dengue, chikungunya e febbre del Nilo occidentale. Gli sforzi devono concentrarsi sui modi per controllare le popolazioni di zanzare, migliorare la sorveglianza e applicare misure di protezione individuale”.

Nel 2022, nell’UE/SEE sono stati segnalati 1.133 casi umani e 92 decessi di infezione da virus del Nilo occidentale, di cui 1.112 acquisiti localmente in 11 paesi, il numero più alto di casi dall’anno di picco dell’epidemia nel 2018. Casi acquisiti localmente sono stati segnalati da Italia (723), Grecia (286), Romania (47), Germania (16), Ungheria (14), Croazia (8), Austria (6), Francia (6), Spagna (4), Slovacchia ( 1) e Bulgaria (1).

Nel 2022, sono stati registrati 71 casi di dengue acquisita localmente nell’UE continentale/SEE, che equivale al numero totale di casi segnalati tra il 2010 e il 2021. Casi di dengue individuati localmente sono stati segnalati da Francia (65 casi) e Spagna (6 casi) .

I modi sostenibili per controllare le popolazioni di zanzare includono l’eliminazione delle fonti di acqua stagnante dove si riproducono le zanzare, l’uso di larvicidi ecologici e la promozione della consapevolezza della comunità sul controllo delle zanzare.

Le misure di protezione personale includono l’uso di zanzariere (preferibilmente reti trattate con insetticidi) o il sonno o il riposo in stanze schermate o climatizzate, l’uso di zanzariere, di indumenti che coprano la maggior parte del corpo e di repellenti per zanzare; sensibilizzare il pubblico in generale, gli operatori sanitari e i viaggiatori sulle malattie trasmesse dalle zanzare.

Firmato il protocollo d’intesa FNOPI-ABIO per l’assistenza e la tutela del bambino e dell’adolescente in ospedale

Il bambino è totalmente differente dall’adulto quando è in salute e a maggior ragione lo è in caso di malattia. E anche le sue necessità lo sono. È per questo che FNOPI (Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche) e Fondazione ABIO Italia per il bambino in ospedale hanno sottoscritto un protocollo d’intesa con tre obiettivi:

  1. contribuire alla realizzazione di programmi, progetti e iniziative per accrescere il benessere di neonati, bambini, adolescenti e giovani adulti, e delle loro famiglie, che si rivolgono ai servizi sociosanitari, attraverso un’assistenza centrata sulla loro persona e sui loro bisogni, nel pieno rispetto della loro integrità fisica, psicologica e morale;
  2. definire e promuovere programmi e interventi per accrescere l’attività di volontariato nell’ambito delle cure a persone nell’età evolutiva e alle loro famiglie e a formare i volontari, attraverso campagne di informazione e comunicazione, realizzazione di materiale didattico e strumenti divulgativi, sensibilizzazione dei media, partecipazione a programmi tv e convegni;
  3. sviluppare specifiche azioni, mettendo in rete sistemi, competenze e responsabilità diverse, con l’obiettivo di promuovere il pieno rispetto dell’integrità fisica, psicologica e morale dei minori che si rivolgono ai servizi sociosanitari.

In continuità con i fini statutari perseguiti fino ad oggi da entrambe le realtà, il percorso che FNOPI e ABIO seguiranno grazie al protocollo si propone di contribuire all’apertura di nuove Associazioni ABIO presso i reparti di pediatria di tutto il Paese e la formazione dei volontari ABIO, per assicurare la conformità degli interventi, anche attraverso il supporto come formatori di infermieri competenti nell’assistenza alle persone in età evolutiva e alle famiglie.

Il lavoro comune avrà come fine fondamentale quello di allestire negli ospedali un numero sempre maggiore di aree per il gioco, camere o reparti di degenza, realizzati secondo modalità in sintonia con i bisogni emotivi e affettivi dei bambini e degli adolescenti, per ridurre l’impatto, lo stress e il trauma dell’ospedalizzazione che secondo le ultime rilevazioni riguardano circa un milione di minori ogni anno e con degenze superiori alla media, simili a quelle degli over 75.

Il protocollo prevede anche la promozione nei confronti dell’opinione pubblica e delle istituzioni sanitarie  della “Carta dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti in Ospedale”, messa a punto da ABIO-SIP che sintetizza tutto ciò che dovrebbe essere garantito a un bambino e a un adolescente nel corso del ricovero ed evidenzia l’importanza di passare dal curare le malattie al prendersi cura dei bambini e degli adolescenti malati: per questo sono importanti un ambiente il più possibile a misura di bambino, l’opportunità di garantire il gioco anche durante il ricovero, la necessità della presenza dei genitori, il diritto alle cure migliori e al ricovero all’interno di reparti pediatrici.

FNOPI e ABIO individueranno poi quali e quanti reparti di pediatria esistono sul territorio, distinti per regione e si impegneranno quindi per attivare in questi il percorso di certificazione delle pediatrie “All’Altezza dei Bambini” ABIO-SIP, nato come evoluzione concreta della Carta dei Diritti, prevedendo la partecipazione agli audit di infermieri competenti nell’assistenza ai minori e alle loro famiglie. I siti istituzionali sia di ABIO che di FNOPI verranno aggiornati con i nomi degli ospedali che hanno ottenuto e che otterranno la Certificazione.

“Il prendersi cura è la parola d’ordine degli infermieri – sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – e il nostro Codice deontologico prevede che l’infermiere tenga conto dell’età e del grado di maturità dell’assistito, che sia presa in debita considerazione l’opinione del minore rispetto alle scelte curative e assistenziali perché possa esprimere la sua volontà. È la persona garante dei diritti del minore e se questo si oppone a scelte di cura valide, fa di tutto per superare il conflitto. In più, l’infermiere ha nel suo bagaglio professionale l’attitudine all’educazione e alla formazione delle figure che lo affiancano nell’assistenza delle persone, dai caregiver ai volontari, per poter realizzare un intervento multistakeholder  in grado di ottenere i migliori risultati in termini di compliance dell’assistito”.

