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Centri regionali di educazione e riabilitazione visiva: una storia incompiuta

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Stando all’ultima relazione del Ministero della Salute, pubblicata nel 2022 su dati del 2019, i Centri Regionali di Educazione e Riabilitazione Visiva risultano 53. In quasi tutte le regioni vi è almeno un Centro, ad esclusione della Basilicata e della Sicilia dove non ve ne sono. Il Polo Nazionale di Servizi e Ricerca per la Prevenzione della Cecità e la Riabilitazione Visiva degli Ipovedenti ne conta 95 dando spazio anche a strutture intermedie. Tali Centri, previsti dalla Legge 28 agosto 1997, n. 284, sono distribuiti non omogeneamente sul territorio italiano, spesso con accentramento nei capoluoghi di Regione in funzione della densità abitative ed anche in base alle necessità ed ai bisogni dei cittadini.

L’allarme degli esperti: «Nei prossimi anni ci sarà un incremento del 25% delle persone ipovedenti»

Lo spirito della Legge era quello di richiamare l’attenzione e concentrare gli sforzi sulla necessità di contrastare, nel modo più efficace possibile, la disabilità visiva grave che comporta una situazione di handicap tale da diminuire significativamente la partecipazione sociale di coloro che ne sono affetti.

Enrica Zinzini, responsabile del centro di riabilitazione visiva dell’adulto degli Spedali Civili di Brescia e vicepresidente di SIOL (Società Italiana di Oftalmologia Legale) spiega a TrendSanità: «Non risultano mai effettuate analisi dei bisogni». Annualmente, i Centri sono tenuti ad inviare alle Regioni i propri dati di attività e il resoconto riferito ai fondi ricevuti. Zinzini anche qui sottolinea che «il resoconto è unicamente relativo alle attività svolte e i fondi non si vedono da anni». Tali dati comprendono non solo il quantum di pazienti che accedono ai servizi, ma anche quante prestazioni sono state rese e la tipologia delle stesse, suddivise sia per patologia, sia per classe di età. In seguito, sono le Regioni stesse a comunicare i dati al Ministero della Salute, che a sua volta, li elabora e li trasmette al Parlamento.

Basilicata e Sicilia risultano sprovviste di Centri stando alla relazione del Ministero della Salute

Enrica Zinzini

«Allo stato attuale – spiega ancora Zinzini – le proposizioni iniziali della Legge 284 risultano in gran parte disattese e al pari di altri ambiti della Sanità Pubblica, anche i Centri di Educazione e Riabilitazione visiva soffrono della cronica carenza o assenza di supporto finanziario. Dall’iniziale stanziamento di 2,5 milioni di euro all’anno del periodo tra 1997 e il 2009, si è passati a circa 2 milioni fino al 2012 e poi a 180mila/170mila euro nel periodo compreso tra 2013 e 2020. Per l’esercizio 2021 sono stati stanziati 680mila euro circa, ma è da notare – sottolinea Zinzini – che ‘stanziati’ non significa erogati, e infatti nessuno dei Centri Lombardi ha mai avuto notizia di fondi attribuiti o comunicati come disponibili al proprio ambulatorio di ipovisione. In un mondo ideale credo che i primi ad esserne aggiornati debbano essere proprio i Centri Regionali visto che le risorse economiche vengono accantonate o previste per un certo scopo, che le attività e i dati in base ai quali questi fondi vengono ripartiti sono regolarmente comunicati e trasmessi, ed infine, visto che questi dati diventano ‘scheletro’ ufficiale della Relazione al Parlamento e di programmazione per il successivo esercizio».

Si è passati da 2 milioni di finanziamento a 680mila euro all’anno

«Le finalità fondamentali della legge istitutiva erano la prevenzione primaria che, a suo tempo, era stata attribuita, principalmente, alla IAPB Italia (Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità), con il coordinamento delle Regioni, e uno stanziamento specifico, al fine di consentire la capillarità degli interventi. La prevenzione secondaria e terziaria, invece, stabilita dal Ministero della Salute, con il decreto del 18 dicembre del 1997, fissava i criteri di ripartizione dei fondi e attribuiva alle Regioni e alle Province Autonome la realizzazione dei Centri per l’Educazione e la Riabilitazione visiva. All’interno della legge era previsto anche uno stanziamento per la promozione dell’inserimento sociale, lavorativo e scolastico delle persone ipovedenti».

Nelle linee guida c’è una netta distinzione tra interventi nell’età evolutiva, cioè da 0 a 18 anni, e l’età adulta

«Le prime linee guida redatte nel 1999 – prosegue Zinzini – hanno delineato una netta distinzione tra interventi nell’età evolutiva, cioè da 0 a 18 anni e l’età adulta. Questo perché l’età evolutiva è una situazione molto delicata e che richiede molte competenze, non solo oftalmologiche, ma anche nell’ambito della neuropsichiatria infantile della riabilitazione dedicata. La minorazione visiva che interviene in quella fascia d’età può implicare e interferire in maniera significativa sullo sviluppo globale del soggetto. Inoltre, poiché spesso i bambini che sono affetti da minorazione visiva sono affetti anche da ulteriori minorazioni, quest’ultime devono essere valutate e gestite in termini riabilitativi e diagnostici nel loro complesso. Conseguentemente, sussiste una parte specifica delle linee guida che riguarda proprio l’età evolutiva, con delle specifiche figure professionali e specifici tipi di attività, propriamente dedicate a loro».

Demetrio Spinelli

Demetrio Spinelli, presidente di SIOL, mette in luce l’allarme epidemiologico: «Cecità e ipovisione sono in costante aumento in tutte le classi di età, anche per l’aumento della vita media. Si stima che nei prossimi anni ci sarà un incremento del 25% delle persone ipovedenti. Vanno pertanto rafforzati i Centri Regionali specializzati per la riabilitazione dei pazienti affetti da disabilità visiva rendendone omogenea sia la presenza sul territorio italiano, sia il tipo di prestazioni fornite». Enrica Zinzini evidenzia inoltre che, in aggiunta alla disomogenea distribuzione dei Centri sul territorio italiano è praticamente assente la condivisione delle problematiche con gli organismi competenti regionali per la gestione dei Centri, quindi, la necessità di implementazione strumentale, la formazione e l’informazione del personale e la collaborazione con i servizi di protesica, ecc...

Manca un vero scambio di informazioni tra i Centri e tra le Regioni

«In una sola parola, manca uno scambio di informazioni che, tra l’altro, sarebbe molto importante per le Regioni stesse ai fini di acquisire conoscenze precise e documentate sull’attività dei Centri, contribuendo così ad un censimento strutturato e non solo numerico dei Centri attivi e delle attività. Purtroppo, ormai da anni, l’unica voce che giunge ai Centri dalle Regioni è la richiesta di compilazione delle tabelle di attività da inviare per tempo al Ministero della Salute».

