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Autismo, ecco perché il supporto dei terapisti specializzati è fondamentale dai primi mesi

Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP

Ricevere una diagnosi di autismo non è facile per le famiglie. È una condizione complessa, che si manifesta in diversi modi e di cui ancora si sa poco, nonostante i tanti studi. Per questo è stata coniata l’espressione “spettro autistico”. Nei casi più gravi l’autismo mette in crisi le famiglie che difficilmente sono preparate ad affrontare le difficoltà quotidiane che questo disturbo comporta. Dove andare, a chi rivolgersi, quali sono le terapie o i trattamenti da attivare? 

Le informazioni ci sono, l’Osservatorio dell’Istituto Superiore di Sanità ha svolto un grande lavoro su questo tema, e in alcune Regioni non mancano le risorse a disposizione. Il problema è la scarsa conoscenza delle competenze in campo.

Ne parlano a TrendSanità Andrea Bonifacio, presidente della Commissione di albo nazionale dei Terapisti della neuro psicomotricità dell’età evolutiva (Tnpee), e Simone Di Lisa, componente della Commissione di albo nazionale dei Terapisti occupazionali (Tocc) nell’ambito della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP.

Aree di intervento

Andrea Bonifacio

«I disturbi dello spettro autistico rientrano in un quadro più ampio di alterazioni del neurosviluppo – ci dice Bonifacio –. Gli studi scientifici evidenziano come le vulnerabilità di adattamento delle persone affette da questo disturbo siano il risultato di una serie di difficoltà funzionali, che compromettono in particolar modo la capacità di modulare e interpretare le informazioni, difficoltà espresse con comportamenti di ipo o iper reattività nell’interazione con l’ambiente esterno, con le persone e con il mondo inanimato. Il Tnpee si occupa del benessere e della salute dei soggetti in età evolutiva, sia in condizioni di sviluppo tipico che di sviluppo atipico. Il percorso formativo di questo professionista è interdisciplinare, consentendo l’accompagnamento della persona nel suo progetto di salute e di vita, dalla nascita ai 18 anni. Grazie alla specificità formativa, il Tnpee è in grado di intercettare le atipie comportamentali che nei primi anni di vita possono esprimere condizioni di vulnerabilità clinica, oppure segnalare una malattia. Nella diagnosi e negli interventi precoci, spesso, si può incorrere in errori se non si conosce la variabilità fisiologica dello sviluppo tipico. In situazioni di accertata fragilità è fondamentale accompagnare il bambino nella costruzione delle prime interazioni con l’ambiente sociale, facilitando le funzioni che interessano l’apprendimento, la comunicazione, il pensiero logico e sociale».

Simone Di Lisa

«Quello che conta, infatti, è intervenire nelle diverse aree con l’obiettivo di portare la persona a raggiungere il miglior livello di autonomia e indipendenza sul piano fisico, funzionale, sociale, intellettivo e relazionale – interviene Di Lisa –. L’intervento del Tocc va proprio in questa direzione: sviluppare, sostenere e incrementare la capacità di agire, le abilità e le performance nelle attività di vita quotidiane riguardanti la cura di sé, la produttività e il tempo libero. Sempre nel consolidamento delle potenzialità e degli interessi della persona, lavorando attivamente ai percorsi personali di inclusione e indipendenza. Svolge, infatti, un ruolo rilevante nell’individuare la possibilità di un inserimento lavorativo alle persone con spettro autistico. Valuta e individua le abilità e le capacità lavorative e attraverso training specifici, con l’utilizzo di strategie e modifiche e/o adattamenti ambientali permette alla persona di poter svolgere l’attività lavorativa».   

Équipe multidisciplinari per un trattamento integrato

«Durante la crescita vi è una continua trasformazione dei bisogni, poiché le funzioni emergenti, da un lato configurano nuove competenze, dall’altro nuove criticità. È quindi la formazione specifica per età e per aree di sviluppo che consente di individuare le esigenze specifiche di un determinato momento, per coinvolgere all’occorrenza anche altri professionisti in rapporto ai cambiamenti osservati nel bambino», prosegue Bonifacio. «Ad esempio, un supporto alla comunicazione nei primissimi anni di vita può favorire l’evoluzione del linguaggio espressivo e ricettivo, orientando il professionista verso il coinvolgimento dei logopedisti. Per questo il mondo del Tnpee, come tutto l’ambito della riabilitazione, si fonda proprio sul concetto di équipe multiprofessionale e interprofessionale. Il neuropsichiatra infantile, il pediatra, lo psicologo, il terapista occupazionale e il logopedista sono le primissime figure che entrano in contatto con il bambino». 

Con il terapista si può sviluppare, sostenere e incrementare la capacità di agire, si migliorano le abilità e le performance nelle attività di vita quotidiane

«Il Terapista occupazionale – aggiunge Di Lisa – offre il proprio supporto al trattamento multidisciplinare con un programma riabilitativo basato sui bisogni della persona per avviarla all’autonomia personale nel quotidiano e nel sociale. In particolare, lo fa promuovendo l’adattamento e l’integrazione dell’individuo nei vari ambienti di vita, anche attraverso modifiche e azioni educative verso famiglia, caregiver e collettività. La collaborazione con tutte le figure professionali della prevenzione, cura e riabilitazione è imprescindibile.  I diversi approcci e le singole professionalità, se ben armonizzate, incrementano le probabilità di raggiungere gli obiettivi dei programmi riabilitativi, tutto a beneficio della salute e del benessere della persona».

«Il Tnpee è il professionista dell’integrazione – spiega ancora il presidente della commissione d’albo Tnpee –. Alcune delle nostre competenze sono declinate anche da altri professionisti, ma la formazione approfondita su tutti i processi e le trasformazioni che caratterizzano l’individuo in crescita nella dimensione longitudinale del suo sviluppo rappresenta una specificità identitaria dei terapisti dell’età evolutiva e permette di anticipare i bisogni emergenti, guardando all’integrazione delle competenze, alla loro generalizzazione nei contesti di vita e al lavoro di rete fra gli adulti di riferimento (familiari, i caregiver e insegnanti di scuola dell’infanzia) e i diversi professionisti. È fondamentale adottare una visione unitaria della persona in particolar modo in questi disturbi, che presentano un range di performance molto ampio, in cui osserviamo profili molto disomogenei, che vanno da un’estrema dipendenza alla possibilità di raggiungere una vita autonoma e soddisfazioni professionali». 

Aumento delle diagnosi di autismo o falso allarme?

Gli ultimi dati arrivano dagli Stati Uniti. Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) ha pubblicato nel 2023 l’indagine Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR) che evidenzia come nel 2020, dagli 8 anni in su, un bambino su 36 (2,8%) ha ricevuto una diagnosi di ASD (Autism Spectrum Disorder). È un dato più alto rispetto al 2018, quando era stata rilevata, invece, una prevalenza di 1 su 44 (2,3%). In Italia, è 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) a presentare un disturbo dello spettro con una prevalenza maggiore nei maschi, 4,4 volte in più rispetto alle femmine.

Si tratta di un aumento reale dei casi, di diagnosi più precoci o di una maggiore attenzione degli operatori? «Le variabili sono tantissime – risponde Bonifacio –. La prima è proprio il passaggio dalla diagnosi di autismo a quella di spettro autistico, che implica un allargamento nosografico della sintomatologia. Ormai abbiamo gli strumenti per individuare anche quei segnalatori di rischio evolutivo in bambini molto piccoli, che non vuol dire fare diagnosi, ma attuare una serie di programmi protettivi complessi anche con i genitori. Al contrario, vi sono importanti criticità quando si deve passare all’azione. Ci sono liste d’attesa molto lunghe che contrastano con l’esigenza di precocità dell’intervento e i servizi spesso non rispondono come dovrebbero. Coinvolgere e istruire i genitori nella promozione delle traiettorie evolutive più adeguate, rappresenta l’investimento più efficace per la sostenibilità dei servizi sanitari, sempre più in affanno nell’organizzazione delle risposte per la cronicità».

Intelligenza artificiale e tecnologie: nuove frontiere riabilitative?