“Bambini e adolescenti – aggiunge Laura Barbotto, presidente della Commissione d’Albo infermieri pediatrici FNOPI – vogliono essere ascoltati e rispettati anche nelle loro scelte, di questo hanno bisogno: di chi li sappia ascoltare, sia in grado di dare sollievo dal dolore, tuteli la loro salute, le loro necessità e i loro diritti. E che sia anche in grado di non far pesare l’ambiente in cui si trovano in ospedale. L’infermiere pediatrico si occupa a 360 gradi del bambino e dell’adolescente, dalla prevenzione delle malattie all’assistenza ai malati in età evolutiva, individuando i bisogni dei pazienti e assecondarli attraverso la pianificazione di interventi efficaci, anche in collaborazione con tutte le figure sanitarie, sociali e assistenziali che operano nelle strutture. Per questo è importante che l’infermiere pediatrico adeguatamente formato non solo alla clinica abbia un rapporto diretto di collaborazione con chi, come i volontari ABIO, supporta il bambino in ospedale”.

“Sinergia e formazione dei volontari sono due aspetti fondamentali per un intervento efficace negli ospedali – commenta Giuseppe Genduso, presidente di Fondazione ABIO -. La nostra attività non si ferma e non si è fermata mai, nemmeno durante la pandemia, perché – anche se non siamo una realtà nata per le emergenze – abbiamo sprigionato la fantasia e messo in campo le competenze acquisite per immaginare come accogliere i bambini, gli adolescenti e le famiglie anche non potendo essere presenti, al contando sul fondamentale supporto del personale sanitario. Dobbiamo tenere come base il nostro passato ma essere pronti a formarci per il futuro ed evolvere sulla base dei nuovi bisogni e necessità che l’area pediatrica si trova ad affrontare, anche stabilendo protocolli d’intesa come questo con FNOPI, importante per dare sempre più impulso e continuità ad un’assistenza a misura di bambino, che lo veda insieme alla sua famiglia al centro del percorso di cura”.

Sanità: Cittadinanzattiva aderisce alla Manifestazione nazionale del 24 giugno

Fino a 720 giorni per una mammografia di controllo, ben 103 pronto soccorso chiusi negli ultimi dieci anni, 6 regioni (Sicilia, PA di Bolzano, Calabria, Liguria, Abruzzo, Basilicata) che non raggiungono la sufficienza rispetto all’offerta di prevenzione sanitaria. Nel contempo la carenza di medici di famiglia e pediatri di libera scelta si fa sentire soprattutto al Nord e nelle cosiddette aree interne, dove è diffuso il cosiddetto fenomeno dei deserti sanitari. Sono alcune delle evidenze diffuse da Cittadinanzattiva che da qualche settimana ha dato il via ad una propria mobilitazione permanente a difesa del SSN “Urgenza Sanità”, attraverso un Manifesto ed una petizione su Change, e al contempo ha deciso di aderire alla manifestazione nazionale indetta dalla CGIL per sabato 24 giugno, così come alle mobilitazioni territoriali promosse la scorsa settimana dai medici dell’ANAAO Assomed.

Sul tema delle liste di attesa, Cittadinanzattiva annuncia inoltre di aver avviato un’indagine di accesso civico presso le Regioni per conoscere i dati relativi alle prestazioni sanitarie erogate in regime pubblico e in intramoenia, e verificare gli eventuali provvedimenti messi in atto dalle amministrazioni laddove sia stato superato il limite previsto dal Piano nazionale di governo delle liste di attesa nel rapporto tra le due attività

“Per anni il nostro Servizio sanitario nazionale è stato privato di risorse, spesso anzi è stato considerato l’unico ambito da cui attingere per ripianare i conti. Per decenni si sono ridimensionate e diradate le strutture sanitarie e si è ostacolato ogni investimento sulle professioni sanitarie. Per decenni si sono imposti tagli lineari in tutti gli ambiti, dalla sicurezza degli edifici sanitari ai farmaci. E neanche si è puntato sulla prevenzione, da sempre la cenerentola della sanità pubblica, che produrrebbe salute liberando, quindi, risorse economiche. E l’ultimo tentativo di sfratto dei cittadini dalla casa comune della sanità pubblica, è rappresentata dalla intenzione di andare verso un maggiore regionalismo, privo di contrappesi. Un regionalismo che viene definito esplicitamente “asimmetrico”, quindi in contrasto con le nostre leggi a cominciare dalla Costituzione, e che si sostiene sull’idea, spacciata come una certezza ma negata dalla realtà, che in sanità essere autonomi produca una competizione virtuosa. L’effetto che rischiamo non è quello del traino, ma della valanga, come certificano anche il Rapporto “Le Performance Regionali” del Crea Sanità e il Rapporto OsservaSalute”, dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

“Per queste ragioni, come cittadini abbiamo scelto di proclamare lo stato di emergenza sanitaria e di unirci a quanti stanno manifestando in questi mesi a difesa del diritto alla salute. Andremo avanti fino a quando – e la prossima Legge di Bilancio sarà un importante banco di prova – avremo la prova concreta che le scelte e le politiche stanno andando nella direzione di rafforzare la sanità pubblica governando quella convenzionata e che ci sono all’orizzonte investimenti sufficienti a finanziare le riforme già previste, come quella per l’assistenza agli anziani non autosufficienti e per il ridisegno dell’assistenza territoriale. Altrettanto indispensabile è che Stato e Regioni stringano un Patto per superare le disuguaglianze, programmare insieme le azioni necessarie a governare questa fase, stimare le risorse adeguate e valutare gli esiti di salute per i cittadini e per la collettività”, conclude Mandorino.

Liste di attesa. Analisi GIMBE: nel 2022 recuperato solo il 65% delle prestazioni saltate per la pandemia

I tempi di attesa per le prestazioni sanitarie costituiscono una delle principali criticità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con cui cittadini e pazienti si scontrano quotidianamente subendo gravi disagi (necessità di ricorrere alle strutture private, migrazione sanitaria, aumento della spesa out-of-pocket, impoverimento), sino alla rinuncia alle cure con pesanti conseguenze sulla salute. «Il problema delle liste di attesa – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – affligge da sempre il nostro SSN, ma negli ultimi anni si è aggravato per l’enorme quantità di prestazioni non erogate durante la pandemia COVID-19». In particolare, secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2020 – rispetto al 2019 – in Italia sono stati oltre 1,57 milioni i ricoveri programmati in meno; per gli screening oncologici oltre 4,1 milioni di inviti e oltre 2,53 milioni di prestazioni in meno; infine, oltre 112 milioni le prestazioni ambulatoriali “saltate”, tra visite specialistiche, esami di laboratorio e strumentali.

