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Antitrust: chiusa indagine conoscitiva su apparecchi acustici e inviata segnalazione a Parlamento

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha concluso l’indagine conoscitiva, avviata a settembre 2023, dedicata agli apparecchi acustici. Sono almeno 7 milioni gli italiani che soffrono di problemi di udito e di questi circa 2,5 milioni già utilizzano apparecchi acustici. Rispetto ad altri Paesi comparabili, come la Francia, in Italia il prezzo medio per singolo dispositivo (compreso tra 1.500 e 2.100 euro) risulta superiore e con minori sostegni pubblici all’acquisto.

L’indagine ha rilevato una scarsa trasparenza delle condizioni commerciali praticate al pubblico: i consumatori hanno difficoltà nell’ottenere informazioni chiare sia di tipo tecnico sia sul prezzo dell’apparecchio e dei servizi connessi, di solito venduti abbinati e senza alcuna distinzione. I servizi rappresentano la spesa principale nel pacchetto, fatto che però non viene percepito dai consumatori. L’Autorità ha pertanto segnalato a Parlamento, ministero della Salute, ministero dell’Economia, Agenas, Regioni e Province Autonome l’opportunità di garantire, anche attraverso interventi di tipo normativo-regolatorio, una chiara e distinta indicazione al pubblico del prezzo del dispositivo rispetto a quello dei relativi servizi offerti all’utilizzatore.


Per quanto riguarda gli apparecchi acustici forniti dal Servizio Sanitario Nazionale, dall’indagine sono emerse gravi difficoltà nelle procedure di acquisto pubblico, dovute a una normativa poco chiara che ha pregiudicato l’effettiva attuazione dei livelli essenziali di assistenza, oltre alla forte opposizione dei principali operatori commerciali. A fronte della possibilità che le forniture pubbliche tornino a un regime “a tariffa” – sulla base di modifiche legate all’entrata in vigore del nuovo nomenclatore tariffario dell’assistenza protesica -, l’Autorità ritiene che, a garanzia dell’efficienza della spesa pubblica e in un’ottica di rafforzamento dei meccanismi concorrenziali, le amministrazioni interessate possano svolgere gare.

L’Antitrust ha anche sottolineato che è opportuno assegnare l’importo del rimborso direttamente all’assistito attraverso l’introduzione di un “voucher” o “buono-udito”, per sostenere una concorrenza tra fornitori di prodotti e di servizi che consenta di accedere a un’offerta appropriata e tecnologicamente aggiornata.

GIMBE, spesa sanitaria delle famiglie: nel 2022 spesi 64 euro in più rispetto all’anno precedente

Nel 2022 la spesa sanitaria out-of-pocket, ovvero quella sostenuta direttamente dalle famiglie, ammonta a quasi 37 miliardi di euro: in quell’anno oltre 25,2 milioni di famiglie italiane in media hanno speso per la salute 1.362 euro, oltre 64 euro in più rispetto al 2021. «Considerato il rilevante impatto sui bilanci familiari della spesa sanitaria out-of-pocket – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – e tenuto conto di un contesto caratterizzato dalla grave crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e dall’aumento della povertà assoluta, abbiamo analizzato vari indicatori per misurare le dimensioni di questo preoccupante fenomeno, utilizzando esclusivamente i dati pubblicati da ISTAT. L’obiettivo è quello di fornire una base oggettiva per il dibattito pubblico e le decisioni politiche, oltre che prevenire strumentalizzazioni basate sull’enfasi posta su singoli dati».

Spesa sanitaria out-of-pocket

Secondo il sistema dei conti ISTAT-SHA, nel 2022 (ultimo anno disponibile) la spesa sanitaria totale in Italia ammonta a 171.867 milioni di euro: 130.364 milioni di euro di spesa pubblica (75,9%) e 41.503 milioni di euro di spesa privata, di cui 36.835 milioni (21,4%) out-of-pocket e 4.668 milioni (2,7%) intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (figura 1).

«Se da un lato la spesa out-of-pocket supera la soglia del 15% – commenta il Presidente – concretizzando di fatto, secondo i parametri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un sistema sanitario misto, va rilevato che quasi l’89% della spesa privata è a carico delle famiglie». Complessivamente, nel periodo 2012-2022 la spesa out-of-pocket è aumentata in media dell’1,6% annuo, per un totale di 5.326 milioni di euro in 10 anni (figura 2).

«Un dato – spiega il Presidente – che documenta solo in parte l’impatto del progressivo indebolimento del SSN, perché non tiene conto di altri indicatori. Infatti, la limitazione delle spese per la salute, l’indisponibilità economica temporanea e, soprattutto, la rinuncia alle cure sono fenomeni che, pur non aumentando la spesa out-of-pocket, contribuiscono a peggiorare la salute delle persone».

Impatto della spesa per la salute sulle famiglie

Secondo l’indagine ISTAT sui consumi delle famiglie, nel 2022 la media nazionale delle spese per la salute è pari a 1.362,24 euro a famiglia, in aumento rispetto ai 1.298,04 euro del 2021.

«Ad eccezione del Nord-Ovest – spiega il Presidente – dove si registra una lieve riduzione, l’aumento delle spese per la salute nel 2022 riguarda tutte le macro-aree del Paese: in particolare al Centro e al Sud si registrano aumenti di oltre € 100 a famiglia» (tabella 1).

I dati regionali restituiscono, invece, un quadro molto eterogeneo. In dettaglio, dal 2021 al 2022 i maggiori incrementi si rilevano in Puglia con +26,1% (910,20 euro vs 1.147,80 euro) e in Toscana con +19,3% (1.178,40 euro vs 1.405,92 euro). Altre Regioni, invece, hanno registrato una diminuzione dal 2021 al 2022: la Valle d’Aosta del 24,3% (1.834,08 euro vs 1.387,56 euro) e la Calabria che segna un -15,3% (1.060,92 euro vs 899,04 euro) (tabella 2).

«L’interpretazione dei dati regionali – spiega Cartabellotta – non è univoca perché la spesa delle famiglie per la salute è influenzata da numerose variabili: la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari pubblici, la capacità di spesa delle famiglie, il consumismo sanitario e, in misura minore, l’eventuale rimborso della spesa da parte di assicurazioni e fondi sanitari».

Ad esempio, il fatto che nel 2022 la spesa per la salute delle famiglie calabresi e marchigiane rimanga al di sotto di 1.000 euro è verosimilmente imputabile a motivazioni differenti. Analogamente, nelle prime posizioni per spesa delle famiglie si collocano le Regioni più ricche o con più elevata qualità dei servizi sanitari, documentando, aggiunge il Presidente «che la spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile per valutare la riduzione delle tutele pubbliche; di conseguenza, lasciare che il dibattito pubblico si concentri solo su questo dato restituisce un quadro distorto della realtà, sia perché alcune famiglie spendono per servizi e prestazioni inutili, sia perché altre non riescono a spendere per bisogni reali di salute a causa di difficoltà economiche».

Limitazione delle spese per la salute

Secondo i dati ISTAT sul cambiamento delle abitudini di spesa nel 2022 il 16,7% delle famiglie dichiarano di avere limitato la spesa per visite mediche e accertamenti periodici preventivi in quantità o qualità. Se il Nord-Est (10,6%), il Nord-Ovest (12,8%) e il Centro (14,6%) si trovano sotto la media nazionale, tutto il Mezzogiorno si colloca al di sopra: di poco le Isole (18,5%), di oltre 10 punti percentuali il Sud (28,7%), in pratica più di 1 famiglia su 4 (figura 3). 

«Un cambiamento nelle abitudini di spesa – commenta Cartabellotta – che ovviamente argina la spesa out-of-pocket: infatti, proiettando sulla popolazione i dati dell’indagine campionaria ISTAT, sarebbero oltre 4,2 milioni le famiglie che nel 2022 hanno limitato le spesa per la salute».