«Da ultimo – conclude Enrica Zinzini – un argomento che ritengo fondamentale da sottolineare è che davanti ad un fenomeno come l’ipovisione e la cecità che, come ben noto a tutti è in costante aumento in tutte le classi di età, credo che in Italia già ci siano strumenti legislativi con un impianto ben strutturato in base alla normale evoluzione epidemiologica, sociale e scientifica dell’oftalmologia. Credo inoltre, che fornire strumenti di supporto e, perché no, di controllo adeguati agli organi regionali competenti e favorire il più possibile l’interscambio tra i Centri sia all’interno delle Regioni, che fra le Regioni stesse, possa consentire il miglioramento qualitativo e quantitativo e la standardizzazione delle attività riabilitative, che possono attualmente contare su percorsi e strumenti all’avanguardia, oltre che una gestione più fruttuosa e ottimizzata delle risorse disponibili. Tutto ciò, per non trovarci impreparati di fronte all’incremento del 25% delle persone ipovedenti segnalato dalle stime sull’ipovisione nei prossimi 10 anni e poter corrispondere alle esigenze delle persone affette da grave minorazione visiva».

La Lombardia ha avviato un censimento e su Centri e servizi offerti

Luca Rossetti

«Con Regione Lombardia, abbiamo avuto l’incarico di realizzare una rete che contenesse, dopo un progetto pilota, tutti gli ospedali importanti della Regione e, quindi, un censimento dei Centri di riabilitazione visiva che si sono collegati fra di loro e su ciò che sono in grado di offrire, evidenziandolo sul sito di Regione Lombardia – afferma Luca Rossetti, direttore della Clinica oculistica ASST Santi Paolo e Carlo di Milano –. Inoltre, l’obiettivo di questi Centri è stato il farsi carico dei pazienti con disabilità visiva per offrire le stesse opportunità nei vari luoghi della Regione. Oltre a ciò, un panel di esperti sta elaborando le linee guida sulla corretta esecuzione della riabilitazione visiva nel paziente ipovedente: dall’uso dei software, agli occhiali telescopici o ad interventi chirurgici, o ancora all’utilizzo di “occhiali intelligenti” per il recupero di una maggiore autonomia e alle nuove tecnologie innovative che saranno sempre più disponibili in futuro. Un argomento di discussione importante con Regione Lombardia è la scommessa che l’avanzamento tecnologico consentirà, nel prossimo futuro, una riabilitazione che aiuti i pazienti ipovedenti in maniera sempre più efficace».

«Parallelamente, vi è un aumento dell’ipovisione – continua Rossetti – perché il trattamento con farmaci intravitreali può portare dei miglioramenti, ma il paziente, molto verosimilmente, passerà da cieco a ipovedente; quindi, sarà sempre più interessante e importante prendersi carico di queste persone per una riabilitazione.  Le persone anziane di oggi che soffrono di patologie come la degenerazione maculare senile e la retinopatia diabetica chiedono molto di più e vogliono senz’altro leggere, vedere la televisione, vogliono usare sempre di più anche il computer, così come tutti i dispositivi che vengono usati attraverso app nella vita quotidiana: penso solo allo spid o al prelievo del denaro con i servizi bancomat. Queste operazioni, che sono banali per un normovedente, per un ipovedente invece possono essere complicate. Diventa quindi importante aiutarli sempre di più. Questa rete regionale di ospedali “sincronizzati”, dove l’ambito oculistico verrà svolto in linea con gli standard, permetterà anche di aiutare il paziente a prendere un appuntamento».

Il ruolo della riabilitazione è fondamentale: i pazienti vogliono leggere, vedere la televisione, vogliono usare sempre di più anche il computer

«Anche la telemedicina ha un ruolo importante. Il progetto pilota, che inizialmente aveva coinvolto 80 pazienti, oggi registra più di 400 soggetti che hanno beneficiato della nuova modalità di servizio che ha fatto rilevare un miglioramento dell’acutezza visiva. Inoltre, con un semplice software abbiamo potuto seguire i miglioramenti visivi durante il trattamento riabilitativo in remoto consentendo al paziente di scegliere quando svolgerlo comodamente da casa», spiega Rossetti.

«Il prossimo passo sarà un incontro con i responsabili di Regione Lombardia per andare a definire un allargamento della rete a tutti gli ospedali dei capoluoghi di provincia, con Centri di oculistica e con potenziale servizio di riabilitazione visiva. Questo darà la possibilità al panel di esperti di realizzare linee guida aggiornate sulla riabilitazione visiva. L’ospedale di Niguarda sarà il Centro di riferimento specializzato dell’ambito pediatrico. L’intenzione è quella di realizzare un vero percorso diagnostico terapeutico per i pazienti ipovedenti» conclude Rossetti.

Firmato CCNL medici e dirigenti sanitari

I sindacati ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED hanno firmato, in mattinata, il CCNL 2019-2021 dei medici, veterinari e dirigenti sanitari. Una firma attesa da mesi da tutta la dirigenza medica e sanitaria, grazie alla quale arriveranno aumenti retributivi pari, in media, a circa 150 euro lordi al mese e circa 10.800 euro lordi di arretrati. Tuttavia, la versione definitiva del contratto presenta alcune modifiche ad articoli precedentemente negoziati con i sindacati e previsti nel testo firmato lo scorso 28 settembre. Modifiche che vanno al di là della verifica della compatibilità delle spese previste con le risorse disponibili svolta dal Ministero dell’Economia e della Finanza.

«Abbiamo denunciato formalmente questo atteggiamento in una dichiarazione a verbale perché viola i principi di buona fede, lealtà e trasparenza su cui dovrebbero essere improntate le relazioni sindacali» dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED.

«Complessivamente si tratta di un buon contratto, e ringraziamo l’Aran, il Presidente Naddeo ed il suo staff per la collaborazione nel corso di una trattativa che è stata comunque difficile».

«Adesso, in ogni caso, si apre un capitolo ancor più rilevante, ovvero la contrattazione integrativa in tutte le aziende sanitarie del SSN, necessaria a rendere operative molte delle innovazioni introdotte nel CCNL, che altrimenti rischiano di rimanere lettera morta. Non neghiamo una certa preoccupazione – aggiungono Di Silverio e Quici – perché negli ultimi anni nelle aziende le trattative sono state avviate con estremo ritardo e proseguite con molta lentezza. Ma la crisi della sanità pubblica non ammette ulteriori rinvii: sollecitiamo dunque tutte le direzioni ospedaliere a convocare rapidamente i rappresentanti sindacali per concludere il prima possibile le trattative decentrate e migliorare le condizioni di lavoro dei medici e dei dirigenti sanitari che lavorano nelle strutture pubbliche», concludono i due rappresentanti sindacali.

Ci siamo dimenticati della telemedicina veterinaria?

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Regolamentare la telemedicina veterinaria: obiettivo raggiungibile? Con il 2024 appena iniziato, è lecito chiedersi se tale percorso possa essere compiuto con successo proprio in rapporto alla professione veterinaria. Da parte sua Fnovi, la Federazione nazionale ordini veterinari italiani, non solo ritiene che ciò sia possibile ma nei mesi scorsi, dice a TrendSanità il presidente Gaetano Penocchio, ha inviato più di una nota all’ex Direttore generale della sanità animale e dei farmaci veterinari (Dgsaf) del Ministero della Salute, Pierdavide Lecchini (attualmente, infatti, è il Segretario generale del dicastero, Giovanni Leonardi, a supplire pro tempore al ruolo che Lecchini ha ricoperto da dicembre 2020 a dicembre 2023). L’oggetto delle varie missive? Sempre lo stesso: ricevere un riscontro sulle Linee guida nella telemedicina veterinaria pubblicate dalla Federazione a febbraio 2021.