Per fronteggiare il problema sono state stanziate risorse ad hoc per il recupero delle prestazioni: € 500 milioni come da Legge di Bilancio 2022 che ha ulteriormente prorogato quanto previsto dal DL 104/2020, le cui risorse non erano state completamente utilizzate dalle Regioni.

Nel gennaio 2022 il Ministero della Salute, con le “Linee di indirizzo per il recupero delle prestazioni sanitarie non erogate in ragione dell’epidemia da SARS-CoV-2” ha individuato tre categorie di prestazioni prioritarie: ricoveri per interventi chirurgici programmati, inviti e prestazioni per le campagne di screening oncologici e prestazioni ambulatoriali. «Seguendo le indicazioni ministeriali – spiega Cartabellotta – ciascuna Regione ha elaborato un Piano Operativo Regionale (POR) dove ha delineato strategie e modalità organizzative per recuperare le prestazioni non erogate durante il periodo pandemico». Il recente Rapporto sul coordinamento della Finanza Pubblica della Corte dei Conti ha reso noti i dati del Ministero della Salute sia sul recupero delle prestazioni nel 2022 da parte delle Regioni, sia sul finanziamento utilizzato: dati su cui la Fondazione GIMBE ha effettuato le analisi di seguito riportate.

Ricoveri per interventi chirurgici programmati. Complessivamente le Regioni hanno inserito nei POR oltre 512 mila ricoveri programmati da recuperare, per le quali il Ministero della Salute riporta un recupero stimato di poco più di 338 mila (66%). Notevoli le variabilità regionali: dal 92% del Piemonte al 14% della Liguria.

Screening oncologici: inviti e prestazioni. Le Regioni hanno previsto nei POR di recuperare oltre 5 milioni di inviti e quasi 2,84 milioni di prestazioni. La rendicontazione ministeriale riporta un recupero stimato di quasi 4,2 milioni di inviti (82%) e poco più di 1,9 milioni di prestazioni (67%). Notevoli le differenze regionali: per gli inviti si va dal 100% di Piemonte, Valle d’Aosta, Provincia Autonoma di Trento, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Molise e Basilicata al 14% del Friuli Venezia Giulia.

Relativamente alle prestazioni, il recupero oscilla dal 100% di Toscana, Provincia Autonoma di Trento, Piemonte e Basilicata al 9% di Calabria e Lazio. Da segnalare che la Regione Umbria aveva già recuperato tutte le prestazioni di screening nell’anno 2021.

Prestazioni ambulatoriali. In totale le Regioni hanno programmato di recuperare quasi 11,9 milioni di prestazioni, di cui Ministero della Salute riporta un recupero stimato di quasi 6,8 milioni (57%). «Un dato –spiega Cartabellotta – che ha avuto conseguenze rilevanti sui tempi di attesa delle nuove prestazioni ambulatoriali, e verosimilmente ne continua ad avere, visto che ne rimangono da recuperare oltre 5 milioni». Anche per queste prestazioni nette le differenze regionali in termini di recupero: dal 100% di Valle D’Aosta, Provincia Autonoma di Trento e Toscana al 7% della Campania.

Recupero complessivo delle prestazioni. «Delle 20,3 milioni di prestazioni arretrate, nel 2022 complessivamente ne sono state recuperate poco meno di due su tre, ovvero il 65% – precisa Cartabellotta – e nessuna Regione ha raggiunto per tutte le prestazioni le quote di recupero previste dai POR». Inoltre, i risultati evidenziano un’ampia variabilità nei livelli di performance sia tra le varie Regioni, sia all’interno della stessa Regione tra differenti tipologie di prestazioni. Al fine di fornire un quadro complessivo sulla capacità di recupero delle singole Regioni è stata calcolata la percentuale totale di prestazioni recuperate sul totale di quelle inserite nei relativi POR. «Pur trattandosi di tipologie differenti di prestazioni – spiega Cartabellotta – che richiedono un diverso impegno organizzativo ed economico, questa “classifica” vede sul podio Toscana (99%), Provincia autonoma di Trento (95%) ed Emilia-Romagna (91%) e sul fondo Calabria (18%) e Campania (10%)».

Finanziamento utilizzato. L’attività di audit conclusa nell’aprile 2023 dal Ministero della Salute sull’attuazione dei POR fornisce anche il quadro sull’utilizzo delle risorse. La spesa rendicontata al 31 dicembre 2022 sfiora i € 348 milioni, ovvero quasi il 70% di quella stanziata, con notevoli differenze regionali: dal 2% del Molise al 100% della Liguria, con alcune Regioni (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Piemonte) che superano il 100%, verosimilmente in ragione dello stanziamento di risorse proprie.

«Il dato più rilevante – commenta Cartabellotta – è che non risulta una correlazione diretta tra risorse utilizzate e prestazioni recuperate: in altre parole, dalla rendicontazione del Ministero della Salute emergono inspiegabili variabilità regionali tra risorse investite e prestazioni recuperate».

Coinvolgimento delle strutture private accreditate. Al fine diagevolare il recupero delle prestazioni, la normativa ha previsto che Regioni e ProvinceAutonome potessero coinvolgere gli erogatori privati accreditati, integrando accordi e contratti esistenti, con la possibilità di destinare ai privati sino a un massimo di € 150 milioni sui complessivi € 500 milioni di finanziamento. Il Ministero della Salute riporta una stima complessiva a livello nazionale di committenza alle strutture private del 29%: in dettaglio, il 30% del finanziamento destinato ai ricoveri, il 13% di quello per gli screening e il 32% delle risorse allocate per le prestazioni ambulatoriali. «Tuttavia esiste una enorme variabilità regionale – spiega il Presidente – sia in termini di quota di committenza totale, sia rispetto alla distribuzione delle tre tipologie di prestazioni erogate dal privato». La percentuale stimata di committenza al privato è pari o superiore alla media nazionale in Puglia (93%), Lombardia (46%), Campania (37%), Sicilia (35%), Liguria (32%) e Calabria (30%); le altre Regioni si collocano al di sotto del valore nazionale, con Marche e Molise che non hanno fatto ricorso al privato.