«L’AI è una grande opportunità, se usata in modo appropriato ed efficiente – ci dice Di Lisa –. Potrà offrire la possibilità di compensare e sostenere le abilità e le performance occupazionali delle persone con spettro autistico, favorendo una reale inclusione nella società. In futuro sarà sempre più importante formarsi e formare all’utilizzo di sistemi di AI, anche nell’attesa di un numero maggiore di evidenze scientifiche che possano sostenere l’efficacia e l’efficienza dell’AI nell’ambito sanitario e nella riabilitazione».

Prosegue Bonifacio: «È inutile dire che AI e nuove tecnologie diventano una strumentazione di bordo sempre più sempre più analitica e articolata. Devono però rientrare in una progettualità più ampia, per rispondere alle esigenze specifiche dell’assistito. Non sono la panacea. Va detto che i device “pretendono” un know-how da parte del professionista che deve integrare competenze tecnico-professionali e competenze tecnologiche; dunque, l’uso di questi strumenti richiede adeguata formazione».

Troppo pochi i professionisti nei servizi pubblici

«Certo, le tecnologie non sono gratuite e le risorse del SSN sono sempre più limitate – spiega ancora Bonifacio –. Durante la pandemia la teleriabilitazione ha permesso di sfruttare strumenti come la videoregistrazione, di grande utilità per cogliere indici non verbali, segnali meno evidenti che nell’osservazione in presenza possono sfuggire. Avere la possibilità di fermare la registrazione, rallentarla o tornare indietro per rivedere le immagini consente al genitore e al terapista di cogliere dei passaggi importanti. Più abbiamo strumenti di questo tipo, più possiamo intervenire precocemente in un range di età in cui la plasticità cerebrale può favorire importanti miglioramenti delle competenze specifiche e globali. In passato incontravamo i bambini autistici a 5, 6 o 7 anni, con quadri strutturati e poco sensibili di modificabilità. Oggi si può intervenire in bambini di 15 mesi, non solo con la riabilitazione, ma soprattutto attraverso gli adulti di riferimento. Il primo lavoro è aiutare i genitori a “riagganciare” il proprio bambino. C’è da dire che in molti servizi pubblici i Tnpee non sono presenti o sono gravemente insufficienti per garantire interventi precoci, lasciando terreno fertile all’improvvisazione». 

Al via GLOWACON, nuovo consorzio globale di sorveglianza delle acque reflue per la sanità pubblica

È nato a Bruxelles il nuovo consorzio globale per la sorveglianza ambientale e delle acque reflue per la sanità pubblica: si tratta di GLOWACON, cioè “Global Consortium for Wastewater and Environmental Surveillance for Public Health”.

L’obiettivo principale è la creazione di un sistema sentinella internazionale per l’individuazione precoce, la prevenzione e il monitoraggio in tempo reale delle minacce e dei focolai epidemici. All’evento inaugurale di Bruxelles sono presenti oltre 300 principali partner mondiali, tra cui l’HERA (Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie) della Commissione, l’Organizzazione mondiale della sanità, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), i CDC Africa e la fondazione Bill & Melinda Gates.

Nasce come sistema sentinella internazionale per l’individuazione precoce, la prevenzione e il monitoraggio in tempo reale delle minacce e dei focolai epidemici

La sorveglianza delle acque reflue consente una risposta agile alle minacce sanitarie che destano nuove preoccupazioni poiché fornisce indicazioni tempestive sulla trasmissione comunitaria di malattie e varianti e può essere effettuata a una frazione del costo dei test di laboratorio: per questa ragione è considerata una delle azioni principali dell’HERA sin da quando l’Autorità è stata fondata, nel 2021.

Nel 2022 nel quadro della proposta di rifusione della direttiva concernente il trattamento delle acque reflue urbane la Commissione ha introdotto la sorveglianza di queste acque. In particolare è richiesto alle autorità degli Stati membri di cooperare per garantire il monitoraggio dei parametri sanitari durante le emergenze di sanità pubblica, come il SARS-CoV-2. È inoltre necessario monitorare la resistenza agli antimicrobici.

Il GLOWACON mira a riunire la sorveglianza strategica e di comunità nei nodi di trasporto, compresi gli aeroporti e gli aeromobili, individuando inoltre le carenze e le opportunità di finanziamento.

Sebbene numerosi paesi stiano già investendo in iniziative analoghe, risulta necessario rafforzare la collaborazione, le capacità e lo scambio di dati a livello globale: ciò contribuirà a evitare duplicazioni e a potenziare le sinergie tra le attività esistenti e quelle previste.

Durante il COVID-19 la sorveglianza ambientale e delle acque reflue è stata uno dei principali strumenti utilizzati per individuare i focolai e tracciare le varianti

Grazie al GLOWACON, l’HERA, in collaborazione con il Centro comune di ricerca (JRC) e la fondazione Bill & Melinda Gates stimolerà l’innovazione e promuoverà l’istituzionalizzazione della sorveglianza ambientale e delle acque reflue come attività di routine all’interno delle istituzioni e dei sistemi sanitari pubblici.

Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: «La creazione di solide capacità di sorveglianza delle acque su scala mondiale, regionale e locale è essenziale per monitorare efficacemente le malattie nel campo della sanità pubblica, diffondere maggiormente l’informazione sulle epidemie e sorvegliare gli agenti patogeni. Durante la pandemia di COVID-19 la sorveglianza ambientale e delle acque reflue è stata uno dei principali strumenti utilizzati per individuare i focolai e tracciare le varianti, consentendoci di agire più rapidamente. Questo nuovo consorzio, guidato dall’Autorità della Commissione per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, che costituisce un pilastro fondamentale dell’Unione europea della salute, svolgerà un ruolo fondamentale nel sostenere il processo decisionale e nel rafforzare la preparazione alle pandemie».

Sostenibilità, ospedale green e approccio One Health nel Congresso europeo di farmacia ospedaliera (EAHP)

Per una sanità sostenibile: opportunità e strategie: questo è il titolo del 28 Congresso della Società Europea di Farmacia Ospedaliera-EAHP, con la SIFO tra i membri di diritto a rappresentare l’Italia, che si tiene in Francia, a Bordeaux, dal 20 al 22 marzo. L’evento, come di consuetudine, richiama alcune migliaia di farmacisti ospedalieri da tutta Europa (e anche da oltreoceano) per una riflessione complessiva sui temi più contemporanei e “sfidanti” per la professione così come declinata nelle differenti situazioni nazionali.

Il razionale scientifico dell’evento richiama quest’anno l’attenzione in particolare sul tema della sostenibilità, valore da non intendere unicamente nella sua accezione economica, ma che richiama una sanità che non impatti negativamente sull’ambiente, che cerca di porre in primo piano la sicurezza dei pazienti, che assicura la governance delle terapie, e che punta ad alleggerire l’impatto sociale di organizzazioni, istituzioni e strutture.

Si apre in Francia il dialogo internazionale sul futuro del sistema europeo del farmaco

Arturo Cavaliere
Arturo Cavaliere

“I temi di EAHP 2024 sono favorevolmente abbracciati ed interpretati da anni in Italia proprio da SIFO”, commenta Arturo Cavaliere, presidente SIFO, Società italiana dei farmacisti ospedalieri che quest’anno sarà particolarmente presente ai lavori europei con una rappresentanza di spicco di buona parte del suo Consiglio Direttivo. “Quando si parla di sostenibilità”, prosegue il presidente SIFO, “si accende la luce su uno scenario ampio di temi che vanno dal concetto di ospedale green, alla carenza e indisponibilità dei farmaci e alla necessità di rendere sostenibile la produzione industriale nel nostro paese, a quello di one health su cui si concentrerà tra qualche settimana anche il G7-Salute in Italia: sono tutti argomenti che SIFO inserisce da anni nei propri Congressi nazionali e su cui l’attenzione dei farmacisti ospedalieri e dei servizi farmaceutici delle Aziende sanitarie è altissima e costante. Siamo pertanto ben lieti di essere protagonisti nel Congresso EAHP di quest’anno, perché crediamo di poter portare, sia in termini di proposte che di abstract progettuali presentati, un contributo importante anche nel grande dibattito sulla governance europea del farmaco”.