Ad oggi le richieste non hanno ottenuto alcuna risposta, ma Penocchio precisa: «Auspichiamo comunque di ricevere l’approvazione delle Linee guida che sono state redatte per regolamentare, dal punto di vista deontologico, una modalità di erogare prestazioni sempre più diffusa e richiesta, a tutela dei medici veterinari, dei pazienti (che sono gli animali) nonché dei clienti (che sono i proprietari degli animali). Non vogliamo ottenere dal Ministero risorse economiche, ma acquisire una serie di ulteriori indicazioni o quanto meno l’avallo delle Linee Guida. Ragione per cui abbiamo sollecitato più volte il dicastero».

Gaetano Penocchio

Penocchio (Fnovi): «Non vogliamo ottenere dal Ministero delle risorse economiche, ma acquisire una serie di indicazioni che possano mettere ordine nella materia»

Facciamo un passo indietro. La premessa giuridica delle iniziative Fnovi si rintraccia già nella nota a firma della vicepresidente Daniela Mulas pubblicata sul sito della Federazione a metà febbraio 2023, «in attuazione della Missione 6 del PNRR è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale serie generale n. 256 del 2 novembre 2022 il Decreto ministeriale 21 settembre 2022 recante ‘Approvazione delle linee guida per i servizi di telemedicina – Requisiti funzionali e livelli di servizio’ che individua le caratteristiche tecniche, organizzative e funzionali delle prestazioni di telemedicina». Continuando poi: «Le prestazioni che le Regioni e le Province autonome dovranno garantire sono, dunque, la televisita, il teleconsulto/teleconsulenza, la teleassistenza ed il telemonitoraggio e, con riferimento alle singole definizioni delle prestazioni, si pone l’attenzione sul fatto che il Decreto ha confermato la natura complementare della televisita (ossia uno dei mezzi principali della telemedicina) rispetto all’esecuzione dell’atto medico in presenza». 

Su questi presupposti si basano le Linee guida nella telemedicina veterinaria redatte dal gruppo di lavoro istituito da Fnovi nella seconda metà del 2020 e condivise con il Ministero della Salute nel febbraio 2021: il documento è costituito da una parte generale e da due sezioni distinte. Una dedicata alle prestazioni per gli animali da compagnia (se in questo caso le tecniche più moderne vengono usate per una diagnosi sul singolo animale, è bene ricordare che nella telemedicina applicata all’allevamento l’unità considerata diventa principalmente l’allevamento) e una per gli animali destinati alla produzione di alimenti: a questo proposito, in analogia con quanto previsto per gli animali da compagnia, le prestazioni tramite ICT non possono sostituire le visite in allevamento, anche in considerazione del Regolamento UE 2016/429 sulla sanità animale e atti delegati che, tra le altre misure, prevedono un numero minimo di visite.

Nel giugno 2022 la Federazione veniva informata che la documentazione era in fase di valutazione. Un anno e mezzo dopo, tutto sembra ancora fermo

Soprattutto, le modalità da remoto non possono sostituire le prestazioni finalizzate alla diagnosi di malattie soggette a denuncia. L’obiettivo del documento è duplice: fornire linee di indirizzo ai medici veterinari e sollecitare il legislatore. Nel giugno 2022 la Federazione veniva informata che la documentazione era in fase di valutazione. Un anno e mezzo dopo, tutto sembra ancora fermo, spiegano.

Telemedicina nel codice deontologico del medico veterinario

La telemedicina veterinaria (i cui servizi rispetto all’appropriatezza erogativa sono di due tipi: alcuni possono essere assimilati a qualunque prestazione sanitaria diagnostica tradizionale, mentre altri non possono sostituire la prestazione sanitaria tradizionale ma la integrano rendendola più efficiente, tecnologica e dinamica) non solo consente di comunicare in tempo reale con il medico veterinario di fiducia, ma rende possibile anche chiedere un secondo parere in situazioni complicate. 

Non tralasciando un ulteriore aspetto fondante: «La telemedicina rappresenta una modalità di erogazione di prestazioni medico veterinarie che utilizza le tecnologie di comunicazione e di informazione la cui scelta, uso e appropriatezza sono diretta responsabilità professionale – per gli aspetti etici, deontologici e giuridici – del medico veterinario», afferma il presidente di Fnovi. All’articolo 40, il Codice deontologico veterinario stabilisce infatti che sia il consulto, sia le consulenze attraverso le tecnologie informatiche della comunicazione on line «devono rispettare tutte le norme deontologiche. Il medico veterinario, facendo uso dei sistemi telematici, non può sostituire la visita medica che si sostanzia nella relazione diretta con il paziente, con una relazione esclusivamente virtuale; può invece utilizzare gli strumenti di telemedicina per le attività di rilevazione o monitoraggio a distanza dei parametri biologici e di sorveglianza clinica di soggetti già in cura».

Tecnologie digitali al servizio degli animali: gli ambiti applicativi

Nella medicina veterinaria, dunque, è oramai sempre più frequente l’impiego di tecnologie digitali al servizio degli animali. Si tratta di un’opportunità innovativa nell’ambito della prevenzione, delle terapie e dei monitoraggi dei valori per il paziente ma anche per uno scambio di informazioni e pareri tra professionisti che possono sfruttare dati clinici (inclusi immagini e video) di elevata qualità così da facilitare la diagnosi (in questo caso si tratta di servizi volti a muovere le informazioni diagnostiche anziché il paziente), la cura (servizi mirati ad operare scelte terapeutiche nonché a valutare l’andamento prognostico concernente pazienti per cui la diagnosi è stata stabilita) e il monitoraggio (il riferimento è alla gestione, anche nel tempo, dei parametri vitali, definendo lo scambio di dati tra il paziente in collegamento con una postazione di monitoraggio per l’interpretazione dei dati). 

Anche la pandemia da COVID-19 ha dimostrato in modo inequivocabile che le tecnologie a disposizione possono essere di particolare supporto alle attività medico veterinarie. L’accelerazione è ormai attesa, come dimostra anche l’Europa. A luglio 2023, infatti, la Federazione dei Veterinari Europei (FVE) ha avviato la revisione del position paper adottato nel 2020 sulla telemedicina veterinaria, coinvolgendo i medici veterinari in una consultazione che è chiusa il 20 settembre.

Il digitale per assicurare più salute a tutti: anche agli animali

Fermo restando che, allo stato attuale, non esiste una definizione di telemedicina veterinaria accettata dalla comunità scientifica e dalle autorità competenti – né esistono riferimenti normativi specifici – Penocchio ritiene fondamentale veicolare un messaggio ben preciso, scevro da fraintendimenti: «La digitalizzazione deve divenire una priorità per ogni settore. Le azioni concrete da intraprendere per raggiungere questa finalità riguardano certamente gli investimenti e i piani strategici ma devono anche arrivare all’adozione di soluzioni e di azioni finalizzate a migliorare e modernizzare i servizi sia per i pazienti (intesi in senso lato) sia per i professionisti che erogano le prestazioni. Assicurando a tutti (animali inclusi) le medesime possibilità di cura e di accesso ai servizi e riducendo le differenze tra i territori».