«Il monitoraggio del Ministero della Salute – conclude Cartabellotta – dimostra che complessivamente che le Regioni non hanno recuperato il 35% delle prestazioni “saltate” durante la pandemia per complessive 7,13 milioni di prestazioni. In dettaglio, 174mila ricoveri programmati, 914mila inviti e 936mila di prestazioni per gli screening oncologici e 5,1 milioni di prestazioni ambulatoriali. Inoltre, i dati restituiscono un quadro molto eterogeneo tra le varie Regioni sia sulle percentuali di prestazioni recuperate, sia sul finanziamento utilizzato che non sempre è correlato con le prestazioni recuperate».

Legge 194, la strada per avere dati aggiornati è ancora lunga

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A 45 anni dalla legge 194, che istituisce il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), secondo numerosi osservatori i dati sull’attuazione della norma sono ancora incompleti.
Secondo l’articolo 16 della stessa legge, infatti, il Ministro della sanità dovrebbe presentare ogni anno al Parlamento entro il mese di febbraio una relazione sull’attuazione della norma e sui suoi effetti. Le Regioni, da parte loro, sarebbero tenute a fornire le informazioni necessarie entro il  mese  di  gennaio  di ogni anno.
Il condizionale è d’obbligo: l’ultima relazione disponibile, quella con i dati relativi al 2020, è stata depositata in Parlamento l’8 giugno 2022.

Ma non si tratta solo di un problema di rispetto dei tempi: come evidenziato dall’inchiesta “Mai dati” realizzata dalle giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove, il Ministero fornisce dati aggregati a livello regionale (inizialmente in un file pdf, poi in un excel), senza restituire il dettaglio della variegata situazione nelle diverse strutture sanitarie.

Il Ministero fornisce dati aggregati a livello regionale, senza restituire il dettaglio della variegata situazione nelle diverse strutture sanitarie

E poi c’è un problema di aggiornamento del sistema stesso di sorveglianza, che è attivo dal 1980 su una legge vecchia di 45 anni e “oggi non tiene conto dell’evoluzione delle stesse modalità di aborto, che non sono più limitate solo alla chirurgia, ma prevedono anche il trattamento farmacologico”, afferma Benedetto Rocchi, economista, professore associato presso l’Università di Firenze e presidente dell’Osservatorio permanente sull’aborto.

Infine, sebbene i dati debbano essere trasmessi trimestralmente dalle Regioni al Ministero, la loro pubblicazione non avviene in tempo reale, ma con uno scostamento di due anni e mezzo, vanificandone almeno in parte l’impatto.

Come avviene la raccolta dei dati

Il monitoraggio avviene a partire dai questionari dell’Istat che ciascuna struttura sanitaria è tenuta a compilare per ogni interruzione volontaria di gravidanza effettuata.
Le Regioni devono poi raccogliere e analizzare queste informazioni, per rispondere a questionari trimestrali e a un questionario riepilogativo annuale predisposti dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dal Ministero della Salute.
A questo punto la palla passa all’Iss che, una volta verificata la qualità dei dati prodotti dalle Regioni elabora, in collaborazione con l’Istat, le tabelle con le distribuzioni a livello regionale e nazionale.

Dal 2018 esiste una nuova piattaforma sulla quale sono svolte le varie attività di monitoraggio dei flussi

A partire dal 2018, l’Istat ha cambiato le modalità di acquisizione dati per quanto concerne la salute riproduttiva: da allora esiste la piattaforma GINO++ sulla quale sono raccolti i dati individuali e vengono svolte le varie attività di monitoraggio dei flussi.
Alla piattaforma hanno accesso anche l’Iss e il Ministero, nonché le Regioni e le strutture sanitarie, che possono inserire e aggiornare i dati nello stesso ambiente.

Il passaggio al nuovo sistema, tuttavia, procede a rilento e il 2020 è considerato ancora un anno di transizione, in cui – come scrive lo stesso ministero nel rapporto – “è stato necessario verificare i dati acquisiti con il nuovo strumento”.

A causa del Covid – si legge sempre nel report – per i dati del 2020 è stato necessario prolungare le operazioni di controllo (di fatto un “rimbalzo” dei questionari trimestrali tra Iss e Regioni) fino a novembre 2021. Nonostante questo, Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania e Puglia hanno fatto registrare un elevato numero di informazioni mancanti, che sono state integrate grazie alle Schede di dimissione ospedaliera per un totale di 625 casi.

Durante il 2020, sebbene il Ministero abbia predisposto fin da subito delle linee guida, indicando come prestazione indifferibile l’Ivg, le associazioni che si occupano del tema hanno ricevuto molte segnalazioni di interruzione di servizio.

Sul sito Epicentro si legge che “Grazie a una rilevazione che ha coinvolto tutti i referenti regionali della sorveglianza, nel maggio 2020 l’Iss ha potuto rilevare una variabilità nell’organizzazione delle Regioni e dai singoli servizi Ivg a seguito dell’emergenza da Covid-19. Oltre la metà delle Regioni ha dichiarato che nessuna struttura ha segnalato problemi a seguito dell’emergenza pandemica.

Sette Regioni hanno predisposto percorsi Ivg separati per le donne Sars-CoV-2 positive, tre hanno centralizzato gli interventi solo in alcune strutture e diverse Regioni hanno riferito una riduzione del numero settimanale di interventi, sia farmacologici che chirurgici. Sarà utile valutare le scelte organizzative e le eventuali criticità rilevabili nel 2021 per studiare quali siano i migliori modelli organizzativi per fronteggiare possibili futuri scenari pandemici, confermando la bontà della tempestiva scelta ministeriale di includere l’Ivg tra le prestazioni indifferibili in ambito ginecologico”.

I limiti del sistema

“I rapporti del Ministero si basano su una serie di informazioni standard e statistiche previste dal sistema di sorveglianza della 194 che sono largamente incomplete – afferma Rocchi – Oggi oltre il 25% degli aborti è di tipo farmacologico e ci si aspetta di raggiungere a breve la metà. L’attuale sistema di sorveglianza concepito 45 anni fa, quando tutti gli aborti erano ospedalieri e chirurgici, deve essere aggiornato”.
Per questo l’Opa chiede al Ministero che sia istituito un tavolo tecnico per discutere di una revisione del sistema di sorveglianza.

