Home Blog Page 135

ECDC, allarme della direttrice Ammon: «Tagli a fondi e personale. Dimenticata lezione del covid-19»

«Le lezioni apprese dalla pandemia non sono più al centro dell’agenda nel dibattito politico attuale. Lo vedo accadere in molti Stati Membri dell’Unione Europea. Ad esempio, a livello nazionale molti colleghi riportano che le risorse aggiuntive ottenute durante la pandemia sono state ritirate. Hanno persino dovuto ridurre il personale». Andrea Ammon, Direttrice del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) a Stoccolma, ha lavorato instancabilmente per rafforzare la difesa dell’Unione europea contro le malattie infettive negli ultimi sei anni. Presto andrà in pensione e il Consiglio di Amministrazione ha nominato Pamela Rendi-Wagner Direttrice per i prossimi cinque anni (2024-2029).

«Le lezioni apprese dalla pandemia non sono più al centro dell’agenda nel dibattito politico attuale. Lo vedo accadere in molti Stati Membri dell’Unione Europea»

È passato più di un anno da quando questa emergenza sanitaria pubblica di interesse globale è stata dichiarata risolta. Ammon ricorda quei momenti frenetici, quando il display nel Centro Operativo di Emergenza al piano terra indicava un livello preoccupante di emergenza sanitaria pubblica per mesi. «La pandemia di covid-19 è stata la sfida più grande che il settore della sanità pubblica abbia mai affrontato negli ultimi 100 anni».

La prevenzione delle malattie infettive

Dalla diffusione del coronavirus nell’Unione Europea nel 2020, il mondo è cambiato profondamente. Eppure, c’è ancora molto da fare per la prevenzione delle malattie infettive, sia a livello europeo sia a livello nazionale. «Basandoci sul nuovo mandato della nostra Agenzia, abbiamo effettuato molte visite di valutazione nei paesi dell’UE. Abbiamo fornito loro raccomandazioni per migliorare i loro sistemi sanitari e suggerito di preparare piani d’azione su misura».

Andrea Ammon

Guardando alle prossime elezioni europee, secondo Ammon, il miglioramento dei sistemi di prevenzione sanitaria dovrebbe essere una priorità per gli Stati Membri, anche se soluzioni su misura a livello nazionale richiederanno uno sforzo continuo da molte parti. Innanzitutto, sarà essenziale esaminare da vicino il bilancio del Consiglio dell’UE e chiedere ai governi nazionali di dedicare parte del budget alla prevenzione sanitaria. «Soprattutto negli ultimi due anni e mezzo, abbiamo assistito alla volontà di spendere di più per la difesa, l’energia e il cambiamento climatico. Richiede una costante advocacy da parte del settore sanitario nei confronti dei ministri delle Finanze per ottenere un budget per la prevenzione pubblica. Da un lato, ora sappiamo che le persone tendono a dimenticare a un certo punto, persino il numero di morti. Dall’altro lato, ci sono così tante altre richieste che pesano sul bilancio nazionale degli Stati Membri che la salute sta scendendo nella lista delle priorità».

La sfida dell’antimicrobico resistenza

Come evidenziato da Ammon, un’altra sfida a livello europeo rimane la resistenza antimicrobica. «In tre anni, tra il 2019 e il 2022, abbiamo assistito a un suo preoccupante aumento contro alcuni antibiotici di ultima generazione».

Sarà essenziale esaminare da vicino il bilancio del Consiglio dell’UE e chiedere ai governi nazionali di dedicare parte del budget alla prevenzione sanitaria

L’ECDC stima che, ogni giorno nei paesi dell’UE/EEA, circa 390.000 pazienti ospedalizzati siano colpiti da almeno un agente antimicrobico, e per circa il 35,5% dei pazienti questo è accaduto negli ospedali. Il numero è più alto rispetto alla prevalenza del 32,9% nel 2016-2017. Infine, i pazienti con covid-19 associato alle cure sanitarie e i pazienti trattati nei reparti covid-19 hanno spesso ricevuto antibiotici.

Secondo un recente studio pubblicato a maggio 2024 dall’ECDC, questi numeri evidenziano l’urgente necessità di ulteriori azioni per mitigare questa minaccia a livello europeo. Ammon lo ha sottolineato molte volte: «Dando priorità alle politiche sanitarie e alle pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni, così come alla gestione degli antimicrobici e migliorando la sorveglianza, possiamo proteggere efficacemente la salute dei pazienti».

Quale futuro in UE

E sebbene il covid-19 possa essere considerato da alcuni governi nazionali come qualcosa di cui non preoccuparsi in futuro, molto resta ancora da fare anche per migliorare le politiche sanitarie europee nel loro insieme. All’interno del sistema sanitario e politico dell’UE, molti esperti stanno ancora discutendo se la prevenzione delle malattie non trasmissibili debba essere posta sotto il controllo dell’ECDC o di un altro organo “esecutivo” dell’UE.