Demenze: forti differenze regionali nell’assistenza, al Nord test diagnostici e centri aperti più a lungo

I servizi per le persone con demenza sono distribuiti in modo disomogeneo sul territorio nazionale, quanto a numero delle strutture per area territoriale e numero di residenti, orari di apertura, figure professionali impegnate.

In generale, si rileva un maggiore sviluppo ed efficienza delle realtà del Nord Italia rispetto a quelle del centro e Sud Italia e isole. A livello nazionale, la valutazione dei servizi si attesta su giudizi negativi e molto negativi per il 45% dei familiari.

Sono, questi, alcuni dei risultati delle attività realizzate dall’Osservatorio Demenze dell’ISS nell’ambito del Fondo per l’Alzheimer e le demenze 2021-2023, presentati durante un convegno nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità che si tiene oggi e domani. Il Convegno è stato anche l’occasione per presentare le linee guida “Diagnosi e trattamento di demenza e Mild Cognitive Impairment” – le prime, sulla tematica, ad essere pubblicate dal nostro Paese.

Secondo un recente studio, hanno ricordato gli esperti durante il convegno, in Italia i costi complessivi sostenuti per le demenze sono stimati in 23 miliardi di euro, di cui il 63% a carico dei familiari (Fonte: Università degli studi di Tor Vergata. Cost of illness della demenza in Italia e cost-consequences analysis). «Le demenze sono un tema di salute pubblica molto importante, il cui impatto è destinato a crescere nel futuro, e coinvolge attualmente anche circa 4 milioni di familiari oltre ai pazienti – afferma il presidente dell’ISS Rocco Bellantone -. Questo lavoro ha cercato di entrare nel dettaglio dei contesti locali restituendo report specifici a ogni singola Regione. Questa è la direzione, camminare insieme cercando di armonizzare le realtà regionali per uniformare e garantire i servizi a livello nazionale».

Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze – anni 2021-2023 – è stato il primo finanziamento pubblico sulle demenze in Italia e ha rappresentato, dopo il Progetto Cronos e la pubblicazione del Piano Nazionale delle Demenze (PND), la più grande operazione di sanità pubblica su questo tema. Il fondo ha messo a disposizione alle Regioni e Provincie Autonome (PA) un finanziamento pari a 14 milioni e 100.000 Euro, ed un finanziamento di 900.000 Euro all’Iss. Agli enti territoriali è stato richiesto di intraprendere la proposizione di una o più azioni progettuali (diagnosi precoce, diagnosi tempestiva, telemedicina, tele-riabilitazione e trattamenti psicoeducativi, di stimolazione cognitiva e di supporto ai caregiver). L’Osservatorio Demenze dell’Iss, oltre a coordinare le attività a livello nazionale, ha realizzato una serie di attività.

Ecco alcuni dei risultati principali

  • la linea guida “Diagnosi e trattamento di demenza e Mild Cognitive Impairment”
    Fra i dati più rilevanti emersi dall’analisi della letteratura ci sono l’impatto positivo dell’adozione di trattamenti non farmacologici (trattamenti psico-educazionali, cognitivi e psicosociali) per la cura delle demenze e del Mild Cognitive Impairment (termine che indica uno stato di deficit cognitivo lieve che può preludere alla demenza) e l’efficacia di alcuni farmaci inibitori e antipsicotici. Queste evidenze scientifiche saranno fondamentali per indirizzare il legislatore nell’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA), per orientare la creazione di nuovi PDTA, e adeguare quelli già esistenti, oltre che a fornire elementi utili all’aggiornamento delle decisioni regolatorie da parte dell’AIFA.
  • Le indagini sui nodi assistenziali sul territorio (Centri per Disturbi Cognitivi e Demenze – CDCD, Centri diurni – CD, Residenze Sanitarie Assistenziali – RSA)
    La survey sui CDCD ha avuto un alto tasso di risposta (96%). Dall’indagine è emersa una grande disomogeneità fra i territori del Nord, Centro e Sud e isole. Solo per citare alcuni dati, la quota di Cdcd con applicazione di un PDTA raggiunge quote molto basse nei territori del Sud e isole (con il 27,1%), con un incremento al centro (48,8%) e valori più alti al Nord (68,8%). Analoghe differenze sono riscontrate sugli orari di apertura delle strutture (in media, 18 ore a settimana al Nord, 13 al centro e 11 al Sud e nelle isole), sugli esami diagnostici offerti (es: la PET amiloidea è disponibile maggiormente al Nord (70,3%), con valori più bassi al centro (64,6%) e al Sud e isole (63,3); sull’applicazione delle batterie neurologiche somministrate (ad es: la Frontal assessment Battery – FAB è applicata nell’85,6% delle strutture al Nord, nel 14,6% al centro e il 12% al Sud e isole.
    La bassa percentuale di adesione alla survey da parte dei CD (45,6%) e delle RSA (48,8%) manifesta la necessità di rinsaldare un dialogo costruttivo fra queste strutture e le Regioni. Per i CD, i dati emersi hanno comunque riportato una realtà con forti differenze fra Nord, Centro e Sud, in merito a più aspetti, come ad esempio, la natura privata convenzionata piuttosto che pubblica della struttura (strutture pubbliche nella percentuale del 2,3% al Nord, del 32% al centro e del 22,4% al Sud e isole), i tempi di attesa per l’inserimento del paziente (inferiore a 3 mesi nel 65,9% dei casi al Nord, nel 54,4% al centro e nel 85,7% al Sud e isole). Le figure professionali presenti (nelle strutture del Sud e isole è più frequente la presenza di figure mediche (neurologo, geriatra e psichiatra), dello psicologo, dell’assistente sociale edell’educatore rispetto alle altre aree. Per quanto riguarda le RSA, la maggioranza (71,6%) delle strutture è una residenza sanitaria assistenziale e il 28,4% è una residenza socio-sanitaria. Queste ultime sono localizzate maggiormente al Nord (30,1%) rispetto al centro (24,2%) e al Sud (26%). Anche per le RSA, sono state riscontrate differenze fra Nord, centro e Sud sia sulla natura della struttura (pubblica o privata/convenzionata) che sui livelli delle prestazioni erogate. Il motivo principale per l’inserimento in queste strutture è risultato essere la perdita di autonomia del paziente, seguito dalla difficoltà di gestione dei disturbi comportamentali e l’insufficienza del supporto sociale.
  • In collaborazione con le Regioni e Provincie autonome e con il sistema di sorveglianza Passi e Passi d’argento dell’ISS, l’elaborazione della stima di prevalenza di 11 fattori di rischio prevenibili per la demenza per le singole Regioni e PA sul territorio nazionale
    Si stima che il 39,5% dei casi di demenza siano attribuibili a 11 fattori di rischio modificabili (basso livello di istruzione, deficit uditivi, ipertensione, consumo di alcol, obesità, fumo, depressione, isolamento sociale, inattività fisica, diabete mellito, inquinamento atmosferico); la quota di casi di demenza, è calcolata sia complessivamente che in relazione a ciascuno degli 11 fattori di rischio, è stata stimata sia a livello nazionale che per singola Regione e Provincia autonoma. I dati hanno mostrato una rilevante disomogeneità fra le Regioni; dalla quota della Campania, pari al 47%, a quella del 30% del Piemonte.