Maria Ernestina Faggiano

La “delegazione italiana” per il Congresso 2024 è particolarmente importante, ed è guidata dal presidente Cavaliere e dal tesoriere SIFO, Maria Ernestina Faggiano, e può contare anche sulla presenza nel Board EAHP, di Piera Polidori, esponente SIFO di riconosciuta esperienza nazionale e internazionale. Proprio sulla partecipazione italiana a Bordeaux, Maria Ernestina Faggiano dichiara che “come SIFO abbiamo sviluppato negli anni un percorso nazionale di grande attenzione ai temi ed alle attività dell’Associazione europea. Quest’anno, in particolare, abbiamo supportato e favorito l’invio di lavori italiani al Comitato scientifico EAHP, e poi lanciato un Bando specifico destinato ai giovani farmacisti ospedalieri italiani come supporto alla loro formazione post-lauream proprio per la partecipazione all’evento francese. Quello che ci attendiamo da queste giornate è di poter esprimere al meglio anche a livello europeo i contenuti, le proposte e le peculiarità che SIFO quotidianamente rappresenta sul palcoscenico della sanità nazionale”.

Nutrita la presenza italiana. Il presidente Cavaliere: lieti di contribuire al dibattito con le nostre peculiarità nazionali


All’interno dell’evento europeo è previsto un momento di incontro e dialogo tra SIFO e la presidenza EAHP, come momento di incontro e dialogo istituzionale tra i giovani farmacisti ospedalieri presenti a Bordeaux e il vertice della professione, che quest’anno registra un cambio di presidenza, passando dall’ungherese András Süle al serbo Nenad Miljković

Salute della donna: punto di incontro per iniziative bipartisan

Secondo il Global Women Health Index 2023, presentato recentemente, nonostante il nostro paese sia sostanzialmente allineato alla media dei Paesi del G20 risulta però penultimo in Europa per la salute della donna. Molte le criticità rilevate tra cui la debolezza nella prevenzione, che si riflette anche nella percezione della donna rispetto al proprio stato di salute.

Sottolinea a TrendSanità Elena Murelli, membro della Commissione Affari sociali del Senato: «Quando lavoriamo in Commissione sanità al Senato e alla Camera non ci sono colori politici perché dobbiamo difendere la salute e il bene di tutti i cittadini». Tra le iniziative attualmente in discussione quelle sulla malattia celiaca, sui disturbi del comportamento alimentare, sulla fibromialgia, ma soprattutto una maggiore attenzione alla prevenzione, con l’auspicio di poter aumentare, nella prossima legge di bilancio, i fondi dedicati a questo tema.

Il ruolo cruciale ma trascurato dei professionisti sanitari in Europa

Di Mariano Votta, Director, Active Citizenship Network, c/o Cittadinanzattiva APS

Sono 15 milioni le persone che in Europa lavorano nelle professioni sanitarie, rappresentando oltre il 7% della forza lavoro dell’UE e quasi il 4% della popolazione. Il ruolo dei professionisti sanitari è innegabilmente cruciale. Tuttavia, la loro importanza sembra essere insufficientemente enfatizzata nella sfera politica: che si tratti dei Piani Nazionali per la Ripresa e la Resilienza (PNRR), delle conclusioni della Conferenza sul Futuro dell’Europa (CoFE), o dei dibattiti pre-elettorali. Sorprendentemente, considerando anche quanto sperimentato durante questo mandato, la stessa Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, non ha nemmeno menzionato la salute o i suoi professionisti nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2023, nonostante il loro ruolo fondamentale.

Nella Giornata Europea dei Diritti dei Pazienti (20 marzo) Active Citizenship Network organizza un evento sul ruolo dei professionisti sanitari per un’Europa più sana

Nel contesto dell’Anno Europeo delle Competenze, il rapporto 2023 della Commissione sull’Occupazione e lo Sviluppo Sociale in Europa (ESDE) pone un’attenzione speciale sull’analisi delle carenze di personale e delle lacune nelle competenze anche nel settore sanitario.

I progetti finanziati nell’ambito del Programma di Lavoro EU4Health (tra cui l’Azione Comune “HEROES” e il progetto finanziato dall’UE “AHEAD”) hanno affrontato la persistente carenza di personale nel settore sanitario, mentre un’ampia indagine civica sui lavoratori della sanità – condotta in Italia da Cittadinanzattiva – ha indagato su come 10.000 lavoratori appartenenti a 20 professioni sanitarie vivano la propria condizione, delineando i contorni di una vera “emergenza del personale sanitario”.

Trascurare la crisi del personale sanitario mette a repentaglio le opzioni attuali e future di prevenzione e assistenza per i cittadini. Medici, infermieri, farmacisti e tutto il personale sanitario sono essenziali all’interno dei sistemi sanitari, garantendo il benessere dei cittadini e promuovendo la fiducia nel sistema. Il loro sostegno è fondamentale. In vista delle elezioni europee, quali passi dovremmo prioritariamente compiere per affrontare questa tematica così pressante? Quali azioni devono essere intraprese con urgenza?

Sebbene la fiducia non sia in discussione, c’è una forte richiesta di investimenti in formazione, supporto, prossimità, nuovi strumenti di comunicazione e altro ancora. Questi appelli provengono dai cittadini europei, dai pazienti e da tutte le parti interessate, compresi i professionisti della salute e coloro che investono nell’innovazione.

In vista delle elezioni europee, quali passi dovremmo prioritariamente compiere per affrontare questa tematica così pressante? Quali azioni devono essere intraprese con urgenza?

Questa problematica, affrontata da una prospettiva di politica pubblica, sarà al centro della 18ª edizione della Giornata Europea dei Diritti dei Pazienti, organizzata come sempre da Active Citizenship Network, ramo UE della ONG italiana Cittadinanzattiva, nel suo tradizionale formato multistakeholder per abbracciare le voci delle istituzioni pubbliche così come quelle dei professionisti, del settore privato, della società civile e dei pazienti, che vedono pericolosamente ridotta, nelle loro vite quotidiane, la concreta possibilità di relazionarsi direttamente con i professionisti della salute.

Ad oggi hanno confermato la loro partecipazione all’evento il precedente Commissario europeo per la Salute e la Sicurezza Alimentare Vytenis Andriukaitis, e rappresentanti della Commissione Europea- Direzione generale della Salute e della sicurezza alimentare (SANTE), dell’European Specialist Nurses Organisation (ESNO), dell’European Society for Trauma and Emergency Surgery  (ESTES), della Federazione Europea delle Industrie e Associazioni Farmaceutiche (EFPIA), della Federazione delle Accademie Europee di Medicina (FEAM), della Federazione italiana dei tecnici sanitari radiologi medici e delle professioni sanitarie tecniche, riabilitative e di prevenzione (FNO TSRM & PSTRP) e diversi Patients’ Advocacy Groups, a cominciare da Wemos (Paesi Bassi).

La celebrazione europea della Giornata Europea dei Diritti dei Pazienti, dal titolo “Il ruolo chiave dei professionisti sanitari per un’Europa più sana. Abbinare la protezione dei diritti dei pazienti con la carenza di competenze, la desertificazione medica e lo stress lavorativo” si terrà presso il Parlamento Europeo a Bruxelles il 20 marzo 2024 dalle 16:30 alle 18:30 nella Sala ASP 3H1, gentilmente ospitata dal membro del Parlamento UE Brando Benifei (S&D) e organizzata con il sostegno del Gruppo di Interesse “European Patients’ Rights and Cross-border Healthcare”.

La partecipazione è gratuita, con registrazione obbligatoria cliccando qui

Ilaria Capua: «La mia battaglia per la condivisione dei dati. La prossima sfida? L’antibioticoresistenza»

Parlare di digitale e di intelligenza artificiale vuol dire parlare di dati. Questo è ancora più concreto quando ci occupiamo di sanità. «Una trentanovenne italiana sfida l’OMS». Cita questo e altri titoloni di New York Times e Wall Street Journal, a lei dedicati nel 2006, la professoressa Ilaria Capua parlando della diatriba che la vide protagonista allora, proprio a proposito della sua decisione di rendere di dominio pubblico la sequenza genica del virus dell’aviaria e di non inserirlo in una banca dati ristretta e ad accesso limitato.