Indisponibilità economiche temporanee delle spese per la salute

Risultati sovrapponibili, seppur in percentuali ridotte, vengono restituiti dall’indagine ISTAT sulle condizioni di vita. Il 4,2% delle famiglie dichiara di non disporre di soldi in alcuni periodi dell’anno per far fronte a spese relative alle malattie. Sono al di sotto della media nazionale il Nord-Est (2%), il Centro (3,1%) e il Nord-Ovest (3,2%), mentre il Mezzogiorno si colloca al di sopra della media nazionale: rispettivamente le Isole al 5,3% e il Sud all’8%, un dato quasi doppio rispetto alla media nazionale (figura 4). 

«Anche questo fenomeno – spiega il Presidente – contribuisce a contenere la spesa out-of-pocket: infatti, proiettando sulla popolazione i dati dell’indagine campionaria ISTAT, oltre 1 milione di famiglie in alcuni periodi del 2022 non sono riuscite a fronteggiare le spese per la salute per indisponibilità economica».

Rinunce a prestazioni sanitarie

I dati forniti dal Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) 2022, realizzato in collaborazione tra ISTAT e CNEL documentano che la percentuale di persone che rinunciano a prestazioni sanitarie – dopo i dati drammatici del periodo pandemico (9,6% nel 2020 e 11,1% nel 2021) – nel 2022 si è attestata al 7%, percentuale comunque maggiore a quella pre-pandemica del 2019 (6,3%).

Si tratta di oltre 4,13 milioni di persone che, secondo la definizione ISTAT, spiega Cartabellotta «dichiarano di aver rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per uno o più motivi: problemi economici (impossibilità di pagare, costo eccessivo), difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi), lunghi tempi di attesa».

In particolare, nel 2022 ha rinunciato alle cure per motivi economici il 3,2% della popolazione, ovvero quasi 1,9 milioni di persone. «In ogni caso dal 2018 – commenta Cartabellotta – fatta eccezione per il biennio 2020-2021, la percentuale di persone che hanno rinunciato alle cure rimane sostanzialmente stabile, anche se le motivazioni possono mutare negli anni».

La distribuzione per aree geografiche non documenta grandi differenze rispetto alla media nazionale, dimostrando che si tratta di un problema diffuso: Nord-Ovest 7,5%, Nord-Est 6,4%, Centro 7%, Sud 6,2%, Isole 8,5%. Anche a livello regionale le differenze sono modeste, fatta eccezione per i dati estremi non sempre di facile interpretazione: da un lato Sardegna (12,3%) e Piemonte (9,6%), dall’altro la Provincia Autonoma di Bolzano e la Campania (4,7%). (figura 5).

Povertà assoluta

«L’impatto sulla salute individuale e collettiva dell’indebolimento della sanità pubblica – afferma Cartabellotta – non può limitarsi a valutare gli indicatori relativi alla spesa delle famiglie, ma deve anche considerare il livello di povertà assoluta della popolazione». Secondo le statistiche ISTAT sulla povertà, tra il 2021 e il 2022 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie in Italia – ovvero il rapporto tra le famiglie con spesa sotto la soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti – è salita dal 7,7% al 8,3%, ovvero quasi 2,1 milioni di famiglie.

Il Nord-Est ha registrato l’incremento più significativo, passando dal 7,1% al 7,9%, seguito dal Sud con un aumento dal 10,5% all’11,2% e dalle Isole con un incremento dal 9,2% al 9,8%. Anche se il Nord-Ovest e il Centro hanno registrato un aumento più contenuto (0,4%), il fenomeno della povertà assoluta è diffuso su tutto il territorio nazionale (tabella 3).

E le stime preliminari ISTAT per l’anno 2023 documentano un ulteriore incremento della povertà assoluta delle famiglie: dall’8,3% all’8,5%. «È evidente – commenta Cartabellotta – che l’aumento del numero di famiglie che vivono sotto la soglia della povertà assoluta avrà un impatto residuale sulla spesa out-of-pocket, ma aumenterà la rinuncia alle cure, condizionando il peggioramento della salute e la riduzione dell’aspettativa di vita delle persone più povere del Paese».

«Dalle nostre analisi – conclude Cartabellotta – emergono tre considerazioni. Innanzitutto l’entità della spesa out-of-pocket, seppur in lieve e costante aumento, sottostima le mancate tutele pubbliche perché viene arginata da fenomeni conseguenti alle difficoltà economiche delle famiglie: la limitazione delle spese per la salute, l’indisponibilità economica temporanea e la rinuncia alle cure. In secondo luogo, questi fenomeni sono molto più frequenti nelle Regioni del Mezzogiorno, proprio quelle dove l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza è inadeguata: di conseguenza, l’insufficiente offerta pubblica di servizi sanitari associata alla minore capacità di spesa delle famiglie del Sud condiziona negativamente lo stato di salute e l’aspettativa di vita alla nascita, un indicatore che vede tutte le Regioni del Mezzogiorno al di sotto della media nazionale. Infine, lo status di povertà assoluta che coinvolge oggi più di due milioni di famiglie richiede urgenti politiche di contrasto alla povertà, non solo per garantire un tenore di vita dignitoso a tutte le persone, ma anche perché le diseguaglianze sociali nell’accesso alle cure e l’impossibilità di far fronte ai bisogni di salute con risorse proprie rischiano di compromettere la salute e la vita dei più poveri, in particolare nel Mezzogiorno. Dove l’impatto sanitario, economico e sociale senza precedenti rischia di peggiorare ulteriormente con l’autonomia differenziata».

Garattini: «Assicurazioni e intramoenia fonti di diseguaglianza. Ecco tre ricette per salvare il Servizio Sanitario Nazionale»

Silvio Garattini

Il nostro servizio sanitario nazionale quest’anno compie 45 anni, ma non ce la fa più. E non è colpa sua: «I costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica hanno reso fortemente sottofinanziato il SSN, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil, cifra molto distante dal livello degli standard dei Paesi europei avanzati che ammonta all’8% del Pil». «È necessario un piano straordinario di finanziamento» poiché «la spesa sanitaria in Italia non è in grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute». Con questo appello-denuncia 14 scienziati hanno firmato un documento in 10 punti dal titolo “Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico”.

Tra i 14 firmatari spiccano il Premio Nobel Giorgio Parisi, l’immunologo Alberto Mantovani e il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli, e con loro anche il farmacologo Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto Mario Negri, che TrendSanità ha intervistato proprio su queste tematiche.

Un problema che si accoda e che si ripercuote sulle liste d’attesa è anche l’ipermedicalizzazione.  Il tema dei ‘troppi esami diagnostici’ eseguiti più volte, si riversa sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale?

«Sì e in due modi – risponde Garattini –. Il primo problema è rappresentato dalle liste d’attesa che rappresentano prima di tutto un aspetto della disuguaglianza nella disponibilità del Servizio Sanitario Nazionale perché, quando una persona chiede di poter fare un determinato esame e si sente dire che bisogna aspettare sei o sette mesi, ma a pagamento si può fare dopo pochi giorni, ecco, questa è una grande disuguaglianza che dovrebbe essere assolutamente cancellata. Perché l’intramoenia è, di fatto, un’ingiustizia. Chi ha soldi si può curare o avere esami e chi non li ha, peggio per lui.

È necessario ripristinare una situazione in cui ci sia veramente un’eguaglianza dei diritti

Il secondo problema è la contraddittorietà che si è creata con la stipula dei contratti dei sindacati con le assicurazioni sanitarie al fine di agevolare vie di preferenza. Questi sono contratti tasse esenti, quindi, alla fine li paghiamo ancora noi e danneggiano coloro che non li hanno».