Cresce la raccolta di plasma ma l’Italia non è ancora autosufficiente

Cresce la raccolta di plasma in Italia ma ancora non basta per ottenere l’autosufficienza in materia di medicinali plasmaderivati. I dati preliminari del monitoraggio del conferimento di plasma per frazionamento nel 2023 confermano quelle che erano state le tendenze registrate già nei primi mesi dell’anno passato, con una crescita della raccolta che si attesta sui 4,3 punti percentuali. Secondo il primo monitoraggio quindi, nell’anno appena concluso sono stati raccolti 880mila chili di plasma, circa 36mila in più rispetto al 2022.

Gli obiettivi di raccolta sono stati centrati da quasi tutte le Regioni e Province Autonome, con alcune che sono riuscite a raccogliere anche molto più di quanto previsto dagli obiettivi annuali. I dati del 2023 confermano però che la raccolta è a due velocità, con Regioni trainanti come Marche, Friuli Venezia-Giulia ed Emilia-Romagna che raccolgono in media oltre 22 kg di plasma per 1.000 abitanti (ben più dei 18 kg che permetterebbero all’Italia un grado di indipendenza strategica dal mercato estero per il soddisfacimento della domanda di albumina e immunoglobuline).
La mancata autosufficienza in materia di medicinali plasmaderivati rappresenta un danno per le tasche del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo le stime contenute nel Programma di Autosufficienza Nazionale del sangue e dei suoi prodotti per l’anno 2023 (DM 1 agosto 2023), pubblicato in Gazzetta Ufficiale negli scorsi mesi, la spesa da sostenere sul mercato internazionale per soddisfare il 90% della domanda totale dei soli medicinali plasmaderivati driver, albumina e immunoglobuline, sarebbe stata indicativamente di 180 milioni di euro. Ma è prima di tutto un punto debole a livello strategico che, in caso di difficoltà di reperimento dei farmaci, come si sono registrate ad esempio durante gli anni di massima diffusione del COVID-19, potrebbe mettere a rischio le terapie salvavita di migliaia di pazienti italiani.

«Sono dati sicuramente positivi – commenta il direttore del Centro Nazionale Sangue, Vincenzo De Angelis – che testimoniano il buon lavoro svolto da tutti gli attori del Sistema trasfusionale. Eppure ci confermano che serve ancora uno sforzo a tutti i livelli per riuscire a raggiungere l’autosufficienza che metterebbe i pazienti italiani al sicuro dalle incognite di un mercato ormai globalizzato che offre a volte solo garanzie illusorie. Bisognerà sicuramente lavorare per ridurre le differenze tra le Regioni e per aumentare la quota dei donatori di plasma e favorire l’incremento della frequenza tra una donazione e l’altra. Ci sono tantissime persone che sarebbero perfette per donare il plasma, le donne per esempio, che a volte hanno livelli leggermente più bassi di emoglobina, o persone che hanno gruppi sanguigni come l’AB che hanno un utilizzo moderato a livello trasfusionale».
Nei prossimi giorni il Centro Nazionale Sangue avvierà la campagna di comunicazione digitale Dona anche tu il plasma. La campagna ha lo scopo di sensibilizzare sul tema della donazione di plasma l’ampia platea dei fruitori dei social network e fornirà contenuti informativi, compreso un link con la geolocalizzazione delle strutture più vicine presso cui si può prenotare una donazione

Donare plasma

È un prelievo effettuato tramite un’apparecchiatura (separatore cellulare) che immediatamente separa la parte corpuscolata, ovvero globuli rossi, bianchi e piastrine, dalla componente liquida che viene raccolta in una sacca di circa 600-700 ml. La parte corpuscolata viene reinfusa nel donatore. Il volume di liquido che si sottrae con la donazione viene ricostituito grazie a meccanismi naturali di recupero, l’infusione di soluzione fisiologica e l’assunzione di liquidi.


La produzione di farmaci da plasma nazionale

Il plasma viene conferito all’industria farmaceutica dove verrà usato per produrre medicinali salvavita, i cosiddetti plasmaderivati, come ad esempio le immunoglobuline, l’albumina o i fattori della coagulazione. I medicinali prodotti con il plasma donato non vengono usati a fini commerciali; una volta terminato il processo di lavorazione, vengono restituiti alle Strutture Sanitarie delle Regioni e delle Province Autonome italiane. I farmaci plasmaderivati sono distribuiti gratuitamente ai pazienti che ne hanno bisogno ed eventuali lotti eccedenti il fabbisogno nazionale vengono donati a paesi in difficoltà tramite programmi di collaborazione internazionale.

A Luigi Naldini il Premio Phacilitate Lifetime Achivement Award 2024 per le terapie avanzate


Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-TIGET) di Milano e professore ordinario di Istologia e di Terapia Genica e Cellulare presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, ha ricevuto il premio alla carriera Phacilitate Lifetime Achievement Award 2024 come riconoscimento del suo ruolo di pioniere nel campo della terapia genica e dell’impatto della sua ricerca nella cura di gravi malattie, genetiche ma non solo. In particolare, a Naldini è riconosciuto il ruolo di “padre” dei vettori lentivirali, strumenti terapeutici oggi ampiamente utilizzati in clinica e derivati da uno dei virus umani più temuti, l’HIV.

Il premio Phacilitate Advanced Therapies riconosce le innovazioni nel campo delle terapie avanzate e le candidature sono state giudicate da una giuria di esperti internazionali in rappresentanza di istituzioni di ricerca, università e industria biotecnologica in un processo di valutazione in due fasi. È stato istituito nel 2023 con l’assegnazione a Carl June per lo sviluppo della terapia cellulare con CAR-T. La cerimonia del premio 2024 si è svolta il 18 gennaio a Miami in Florida, nell’ambito della Settimana delle Terapie Avanzate, con la partecipazione di un’ampia comunità scientifica.

«Il prof. Naldini incarna perfettamente il concetto di ‘innovatore’. L’incrollabile dedizione che ha dimostrato nello sviluppo di terapie a beneficio dei pazienti ha spinto lui e il suo team a non lasciarsi scoraggiare dai primi fallimenti e sviluppare terapie migliori e sempre più sicure. Senza la sua dedizione e perseveranza, la terapia genica non sarebbe al punto in cui si trova oggi, in grado di cambiare la vita dei pazienti grazie a farmaci oggi approvati per malattie genetiche come l’ADA-SCID e la leucodistrofia metacromatica, senza contare le numerose altre ancora in fase di sviluppo clinico», ha dichiarato Sven Kili, presidente della giuria del premio Phacilitate.