Di diverso avviso Valeria Dubini, ginecologa e direttrice per l’Asl Toscana Centro del dipartimento per la Salute e la Medicina di genere, già vicepresidente Aogoi: “Per quello che ci riguarda ritengo che il sistema di monitoraggio funzioni bene, al netto di alcuni rallentamenti dovuti al passaggio di sistema informatico. L’aborto farmacologico? È più sicuro per la donna che non deve sottoporsi a un intervento chirurgico e la letteratura ci dice che le complicanze emorragiche, che inizialmente ci preoccupavano, sono del tutto sovrapponibili a quelle che si hanno durante l’intervento. Per contro, non si hanno perforazioni uterine o infezioni”.

“L’attuale sistema di sorveglianza concepito 45 anni fa, quando tutti gli aborti erano ospedalieri e chirurgici, deve essere aggiornato”

Nelle complicazioni dell’aborto farmacologico compaiono anche le mancate interruzioni: “In un 3-5% dei casi il trattamento non riesce e occorre procedere per via chirurgica – afferma la ginecologa – Non si tratta di un fallimento, ma di una possibilità da contemplare che tuttavia fa aumentare la percentuale di complicanze”.

Nel suo ultimo report, l’Osservatorio permanente sull’aborto ha stimato i costi dell’Ivg in Italia: per il 2020 si parla di poco più di 60 milioni di euro, a fronte di 66.413 interruzioni. Il tasso di abortività (5,4 ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni) è tra i più bassi del mondo ed è in calo (-6,7% rispetto al 2019).

Nel report del Ministero si legge che la riduzione del numero di Ivg osservata negli ultimi anni potrebbe essere in parte riconducibile all’aumento delle vendite dei contraccettivi di emergenza a seguito delle determine Aifa che hanno eliminato l’obbligo di prescrizione medica per l’Ulipristal acetato, noto come “pillola dei 5 giorni dopo” e per il Levonorgestrel, noto come “pillola del giorno dopo” per le donne maggiorenni. Una terza determina dell’Agenzia ha eliminato l’obbligo di prescrizione per l’Ulipristal acetato anche per le minorenni.

“Sebbene non siano farmaci abortivi, prevengono le gravidanze – conferma Dubini – Anche se il trend in calo si registra da ben prima che fossero introdotti e sono legati all’attività di counselling dei consultori e delle strutture sanitarie, unito a politiche regionali avvedute”. Il riferimento è alla gratuità della pillola contraccettiva che la Toscana ha introdotto dal 2018 per alcune fasce di popolazione, come le giovanissime e chi ha un reddito basso. “Questo ci ha permesso di osservare, per la prima volta, un calo drastico nell’accesso all’Ivg tra le più giovani: siamo passate dal 30% al 16%”, afferma l’esperta.

In questo senso, i dati aggregati a livello regionale sono un limite: “Effettivamente, non danno conto di quello che succede nelle varie strutture”, ammette Dubini.

Per approfondire

Rapporto CREA Sanità 2023: otto regioni promosse, sette rimandate e sei bocciate 

Otto Regioni/Province autonome (di cui tre migliori delle altre) promosse, sette “rimandate” e sei “bocciate” alla prova delle Performance 2023, valutate su sei dimensioni: appropriatezza, equità, sociale, esiti, economico-finanziaria, innovazione. 

Un quadro che sottolinea la nuova impostazione di ammodernamento dell’assistenza che punta sul territorio e sulla domiciliarità, come prescritto dal PNRR e dal Decreto 77/2022 di riordino dell’assistenza territoriale e che si affianca (suggerendone anche alcuni criteri di implementazione) al Nuovo Sistema di Garanzia per il controllo dei Livelli essenziali di assistenza. A disegnarlo è l’XI edizione del rapporto “Le Performance Regionali” del CREA Sanità, Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità.

Il rapporto sottolinea la nuova impostazione dell’assistenza incentrata su territorio e domiciliarità

L’analisi dei risultati delle Regioni e le relative valutazioni sono state assegnate quest’anno da oltre 100 esperti raggruppati in un Panel multistakeholder diviso in cinque grandi gruppi: istituzioni, management aziendale, professioni sanitarie, utenti, industria medicale, che hanno anche ideato un sistema di monitoraggio ‘dinamico’ degli effetti dell’autonomia differenziata, che da oggi è oggetto di valutazione da parte del CREA e dei suoi esperti: oltre ai rappresentanti del Panel, il CREA si avvale di docenti universitari nei campi dell’economia, del diritto, dell’epidemiologia, dell’ingegneria biomedica, della statistica medica. 

L’Italia divisa in due 

Veneto, Trento e Bolzano hanno ottenuto il miglior risultato 2023 (con punteggi che superano la soglia del 50% del risultato massimo ottenibile, rispettivamente: 59%, 55% e 52%). 

Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna, Lombardia e Marche vanno abbastanza bene, con livelli dell’indice di Performance compresi tra il 47% e il 49%.

Ma le buone notizie finiscono qui: se Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Umbria, Molise, Valle d’Aosta e Abruzzo raggiungono livelli di Performance abbastanza omogenei, seppure inferiori, compresi nel range 37-43%, Sicilia, Puglia, Sardegna, Campania, Basilicata e Calabria hanno livelli di Performance che risultano inferiori al 32%.

In sostanza la valutazione divide in due l’Italia, con circa 29 milioni di cittadini nelle prime otto Regioni che possono stare relativamente tranquilli e altri 29 milioni nelle Regioni rimanenti che potrebbero avere serie difficoltà nei vari aspetti delle dimensioni considerate. 

La rilevanza delle dimensioni di analisi 

Sulle sei dimensioni, a loro volta suddivise ciascuna in tre indicatori – ognuno con un suo peso che ha determinato le differenze finali -, la valutazione degli stakeholder è stata abbastanza omogenea (ma i ‘voti’ più bassi sono stati quelli degli utenti).   

Le tre dimensioni appropriatezza, equità e sociale contribuiscono per oltre il 60% alla Performance: 24,9%, 22,6% e 15,6% rispettivamente; segue la dimensione esiti (13,9%); le dimensioni economico-finanziaria e innovazione, contribuiscono rispettivamente per il 12,1% e l’11,5 per cento.

Con alcune differenze quantitative, equità e appropriatezza (quest’ultima con l’eccezione dei rappresentanti delle istituzioni) sono nelle prime tre posizioni per tutte le categorie di stakeholder; la dimensione sociale anche, ad eccezione però, dei rappresentanti dell’Industria medicale. 