Dobbiamo usare i big data per capire la complessità di determinati fenomeni tra cui le interazioni fra acqua, aria, terra e fuoco e proteggere la salute a tutti i livelli

«Quella difficile battaglia ha contribuito alla creazione delle attuali banche dati aperte che sono state fondamentali, ad esempio, per contrastare il covid-19 – spiega Capua, che ora è Senior Fellow of Global Health, Johns Hopkins University – SAIS Europe, a TrendSanità a margine dell’evento Data Talks – Verso lo spazio europeo dei dati sanitari organizzato da Culture –. Perché noi virologi e gli altri ricercatori impariamo le caratteristiche dei virus confrontandoli con quelli del resto del Mondo. Per l’influenza si isolano i nuovi e si confrontano con quelli isolati negli anni precedenti per creare i vaccini. Ora è chiaro che un fenomeno di diffusione planetaria come una pandemia non si può contrastare se la ricerca va avanti con ogni Paese che si guarda solo i “suoi” virus. Abbiamo visto anche come la pandemia abbia colpito prima alcuni Paesi, tra cui l’Italia, e trasmettere e rendere disponibili determinate informazioni sui ceppi virali in circolazione ha aiutato il mondo scientifico a fare dei passi avanti per esempio con le terapie, con la diagnostica o con i vaccini. I test, i tamponi e la diagnostica devono essere testati sui virus che sono in circolazione in quel momento, non sui virus che erano in circolazione tre anni fa. Quindi avere un posto e avere un modo per confrontare questi virus isolati fa sì che noi possiamo essere molto più efficaci nel rispondere a queste emergenze sanitarie».

Una battaglia combattuta in prima persona con difficoltà che ha portato Ilaria Capua anche ad elaborare il suo modello di “salute circolare”

«Chi lavora per la salute pubblica, e in particolare si concentra su questi fenomeni così pervasivi, credo non possa non comprendere l’importanza di dati condivisi e armonizzati e quindi io ci ho sempre creduto e ho combattuto moltissimo. Diciamo che questo aspetto della mia ricerca che sfrutta i big data per dare risposte vere e concrete alle persone mi ha portato a sviluppare il concetto di “salute circolare”, che ora chiamiamo one health, che riconosce che la salute delle persone è necessariamente interconnessa a quella degli animali, delle piante e dell’ambiente. Mi rifaccio al paradigma acqua, aria, terra e fuoco. La nostra salute, come dicevano gli antichi greci, è governata da questi fenomeni ed è governata anche dalle interazioni fra questi fenomeni naturali. Quindi fa troppo caldo e soffrono le tartarughe di mare, il cambiamento climatico fa sì che le spiagge vengano sempre più erose e si perde biodiversità. Il fuoco, da incendi e da combustione, distrugge biodiversità e peggiora la qualità dell’aria. Tutto è connesso e, soprattutto nell’epoca post covid-19, dobbiamo usare i big data per capire la complessità di determinati fenomeni tra cui, appunto, le interazioni fra acqua, aria, terra e fuoco e proteggere la salute a tutti i livelli».

La nuova “battaglia” si chiama resistenza agli antibiotici

«L’OMS prevede che nel 2050 moriranno più persone di infezione da batteri antibioticoresistenti che di cancro. Quindi è un problema che sta crescendo e che, ovviamente, durante il covid-19 è cresciuto ancora di più perché si sono usati tantissimi antibiotici. È un problema che è legato all’abuso degli antibiotici in medicina umana, in medicina veterinaria e anche in agricoltura, ma è dovuto anche al mancato smaltimento appropriato dei farmaci. Quindi io invito la popolazione a rendersi conto che, se ognuno di noi non fa il suo pezzettino, questo problema diventerà talmente grave che noi non riusciremo a venirne a capo. E quindi dico sempre negli eventi pubblici di raccontare questa cosa almeno ad una o due persone per diffondere questa consapevolezza.

La resistenza agli antibiotici è legata non solo all’abuso in medicina umana, veterinaria e agricoltura ma anche allo smaltimento inappropriato dei farmaci

E poi è importante fare presente a chi gestisce la “farmacia” di casa che, quando si svuota il cassetto dei farmaci, non bisogna buttarli nell’immondizia, né nel secco, né nell’umido, né tantomeno nel gabinetto, perché da lì vanno nell’acqua, e dall’acqua vanno nella terra e nell’erba che mangiano gli animali, e ci tornano indietro con quello che mangiano noi. Le contaminazioni ambientali fanno sì che queste molecole circolino troppo. Quindi vanno smaltiti correttamente, in farmacia o nei punti di raccolta, e poi invito tutti, medici, infermieri, professionisti sanitari e cittadini, a farne un uso ragionato. L’antibiotico va usato solo quando serve, non quando uno ha qualche linea di febbre o un po’ di mal di testa, oppure quando si fa un piccolo intervento. In questi casi l’antibiotico non serve. Bisogna reimparare ad usarli e soprattutto imparare a gestirli».

Francesco Costa, viaggio negli USA e all’origine della pandemia 

Martedì 5 novembre 2024 si vota negli USA. Sarà Trump o Biden il nuovo presidente? Forse mai come questa volta, dal giorno dopo tante cose nel Mondo cambieranno. Per capire nel profondo cosa implica questa scelta da qualche giorno in libreria c’è il nuovo libro del giornalista Francesco Costa, un passato a l’Unità e ora vicedirettore del Post: «Frontiera. Perché sarà un nuovo secolo americano» (Mondadori).

Tra le cose che potrebbero cambiare c’è anche l’approccio degli USA alla salute globale

Tra le cose che potrebbero cambiare c’è anche l’approccio degli USA alla salute globale. Ricordate il 2020 con Trump che, mentre dispensava consigli su come trattare il covid-19 con “raggi di luce” oppure iniettando disinfettante nel corpo umano, decideva di far uscire gli Stati Uniti dall’OMS?

Quello di Costa è un viaggio godibile, ma soprattutto utile. Con toni a tratti ammirati, bilanciati da grande senso critico, si fa un giro sulle montagne russe di quell’enorme Paese. Tanti gli spunti su salute e sanità, tra salute mentale e aborto, tra disforia di genere e marijuana legale per uso medico, tra il drastico aumento delle aggressioni a medici, infermieri e personale sanitario (sì sta accadendo anche negli USA, soprattutto dopo la pandemia) e 10 previsioni tanto lungimiranti, quanto inquietanti, come quelle fatte dalla rivista WIRED nel 1997 quando sembrava che gli USA e l’occidente andassero incontro ad un periodo di pace e prosperità ininterrotta. Citiamone due testualmente: «Una vasta crisi ambientale provoca un cambiamento globale del clima, che tra le altre cose distrugge le filiere agroalimentari: i prezzi del cibo aumentano ovunque, iniziano periodiche carestie», e ancora: «Una malattia incontrollabile, come una nuova pandemia influenzale o qualcosa del genere, si propaga come un incendio e uccide oltre 200 milioni di persone». Se volete sapere quali erano le altre 8 previsioni, leggete «Frontiera. Perché sarà un nuovo secolo americano».

Ma il passo più interessante per chi si occupa di salute pubblica e di contrasto alla disinformazione e gestione dell’infodemia è quello che Costa dedica al covid-19 e alle sue origini. «Si voleva anche evitare che in un momento così delicato, in cui era necessario prendere decisioni complesse con rapidità, si mettessero in mezzo più del dovuto la polemica, la zizzania, le logiche conflittuali della comunicazione di massa. Abbiamo persino coniato l’orribile parola infodemia, no? Di questo parlavamo: di come una comunicazione irresponsabile a ogni livello – di alcuni politici, di alcuni medici, di alcuni giornalisti, di alcuni influencer – avesse peggiorato una situazione già impossibile. Nel giornalismo e tra gli scienziati qualcuno ha fatto da prezioso argine, o almeno ci ha provato, ma c’è stato un antipatico effetto collaterale. Tutte quelle sacrosante cautele, infatti, ci hanno impedito di indagare adeguatamente l’origine della vicenda che aveva innescato l’intera, spaventosa esperienza».

Parlavamo qualche riga più su del grande senso critico dispensato in quasi ogni pagina e su quasi tutti gli episodi raccontati. Più c’è un nostro luogo comune sugli americani, più Costa lo smonta pezzo a pezzo, riga dopo riga. A volte lo smonta proprio confermandolo in maniera più profonda e mettendolo sotto un’altra luce.