Chi è Luigi Naldini

Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia e il dottorato in Scienze Citologiche e Morfogenetiche a Torino, a metà degli anni Novanta Luigi Naldini si è trasferito al Salk Institute di La Jolla (USA), dove lavorando con Inder Verma e Didier Trono ha dimostrato la possibilità di trasferire geni terapeutici sfruttando le caratteristiche infettive del virus HIV e ha costruito il prototipo dei vettori lentivirali oggi in uso in tutto il mondo. Dopo un’esperienza nel mondo biotech della Bay Area di San Francisco, in cui ha ulteriormente perfezionato i vettori lentivirali per un uso clinico in sicurezza, è tornato nell’accademia italiana, prima a Torino e poi a Milano. Dal 2008 è diventato direttore dell’SR-Tiget e ha proseguito il percorso di sviluppo della tecnologia lentivirale, portandola con il contribuito di tutto l’istituto alle sue prime ed efficaci prove cliniche. Già presidente della Società Europea di Terapia Genica e Cellulare (ESGCT) e membro di EMBO, l’Organizzazione Europea di Biologia Molecolare, negli anni ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui: l’Outstanding Achievement Award dalla Società Americana di Terapia Genica e Cellulare nel 2014 e dalla ESGCT nel 2015, il premio Jiménez Diaz nel 2016, il Van Beutler Award della Società Americana di Ematologia nel 2017 e, nel 2019, il premio Jeantet-Collen per la Medicina Traslazionale. È stato inoltre nominato “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” nel dicembre 2019.

«Sono riconoscente ai miei maestri e ai fantastici colleghi ed eccellenti allievi che mi hanno accompagnato in questo straordinario percorso dal bancone al letto del malato durato quasi trent’anni, condividendone l’ispirazione, le difficoltà e frustrazioni e, finalmente, i successi. Ringrazio poi i componenti della giuria, che hanno voluto assegnarmi questo premio alla carriera. Continuerò a lavorare con rinnovata energia ed entusiasmo nella ricerca di soluzioni basate sulla terapia genica e cellulare per i tanti pazienti che hanno bisogno di terapie innovative per affrontare malattie finora considerate fatali» ha commentato Luigi Naldini in occasione della consegna del premio.

L’importanza dei vettori lentivirali

I numerosi riconoscimenti ottenuti sottolineano come quella di Naldini sia stata una figura cardine nello sviluppo della terapia genica e nell’applicazione dei vettori lentivirali per il trasferimento genico a scopo terapeutico. Questi, oltre a essere tra gli strumenti più utilizzati nel campo della ricerca biomedica, sono già ampiamente impiegati in ambito clinico. Solo all’Ospedale San Raffaele sono stati trattati quasi un centinaio di pazienti con gravi malattie genetiche quali la leucodistrofia metacromatica, la sindrome di Wiskott-Aldrich, la beta talassemia e la mucopolisaccaridosi di tipo 1, grazie a cellule staminali del sangue corrette tramite vettori lentivirali.

Complessivamente, nel mondo oltre 400 persone hanno ricevuto un trattamento basato su staminali del sangue ingegnerizzate con vettori lentivirali, per 19 diverse patologie. Gran parte di questi pazienti – che altrimenti avrebbero avuto in molti casi poche speranze di sopravvivere – sono oggi in buone condizioni e conducono un’esistenza normale o comunque significativamente migliore. Quattro di queste terapie hanno già ottenuto l’approvazione per l’immissione sul mercato: tra queste, la terapia genica per la leucodistrofia metacromatica, nata nei laboratori dell’Istituto SR-TIGET e che dal dicembre del 2020 è un farmaco registrato nell’Unione europea e per cui è attesa prossimamente l’approvazione anche negli Stati Uniti.

Inoltre, si basano sui vettori lentivirali anche buona parte dei CAR-T in corso di sperimentazione clinica o già approvati per uso commerciale nel mondo: si tratta di farmaci di terapia genica mirati a contrastare vari tipi di tumori del sangue o dei tessuti solidi, armando selettivamente i linfociti killer del paziente contro le cellule tumorali. Si stima che ad oggi siano oltre 3500 le persone che hanno beneficiato di questo tipo di terapie.

La ricerca sperimentale di Luigi Naldini continua a proporre innovative soluzioni per ampliare le applicazioni della terapia genica e migliorarne ulteriormente l’efficacia e la sicurezza. Negli ultimi anni è stata sviluppata una strategia di terapia genica ad azione anti-tumorale basata sull’ingegnerizzazione delle cellule staminali del sangue: le cellule figlie generate dalle staminali – in particolare i monociti, cellule bianche del sangue – sono in grado di portare in modo mirato ed efficace a livello dei tumori potenti segnali che vi attivano la risposta immunitaria, risparmiando il resto dell’organismo da effetti collaterali. Questa strategia è tuttora in corso di sperimentazione clinica negli Ospedali San Raffaele e Besta di Milano per il trattamento del glioblastoma, il più comune e grave tumore del cervello negli adulti. Lo studio è sponsorizzato da Genenta Science, una start-up innovativa fondata da Naldini con il San Raffaele e oggi quotata sul Nasdaq.

Inoltre, il laboratorio di Naldini ha contribuito fin dalle prime mosse allo sviluppo dell’editing mirato di geni, oggi condotto con tecnologia CRISPR. Questi studi permettono di riscrivere la sequenza di un gene, correggendone le mutazioni anziché sostituendone la funzione con una versione aggiuntiva introdotta con un vettore, aumentando la precisione della manipolazione genetica e aprendo la strada a nuove e rivoluzionarie applicazioni.

«Impegno comune per portare i fondi per il SSN sopra al 7%. Le risorse? Dalla lotta all’evasione»

Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si apre questo 2024 con una Legge di Bilancio appena approvata e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.

Per capire meglio la situazione e le prospettive dell’anno appena iniziato, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con le interviste a Beatrice Lorenzin e Giulia Grillo. Oggi le 5 domande sono per Roberto Speranza, deputato e Ministro della Salute dal 2019 al 2022, ha guidato la risposta dell’Italia nei difficili momenti della pandemia da covid-19 e proprio in questi giorni ha dato alle stampe il suo libro “Perché guariremo. Dai giorni più duri a una nuova idea di salute” che riporta una fascetta significativa: «Un libro per la difesa del nostro Servizio Sanitario Nazionale».

1 – LE RIFORME

Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?

Il rimpianto? Non aver completato la riforma della medicina generale. Ora l’ho presentata come proposta di legge alla Camera

«La mia opinione è che si tengano insieme due grandi questioni. La prima è quella delle riforme. Ma l’altra è sicuramente quella delle risorse. Perché la parola riforme, a volte, nella storia di questo Paese, è stata utilizzata per nascondere i tagli. Questa è una dinamica inaccettabile che ha portato a un impoverimento del Servizio Sanitario Nazionale. Quindi la premessa ad ogni disegno di riforma, che pure io credo serva, è un aumento significativo delle risorse. Perché senza risorse le riforme rischiano di diventare tagli. Sul lato delle risorse, io penso che dobbiamo raggiungere l’obiettivo di una permanenza sopra il 7% della spesa sanitaria sul Pil. Ci siamo riusciti negli anni della pandemia da covid-19, quando io ero ministro, ora da due anni torniamo di nuovo sotto con due leggi di bilancio che portano la spesa per la sanità sotto il 7%. Io penso che questo sia un errore molto grave, quindi per me questo è un punto essenziale. Dal lato delle riforme l’impianto del PNRR a me sembra molto valido e mi sembra indicare le questioni essenziali. Prima di tutto il rafforzamento della sanità territoriale. La popolazione più anziana porta naturalmente a dover investire di più sull’assistenza, la cura e la presa in carico delle cronicità che si affrontano sul territorio. Noi dobbiamo evitare che le cronicità finiscano in ospedale. L’ospedale è il luogo delle acuzie, il territorio dev’essere il luogo delle cronicità, e una popolazione anziana, con tante cronicità, ha bisogno di un territorio forte. Il DM 77 che noi abbiamo approvato è la rete di assistenza territoriale con case di comunità, assistenza domiciliare rafforzata, ospedali di comunità, e va esattamente in questa direzione. La parola chiave del futuro deve essere la parola prossimità, prossimità significa per me assistenza di territorio, ma significa anche sanità digitale. Ho detto più volte che per me prossimità significa un medico, un infermiere che vengono a casa, ma anche personale sanitario che è in grado di stare in contatto col paziente in modo continuo se ha bisogno. La sanità digitale non potrà mai sostituire il medico, l’infermiere, il professionista sanitario, ma può integrare e rafforzare questa relazione di prossimità che io penso sia la chiave vera del futuro».