Se si procede così, facciamo un salto indietro a prima del 1978, anno in cui si è istituito il Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, il quale si basa su universalità, uguaglianza ed equità?

«È per questo che diventa necessario ripristinare una situazione in cui ci sia veramente un’eguaglianza dei diritti, come esprime d’altra parte, anche la Costituzione italiana nei confronti della salute delle persone».

Tornando alle liste d’attesa e all’ipermedicalizzazione…

«Dobbiamo porci la domanda se molte delle richieste di esami diagnostici siano giustificate.  In realtà, attualmente, c’è una grande richiesta di esami, spesso non necessari; questi esami fanno parte della medicina difensiva. Il medico ha paura di essere portato in tribunale, quindi prescrive qualsiasi cosa gli venga richiesto. Il medico dovrebbe invece prescrivere soltanto le cose che sono strettamente necessarie. Inoltre, molte delle prescrizioni sono inutili perché si rivolgono a malattie che sono evitabili. Il 50% almeno delle malattie croniche è evitabile.

È la prevenzione che può controllare il mercato: senza prevenzione, il SSN non sarà più sostenibile

In Italia, abbiamo oltre 3,7 milioni di persone con diabete di tipo due che hanno complicazioni nella sfera visiva, nella sfera cardiovascolare e nella sfera renale; tutte patologie che potrebbero essere evitate. Il diabete di tipo due è una malattia evitabile, quindi è anche una responsabilità di tutti noi il non far lavorare inutilmente il servizio sanitario nazionale. Dobbiamo inoltre pensare che il 40% dei tumori è evitabile. Eppure, di tumore muoiono in Italia, ogni anno 180 mila persone e spendiamo quasi 7 miliardi di farmaci antitumorali ogni anno. Per non parlare poi dei ricoveri, degli interventi chirurgici e di tutto quello che ne è inerente.

Bisogna tener conto del fatto che la medicina è diventata un grande mercato che non vuole mai diminuire, il mercato vuole sempre aumentare e noi abbiamo, in qualche modo, offuscato, dimenticato, il termine prevenzione, soprattutto la prevenzione primaria; cioè, abbiamo dimenticato che è necessaria una grande rivoluzione culturale in cui si cambi il paradigma; ovverosia, dobbiamo curare quello che non è prevenibile.  Si crea quindi questo conflitto di interessi fra la prevenzione e il mercato, ma è solo la prevenzione che può controllare il mercato; senza la prevenzione il servizio sanitario nazionale diventerà insostenibile».

La percezione attuale dello stato di salute delle persone si è un po’ spostata, soprattutto dopo il Covid, verso un certo stato di incertezza. Ciò ha influito ulteriormente sulla sovramedicalizzazione e sulla sovradiagnosi?

«Abbiamo sempre avuto persone che vogliono fare sempre degli esami, anche quando non sono assolutamente necessari, ma succederà molto di più con l’avvento dell’intelligenza artificiale. In molti, già si rivolgono al medico dicendo quello che vogliono e se il medico non gli prescrive qualcosa, ritengono che il medico sia un incapace.  Anzi, probabilmente è un medico molto attento. I cittadini, oggi, sono persuasi di sapere in anticipo quello di cui hanno bisogno».

I cittadini oggi sono persuasi di sapere in anticipo quello di cui hanno bisogno, e con l’intelligenza artificiale questo capiterà ancora di più

Per concludere, Garattini indica tre “ricette” per salvare il nostro SSN.

«Io dico sempre: abbiamo bisogno di una grande rivoluzione culturale, che significa attuare la prevenzione. Inoltre, sarebbe utile una scuola superiore di sanità per formare i dirigenti, affinché siano preparati, perché, molto spesso, sono i politici a prendere le redini della sanità. E poi avremmo bisogno della presenza dell’insegnamento della salute nelle scuole di tutti i livelli. Basterebbe un’ora alla settimana: un’ora, ma svolta da persone che siano preparate per questo scopo, anche solo per parlare di igiene, a partire dalle scuole materne ed elementari e con un linguaggio adatto all’età».

CIMO-FESMED: Convincenti parole Ministro Schillaci, fermare trend involutivo

«Occorrono coraggio e volontà. Le dichiarazioni del Ministro della salute Orazio Schillaci, in occasione di un recente evento di Forza Italia, sono convincenti ed è proprio per questo motivo che riteniamo che occorrono coraggio e volontà nel fermare quel trend involutivo legato, come più volte richiamato dallo stesso Ministro, ad una lunga stagione di tagli. Abbiamo più volte denunciato le riduzioni indiscriminate degli ultimi 10 anni sul personale sanitario, sui posti letto, sugli ambulatori e le risorse impegnate dall’attuale Governo sono certamente importanti ma non saranno mai sufficienti se non si interviene in modo strutturale sul nostro SSN. Non è solo una questione di finanziamento o di rapporto spesa/PIL, ma di corretto utilizzo delle risorse». A dichiararlo è Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED e Vice Presidente CIDA.  

«La questione medici gettonisti – prosegue Quici – ne è un esempio. Ha avuto coraggio il Ministro Schillaci a richiedere l’intervento dei NAS, ma prendiamo atto del mancato supporto del MEF che avrebbe potuto, in via temporanea, spostare risorse dalla voce beni e servizi alla voce costo del personale per incentivare le assunzioni invece di consentire spese milionarie a favore del lavoro interinale e di quelle cooperative che si erano ben organizzate da tempo. Naturalmente tutto è legato all’attuale blocco del tetto di spesa. Il ministro ha assunto da tempo l’impegno a voler eliminare una “vergogna nazionale” che dura da 20 anni, ma non ci convincono le elaborazioni di AGENAS rispetto alla definizione dell’orario di lavoro secondo contratto; né ci convince la metodologia concordata con il MEF che si basa su quei dati consolidati che rispecchiano la recente stagione dei tagli senza avere alcuna visione futura. Sulla questione abbiamo il sospetto che la buona volontà dimostrata dal Ministro possa essere smentita da atti documentali che vadano nella direzione opposta con il rischio di far rimpiangere l’attuale blocco del tetto di spesa.Come non concordare sul mancato utilizzo di risorse stanziate in questi anni per ridurre i tempi di attesa, o sul blocco delle agende, o sulle “furberie” regionali nella gestione dei relativi finanziamenti. Noi, aggiungiamo, il rapporto tra finanziamenti al privato, per ridurre i tempi di attesa, e reale appropriatezza delle prestazioni». 

«Come federazione CIMO-FESMED – conclude il presidente Quici – riteniamo che occorre recuperare la dispersione di queste risorse per valorizzazione l’indennità di specificità, strumento, questo, che può calmierare la fuga dei professionisti dagli ospedali. Di certo l’indennità non può essere correlata al già avvenuto finanziamento del contratto 2022-24. Infine, concordiamo sull’eccesso di domanda anche se sono ancora molti i bisogni espressi ed inespressi. Soprattutto concordiamo sul fenomeno della inappropriatezza delle prestazioni spesso legato alla medicina difensiva. Siamo, tuttavia, fortemente preoccupati dell’intervento di altri “attori” che hanno creato e creeranno non pochi ostacoli alla definitiva risoluzione della cosiddetta colpa grave. Non abbiamo alcuna aspettativa sui risultati dei lavori della Commissione Nordio, conosciamo la visione del suo Dicastero ed è per questo motivo che le Federazioni professionali, le Organizzazioni Sindacali e le Società Scientifiche devono programmare azioni comuni di sostegno ad una seria riforma. Al Ministro Schillaci non manca né il coraggio, né la volontà ma ci sono troppi stakeholders che navigano contro la sanità pubblica ed i suoi professionisti».