Un giro sulle montagne russe a pochi mesi dal voto che può cambiare la storia (e anche la sanità)

Ed ecco che, anche sulle origini della pandemia da covid-19, si viaggia dal «bugiardo seriale Donald Trump e i suoi sostenitori oggettivamente complottisti e intolleranti, seminatori di disinformazione e odio razziale per i propri cinici obiettivi politici», alla documentata dimostrazione che anche le smentite degli scienziati più autorevoli all’ipotesi che la diffusione del virus arrivasse da un laboratorio di massima sicurezza di Wuhan che da anni studia virus simili,sono in qualche modo una distorsione informativa. O meglio, per dirla con le parole usate da uno di questi scienziati in una email ai colleghi inviata in quei giorni: «Visto il merdone che scoppierebbe se qualcuno accusasse davvero i cinesi di aver diffuso il virus, anche accidentalmente, credo che dovremmo dire: dal momento che non abbiamo prove che il virus sia stato creato in laboratorio, non possiamo sbilanciarci su quando si sia sviluppato in natura».

Francesco Costa

Chiariamolo: non ci sono prove conclusive né per una tesi e né per l’altra. Questo anche per la scarsa collaborazione all’indagine che hanno fornito le autorità locali. E, comunque, studiare nuovi virus è un’attività indispensabile per trovare le cure e i vaccini. La conclusione della storia la lasciamo a «Frontiera. Perché sarà un nuovo secolo americano». Ma, come scrive Costa commentando l’approccio di questi scienziati e, in qualche modo, analizzando un riflesso che ha accompagnato tanti episodi della storia americana: «È l’origine di ogni deroga ai valori in cui normalmente diciamo di credere, l’alibi che diamo sempre a noi stessi e mai al prossimo: la convinzione che in nome di un qualche “bene superiore” sia necessario fare quello che non andrebbe fatto, quello che altrimenti si giudicherebbe sbagliato».

La salute femminile in bilico

Perno della famiglia, caregiver per sensibilità ma non sempre per scelta. Mamme, mogli e lavoratrici. Donne che fanno di tutto, occupandosi spesso della salute dei propri cari e trascurando però la propria. Tanto che solo l’11% di esse dichiara di essersi sottoposta a uno screening oncologico nell’ultimo anno. Ancor meno – il 5% – a uno screening alla ricerca di malattie o infezioni sessualmente trasmissibili.

Ma attenzione, non sono dati allarmanti che riguardano i Paesi dalle economie emergenti. Questa fotografia si riferisce all’Italia ed è stata scattata dalla terza edizione del Global Women’s Health Index, l’indagine annuale promossa da Hologic che misura lo stato di salute delle ragazze e delle donne dai 15 anni in su, di 143 nazioni.

L’indagine Global Women Health Index misura lo stato di salute delle donne dai 15 anni in 143 nazioni

Oltre 147mila donne intervistate dalla società Gallup per «descrivere cinque ambiti che tratteggiano la  salute femminile come prevenzione, salute emotiva, percezione su salute e sicurezza, bisogni di base e quelli individuali, che correlano per il 70% con l’aspettativa di vita della donna alla nascita», come, ha illustrato Giacomo Pardini, Senior Country Leader di Hologic Italia in occasione della presentazione del rapporto.

La salute della donna lascia molto a desiderare in tutto il mondo

Addentrandoci tra le pagine del report vediamo che, quando ci si riferisce alla salute del genere femminile, i dati complessivi sono tutt’altro che positivi. Facendo 100 il valore che assumerebbe un indice di salute ideale, a livello globale esso arriva solo a quota 54. Come a dire che siamo appena a metà del percorso che possa garantire un buon livello di salute per le donne. E colpisce anche il fatto che, rispetto all’anno precedente, questo risultato sia aumentato solo di 1 punto. Insomma, calma piatta per quanto riguarda iniziative davvero efficaci per migliorare il rapporto tra il genere femminile e la salute.

Considerando 100 il valore ideale di un indice di salute, a livello globale il valore arriva solo a quota 54

Persino nei Paesi del G20 la situazione è allineata alla media globale: complessivamente in queste 20 nazioni, tra le più avanzate del Pianeta, la media dell’indice di salute femminile è fermo a 56. Si distinguono però positivamente la Germania con indice pari a 67, il Giappone (65) e la Corea del Sud (64). Fanalini di coda India con punteggio di 47, Turchia e Brasile, entrambe a 46 punti.

Global Women Health Index: punteggio totale e per dimensione indagata

Anche prendendo in esame i Paesi aderenti all’Unione europea il discorso cambia di poco: in media 61 punti, sebbene ci sia una forbice tra le nazioni che performano meglio e quelle in cui le cose funzionano meno. Austria e Germania raggiungono quota 67. Nel mezzo troviamo Lituania, Slovacchia, Slovenia, Francia e Bulgaria con 60 punti – al pari del Regno Unito oggi fuori dall’Ue. Chiudono la classifica Malta (57), Italia (56) e Romania (54).

Classifica dei Paesi secondo il Global Women Health Index

Italia maglia nera nella prevenzione

Il  Belpaese non è affatto messo bene in quanto a salute femminile, con un punteggio globale di 56. Ma ciò che lascia più a desiderare, e davvero fa pensare, è il punteggio della dimensione “prevenzione”: abbiamo raggiunto un misero 17, al penultimo posto in Europa dopo la Svezia (18). Peggio di noi solo la Lituania (13). Non che la media mondiale sia molto superiore (20), ma il punteggio italiano si discosta molto da quello dell’Ue (25), comunque molto basso.

Punteggi relativi alla prevenzione

È come se le donne italiane e la prevenzione fossero due entità che quasi non entrano in contatto tra loro, che non dialogano. E a ben vedere è così: solo 11% delle donne dichiara di essersi sottoposta a screening per tumore nell’ultimo anno; solo il 13% ha effettuato test di screening per il diabete e solo il 5% ha fatto indagini alla ricerca di infezioni sessualmente trasmissibili. O ancora abbiamo un debole 37% quando si parla di adesione test per la misurazione della pressione arteriosa.

Il cittadino è più fragile dopo il Covid e ha ancora più paura dell’esito degli esami

A far riflettere sono anche le variazioni di queste percentuali nel tempo. Ad esempio, l’adesione ai test di screening tumorale è in costante discesa negli ultimi 3 anni.  Un trend che non ha stupito Francesca Caumo, direttore dell’Unità operativa complessa di Radiologia senologica e oncologica dell’Istituto oncologico veneto Irccs: «Oltre ai ritardi dovuti alla pandemia, dobbiamo ricordare che già prima avevamo registrato una diminuzione del 40% dell’adesione agli screening. Non siamo stati in grado di recuperare il terreno perduto anche perché permane il concetto di non affollare le strutture sanitarie. E quindi diminuiscono gli slot per gli appuntamenti». Ma non è solo questo ad aumentare le distanze tra donne e screening. Secondo Caumo «Il cittadino è più fragile dopo il Covid e ha ancora più paura dell’esito degli esami». «Verissimo», ha aggiunto Eleonora Castellacci, dirigente medico membro del Direttivo della Scuola di Chirurgia mininvasiva ginecologica italiana e già membro del Direttivo della Società italiana di Endoscopia ginecologica, «il cittadino ha paura di cosa può aspettarlo dopo la diagnosi. Vede il vuoto, perché non conosce i percorsi terapeutici. L’informazione verso la salute della donna è ancora scarsa anche sui trattamenti conservativi e spesso risolutivi oggi disponibili».

Molto da fare sulla sanità e sulla sicurezza delle donne italiane

Tinte fosche anche per il dipinto delle donne italiane rispetto alla qualità dell’assistenza sanitaria ricevuta e per la sicurezza percepita. Solo una donna su due si dice soddisfatta della qualità della sanità per la donna, ben al di sotto della media globale e di quella europea che registrano entrambe un livello di soddisfazione del 68%.

In un periodo in cui purtroppo i casi di femminicidio e violenza di genere sono cronaca quasi quotidiana, colpisce anche il dato del report relativo proprio alla violenza domestica. Ben otto donne su dieci, o se vogliamo leggere i numeri in percentuale l’80% delle italiane, dicono che la violenza domestica è un problema radicato nell’ambiente in cui vivono.