2 – IL DECLINO

I dati ci dicono che già oggi il nostro servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?

«Secondo me il Servizio Sanitario Nazionale è un punto di forza e ha una tenuta e una resilienza straordinaria se si considerano le poche risorse che negli anni sono state investite, con la parentesi degli anni della pandemia. Io sono stato Ministro, ho spinto in quella direzione, ma voglio essere chiaro, io sono riuscito a portare una significativa maggiore spesa sanitaria perché la pandemia ha cambiato l’ordine delle priorità nel nostro Paese. La storia alcune volte ti entra in casa e cambia le gerarchie. Durante la pandemia la mia voce è stata più forte di quella di qualsiasi altro ministro della salute. La voce del presidente dell’ordine dei medici, degli infermieri, dei professionisti sanitari, la voce degli assessori regionali è stata forte come non mai. Ora il pericolo che io vedo è che, chiusasi la fase dell’emergenza covid-19, la sanità torni ad essere considerata una cenerentola come prima.

Durante la pandemia avevamo detto mai più tagli, avevamo detto mai più definanziamento, avevamo detto si supera il 7% e si lavora per rimanere sopra quell’asticella

Questo sarebbe un errore gravissimo che cancellerebbe la lezione drammatica che tutti abbiamo ricevuto. E quindi io penso che il SSN sia, e resti, una pietra miliare del nostro Paese, un patrimonio prezioso da difendere con il coltello tra i denti. Durante la pandemia avevamo detto mai più tagli, avevamo detto mai più definanziamento, avevamo detto si supera il 7% e si lavora per rimanere sopra quell’asticella. Dobbiamo essere conseguenti. Io sono preoccupato quando vedo l’ultima manovra di bilancio e quella precedente. Due manovre che sostanzialmente ci fanno tornare indietro. Non lo dico per polemica politica, che mi interessa veramente poco, ma perché penso che mettiamo in discussione il principio fondamentale di universalità, di difesa del diritto alla salute. Questo è in discussione. Perché il nostro servizio sanitario universale senza risorse rischierà di non essere più universale e quindi di creare una dinamica per cui chi se lo può permettere si cura, e si cura bene. Chi non se lo può permettere avrà una sanità sempre più fragile, con liste d’attesa più lunghe, con meno capacità di rispondere ai cittadini. Quindi, questo nodo qui, come difendere l’universalità, è esattamente la questione delle risorse e delle riforme. Le due cose si tengono insieme, si tengono le due domande, per me sono molto connesse, perché la sfida non la vinci se non fai entrambe le cose. Non puoi metter solo soldi senza riforme perché sennò significherebbe mettere acqua in un secchio bucato e non puoi fare riforme senza risorse. O fai le due cose insieme, con coraggio. Oppure il sistema universalistico non lo salviamo».

3 – I PRIVATI

Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta? 

«Il privato convenzionato è un pezzo di Servizio Sanitario Nazionale. Noi dobbiamo mettere più risorse sul SSN e poi è chiaro che il privato convenzionato sta dentro le regole, gli indirizzi, i modelli operativi ed esecutivi del Servizio Sanitario Nazionale. Ma è evidente che il nostro investimento fondamentale deve essere sulla sanità pubblica e sul rafforzamento dei nostri presidi sanitari pubblici. Questa è la sfida del futuro: non una contrapposizione, ma un’integrazione e un lavoro comune con l’obiettivo di costruire migliori condizioni di vita per i cittadini. Ma se la domanda è su cosa deve investire lo Stato, io rispondo che lo Stato deve investire sulla sanità pubblica».

4 – LE SOLUZIONI

Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?

Non possiamo dire non si pagano più tasse, ma vogliamo gli ospedali pubblici che funzionano

«Il modello italiano è costruito dalla progressività fiscale. Anzi, io mi oppongo a tutte le proposte che vanno nella direzione della flat tax perché rovesciano questo principio che è essenziale. Il sistema fiscale italiano è progressivo, quindi chi ha di più paga di più, chi ha di meno paga di meno e dobbiamo difendere questo elemento di progressività. Così come dobbiamo batterci contro condoni, contro l’evasione fiscale e da questo trovare risorse che servono per garantire un sistema di welfare equo per tutti. Bisogna avere il coraggio di dire che il sistema fiscale è essenziale perché ci consente di mantenere il welfare. Non possiamo dire non si pagano più tasse, ma vogliamo gli ospedali pubblici che funzionano. Questa cosa non tiene. È un discorso che prende in giro le persone. La verità, invece, è che la lotta all’evasione fiscale e un sistema progressivo che funzioni, chiaramente equo, sono essenziali se vogliamo difendere la sanità pubblica».

5 – I RIMPIANTI

Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…

«Eravamo a un passo dall’approvazione della riforma della medicina generale. Mario Draghi aveva annunciato in Senato, proprio nel discorso che poi, purtroppo, non ricevette la fiducia di alcune forze politiche e che portò alla caduta di quel Governo, quella proposta. E su quella riforma avevamo lavorato lungamente con le Regioni e con le rappresentanze della medicina generale. Io penso che quella riforma sarebbe stata molto utile perché avrebbe superato un problema che io ancora oggi vedo. Una cesura troppo grande tra il lavoro dei medici di famiglia, che fanno un lavoro fondamentale, un lavoro prezioso nei loro studi, nella loro autonomia e nel loro rapporto fiduciario con il paziente, e il resto del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo me questo è un grande tema, c’è una eccessiva separazione e io penso che quella proposta, che tra l’altro ho anche presentato come proposta di legge alla Camera, sia un punto fondamentale per la sanità del futuro. Ed è un peccato che la caduta di quel Governo non abbia consentito a quella proposta di arrivare in porto».

La sanità alla prova dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale (AI) sta rivoluzionando il nostro quotidiano e anche in sanità le potenzialità sono enormi: si vedono all’orizzonte cambiamenti significativi nella diagnosi, nel trattamento e nella gestione delle malattie.

Questa tecnologia avanzata offre un potenziale immenso per migliorare l’efficienza e l’accuratezza delle pratiche mediche, consentendo una cura più personalizzata e tempestiva per i pazienti.

Nel contesto sanitario, l’AI è impiegata per analizzare enormi quantità di dati clinici e scientifici, contribuendo a identificare modelli e correlazioni al di là della portata umana.