Collatina (Egualia), «Serve decidere in maniera consapevole sulla riforma potenzialmente più importante degli ultimi 20 anni nella farmaceutica europea»

«In settimana il Parlamento UE è chiamato a decidere sul pacchetto della Pharma Legislation: una direttiva e un regolamento con impatti significativi per i pazienti, l’industria e la società. Un pilastro dell’Unione europea della salute, secondo la Commissione UE, perché punta a rafforzare la parità d’acceso ai medicinali di tutti i pazienti europei, a contrastare i fenomeni di carenze, e a sostenere un’industria innovativa e competitiva. Ci auguriamo che continuino gli sforzi di mediazione già compiuti con gli emendamenti adottati dalla Commissione Salute (ENVI) appena una settimana fa e che il Parlamento decida in maniera consapevole sulla riforma potenzialmente più importante degli ultimi 20 anni della legislazione farmaceutica europea».

È questo l’augurio di Stefano Collatina, presidente di Egualia (l’associazione dei produttori di farmaci equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines) nei giorni in cui i parlamentari europei sono chiamati a decidere sul via libera ad una riforma prioritaria, che dall’organo legislativo comunitario ha scelto di discutere prima delle elezioni di giugno.

«L’accesso ai medicinali varia ancora in modo importante nei diversi Paesi membri: in alcuni si attende in media 4 mesi per trovare un determinato medicinale; in altri si attendono più di 2 anni per ottenere lo stesso medicinale: l’obiettivo principale di questa riforma è proprio quello di armonizzare e ammodernare le normative ora troppo frammentate e differenziate che disciplinano l’accesso alle terapie, dando risposte certe ai pazienti – prosegue Collatina –. Sono stati fatti dei passi avanti nel testo che il Parlamento esaminerà, grazie al lavoro della Commissioni tecniche, e riteniamo che ancora si possano fare dei miglioramenti nelle prossime fasi della procedura legislativa. Di certo non condividiamo posizioni che sono volte ad affossare l’intero pacchetto di riforma e che non sono nemmeno più sostenibili alla luce delle modifiche introdotte nei testi che andranno in votazione l’11 aprile». 

Il nuovo testo su cui i parlamentari europei sono chiamati ad esprimersi garantisce la tutela della proprietà intellettuale e conferma l’Ue la regione al mondo più generosa in questi termini. Infatti il testo prevede 7 anni e mezzo di data protection (tutela dei dati di sperimentazione utilizzati per l’approvazione di un nuovo farmaco) e un tetto massimo tra la data protection e la market protection di 11,5 anni, rendendo potenzialmente la protezione regolatoria più lunga di quella attuale, che si ferma a 11 anni. Sono infatti previste estensioni della data protection di 12 mesi in più per il farmaco che risponde a un’esigenza medica insoddisfatta. In alternativa 6 mesi per i farmaci su cui sono state condotte sperimentazioni cliniche comparative e altri 6 in più se una quota significativa della ricerca e dello sviluppo del prodotto sia stata svolta nel territorio dell’Unione Europea e in collaborazione, almeno in parte, con gli enti di ricerca comunitari. 

«La soluzione scelta dal legislatore europeo continua a fornire il periodo di protezione di gran lunga più lungo al mondo, cercando però di agevolare con altre misure la riduzione dei ritardi nell’accesso ai medicinali generici e biosimilari che rappresentano il 70% delle terapie croniche all’interno dell’Unione – commenta ancora Collatina -. Parliamo di cure salvavita nel percorso del paziente, come le terapie oncologiche e immunologiche. Inoltre, viene introdotto per le aziende che sviluppano nuovi antimicrobici un voucher di protezione aggiuntiva fino 12 mesi che le aziende possono utilizzare per prodotti che non hanno ancora beneficiato della massima protezione regolatoria dei dati e viene messo in pista un modello di approvvigionamento comune volontario per nuovi antibiotici a fronte dell’introduzione di misure che ne garantiscano l’appropriatezza dell’utilizzo».

«Tutte le misure contenute nel disegno normativo europeo che si sta delineando non toccano assolutamente la protezione offerta dai brevetti o dai certificati di protezione complementare. Agiscono invece nella direzione di migliorare il sistema di tutela offerto finora dal sistema di data e market protection, per mitigarne gli effetti negativi non considerati quando fu varato, chiarendo molti aspetti critici che riguardano le fasi di autorizzazione ed immissione in commercio dopo la scadenza brevettuale dei farmaci equivalenti e biosimilari – conclude il presidente di Egualia. – Non sono misure contrapposte agli intessi dell’industria europea, che anzi ne gioverebbe, e appare anche superfluo sottolineare che non determineranno certo la fine dell’industria R&D. È chiaro che se a questa riforma non si affiancheranno programmi e strumenti seri per garantire autonomia strategica all’UE in campo farmaceutico (come un Critical Medicines Act), non sarà sufficiente questa riforma a far fronte alla concorrenza di USA e Cina nell’attrarre gli investimenti in produzione e ricerca. È urgente che si discuta di sostenibilità economico industriale dei farmaci maturi che in Europa servono milioni di pazienti in tutti gli Stati Membri. Vorremmo che su questi temi si agisse più rapidamente».

Nuova convenzione per i medici di medicina generale, SMI: «Adesso si corrispondano entro 60 giorni aumenti e arretrati»

«Dopo l’approvazione in Conferenza Stato regioni dell’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) di medicina generale, relativo al triennio 2019-2021 restano alcuni nodi irrisolti», così Pina Onotri, Segretario Generale dello SMI, il Sindacato Medici Italiani.

«Adesso siano corrisposti ai medici di famiglia gli aumenti operativi e gli arretrati entro sessanta  giorni dall’approvazione della convenzione come ristoro per coprire i costi di gestione degli studi medici che sono lievitati moltissimo in questi anni e per coprire l’inflazione che ha eroso le retribuzioni».

«Restano nel nuovo contratto molte ombre in merito al ruolo unico e tempo pieno che appare monco in quanto non prevede tra le  opzioni il  part-time (possibilità di riduzione volontaria di ore/scelta) né la valorizzazione del lavoro straordinario (oltre il tetto delle 38 ore)  nonché il limite massimo allo stesso, in linea con le esigenze di rispetto della ripartizione fra tempo professionale e tempo di ristoro, così come richiesto dallo SMI. Senza queste innovazioni c’è il rischio concreto che vi sarà un’ulteriore fuga dei giovani medici dalla medicina generale, soprattutto delle giovani colleghe, che ormai rappresentano il 60% dei professionisti operanti sul territorio e da sempre più attente all’ organizzazione del lavoro».

«Il ruolo unico, così come formulato dell’ACN, penalizza anche i medici in formazione che hanno assunto gli incarichi provvisori di medicina generale e che adesso rientrerebbero col nuovo contratto. In pratica con 38 ore sarebbero costretti comunque ad aprire uno studio in periferia e le 38 ore  sono compatibili con 400 pazienti, quindi si tratterebbe di circa 48 e più ore di lavoro a settimana, in quanto la norma non tiene conto del lavoro di back office, oltre che front office, svolto dai medici nei confronti dei propri pazienti. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici in formazione di questo triennio per le loro giuste rivendicazioni che hanno al centro l’esercizio della professione medica senza alcuna differenziazione tra medici specializzandi e medici che già esercitano la professione e ci impegneremo nel prossimo ACN affinché siano risolte queste criticità».

«Siamo in presenza di un forte sottofinanziamento della sanità pubblica, alla quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil, meno di quanto (6,5%) accadeva 20 anni fa, come recentemente l’appello di Nobel e scienziati ha evidenziato. Senza nuove risorse per il Servizio Sanitario Nazionale non si realizzerà una vera inversione di tendenza nelle professioni mediche che devono essere meglio retribuite e più valorizzate».