Il ruolo della tecnologia: per cittadini più attivi della prevenzione e screening più performanti

Ciò che ha visto concordi molti degli ospiti intervenuti è la necessità di cambiare il paradigma che lega i cittadini e la prevenzione. «Bisogna mettere in campo strumenti di adesione più contemporanei. Pensiamo che oggi l’invito allo screening arriva ancora tramite lettera», ha evidenziato Caumo. A cui ha fatto eco Castellacci secondo cui «lo screening deve coinvolgere le persone in modo attivo. L’invito, che sia cartaceo o meno, lo rende passivo rispetto alla propria salute. Al contrario dovrebbe essere il cittadino a chiedere di poter fare i test. Se poi riuscissimo anche a rendere prenotazioni e cambi di appuntamento più facili, magari in autonomia attraverso uno smartphone, favoriremmo anche l’adesione delle donne alle prese con i tanti impegni lavorativi e familiari che possono rendere necessarie variazioni agili degli appuntamenti».

Il paradigma che lega i cittadini e la prevenzione necessita di un cambiamento a livello tecnologico e di coinvolgimento attivo

Ma l’impiego della tecnologia non si dovrebbe limitare alla gestione delle visite. Piuttosto dovrebbe entrare sempre più vigorosamente in aiuto del medico. A vantaggio di diagnosi più veloci e precise. «Parliamo dell’intelligenza artificiale (AI), che sappiamo essere molto utile quando si deve valutare un alto numero di dati, come è il caso del confronto di un esame radiologico con altri esami dello stesso tipo. C’è anche una prima letteratura scientifica che indica come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale insieme all’occhio umano permette di migliorare la sensibilità della diagnosi e anche la velocità», ha spiegato Massimo Calabrese, presidente della Società italiana di Radiologia medica e direttore Diagnostica per immagini al San Martino di Genova. Che ha poi aggiunto: «È importante usare l’AI negli screening mammografici. La problematica che vedo è di natura medico-legale. Le istituzioni ci devono aiutare a capire dove risiede la responsabilità nel caso di sinergia tra AI e uomo quando si fa diagnosi».

Necessaria una sinergia multi-stakeholder

«È sorprendente osservare un peggioramento dei dati, specialmente in dimensioni cruciali come la prevenzione», ha commentato Pardini, sottolineando l’urgenza di affrontare sfide che vedano lavorare «insieme imprese, associazioni e istituzioni affinché la salute della donna sia prioritaria indipendentemente dalla posizione geografica, dallo stato economico e dal livello di istruzione».

Un messaggio, quello del timoniere di Hologic Italia, raccolto con appassionato riscontro sia da parte dei medici che dei rappresentanti istituzionali intervenuti all’incontro di presentazione del rapporto sulla salute della donna.

«Credo che in Italia manchi proprio la cultura della prevenzione della salute in generale e della donna in particolare», ha dichiarato l’onorevole Ilenia Malavasi, membro della commissione Affari sociali della Camera. «Bisogna portare la prevenzione nei luoghi in cui la donna è presente, ad esempio dove lavora. E occorre investire sulla sensibilizzazione alla salute già nelle scuole, per far percepire l’importanza dello screening e il valore della prevenzione. Perché bisogna responsabilizzare i cittadini rispetto alla propria salute. Per aumentare la cultura della prevenzione possiamo trovare degli alleati nelle farmacie, diffuse sul territorio e che godono della fiducia dei cittadini».

Passando dalle parole ai fatti, esemplificativo di una politica pratica è stato l’intervento dell’onorevole Tommaso Pellegrino, consigliere di Regione Campania, dirigente Medico Breast Unit dell’Azienda ospedaliera universitaria Policlinico “Federico II” di Napoli che si è espresso proprio sul tema dell’educazione alla salute: «Presenterò una mozione in Consiglio regionale volta all’educazione alla prevenzione partendo dai giovani. Così facendo vorrei arrivare a far sì che le donne non rimandino nel tempo gli screening, come avviene oggi».

D’accordo con la collega del PD anche la senatrice Elena Murelli, membro della commissione Affari sociali del Senato in quota Lega: «È corretto parlare di educazione alla salute già nelle scuole per parlare di pubertà e dei cambiamenti della donna fino alla menopausa. Non dobbiamo dimenticarci che alcune malattie sono prettamente femminili. Raccolgo l’idea e concordo sul fare prevenzione nei luoghi di lavoro per favorire l’adesione agli screening. Ma forse dovremmo porci anche un’altra domanda “Perché le donne non fanno prevenzione?”. Forse perché non sono informate. Forse perché non credono nella sanità locale».

Centralizzazione degli acquisti: what’s next?

Il palcoscenico del recente convegno annuale ha dato vita a un’analisi approfondita condotta dall’Osservatorio sul management degli acquisti e dei contratti in sanità (MASAN) di CERGAS SDA Bocconi. Lo sguardo si è posato sullo stato attuale del procurement sanitario in Italia, delineando un quadro a quasi dieci anni dall’avvento dei soggetti aggregatori (DL 66 del 24 aprile 2014) e dall’obbligo di acquisti centralizzati per specifiche categorie merceologiche.

Tre tematiche sono emerse nell’agenda di ricerca e di lavoro del triennio appena trascorso: gli effetti della centralizzazione degli acquisti, il value-based procurement e la sostenibilità nei processi di acquisto sono tra le parole chiave di un procurement strategico che può indurre comportamenti virtuosi per tutto il sistema.

Il contesto

«Dopo 10 anni di centralizzazione, i frutti più a portata di mano sono stati colti, e ora si presentano le scelte difficili», ha esordito così Francesco Longo, Professore Associato del Dipartimento di Social and Political Sciences presso l’Università Bocconi.

Dopo 10 anni di centralizzazione, i frutti più a portata di mano sono stati colti, e ora si presentano le scelte difficili

Con una popolazione sempre più anziana e meno scolarizzata, in Italia la struttura demografica evidenzia un aumento delle esigenze e una diminuzione delle risorse: l’incremento dei pensionati fa crescere i bisogni in campo sociosanitario, mentre la diminuzione dei lavoratori accentua la carenza di risorse. La coperta è corta, le scelte politiche si fanno sempre più difficili e in questo contesto emerge un nuovo possibile ruolo dei responsabili degli acquisti, coinvolti nella definizione di cosa comprare e dove investire. Le decisioni diventano strategiche e chi compra può (o deve) assumere un ruolo attivo nell’ottimizzazione e razionalizzazione delle risorse disponibili.

Centralizzazione degli acquisti: effetti e performance

Quali sono i requisiti per i soggetti aggregatori? Aggregare e centralizzare la domanda, garantire la copertura delle categorie merceologiche obbligatorie mediante proprie iniziative, mettere a disposizione strumenti di acquisto e negoziazione alle altre stazioni appaltanti, e collaborare. L’obiettivo finale è la razionalizzazione della spesa.

Riguardo a questi obiettivi, i dati dell’Osservatorio MASAN, presentati da Niccolò Cusumano (Associate Professor of Practice, Government, Health and Not for Profit, SDA Bocconi), confermano che l’aggregazione della domanda è un trend ampiamente in corso, sebbene persista una considerevole variabilità a livello regionale e territoriale. La copertura delle categorie merceologiche definite da DCPM tendenzialmente viene garantita, e in generale le centrali di acquisto registrano un’accelerazione nelle procedure di gara, conseguendo una maggiore percentuale di aggiudicazioni (circa il 60%).

Siamo giunti a un asintoto: non è possibile né auspicabile centralizzare tutti gli acquisti

Nonostante ciò, l’obiettivo di riduzione della spesa è stato solo parzialmente raggiunto: la spesa continua a crescere per l’acquisto di beni e servizi, ma nelle realtà che hanno incrementato il tasso di centralizzazione, tale aumento è stato contenuto rispetto ad altri contesti meno centralizzati.

La fotografia scattata dall’Osservatorio MASAN evidenzia come si sia raggiunto un asintoto: se da un lato è stata ottenuta una prima razionalizzazione intesa come riduzione dell’aumento della spesa, dall’altro non è possibile né auspicabile centralizzare tutti gli acquisti. È il momento dunque di muoversi in un perimetro dove razionalizzazione della spesa significa anche analizzare come vengono allocati i fattori produttivi e come vengono consumati. In questo contesto, il procurement può svolgere un ruolo cruciale.