Le Performance Regionali 

Le performance sono chiaramente indicate Regione per Regione nel modo più semplice: i valori degli indicatori sono stati associati a due colori differenti: verde se il valore è migliore della media nazionale e rosso se è peggiore. Un triangolo rivolto verso l’alto è indicativo di un miglioramento dell’indicatore rispetto al 2019, verso il basso di un peggioramento. L’assenza del triangolo significa una sostanziale invarianza del valore.

Così, ad esempio, il Veneto (Regione che ha ottenuto i risultati migliori) presenta tutti gli indicatori delle prime quattro dimensioni per importanza “verdi”. E solo nella dimensione economico-finanziaria ha due “rossi” per quanto riguarda la spesa sanitaria pubblica e l’incidenza dei consumi sanitari sul totale dei consumi; e nella dimensione innovazione non va l’attuazione del fascicolo sanitario elettronico. 

La Calabria (la Regione coi risultati peggiori) è quasi tutta “rossa”; su diciotto indicatori, in verde ha solo quelli sull’ospedalizzazione evitabile per malattie croniche (unico nelle dimensioni maggiori), l’indice di salute mentale, la spesa pro-capite standardizzata, l’implementazione della rete oncologica e lo sviluppo del fascicolo sanitario elettronico. 

Autonomia differenziata sotto controllo 

In prospettiva, obiettivo del CREA e degli oltre 100 stakeholder sarà verificare che con l’autonomia differenziata non si generino arretramenti regionali (almeno rispetto ai LEA, ma anche rispetto alla Performance complessiva), ovvero che tutte le Regioni procedano in un processo di miglioramento, evitando peggioramenti attribuibili al rischio che l’autonomia diventi più competitiva che cooperativa.

In prospettiva, obiettivo del CREA e degli oltre 100 stakeholder sarà verificare che con l’autonomia differenziata non si generino arretramenti regionali

Come? Osservando le variazioni di un nucleo di indicatori “permanenti”, onde permettere l’apprezzamento delle dinamiche in essere, grazie a tre indicatori:  

  • il primo, basato sulle variazioni dell’“area” delle Performance peggiori regionali;  
  • il secondo, sul numero di miglioramenti o peggioramenti di tali Performance;  
  • e il terzo, sulla diversa dinamica registrata dagli indicatori nelle Regioni a cui sarà stata riconosciuta un’autonomia differenziata in Sanità, rispetto alle restanti.

Nel primo caso l’aspettativa è che, coerentemente con la logica del rispetto dei LEA e del miglioramento complessivo della Performance (effetto “traino” descritto nel Ddl sull’autonomia differenziata) l’area (rossa nel grafico: gli indicatori sono quelli riportati nelle schede regionali per ogni dimensione) generata fra il valore medio nazionale e i risultati peggiori regionali (ovvero il risultato delle Regioni posizionate in corrispondenza del valore minimo o, in alternativa, del primo quartile della distribuzione) diminuisca negli anni (ovvero crescano i livelli minimi di Performance regionali sui singoli indicatori).

Nel secondo, che utilizzando le preferenze sviluppate nell’ambito del progetto “Le Performance Regionali”, sia possibile raffinare ulteriormente l’indicatore, elaborando una “area standardizzata” in base ai pesi attribuiti alle diverse dimensioni o ai diversi indicatori prescelti.

La terza necessità emersa dal Panel richiede un adeguato investimento per migliorare i sistemi informativi: infatti, spesso i sistemi di monitoraggio adottati nell’ambito del SSN sono stati costruiti (anche) sulla base della disponibilità dei flussi informativi che, peraltro, sono stati originariamente sviluppati per altre necessità, per lo più di tipo amministrativo. 

Sanità, Assoram: Essenziale poter competere ad armi pari su mercati internazionali

Per la crescita delle aziende italiane è essenziale poter competere ad armi pari sui mercati internazionali. È l’appello lanciato da Pierluigi Petrone, presidente di Assoram, l’associazione nazionale operatori commerciali e logistici dell’healthcare dal palco della 58^ Assemblea dell’associazione in corso alla sala Capranichetta dell’hotel Nazionale di Roma.

Concetto ribadito anche da Mila De Iure, direttore generale Assoram che sottolinea inoltre come a livello nazionale una delle prime complessità che gli operatori della distribuzione si ritrovano a fronteggiare ogni giorno “sono sicuramente le profonde differenze operative e amministrative tra le regioni italiane”. 

Internazionalizzazione che, nelle parole del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, deve andare avanti di pari passo con l’idea di riportare in Italia la produzione dei principi attivi dei farmaci salvavita “con la consapevolezza che l’80% viene importato dall’India e dalla Cina”. Questo perché “se dovesse scoppiare una guerra, e non scoppierà, noi non avremmo le materie prime per produrre farmaci salvavita in Italia”.

Del resto per Massimo Scaccabarozzi, presidente della Sez. Farmaceutica e Biomedicali di Unindustria “Se hai una filiera forte hai un Paese forte.  Stando ai numeri oltre il 70% del fatturato delle aziende è dato dall’export. Il Lazio è la prima regione italiana per valore in esportazioni in Italia e credo che se la giochi sul podio in Europa”.

Sullo sfondo del dibattito poi l’immancabile tema del Pnrr, declinato soprattutto per quel che riguarda la transizione digitale e quella green del settore. “Il piano- spiega il vicepresidente Assoram Alfredo Sassi “collega le due transizioni in atto destinando 34 miliardi di euro per investimenti e riforme. Segnalo con orgoglio che una delle componenti della missione 3 è appunto la digitalizzazione della logistica per cui il piano stanzia 360 milioni di euro”.

Digitalizzazione che, per il settore della distribuzione, non può prescindere dalla transizione green e dall’implementazione dell’intelligenza artificiale.

“Nei prossimi anni avremo sempre più dati a disposizione per nutrire un’Intelligenza artificiale che troverà largo impiego in sanità”, sottolinea il presidente di Assoram Pierluigi Petrone citando la Lettera aperta sull’AI in sanità presentata dall’associazione oggi, prima di concludere: “L’associazione coglie la disponibilità del MIND a ospitare un Tavolo di confronto che coinvolga la filiera per individuare risposte chiare e condivise alle sfide del futuro”.