Gallina: «Salute europea, servono investimenti e coordinamento tra i vari Paesi»

Durante la plenaria del 10-11 aprile gli Eurodeputati voteranno la posizione del Parlamento europeo in merito alla proposta di riforma della legislazione farmaceutica. La direzione sembra essere quella di estendere a 7,5 anni la tutela regolatoria dei farmaci rispetto ai 6 inizialmente proposti dalla Commissione.

Tra le persone che più si sono spese per la bozza di testo c’è Sandra Gallina, Direttore Generale per la Salute e la Sicurezza alimentare della Commissione UE.

In questa intervista a TrendSanità, Gallina parla del più importante documento che questa legislatura lascerà alla prossima e della “pandemia silenziosa” dell’antimicrobicoresistenza.

La riforma e l’innovazione

Il grande dibattito che si è scatenato attorno alla proposta di riforma farmaceutica non rischia paradossalmente di frenare l’innovazione? Stiamo parlando di un settore molto dinamico e queste divergenze rischiano di rallentare ulteriormente il processo legislativo. C’è il rischio di licenziare un testo che non sarà al passo con i tempi?

«Abbiamo progettato il sistema di incentivi in modo che ogni euro speso significhi che i pazienti europei ricevano farmaci migliori e a un ritmo più rapido. In primo luogo, la riforma è stata concepita per premiare l’innovazione, in particolare nelle aree in cui non sono disponibili trattamenti. Ciò include, ad esempio, i tumori rari e pediatrici, le malattie neurodegenerative o i vaccini e gli antimicrobici. Per i farmaci orfani (cioè medicinali per alcune malattie rare in cui il mercato è limitato), proponiamo un sistema di incentivi estremamente generoso, con una protezione garantita per oltre 9 anni.

In secondo luogo, abbiamo progettato la riforma per garantire che la transizione digitale e gli adeguamenti normativi rendano il quadro dell’UE a prova di futuro e favorevole all’innovazione. Queste semplificazioni dovrebbero generare risparmi fino a 300 milioni di euro all’anno per le aziende e le autorità pubbliche. Siamo certi che queste misure garantiranno che l’UE rimanga una destinazione attraente per gli investimenti e l’innovazione».

Oggi l’accesso ai farmaci approvati dall’EMA ha tempi piuttosto diversi tra gli Stati membri. Cosa può fare l’Europa per ridurre queste disuguaglianze (oltre all’incentivo per le aziende farmaceutiche previsto nella proposta di riforma)? 

«La nostra proposta di riforma fornirà soluzioni molto concrete a questa sfida. Oggi i tempi di approvazione si allungano fino a oltre 400 giorni. La riforma mira a ridurre drasticamente questi tempi.

Le domande di autorizzazione all’immissione in commercio saranno sottoposte a un pre-screening, il che significa che non ci saranno più domande immature che entreranno nel sistema. Inoltre, i tempi legali per la valutazione di un nuovo farmaco saranno significativamente ridotti. Ad esempio, la valutazione dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) passerà da 210 a 180 giorni e l’autorizzazione della Commissione da 67 a 46 giorni. Anche il numero di comitati dell’EMA sarà ridotto da 5 a 2, il che si tradurrà in tempi di approvazione più rapidi, pur mantenendo i rigorosi standard europei di sicurezza, efficienza e qualità dei farmaci. Anche i tempi per le autorizzazioni nazionali saranno ridotti».

Le preoccupazioni dell’industria

L’industria italiana ha avanzato diverse critiche alla proposta di riforma: come è stata accolta quest’ultima negli altri Paesi? Perché dal suo punto di vista l’Italia sta opponendo questa grande resistenza?

«Le preoccupazioni dell’industria si concentrano soprattutto su un aspetto specifico delle nostre proposte, ovvero gli incentivi proposti, senza riconoscere tutte le misure che sosterranno l’innovazione. La valutazione d’impatto della Commissione e lo studio di Copenhagen Economics sugli incentivi dimostrano entrambi che le modifiche agli incentivi in un Paese non riducono l’innovazione farmaceutica in quel Paese. Inoltre, una riduzione della protezione standard dei dati non porrebbe le aziende dell’UE in una posizione di svantaggio né ridurrebbe l’innovazione nell’UE in modo specifico.

L’industria è da tempo favorevole a molte delle misure proposte nella riforma. Tra queste, gli aspetti digitali di default, tra cui i foglietti illustrativi elettronici, l’uso di prove reali a fini regolatori, autorizzazioni più rapide e pareri scientifici tempestivi.

L’industria si è espressa anche a favore di un incentivo in forma di voucher per gli antimicrobici innovativi e di una disposizione “sandbox” per promuovere l’innovazione innovativa. Tutti questi elementi sono presenti nelle nostre proposte di riforma e andranno a vantaggio delle aziende, in particolare delle PMI, alle quali viene fornito un ulteriore supporto normativo.

In realtà, nell’ambito della riforma stiamo già adottando misure che semplificheranno il processo normativo per l’industria farmaceutica. All’inizio di marzo abbiamo proposto di modificare la legislazione di variazione per i farmaci, per facilitare una gestione più efficiente del ciclo di vita dei medicinali. Il nuovo quadro normativo riduce drasticamente l’onere amministrativo, creando al contempo un percorso normativo che consente di raccogliere i benefici dei progressi scientifici e tecnologici, nell’interesse dei pazienti».

La cooperazione tra Stati membri

E per quanto riguarda invece le carenze di farmaci? Come spingere gli Stati a cooperare?

«Affrontare le carenze e migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di farmaci sono state priorità fondamentali fin dall’inizio della nostra Strategia farmaceutica per l’Europa. Sulla base del pacchetto di misure dell’Unione Europea della Salute presentato dalla Commissione nel novembre 2020, il mandato dell’EMA è stato esteso nel 2022 per dotarla di maggiori strumenti per affrontare le carenze.

Con la nostra riforma, saremo in grado di prevedere e mitigare meglio le carenze di medicinali. La collaborazione tra gli Stati membri dell’UE è fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Di recente abbiamo annunciato che alcuni degli elementi proposti per affrontare le carenze potrebbero essere accelerati, mentre i negoziati sulla riforma sono in corso.

A dicembre, la Commissione ha adottato il primo elenco UE di farmaci critici, per i quali la continuità di approvvigionamento deve essere una priorità. Presenteremo inoltre raccomandazioni sulle misure che le aziende o altri attori della catena di approvvigionamento devono adottare per mitigare le carenze. Dove necessario, saranno applicati obblighi giuridicamente vincolanti per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento di specifici farmaci critici. Ciò potrebbe includere, ad esempio, l’obbligo di mantenere scorte di emergenza. Quando si verificano carenze critiche, l’Agenzia europea per i medicinali coordinerà la gestione di queste carenze, migliorando così la situazione. La riforma faciliterà anche l’uso di informazioni elettroniche sui prodotti e di confezioni multinazionali, che dovrebbero contribuire a ridurre le carenze».

La gran parte dei clinical trial è condotta a livello locale: perché con la sperimentazione clinica non riusciamo davvero a travalicare i confini?

«Sebbene le sperimentazioni cliniche vengano condotte in ogni Stato membro separatamente, grazie alla loro registrazione a livello nazionale e alle reti nazionali di centri di ricerca clinica, il Regolamento sulla sperimentazione clinica offre l’opportunità di coordinare le sperimentazioni cliniche a livello europeo.

Ciò comporta una selezione degli Stati membri in cui lo sponsor è disposto a studiare un potenziale farmaco candidato. Questo meccanismo è stato ampiamente utilizzato nel contesto della pandemia COVID-19, dove la maggior parte delle sperimentazioni cliniche per testare nuovi trattamenti erano multinazionali, a beneficio dei pazienti di tutta l’UE. Ci auguriamo di assistere in futuro a una maggiore cooperazione transfrontaliera in materia di sperimentazioni cliniche, in linea con la nostra legislazione». 