A dicembre 2022, l’ultimo rapporto sullo Stato di Salute nel ciclo di pubblicazioni dedicato all’UE dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), ha affrontato una serie di fattori di rischio comportamentali e ambientali che hanno avuto un grande impatto sulla salute e sulla mortalità delle persone, evidenziando la necessità di dedicare maggiore attenzione alla prevenzione delle malattie sia trasmissibili che non trasmissibili.

Anche se il consenso sull’importanza di questi temi è cresciuto in tutta Europa, Ammon non sembra fiduciosa su questa prospettiva: poiché la decisione dovrebbe essere collegata a risorse aggiuntive da dedicare al Centro in caso di estensione del mandato dell’Agenzia, probabilmente questo al momento non avverrà. «Se ci fosse un forte consenso politico, ciò potrebbe accadere rapidamente» ha concluso Ammon. 

Inquinamento e cute: il binomio che spiega il trend in aumento della dermatite atopica

Numerosi studi hanno infatti dimostrato non solo la connessione tra cambiamenti climatici ed incremento della dermatite atopica, ma anche tra inquinamento ambientale e aumento della patologia. Inoltre, il trend in crescita dell’inquinamento atmosferico, dovuto soprattutto all’incremento dei veicoli a motore e all’uso del carbone per la produzione di energia elettrica, impatta sulla salute umana sin dall’età pre-natale. L’esposizione delle future mamme agli agenti inquinanti favorisce infatti i rischi di sviluppo della dermatite atopica entro i primi sei mesi di vita del neonato. Anche l’inquinamento derivante dagli incendi boschivi ha le sue ripercussioni in termini di aumento dei casi di dermatite atopica negli adulti e nei bambini.

A puntare i riflettori sul binomio inquinamento e cute e le ricadute sulla dermatite atopica sono i dermatologi della SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse riuniti in occasione del 98° Congresso nazionale in corso a Giardini Naxos (ME) fino al 31 maggio. 

La dermatite atopica

La dermatite atopica è una malattia cutanea infiammatoria cronica caratterizzata da un difetto della barriera cutanea ed una alterata risposta immunitaria a sostanze irritanti e allergizzanti.  Può insorgere in qualunque epoca della vita ed è caratterizzata dalla presenza di eczema con intenso prurito e importante impatto negativo sulla qualità di vita dei pazienti. È in costante aumento in termini di incidenza e prevalenza, soprattutto nei paesi industrializzati. In Europa e negli Stati Uniti, dati recenti suggeriscono che coinvolga circa il 20% dei bambini e il 7-14% degli adulti, con sostanziali variazioni tra i diversi Paesi.

«È noto – afferma Luca Stingeni, Presidente del 98° Congresso Nazionale SIDeMaST, Professore Ordinario di Dermatologia dell’Università di Perugia e Direttore della Clinica Dermatologica e del Dipartimento di Medicina Generale e Specialistica dell’Azienda Ospedaliera di Perugia – che variabili climatiche come la temperatura, l’umidità dell’aria, il carico di pollini e l’esposizione ai raggi UV influenzino i segni e i sintomi della dermatite atopica. Ma più recentemente, l’inquinamento ambientale è stato segnalato come fattore di induzione e/o aggravamento della patologia atopica attraverso molteplici meccanismi biologici. Tra questi, la formazione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS), lo stress ossidativo, la compromissione della barriera cutanea e una risposta infiammatoria».

Considerando che, la cute rappresenta l’organo più esteso del corpo umano e funge da barriera tra l’organismo e l’ambiente esterno, il costante contatto con l’ambiente e gli inquinanti atmosferici può danneggiare direttamente la funzione di barriera cutanea e alterare l’omeostasi, vale a dire il processo che tende a mantenere stabili le condizioni interne all’organismo. Questa alterazione contribuisce allo sviluppo e all’esacerbazione delle malattie cutanee, tra le quali la dermatite atopica.  In particolar modo, la cute dei soggetti che ne sono affetti è maggiormente sensibile se esposta a ossido di azoto, ozono e idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

«L’alterazione della funzione della barriera epidermica – spiega l’esperto – viene misurata dal Dermatologo con la metodica TEWL (Trans Epidermal Water Loss), ovvero lo studio della perdita di acqua attraverso l’epidermide. Già nel 1998 uno studio condotto a Monaco ha dimostrato che se si espone la cute di soggetti affetti da dermatite atopica al biossido di azoto presente in un ambiente inquinato aumenta la TEWL quale indicatore di compromissione della barriera cutanea».

Più recentemente (2018), alcuni studiosi cinesi hanno dimostrato che l’alterazione della barriera cutanea è in grado di generare radicali liberi e alterazioni strutturali delle membrane cellulari delle cellule dell’epidermide. È stato provato inoltre che la sua funzione è compromessa dall’esposizione al particolato.