De Iure: “Ora regole chiare per nostro comparto”

“Chiediamo al Governo un approccio responsabile alla proliferazione normativa e amministrativa: ci servono regole chiare, una vigilanza armonizzata sul territorio e il giusto finanziamento del comparto Ssn con il superamento della logica dei tetti”. Così Mila De Iure, direttore generale Assoram, dal palco della 58° Assemblea dell’associazione, durante il panel dedicato alle sfide per la filiera health.

Sulla stessa lunghezza d’onda Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici, secondo cui “se persistono queste non politiche sanitarie e non politiche industriali io credo che nel nostro settore la conclusione è che non potranno che esserci minori investimenti”.

Per Carlo Riccini, vicedirettore generale di Farmindustria, “molte delle nostre regole derivano dall’Europa e l’Italia deve avere, e a mio avviso in questa fase lo sta avendo molto più che in passato, un ruolo più forte in Europa in difesa dell’interesse nazionale”.

Nel panel è intervenuto anche Alfredo Procaccini, vice presidente vicario di Federfarma che ha sottolineato come ci sia “necessità di equità: non possiamo più pensare che un cittadino in una regione riesce a trovare i farmaci e ad avere un certo servizio nella farmacia sotto casa e in altre regioni questo non accade”.

Per approfondire

Salute degli italiani a rischio tra cattivi stili di vita e la crisi dell’assistenza sanitaria

La salute degli italiani è in serio rischio, colpita da cattivi stili di vita e poca prevenzione, nonché da un invecchiamento irrefrenabile della popolazione che vede, in assenza di una quota sufficiente di nuovi nati (nel 2021 i nati sono stati poco più di 400 mila, 4.500 in meno rispetto al 2020), l’età media degli italiani superare i 46 anni; l’età media del Bel Paese supererà i 50 anni tra meno di 30 anni, quando con pochi bambini diverremo un popolo di anziani e adulti attempati. Tutto ciò rischia di entrare in rotta di collisione con un sistema sanitario sempre più fragile e sotto-finanziato, specie se lo si confronta con i sistemi sanitari dell’Unione Europea.

I dati parlano chiaro, nel 2022 la spesa sanitaria pubblica si è attestata a 131 miliardi (6,8% del PIL), la spesa a carico dei cittadini a circa 39 miliardi (2% del PIL). I confronti internazionali evidenziano, nel 2020, che la spesa sanitaria dell’Italia, a parità di potere d’acquisto, si è mantenuta significativamente più bassa della media UE-27, sia in termini di valore pro capite (2.609€ vs 3.269€) che in rapporto al PIL (9,6% vs 10,9%).

Il nostro Paese si colloca al tredicesimo posto della graduatoria dei Paesi UE per la spesa pro capite, sotto Repubblica Ceca e Malta

Il nostro Paese si colloca al tredicesimo posto della graduatoria dei Paesi UE per la spesa pro capite, sotto Repubblica Ceca e Malta e molto distante da Francia (3.807€ pro capite) e Germania (4.831€), mentre la Spagna presenta un valore di poco inferiore a quello dell’Italia (2.588€). Germania, Olanda, Austria e Svezia sono i Paesi con la spesa pro capite, a parità di potere d’acquisto, più elevata, prossima o superiore ai 4.000€. Per la spesa sanitaria rispetto al PIL, l’Italia occupa la decima posizione insieme alla Finlandia. Francia e Germania sono i Paesi con l’incidenza più elevata, superiore al 12%; i confronti internazionali confermano che la spesa sanitaria in Italia, anche nel primo anno di pandemia, si colloca su livelli inferiori rispetto a quelli di altri importanti Paesi dell’UE (Francia e Germania) e al di sotto della media europea, sia in termini di valore pro capite (2.609€ vs 3.269€) sia in rapporto al PIL (9,6% vs 10,9%).

Il peso della pandemia si avverte con l’eccesso di mortalità registrato in Italia nel 2020 rispetto al periodo pre-pandemico, che è del +10,2%, tra i più elevati in Europa (anche se il dato potrebbe essere in realtà l’effetto di una sotto-notifica dei decessi COVID-19 negli altri stati membri), superato solo da alcuni Paesi come Spagna e Polonia (rispettivamente 11,0% e 13,2%). La media dei Paesi UE-27 è pari a +5,7%. Nel 2021 l’eccesso italiano (+3,6%) scende sotto la media europea (+7,0%), che rimane elevata a causa dell’impennata nell’eccesso di mortalità nei Paesi dell’Est-Europa (tra questi Bulgaria con +32,3% e Polonia con +21,6%).

Il XX Rapporto Osservasalute 2022 è curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtali, spin off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma. Questa nuova edizione è frutto del lavoro di 225 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat.

“Il settore della sanità sta uscendo faticosamente dalla crisi generata dalla pandemia. Non siamo ancora in grado di stabilire quali ‘danni collaterali’ alla salute degli italiani abbia causato l’emergenza sanitaria. Quel che è certo è che non ci sarà un aumento consistente del finanziamento ordinario del Servizio Sanitario Nazionale da parte dello Stato, come testimonia lo stanziamento previsto nel DEF 2023 che prevede, per il 2025, 135 miliardi di euro e, per il 2026, 138 miliardi di euro. Si tratta di stanziamenti che lasciano sostanzialmente invariata la quota di ricchezza nazionale allocata sulla sanità pubblica, il 6,2% del Pil” – fa notare il direttore scientifico di Osservasalute Alessandro Solipaca.

Bisognerebbe cercare di garantire alla più grande opera pubblica del Paese, che è il Servizio Sanitario Nazionale, adeguati finanziamenti e supporto in tutte le regioni italiane

In Italia si corre il rischio di avere una tempesta perfetta, cioè da un lato l’aumento dei fattori di rischio per diverse malattie legati sia alla demografia della popolazione, sia all’epidemiologia con un importante aumento delle malattie croniche – sottolinea il professor Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e ordinario di Igiene Generale e Applicata Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica Università Cattolica, Campus di Roma, nonché Presidente del Mission Board for Cancer, Commissione Europea – e dall’altro il deterioramento forte di un Servizio Sanitario Nazionale che riesce sempre meno a garantire anche i servizi essenziali. Si allungano le liste d’attesa, mentre i pronto soccorso sono sempre più affollati e sempre più in ritardo, loro malgrado, nel dare risposte tempestive ai cittadini”.