Combattere i batteri a livello europeo

La strategia europea per combattere l’AMR appare lenta rispetto alla dimensione drammatica del problema: è davvero così?

«Durante il mandato della Commissione si sono verificati importanti sviluppi politici e legislativi per rafforzare la nostra risposta alla resistenza antimicrobica. Tra questi, l’obiettivo di ridurre del 50% le vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e l’acquacoltura entro il 2030, il divieto dell’uso di routine di antibiotici a scopo profilattico per gruppi di animali o come promotori della crescita negli animali da allevamento e la più recente riduzione del 20% del consumo di antibiotici entro il 2030.

Di recente abbiamo investito 50 milioni di euro per sostenere gli Stati membri dell’UE, l’Islanda, la Norvegia e l’Ucraina nella prevenzione e nel controllo delle infezioni, nella sorveglianza e nel monitoraggio, nell’uso prudente degli antibiotici e nell’innovazione.

Tuttavia, non possiamo riposare sugli allori. Le iniziative devono essere coordinate tra i vari Paesi e settori e sostenute da investimenti e ricerca. Stiamo anche spingendo per una maggiore azione per affrontare la resistenza antimicrobica, attraverso un approccio One Health, a livello internazionale, poiché si tratta di un problema davvero globale».

Ridurre l’uso di antibiotici, sia a livello animale che a livello umano, è una battaglia culturale faticosa: a che punto siamo? Ci sono Paesi che rispondono meglio alle indicazioni europee?

«I nostri obiettivi UE mirano a ridurre l’uso di antibiotici e a garantire che tutti gli Stati membri si muovano nella stessa direzione su questo tema. A livello europeo, la vendita di antibiotici per gli animali è diminuita del 44% tra il 2014 e il 2021, grazie alla legislazione europea in materia.

Tuttavia, negli esseri umani il consumo è rimasto relativamente stabile o è diminuito troppo lentamente.

Un recente rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare dimostra che la riduzione del consumo di antibiotici può davvero avere un impatto. Nei Paesi che sono riusciti a ridurre significativamente il consumo, si è osservato un calo della resistenza agli antimicrobici. Il legame tra il consumo di antimicrobici e la resistenza antimicrobica è quindi evidente e dovrebbe spronarci a fare di più in questa direzione.

Gli Stati membri hanno punti di partenza diversi che vanno considerati

Come nel caso della maggior parte delle politiche dell’UE, dobbiamo considerare che gli Stati membri hanno punti di partenza diversi. Ad esempio, i Paesi nordici utilizzano pochissimi antimicrobici sugli animali e quindi hanno statistiche favorevoli sulla resistenza. Tuttavia, alcuni Stati membri meridionali con consumi più elevati hanno ottenuto riduzioni notevoli negli ultimi anni. La Spagna, ad esempio, ha ridotto la vendita di antimicrobici per animali del 62% tra il 2011 e il 2022».

Qual è dal suo punto di vista il passo più importante che l’UE di questi anni ha fatto per la lotta all’AMR?

«Non credo che ci sia una singola misura che debba essere privilegiata rispetto ad altre. Piuttosto, è fondamentale il fatto che stiamo affrontando questa grave minaccia con un approccio One Health. La resistenza antimicrobica colpisce uomini, animali e piante. Ha un impatto sull’assistenza sanitaria, sulla produzione alimentare, sulla salute e sul benessere degli animali, sulla politica ambientale e sulle nostre economie. Pertanto, l’unico modo per affrontare questo problema è un approccio multisettoriale e multi-politico. Questa è la base dell’approccio One Health dell’UE alla lotta alla resistenza antimicrobica.

Per combattere la resistenza antimicrobica, abbiamo utilizzato una serie di strumenti diversi, come la legislazione, gli orientamenti e i programmi di formazione. Nel corso degli anni abbiamo compiuto grandi progressi nel settore alimentare e veterinario, soprattutto attraverso la legislazione sull’uso e l’igiene. Prevediamo che la raccomandazione del Consiglio sulla resistenza antimicrobica, approvata lo scorso anno, contribuirà a compiere progressi analoghi nel settore della salute umana.

A livello internazionale, continueremo a sostenere con forza una risposta coordinata alla lotta contro la resistenza antimicrobica da parte della comunità globale. La riunione di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla resistenza antimicrobica, che si terrà a settembre, getterà le basi per i prossimi anni e ci permetterà di spingere per impegni concreti e per l’approccio One Health. Cerchiamo inoltre di includere le azioni di prevenzione delle pandemie legate agli agenti patogeni resistenti agli antimicrobici nei negoziati per un accordo internazionale sulla lotta alle pandemie nell’ambito dell’Accordo internazionale dell’OMS sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie».

Robert Giovanni Nisticò è stato nominato presidente dell’Aifa

Robert Giovanni Nisticò è il nuovo presidente dell’Aifa.

A oltre un mese dalle dimissioni di Giorgio Palù dal vertice dell’Agenzia, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il nominativo proposto dal Ministro della Salute Orazio Schillaci.

Classe 1974, Nisticò è psichiatra e docente di farmacologia a Tor Vergata. Dal 2015 collabora come esperto di Affari Regolatori con l’Agenzia dei medicinali di Malta e dal 2016 è membro del Comitato per i medicinali orfani di Ema.

Dopo la nomina il ministro ha commentato: «Rivolgo i miei migliori auguri di buon lavoro al neo presidente dell’Aifa Robert Giovanni Nisticò. Sono certo che con il suo bagaglio professionale saprà guidare con competenza la nuova Aifa, un ente strategico per l’intero SSN e fondamentale per la tutela della salute delle persone».

Tra le congratulazioni ricevute, anche quella di Marcello Cattani, presidente di Farmindustria: «Esprimo grande apprezzamento per la nomina del Professor Robert Giovanni Nisticò alla Presidenza dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Un farmacologo di livello internazionale che guiderà Aifa, istituzione cruciale per la salute dei cittadini, con autorevolezza e competenza. E potrà – con la riforma in corso che rende l’Agenzia più moderna e agile – garantire quella velocità necessaria in uno scenario globale sempre più competitivo. Sono molte le sfide da affrontare per la salute dei pazienti come, ad esempio, l’accesso ai nuovi farmaci – con tempi più rapidi, maggiore dialogo con l’industria e procedure più efficaci – una nuova governance della spesa e il superamento del payback, la sostenibilità delle produzioni a fronte degli aumenti dei costi di tutte le materie prime. Da parte nostra continueremo a dare un contributo propositivo, nell’ambito di un continuo e proficuo confronto, per la crescita della Nazione e il bene dei cittadini. Un augurio sincero di buon lavoro al Professor Robert Giovanni Nisticò!».

«Vive congratulazioni e auguri di buon lavoro al professor Nisticò, neo presidente AIFA. Si completa così, dopo l’insediamento della nuova Commissione scientifica ed economica del farmaco (Cse), una leadership autorevole che sarà chiamata ora ad avviare il nuovo corso dell’agenzia. L’auspicio, che esprimo anche a nome della SIHTA, è che in linea con gli indirizzi internazionali e nazionali si configuri una sempre maggiore attenzione all’Health Technology Assessment da parte di AIFA, non solo con riguardo alla dimensione economica, ma soprattutto dando una guida italiana all’implementazione degli atti dell’HTAR», così il presidente della Società italiana di Health Technology Assessment (Sihta), Giandomenico Nollo.