Tuttavia, l’implementazione dell’AI in sanità pone sfide etiche e normative, come la gestione della privacy dei dati e la necessità di mantenere un equilibrio tra l’automazione e l’empatia umana. È essenziale sviluppare linee guida chiare per garantire un uso responsabile e sicuro di questa tecnologia innovativa, massimizzando i suoi benefici per il bene della salute pubblica.

A che punto siamo nel nostro Paese e in Europa? Quali strumenti devono essere messi in campo e quali nuove competenze e responsabilità saranno necessarie per i professionisti della sanità?

Ne parliamo con:

  • Umberto Nocco
    Presidente AIIC (Associazione italiana ingegneri clinici). Direttore SC Ingegneria Clinica, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda (Milano)
  • Giandomenico Nollo
    Presidente SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment). Professore di Bioingegneria, Università di Trento

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Disturbi del comportamento alimentare: Cittadinanzattiva sostiene la richiesta delle associazioni che oggi scendono in piazza

Cittadinanzattiva si unisce all’appello delle associazioni, fra cui Animenta, l’Unione degli Studenti Universitari e la Rete degli studenti medi, e di tanti professionisti sanitari, che oggi manifestano nelle piazze di 28 città per chiedere investimenti strutturali e l’inserimento nei nuovi Lea dei disturbi del comportamento alimentare come capitolo autonomo.

«Il Ministro della Salute Schillaci ha annunciato lo stanziamento di 10 milioni di euro da destinare alle Regioni, per i percorsi di cura per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare. Un segnale di certo importante, ma temiamo davvero troppo poco rispetto ai bisogni di centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi, un numero in forte aumento e in età sempre più giovane, che spesso si scontrano con tempi lunghi per la prima diagnosi e con le successive cure integrate di cui necessitano, perchè centri specializzati e professionisti pubblici sono pochi e presenti solo in alcune zone di Italia», dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva che oggi aderisce ad alcune delle manifestazioni previste sul territorio nazionale.

I pazienti attualmente in cura sono circa 22 mila, ma quelli affetti da DCA si stima siano più di 3 milioni; solo nel 2023 si sono registrati quasi 4.000 decessi legati a queste patologie.  126 le strutture pubbliche censite nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità, delle quali 63 nelle regioni del Nord con 20 strutture in Emilia Romagna e 15 in Lombardia mentre al Centro se ne trovano 23, di cui 8 nel Lazio e 6 in Umbria, e 40 sono distribuiti tra il Sud e le Isole, tra cui 12 in Campania e 7 in Sicilia.

«Nell’immediato chiediamo alle Regioni di agevolare la mobilità sanitaria di chi soffre di disturbi del comportamento alimentare e non trova al momento risposte sul proprio territorio, in attesa di misure ed investimenti duraturi per ampliare in tutta Italia il numero dei centri pubblici e ambulatori specializzati e dotarli del personale necessario. Per questo chiediamo che il Governo attuale faccia un passo più avanti con la previsione di investimenti strutturali e di lunga durata e, quanto prima, l’inserimento nei nuovi Lea delle patologie ricomprese sotto la voce DCA. Il nostro è un appello – conclude Mandorino – perché davvero si faccia tutto il possibile per venire incontro alle esigenze di cura di tante giovani persone che oggi combattono con patologie ancora poco conosciute e purtroppo spesso sottovalutate e stigmatizzate».

Oltre il 90% degli infermieri non è soddisfatto del proprio stipendio e si sente abbandonato

I risultati di un’indagine condotta da Nursing Up ha evidenziato che i professionisti italiani sono costantemente informati, spesso studiano fino in fondo le normative che li riguardano, tra diritti e doveri. Vogliono essere sempre più protagonisti del proprio presente e del proprio futuro, amano il percorso che hanno scelto, ne comprendono il valore, si sentono orgogliosi di indossare la propria divisa, la maggior parte di essi non rinnega affatto i sacrifici che caratterizzano il proprio vissuto quotidiano.

Tuttavia sono pienamente consapevoli che la sanità di cui fanno parte sta vivendo una profonda crisi, e non sono certo disposti ad accettare passivamente le iniquità. L’insoddisfazione serpeggia, tra coloro che hanno risposto alla survey, e li accomuna un malcontento generale.

Gli infermieri inoltre, seguono, con estrema attenzione le evoluzioni della politica sanitaria, e naturalmente confidano, più che mai in questo momento storico, che qualcosa possa finalmente cambiare. Sostengono le azioni di lotta e sollecitano il sindacato nella sua attività di denuncia quotidiana.  

«Abbiamo raccolto le loro testimonianze, ed è emerso in modo palese che oltre il 90% degli interventi si incentra sulla più delicata delle questioni, quella degli stipendi. Non sono per niente soddisfatti della propria retribuzione. Oltre il 90% degli intervistati, ritiene senza mezzi termini di non sentirsi valorizzato, addirittura non sono poche le testimonianze di chi, dopo oltre un decennio di attività sul campo, ancora giovane, sotto i 50 anni, avrebbe voglia di abbandonare il nostro SSN, e di passare volentieri alla libera professione». Così Antonio De Palma, Presidente nazionale del Nursing Up.

Gli infermieri inoltre chiedono meno turni massacranti, più spazio per la famiglia e i propri affetti. Non è solo economica quindi la ragione che spinge molti dei professionisti intervenuti al nostro dibattito a manifestare la palese intenzione di rassegnare le dimissioni dalla sanità pubblica. Per alcuni è solo un pensiero costante, per altri si profila già l’intenzione di agire.

«In particolare ci hanno colpito – continua De Palma – le dichiarazioni di una giovane infermiera di appena 38 anni, sono il sintomo evidente di un malcontento generale di cui Governo, Regioni, aziende sanitarie, dovrebbero tenere conto».  

«Abbiamo una eccellente formazione universitaria, mettiamo in gioco solide competenze, samo in grado di gestire elevate responsabilità». E ancora, parlando della media dello stipendio: «Non è assolutamente equiparata al carico fisico-emotivo a cui siamo sottoposti ogni giorno, all’approccio non solo scientifico, ma anche umano che sappiamo offrire ai pazienti. Il piatto della bilancia è decisamente disequilibrato tra responsabilità/autonomia professionale e una valorizzazione economico-contrattuale che attendiamo da tempo e che sembra non arrivare mai».

«Nursing Up denuncia da tempo l’acuirsi di un profondo senso di insoddisfazione emotiva da parte dei professionisti dell’assistenza – dice ancora De Palma – e la politica troppo spesso fa orecchie da mercante, ma dovrebbe invece tenere conto di quanto sta accadendo, dal momento che il clima di legittima sfiducia, rischia di continuare a sfociare in dimissioni volontarie dal SSN per passare alla libera professione, e poi in fughe all’estero o addirittura abbandono definitivo del mondo sanitario. Possiamo davvero permetterci tutto questo? I cittadini, soprattutto, possono davvero permettersi un servizio sanitario che perde pezzi costantemente, visto che di fatto gli infermieri e gli altri professionisti dell’assistenza rappresentano, numericamente e qualitativamente, lo scudo per la tutela della loro salute? Non dovremmo mai smettere di chiedercelo».