Appare imprescindibile riorientare le procedure di acquisto verso una prospettiva di valore. Sebbene il risparmio rimanga un obiettivo fondamentale nella funzione degli acquisti, si è giunti a un punto in cui i margini di risparmio sono stati esauriti e il mercato ha raggiunto un livello di stabilità che rende insostenibile ulteriori tagli. Di conseguenza, è necessario esplorare nuove soluzioni. Per superare il tradizionale ruolo del procurement, è essenziale fissare nuovi obiettivi, ridefinire gli indicatori di successo, rivedere il campo di azione e garantire risorse adeguate per realizzare tali obiettivi.

Generare valore attraverso gli acquisti sanitari

Introducendo la seconda sessione del convegno, Giuditta Callea, coordinatore dell’Osservatorio MASAN, ha ricordato come la questione del valore occupi un ruolo centrale nel dibattito attuale della sanità e, nel settore degli acquisti, si sia trasferita nel concetto di Value-Based Procurement, per il quale sono state avviate e sono in corso diverse sperimentazioni. Il cambiamento implica sempre una fase di sperimentazione e di avvio di progetti pilota, cosa che sta avvenendo sia in Italia sia all’estero, con il fine di testare approcci di procurement più avanzati, innovativi e orientati al valore.

La sperimentazione e i progetti pilota sono fondamentali per testare approcci di procurement orientati al valore

Le esperienze accumulate costituiscono un punto di partenza fondamentale per orientare le riflessioni verso il futuro, alla ricerca di soluzioni alternative per migliorare le pratiche di acquisto.

È giunto il momento di mettere a frutto le conoscenze acquisite e la ricerca condotta, e di esplorare le buone pratiche internazionali per importarle ed esportarle, contribuendo così all’evoluzione e all’ottimizzazione del sistema di approvvigionamento sanitario.

Procurement sostenibile

Veronica Vecchi, direttore scientifico dell’Osservatorio MASAN, nell’ultima sessione della giornata, ha presentato alcune riflessioni sul possibile framework per il procurement sostenibile. Infatti oggi la sostenibilità non è più solo un’opzione ma la letteratura e le esperienze anche internazionali evidenziano come questa venga messa in atto, soprattutto nel settore pubblico, quando viene imposta da una normativa.

L’integrazione di criteri e logiche di sostenibilità nelle gare d’appalto rimane ancora parziale e residuale, limitata principalmente all’inclusione di specifiche tecniche o clausole contrattuali quando richiesto da criteri obbligatori.

Osservatorio MASAN ha proposto un framework per definire l’approccio della PA nel perseguire la sostenibilità

Per una piena interiorizzazione delle logiche del procurement sostenibile, Vecchi sottolinea la necessità di adottare una strategia basata sulle “3i”: insistere, integrare e intensificare. Ciò implica elevare le aspettative sui criteri obbligatori, integrare i criteri di sostenibilità in maniera non residuale nella valutazione e definire clausole contrattuali per monitorare la sostenibilità.

Tuttavia, mancano incentivi politici significativi per le aziende sanitarie. Il procurement sanitario richiede una valutazione su tre dimensioni: economica, ambientale e sociale, comprendendo aspetti quali la parità di genere, l’equità intergenerazionale e la qualità delle cure.

Il framework proposto dall’Osservatorio MASAN definisce un approccio reattivo, ricettivo o proattivo nel settore pubblico, a seconda del grado di conformità legislativa e dell’ambizione nel perseguire la sostenibilità. Ma tale framework deve comporsi anche in relazione all’approccio del mercato, per definire la strategia di procurement più adeguata.

Il confronto con le esperienze internazionali

Il convegno 2024 dell’Osservatorio MASAN è stato anche l’occasione per un importante confronto con tre realtà internazionali, invitate a raccontare le proprie esperienze all’interno dei tre panel.

Nella prima sessione, dedicata al tema della centralizzazione degli acquisti e alle relative performance di sistema, è intervenuto Paulo Magina, Head of the Public Procurement Unit presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD), che ha presentato il framework OECD per la misurazione delle performance.

Nella seconda sessione, dedicata al Value-Based Procurement, è stata Rossana Alessandrello, Value-Based Procurement Director dell’Agencia Sanitarias de Catalunya (AQuas) a raccontare il lungo “viaggio” della sua struttura verso l’adozione di soluzioni basate sul valore, cominciata con i primi progetti pilota già nel 2012.

Ospite internazionale della terza sessione, dedicata al tema della sostenibilità, è stata Heidi Barnard, Head of Sustainability del National Health Service (NHS) Supply Chain, per illustrare la policy specifica creata dal servizio sanitario inglese per raggiungere gli obiettivi di Net Zero entro il 2050.

Le centrali di acquisto italiane e il mercato

Osservatorio MASAN è stato uno dei primi luoghi di confronto e di condivisione tra la pubblica amministrazione e gli operatori economici, in un ambiente in grado di raccogliere esigenze e richieste da entrambe le parti, in un’ottica di sistema comune. Un aspetto che è stato possibile apprezzare anche nel corso del convegno, con la presenza e la partecipazione attiva sia di centrali di acquisto, nazionali come CONSIP (rappresentata da Gian Luigi Albano e Guido Gastaldon) e regionali come ESTAR (nella persona di Paolo Torrico) e PUNTOZERO (Pietro Leone) sia della federazione di operatori economici Confindustria Dispositivi Medici (rappresentata dal vicepresidente Luigi Mazzei).

Glaucoma: “il ladro silenzioso della vista” tra prevenzione e costi

La Settimana Mondiale del Glaucoma quest’anno cade dal 10 al 16 marzo. I dati della patologia sono preoccupanti: secondo il World Report Vision OMS 2020 si stima che circa 80 milioni di persone nel mondo siano affette da glaucoma; in Italia ne soffrono 800mila persone, ma uno dei dati più allarmanti è che circa il 50% di esse, all’atto della diagnosi, non sia consapevole di avere la malattia.

La previsione di incremento di frequenza delle patologie correlate all’età in relazione all’invecchiamento della popolazione mondiale non esclude il glaucoma; il Report OMS prevede infatti che entro il 2040 le persone affette da glaucoma nel mondo saranno circa 112 milioni, con un incremento del 47%.

Esistono varie forme di glaucoma, la più frequente è il glaucoma primario ad angolo aperto, denominata anche “ladro silenzioso della vista”perché si tratta di una patologia degenerativa del nervo ottico che si esprime con una perdita progressiva e perlopiù graduale della visione periferica (campo visivo), che evolve in modo pressoché asintomatico in un periodo di tempo piuttosto lungo ed è curabile ma non guaribile (infatti, il danno al nervo ottico, una volta determinatosi, è inemendabile).

Il glaucoma è una patologia degenerativa del nervo ottico che può rimanere asintomatica per molto tempo ed è curabile ma non guaribile

In linea generale, nel glaucoma primario ad angolo aperto, la prevenzione si applica non sull’insorgenza della patologia, ma sul controllo della sua progressione. Nella gran parte dei casi si può affermare che quanto più precoce sarà la diagnosi, tanto più ampia ed efficace sarà l’azione terapeutica nel controllo della progressione.

Notevoli sono anche i costi diretti e indiretti correlati alla patologia, e questo sottolinea l’importanza degli sforzi preventivi come investimento per la salute visiva a lungo termine.

A TrendSanità ne parla Enrica Zinzini, medico oculista, Vicepresidente della Società Italiana di Oftalmologia Legale (SIOL) e responsabile del Centro Ipovisione della Clinica Oculistica Universitaria degli Spedali Civili di Brescia e dell’Ambulatorio territoriale per il Glaucoma ASST Spedali Civili di Brescia.

Cosa si intende per prevenzione della malattia glaucomatosa e quali strategie preventive possono essere messe in atto?