Bisogna che la salute e la sanità diventino una priorità dei decisori – aggiunge Ricciardi – cosa che in questo momento non è, bisogna anche che la popolazione diventi più consapevole di questa emergenza sanitaria, perché molto spesso i cittadini si rendono conto di questo deficit assistenziale solo quando hanno un problema di salute. Bisognerebbe cercare di garantire alla più grande opera pubblica del Paese, che è il Servizio Sanitario Nazionale, adeguati finanziamenti e supporto in tutte le regioni italiane”. Ed è proprio in occasione dei venti anni di Osservasalute che emerge con evidenza dirompente come “le disuguaglianze regionali in termini di assistenza sanitaria siano aumentate nel tempo, il che determina una sempre più forte spaccatura del Paese in cittadini di serie A e cittadini di serie B”, sottolinea il professor Ricciardi.

Ricerca Eurispes-Enpam: Il termometro della salute

La ricerca Il Termometro della Salute, promossa dall’Osservatorio Salute, Legalità e Previdenza Eurispes-Enpam, torna a proporre, a quasi cinque anni dalla sua prima uscita, un tentativo di complessiva lettura della realtà e delle prospettive del Sistema Sanitario Nazionale.

L’Osservatorio Eurispes-Enpam ritiene che sia ora possibile andare oltre le specifiche tematiche legate alla pandemia per affrontare la riforma del SSN

Come sottolinea il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara: «Questo lavoro di ricerca vuole occuparsi di ciò che l’impatto del Covid-19 ha generato nella percezione del Sistema Sanitario Nazionale e sulla sua programmazione nel dopo-Covid. Nel nostro Paese, così come nel resto del mondo, i temi della salute sono infatti balzati al vertice dell’attenzione dei cittadini e dei governi, travalicando i tradizionali contorni delle politiche di settore e imponendosi come snodo centrale delle stesse politiche economiche. Basti pensare alla “rivoluzione” nella Ue rappresentata dalla parziale condivisione del debito dei paesi aderenti, che ha portato al varo del Next Generation EU e ai Piani nazionali di resilienza.

L’Osservatorio Eurispes-Enpam ritiene che sia, ora, possibile andare oltre le specifiche tematiche legate alla pandemia per affrontare la riforma del Servizio Sanitario Nazionale che, proprio dai limiti mostrati anche nel recente passato e dai provvedimenti in risposta al Covid-19, prende le mosse per una ambiziosa opera di riforma. Ambiziosa, ma problematica e irta di contraddizioni ed incognite. Se il Paese ha tenuto, se la Sanità pubblica ha svolto la sua decisiva e riconosciuta funzione, se il ruolo della salute nel quadro più generale di una società democratica e avanzata è tornato in prima pagina, sarebbe un grave errore non concentrare ora il massimo sforzo per rimettere, con la riforma, la Sanità definitivamente al centro delle politiche volte alla crescita del Paese».

«Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – dichiara il Presidente dell’Enpam, Alberto Oliveti – interviene sulla Salute con la prima componente della Missione 6, ridefinendo i cardini per rilanciare l’assistenza sanitaria territoriale con un modello organizzativo centrato su reti di prossimità, strutture e telemedicina. A tal fine, sono investite importanti risorse nelle Case di Comunità e nel sostegno all’assistenza domiciliare, nell’assunto che è la “casa dell’assistito” il primo luogo di cura. È evidente, però, che le 1.400 Case di comunità previste dal Piano non assolveranno alla stessa funzione delle decine di migliaia di studi medici attualmente attivi in Italia.

Tra l’abitazione del cittadino e le Case di Comunità programmate (una ogni 42mila abitanti), infatti,
si creerà un vuoto di assistenza, se non si imposterà al contempo un progetto di rilancio dell’attuale rete
degli studi di medicina generale
.

L’Enpam sta concretizzando un progetto per consentire ai medici di base di aggregarsi in studi più strutturati, organizzati e attrezzati, pur continuando a garantire una presenza realmente capillare e flessibile sul territorio (studi “spoke”)

In questo senso, l’Enpam sta concretizzando un progetto che consentirà ai medici di base di aggregarsi in studi più strutturati, organizzati e attrezzati, pur continuando a garantire una presenza realmente capillare e flessibile sul territorio (studi “spoke”). Studi che dovranno essere allestiti con attrezzature avanzate per sfruttare soluzioni di telemedicina. Si tratta di un’iniziativa velocemente realizzabile e consensuale, essendo promossa dalla stessa categoria che deve attuarla. Crediamo che una volta realizzata, possa essere altamente efficace per il miglioramento dell’assistenza sanitaria territoriale secondo gli obiettivi del Pnrr».

Infine, il Presidente Osservatorio Eurispes-Enpam Salute, Legalità e Previdenza, Carlo Ricozzi, spiega: «Il Tavolo di Lavoro ha condotto un monitoraggio permanente del settore, non trascurando di valutare le implicazioni straordinarie del Covid-19, a partire dall’anno 2020. I temi affrontati in questo Rapporto sono tra i punti di forza e di debolezza del nostro Sistema Sanitario Nazionale: le scelte politiche, i rapporti tra la sanità pubblica e quella privata, il capitale umano e la formazione universitaria.

Inoltre, abbiamo voluto dedicare uno spazio, nella forma dell’intervista, alle considerazioni di autorevoli studiosi e al punto di vista degli operatori sanitari, medici e infermieri in servizio negli ospedali, nei poliambulatori e negli studi di medicina generale.

Nelle intenzioni dell’Osservatorio, la pubblicazione di questo lavoro intende alimentare il dibattito sull’accesso alle cure indipendentemente dal censo


Il tema del contrasto agli illeciti in materia sanitaria è stato invece affrontato in due documenti appositamente elaborati dalla Guardia di Finanza e dall’Arma dei Carabinieri, nei quali vengono descritte le metodologie di monitoraggio e controllo e la rendicontazione dei risultati operativi. Nelle intenzioni dell’Osservatorio, la pubblicazione di questo lavoro di ricerca è rivolta ad alimentare
il dibattito, mai sopito in verità, su uno degli aspetti chiave della giustizia sociale: l’accesso alle cure indipendentemente dal censo.