Complimenti arrivano anche dal presidente FOFI, Andrea Mandelli, che sottolinea: “È importante che a ricoprire questa carica sia un professionista di grande esperienza e competenze scientifiche nel campo della farmacologia, di cui ha dato prova nel corso della prestigiosa carriera accademica e all’interno dell’Ente regolatorio europeo. Siamo certi del prezioso apporto che saprà dare all’attività dell’Agenzia, chiamata a garantire appropriatezza e tempestività di accesso alle cure per i pazienti e la sostenibilità della spesa farmaceutica, tra le principali sfide nell’attuale sistema sanitario. La Federazione continuerà a garantire all’AIFA la massima collaborazione. Al neopresidente vanno i migliori auguri di buon lavoro di tutti i farmacisti italiani».

Buon lavoro a Nisticò anche dal il presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Giuseppe Cirino: «L’Ente pubblico nazionale che regola i farmaci a uso umano in Italia, che governa la spesa farmaceutica e segue il ciclo di vita del medicinale per garantirne efficacia, sicurezza e appropriatezza, avrà come Presidente uno scienziato di calibro internazionale proprio nel campo della farmacologia – continua Cirino  – garantendo all’intero Sistema Sanitario Nazionale e ai pazienti efficacia ed efficienza dei medicinali. Ricordo, infatti, che è proprio la scienza farmacologica quella che studia i meccanismi molecolari alla base degli effetti terapeutici e delle interazioni tra farmaci»

Allarme liste di attesa: per AIGO necessari modelli di gestione virtuosi

Le liste di attesa sono un tallone d’Achille di tutti i sistemi sanitari e anche l’Italia, come noto, non è esente da questa criticità. I fattori che concorrono a determinare le liste di attesa sono molteplici, tra cui l’invecchiamento della popolazione, la diffusione di percorsi diagnostico-terapeutici sempre più articolati e costosi e la prescrizione di esami non del tutto necessari da parte dei medici di medicina generale e specialisti. Tali fattori finiscono per incrementare l’inappropriatezza delle prestazioniche in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva supera il 25% dei casi tra gli esami endoscopici di primo livello (come la esofagogastroduodenoscopia (EGDS) e la colonscopia). Una percentuale sicuramente rilevante che diventa critica se si considera che ogni anno in Italia vengono effettuati non meno 2milioni e 500mila di questi esami.

Emerge con evidenza quindi, che si rendono necessari nuovi modelli e linee guida efficaci per una riorganizzazione del sistema di erogazione delle visite e prestazioni ambulatoriali.

Le lunghe liste d’attesa in sanità sono un problema per i pazienti ma anche per i professionisti sanitari

Tra i possibili modelli d’intervento quello dei RAO (Raggruppamento di Attesa Omogeno) è stato di recente proposto a livello ministeriale sulla scorta delle esperienze maturate da alcuni studi coordinati dalla Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS)  in collaborazione con 85 società medico scientifiche, tra cui AIGO (Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Digestivi Ospedalieri), istituzioni centrali (Ministero della Salute, Istituto Superiore della Sanità), Regioni e Province Autonome e di Cittadinanzattiva e che ha portato nel 2020 alla pubblicazione di un manuale applicativo RAO. Il Manuale AGENAS si compone di 77 tabelle relative a 109 prestazioni che, in ambito gastroenterologico, includono gastroscopia, colonscopia e la prima visita gastroenterologica.

Gli obiettivi specifici della applicazione del modello RAO AGENAS sono: ottimizzare l’accesso alle prestazioni specialistiche ambulatoriali; migliorare l’appropriatezza delle prestazioni; monitorare i tempi di attesa per singola classe di priorità; verificare periodicamente l’appropriatezza nell’uso dei codici di priorità condivisi e il grado di concordanza raggiunto tra medici di medicina generale e specialisti.

L’Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Digestivi Ospedalieri (AIGO) sostiene il modello di Raggruppamento di Attesa Omogeno elaborato con AGENAS

Il modello RAO permette così di coordinare l’azione dei medici coinvolti verso un’attività di pianificazione, con la stesura di documenti condivisi. Gli elementi che vengono presi in considerazione per definire i tempi della priorità clinica comprendono la severità del quadro clinicola prognosil’evoluzione del quadro clinico nel breve periodo, la presenza di sintomatologia o deficit funzionale e se disponibili la valutazione di documenti di riferimento come linee guida o PDTA (percorsi diagnostico terapeutici assistenziali).

Si tratta però sempre, va chiarito, di raccomandazioni non vincolanti per il medico prescrittore, che può ritrovare negli scenari clinici proposti la giusta indicazione e prioritizzazione all’esame endoscopico ma anche decidere di trovare tempi personalizzati da valutare caso per caso, possibilmente confrontandosi con un medico specialista.  Nel manuale RAO proposto da AGENAS non vengono inserite situazioni nella priorità U in ambito gastroenterologico, in quanto in caso di emergenza la gastroscopia o la colonscopia viene valutata nel percorso di cure di un Pronto Soccorso o durante un ricovero ospedaliero.

Il modello RAO, pertanto, per essere realmente efficace richiede la piena alleanza tra cittadini, medici prescrittori e medici esecutori degli esami e un periodico confronto e monitoraggio dei risultati raggiunti, che per i medici sarà la “concordanza” nella attribuzione alla priorità degli esami e visite sino a raggiungere l’80%- 90% nelle prestazioni di fascia B e D dove si ritrova la casistica con patologie maggiori.

Esempi virtuosi sono già presenti in alcune Regioni dove, oltre all’adozione del Modello RAO di Agenas, si è provveduto ad effettuare aggiornamenti condivisi, tra medici specialisti e rappresentanti dei medici delle cure primarie in ordine alla prescrivibilità degli esami endoscopici, secondo le più recenti linee guida.

È questo il caso della Regione Lombardia che ha pubblicato a fine dicembre 2023 un documento di aggiornamento sull’argomento che, oltre ad assegnare i tempi di priorità alle prestazioni, rivolge particolare attenzione alla ripetizione degli esami che spesso risultano non appropriati. In Emilia-Romagna si sperimenta in alcune aree del bolognese la presa in carico da parte degli specialisti che contattati dal medico di famiglia programmano l’esame endoscopico e seguono il paziente nell’iter diagnostico terapeutico.

Alcuni di questi temi saranno al centro del 30° Congresso Nazionale delle Malattie dell’Apparato Digerente (FISMAD) che si terrà a Roma dal l’11-al 13 aprile. “L’obiettivo della tavola rotonda – ha dichiarato il presidente Nazionale AIGO dottor Marco Soncini e direttore di Dipartimento Medico a Lecco – è mettere a confronto le esperienze maturate nelle singole realtà regionali sul tema delle liste di attesa partendo dal presupposto che, in questo ambito, ogni modello non possa prescindere da una stretta alleanza tra istituzioni, cittadini e professionisti”.

Cosa succede ora con lo “spazio europeo dei dati sanitari”?

«Consentire a un turista spagnolo di ritirare in una farmacia tedesca quanto prescritto da una ricetta, oppure permettere ai medici di accedere alle informazioni sanitarie di un paziente belga sottoposto a una cura in Italia». Racconta così, il Consiglio dell’Unione Europea, l’obiettivo alla base della creazione dello “spazio europeo dei dati sanitari” (EHDS) che ha da poco fatto un passo avanti con un primo accordo tra le istituzioni di Bruxelles. Ora tocca ai singoli Stati portare avanti il tema e qui il fattore tempo e qualche scetticismo rischiano di far inceppare il meccanismo.

A TrendSanità il commento di Giovanni Gorgoni, da poco nominato Chief Digital Transformation and Management Control Officer dell’Azienda sanitaria locale Lanciano Vasto Chieti, e con una lunga esperienza nel settore e in Ue come presidente di EUREGHA – European Regional and Local Health Authorities, il network europeo delle autorità sanitarie regionali e locali.