«La prevenzione primaria si basa sulla diffusione capillare dell’informazione dell’esistenza della patologia non solo attraverso la comunicazione di massa, ma anche nell’attività ambulatoriale, presso i medici di medicina generale e negli ambulatori specialistici. Citiamo la familiarità come fattore di rischio: è stato calcolato che la familiarità positiva ha un’incidenza molto variabile tra i pazienti glaucomatosi, che varia tra il 15 % e il 40-50% a seconda delle tipologie di glaucoma e a seconda dell’incidenza del glaucoma nelle famiglie; i medici di medicina generale possono sicuramente comunicare l’opportunità di sottoporsi a visita oculistica ai familiari dei loro assistiti affetti e con età maggiore di 35 anni. Analogamente possono agire gli oculisti operanti sul territorio, gli altri specialisti in ambito di patologie associate a glaucoma, ecc.

Enrica Zinzini

La prevenzione secondaria in genere si basa sullo screening di massa, strumento fondamentale come indagine epidemiologica sui deficit di refrazione, per esempio, ma la sua validità nell’individuare il glaucoma in una fase precoce è argomento controverso e assai dibattuto. Vari gruppi di studio nazionali e internazionali sono giunti quasi unanimemente ad affermare l’inadeguatezza dello screening di massa nell’individuazione precoce del glaucoma. Al momento, la rilevazione casuale in occasione di una visita medico oculistica, magari effettuata per altre esigenze, pare sia lo strumento più efficace nella diagnosi precoce del glaucoma».

Quanto possono essere efficaci gli screening di massa per individuare il glaucoma?

«Oltre a quanto già espresso, penso che le strategie per lo screening di massa del glaucoma non risultino adeguate dal punto di vista del rapporto costo-beneficio, perché per l’esecuzione di uno screening di massa si prevede un importante impegno sia economico che di risorse umane competenti, a fronte della scarsa valenza dello screening sia nell’individuare precocemente la malattia in modo attendibile sia nel prevenirne l’evoluzione. Ancora oggi, nonostante la dotazione strumentale, strutturale e di personale disponibile, riscontro casi di persone che giungono presso l’ambulatorio territoriale per il glaucoma con un grave deficit perimetrico in un occhio e campo visivo prossimo ad essere abolito nel controlaterale e senza che il paziente abbia chiara percezione di “problemi visivi”. 

La diagnosi di glaucoma si basa sulla rilevazione della pressione oculare, sull’esame funzionale del nervo ottico (esame del campo visivo) e sull’esame strutturale delle fibre del nervo ottico e della papilla ottica (OCT – Ocular Coherent Tomography), oltre che sull’interpretazione personalizzata degli esami strumentali della persona-paziente in esame. Perciò al momento non siamo in possesso di uno strumento valido e condiviso che possa integrare la messe di dati raccolti e fornire un’informazione attendibile. Secondo alcuni studi recenti paiono profilarsi nuove prospettive di screening condotti con l’ausilio dell’intelligenza artificiale».

Attenzione ai falsi positivi, come individuarli?

«La normalità della pressione oculare è un range abbastanza ampio, che va dai 10 mmHg fino ai 21-22 mmHg rilevati con tonometro ad applanazione.  Questi dati sono variabili durante la giornata e una singola rilevazione, pur non essendo sufficiente per fare una diagnosi e intraprendere una terapia, merita attenzione e suggerisce un approfondimento con un esame del campo visivo o un OCT, per il glaucoma ad angolo aperto.  Inoltre, mi preme porre l’attenzione sui tonometri ad aria, spesso utilizzati in ambiti commerciali e non medici. Infatti, la legge italiana prevede che la rilevazione della tonometria sia a tutti gli effetti un atto medico, effettuabile quindi solo da personale autorizzato.

Il glaucoma è una patologia che può presentare degli aspetti multiformi che devono essere valutati con adeguate competenze

Il glaucoma è una patologia che può presentare degli aspetti multiformi che devono essere valutati con adeguate competenze. Gli elementi che possono destare attenzione sono: età, familiarità e patologie correlate (diabete, ipertensione, patologie cardiovascolari che incidono sulle strutture nervose, ecc.). Tutte queste patologie costituiscono un fattore di rischio e in base a una buona anamnesi effettuata dall’oculista in sede di vista, questa potrà prendere una direzione più efficace nell’individuare se quel fattore di rischio per lo sviluppo di glaucoma è reale, ed eventualmente consigliare visite di secondo livello se ci sono elementi che lo giustificano o seguire dei follow up con cadenze stabilite».

Abbiamo detto che la patologia glaucomatosa non è una patologia guaribile, ma è curabile. Come si interviene?

«Essendo il glaucoma una malattia degenerativa del nervo ottico il cui fattore di rischio più importante è la pressione oculare, gli interventi terapeutici si esplicano con la riduzione della pressione oculare (farmacologica, chirurgica o parachirurgica) e tramite la neuroprotezione con l’assunzione per via orale di integratori specifici che possono agire proteggendo le strutture nervose. L’obiettivo è rappresentato dal controllo nella progressione del danno alle fibre del nervo ottico che, dal punto di vista funzionale, significa salvaguardare il campo visivo. Il danno del nervo ottico nelle fasi avanzate è perimetrico e va ad incidere in maniera significativa sulla qualità di vita dei pazienti. Controllare la progressione della malattia significa quindi tutelare la qualità di vita del paziente per lunghi decenni. Perciò è cosa importante poter espletare una diagnosi precoce della patologia»

Quanto costa prevenire il glaucoma e quali problematiche possono rilevarsi sul territorio?

«Esistono pochi studi di costo-beneficio riguardanti gli screening per il glaucoma e comunque portano indicazioni non a favore. Una visita oculistica ambulatoriale in convenzione con il Servizio sanitario nazionale, considerando anche la pressoché capillare distribuzione degli ambulatori su tutto il territorio nazionale, è sicuramente uno strumento preventivo a costi contenuti ed efficace nei confronti di ogni situazione patologica.

Le liste d’attesa rendono ogni attività preventiva, ma anche diagnostica e terapeutica, assolutamente improponibile per la salvaguardia della salute visiva

La Società Oftalmologica Italiana indica le cadenze dei controlli oculistici nel corso della vita: alla nascita, a 3 anni, a 5-6 anni, 12 anni, a 40 anni, ogni 2 anni fino ai 60 anni e ogni anno oltre i 60 anni. Sicuramente questo può rappresentare un vademecum preventivo omnicomprensivo.

Confrontandoci con la realtà, il problema fondamentale è rappresentato dalle liste d’attesa che rendono ogni attività preventiva, ma anche diagnostica e terapeutica, assolutamente improponibile per la salvaguardia della salute visiva. Vi sono poi le carenze in risorse strumentali e di personale che rendono ulteriormente difficile per i medici prevenire, diagnosticare e curare e, per i pazienti, fruire di tali vitali tutele».

Quali sono i costi diretti e indiretti della malattia glaucomatosa?

«È stato calcolato che nel passaggio dallo “stadio zero” Glaucoma Staging System allo “stadio quattro” il costo della cura, per un paziente all’anno, passa da 455 euro a 970 euro. Poi ci sono i costi indiretti che dipendono dalla persona che ne soffre: ricadute sulla vita lavorativa e sociale familiare correlata alla perdita di funzione visiva, l’assistenza personale e la riabilitazione, ed anche in questo caso i costi indiretti aumentano con l’ingravescenza della malattia glaucomatosa.

Anche per il glaucoma la spesa per la cura è un costo, quella per la prevenzione è un investimento

In estrema sintesi, considerando le percentuali di frequenza della patologia in Italia e le categorie di ipovisione previste dalla Legge 138/2001, l’8% degli 800mila casi italiani (ovvero 64mila pazienti) sono riconosciuti ciechi parziali, le cui indennità ammontano a circa 4mila euro/paziente/anno, per un totale di 261 milioni di euro all’anno.

Per i ciechi assoluti, che sono il 10% (80 mila), questa cifra sale a 994 milioni di euro all’anno, ovvero 11,5mila euro a paziente. I costi fin qui rappresentati, benché approssimativi, ma soprattutto le previsioni dell’OMS sull’incremento previsto nei prossimi 25 anni devono indurre a riflettere sulla sensibilizzazione generale verso la patologia glaucomatosa e sull’implementazione delle azioni preventive efficaci. Ricordando che la spesa per la cura è un costo, quella per la prevenzione è un investimento».