Con il patient summary se io mi incrino una costola alle Canarie e finisco al pronto soccorso devono sapere in modo semplice e veloce chi sono

Giovanni Gorgoni

«Spesso si enfatizzano, con un po’ di superficialità, la difficoltà e l’entità dei dati sanitari che dovremmo condividere a livello continentale. Le intenzioni del legislatore europeo e della Commissione sono quelle di aiutare la libertà di scelta e di mobilità sanitaria del cittadino utilizzando due oggetti molto semplici: il patient summary e le prescrizioni elettroniche. Le seconde sono delle realtà in Italia ormai da un pezzo, sono sempre più attuali e diffuse sul territorio. Il primo un po’ di meno, ma sono quegli oggetti che nei fatti ci possono consentire di fare quello che abbiamo fatto con il tanto contestato green pass: dare più libertà ai cittadini. Con il certificato vaccinale io potevo entrare in un ristorante di Madrid, in un museo di Parigi e in pub di Bruxelles e quelle informazioni specifiche venivano lette facilmente da applicazioni diverse e su strumenti diversi. Con il patient summary se io mi incrino una costola alle Canarie e finisco al pronto soccorso devono sapere in modo semplice e veloce chi sono, il mio gruppo sanguigno, se ho avuto patologie importanti e se ho allergie. Nient’altro. Non ci sono le mie radiografie, le mie analisi o altro» ci spiega Gorgoni a margine dell’evento Data Talk organizzato da Culture a Roma.

«La digitalizzazione dei dati sanitari nell’UE comporta potenzialmente enormi benefici per i pazienti, i professionisti del settore medico e la comunità della ricerca, eppure finora questo potenziale è rimasto inutilizzato. Il mandato concordato oggi prevede uno spazio di dati a livello dell’UE che ci consentirà di condividere i dati sanitari e accedervi in modo sicuro ed efficiente» aveva commentato al lancio dell’iniziativa europea Mónica García, medico e ministra della Salute del governo spagnolo.

Il passo avanti raggiunto a Bruxelles il 15 marzo ha visto un accordo provvisorio che deve ora essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento, per poi essere adottato formalmente dalle due istituzioni dopo la messa a punto giuridico-linguistica.

Il nuovo testo modifica la proposta originaria della Commissione in vari ambiti centrali, tra cui, come spiega una nota del Consiglio Ue:

  • Non partecipazione (opt-out). Gli Stati membri possono consentire ai pazienti di opporsi all’uso dei loro dati sanitari ai quali viene effettuato l’accesso, sia da parte dell’operatore sanitario curante (uso primario) sia per un uso ulteriore (uso secondario, sempre a condizioni rigorose), tranne a fini di interesse pubblico, elaborazione di politiche, statistiche e ricerca nell’interesse pubblico.
  • Informazioni riservate. Se il paziente sceglie di sottoporre le informazioni a restrizioni, gli operatori sanitari potranno accedere ai dati sanitari soggetti a restrizioni solo in situazioni di interesse vitale.
  • Dati sensibili. Gli Stati membri possono adottare misure più rigorose per disciplinare l’accesso a determinati tipi di dati sensibili, come i dati genetici, a fini di ricerca.
  • Titolari di dati di fiducia. Al fine di ridurre gli oneri amministrativi, gli Stati membri possono stabilire titolari di dati di fiducia in grado di trattare in modo sicuro le richieste di accesso ai dati sanitari.
  • Risultanze significative dal punto di vista clinico. Se i ricercatori informano gli organismi responsabili dell’accesso ai dati sanitari in merito a risultanze che possono incidere sulla salute di un paziente i cui dati sono stati utilizzati nella ricerca scientifica, detti organismi possono informare il titolare di dati di fiducia, che deve informare di tali risultanze il paziente o l’operatore sanitario curante interessato.

Il regolamento entrerà in vigore venti giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. E poi la parola passerà ai singoli Paesi. Ogni Stato membro dovrà istituire un’autorità per la sanità digitale o assegnare le competenze ad una delle autorità esistenti per attuare le nuove disposizioni e garantire controllo e protezione delle informazioni.

«Si fanno tanti convegni, si discute di temi elevatissimi, di etica e di privacy, ma poi si tralascia il cittadino e i tempi»

Sul come proceda questa discussione in Italia ci fornisce la sua visione ancora Gorgoni: «Purtroppo in molti casi è un argomento tabù. O meglio, si fanno tanti convegni, si discute di temi elevatissimi, di etica e di privacy, ma poi si tralascia un aspetto fondamentale. La possibilità di muoverci per ambienti sanitari, ambienti di convivenza civile, ambienti ludici o quant’altro in giro per l’Europa utilizzando applicazioni di vario tipo è uno strumento fondamentalmente di libertà e soprattutto è un tema molto semplice senza scomodare i più avanzati algoritmi di intelligenza artificiale o le più avanzate infrastrutture tecnologiche. Questo è il punto che stiamo tralasciando: la visione che di questi strumenti ha l’utente e il cittadino. È molto importante il ragionamento sulla governance ma purché non si perda di vista l’alleanza col cittadino, fargli capire che è un suo diritto e che tutto questo può facilitargli la vita».

Mentre le istituzioni lavorano con i loro tempi e con la corretta attenzione a tutti i fattori in campo, c’è chi ha meno vincoli e corre veloce. Piattaforme come Google, Facebook e Amazon, spesso hanno molti più dati sanitari sul nostro conto di quelli che andrebbero condivisi con il patient summary. E presto, non c’è un se, ma solo un quando, inizieranno ad usarli per proporci la loro idea di assistenza sanitaria.

«Infatti, un altro aspetto di cui non teniamo abbastanza conto è il tempo. È una dimensione alla quale, soprattutto noi italiani, siamo piuttosto allergici. Non pensiamo che il tempo sia una variabile determinante. Invece, in questo momento, in questo tempo di trasformazione digitale pervasiva in tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana la variabile tempo probabilmente è quella più importante. Gli operatori privati, quelli che io chiamo “i nuovi barbari”, quelli che non hanno mai avuto a che fare con la sanità e, soprattutto, quelli che scontano il vantaggio del pensiero laterale, quindi, di non essere ingabbiati nelle logiche intellettuali e professionali in cui siamo ingabbiati noi addetti ai lavori della sanità, hanno un passo diverso. Hanno il vantaggio del denaro, di cui hanno disponibilità inimmaginabili, e hanno il vantaggio del tempo. Inoltre, sanno bene che qualunque innovazione tecnologica attecchisce solamente se è semplice per l’utenza, se è intuitiva e se è abituale esattamente come mandare un messaggio, scrivere un post o utilizzare uno schermo touch» aggiunge Gorgoni.

Ecco, parlando di esperienze semplici e comuni a tutti i cittadini italiani, torna in mente il ruolo che possono avere i medici di medicina generale che sono spesso la nostra prima interfaccia con la sanità.

«Forse i MMG stanno perdendo la più grande occasione, perché potrebbero essere loro ad alimentare il patient summary in maniera puntuale, in maniera autorevole, come solo loro possono fare»

«Quello dei medici di famiglia è un ruolo di cui io sono particolarmente innamorato perché si occupano di quella che è l’assistenza primaria, di quella che è l’assistenza non necessariamente legata ad un evento acuto, un ruolo in cui si può giocare forse meglio la partita della trasformazione digitale. Questo si può fare facendo in modo che la leva digitale non sia sostitutiva dell’uomo ma che sia abilitante del clinico. In questo forse i MMG stanno perdendo la più grande occasione, perché potrebbero essere loro ad alimentare il patient summary in maniera puntuale, in maniera autorevole, come solo loro possono fare. E con questa responsabilità potrebbero svolgere un ruolo prezioso per portare il digitale vicino al paziente meno alfabetizzato da un punto di vista sia sanitario, sia tecnologico» conclude Gorgoni.