Gli effetti dell’inquinamento

Per valutare gli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla dermatite atopica sono stati condotti in Europa numerosi studi che, sebbene non omogenei per inquinanti presi in esame, fonte di inquinamento e concentrazione delle sostanze inquinanti, hanno prospettato un rischio più elevato di sviluppare dermatite atopica ed esacerbazione dei sintomi della malattia quando vi è una maggiore esposizione agli inquinanti atmosferici: «Per esempio – continua Stingeni – i neonati, che presentano fisiologicamente una immatura barriera cutanea, possono essere particolarmente vulnerabili allo sviluppo di dermatite atopica quando vivono in aree urbane. In uno studio tedesco condotto nel 2009 è stato dimostrato che la vicinanza alle grandi arterie stradali e la maggiore esposizione ad aria inquinata (in particolare, al particolato PM2,5) durante la prima infanzia, sono associati a una maggiore prevalenza di dermatite atopica. Questi risultati sono supportati da studi più recenti condotti in Sud America e Corea in pazienti in fascia d’età pediatrica, che hanno dimostrato che l’esposizione ai cosiddetti TRAP (traffic-related-air-pollutants) correlava positivamente con una aumentata prevalenza di eczema flessurale sia nei maschi che nelle femmine».

Questi risultati sono in linea con i risultati di altri studi condotti nel continente asiatico che dimostrano come l’esposizione al biossido di azoto nei primi anni di vita sia associata a una maggiore incidenza di dermatite atopica. Inoltre, continua l’esperto, «l’esposizione al biossido di azoto e particolato prima della nascita (soprattutto nel primo trimestre di gravidanza), aumenterebbero significativamente il rischio di sviluppo di dermatite atopica prima dei 6 mesi di età. In un altro studio è stato notato che anche l’esposizione postnatale agli stessi inquinanti era associata a una ridotta remissione della dermatite atopica dopo l’infanzia, con persistenza della malattia».

Infine, alcuni recenti studi epidemiologici condotti in Cina, Corea e Turchia (2021-2022) hanno dimostrato correlazioni positive tra la scarsa qualità dell’aria e le visite mediche effettuate per dermatite atopica sia nei bambini che negli adulti. Uno studio condotto nel 2019 ha messo in correlazione l’incremento di visite dermatologiche per dermatite atopica degli adulti e dei bambini con l’incremento delle concentrazioni di particolato PM2,5, PM10, biossido di azoto e biossido di zolfo. La stessa correlazione è stata dimostrata con l’inquinamento da incendi boschivi, sia nei bambini che negli adulti.

“L’impatto dell’inquinamento sul decorso della dermatite atopica –  conclude Stingeni –  e le importanti ripercussioni per il SSN dovrebbero essere valutati su ampie casistiche di pazienti, correlando questi dati alla presenza di malattia cutanea e alla gravità dei sintomi. Al tempo stesso è necessario invertire la tendenza a favore di politiche ambientali che riducano l’inquinamento atmosferico. Da un punto di vista della gestione clinica, è meritevole segnalare che alcuni dispositivi mirati al miglioramento della funzione barriera della cute riportano la dicitura “anti-pollution”, confermando come la ricerca clinica in tema di inquinamento ambientale e dermatite atopica stia producendo evidenze scientifiche su cui si basano le innovazioni terapeutiche per questa importante patologia infiammatoria cronica».

Diabete: rivoluzione insulina settimanale, adesso AIFA segua EMA

Cinquantadue somministrazioni invece di 365 è il cambiamento nella gestione del diabete promesso dall’insulina settimanale. 

La molecola, chiamata Icodec e prodotta da Novo Nordisk, è la prima al mondo ‘a lento rilascio’ e ha ottenuto l’approvazione dell’ente regolatorio europeo EMA per la commercializzazione in Europa basata sui dati di sicurezza ed efficacia del programma di fase 3a ONWARDS.

«L’insulina settimanale è una innovazione attesa da tempo sia per le persone con diabete di tipo 1 e 2, per gli effetti positivi sia dal punto di vista clinico che sociale – sottolinea Angelo Avogaro Presidente SID – auspichiamo quindi che AIFA dia il suo nulla osta all’approvazione di questa insulina innovativa, che coniuga benefici clinici a sostenibilità ambientale grazie alla diminuzione nel numero di penne utilizzate e quindi all’uso della plastica». 

«Si tratta di un miglioramento evidente nella gestione della malattia, con ripercussioni positive sia sulla qualità di vita che sull’aderenza al trattamento. La necessità della somministrazione quotidiana, infatti, può essere stressante e influire sulla continuità di trattamento. La nuova insulina basale viene somministrata sottocute, una sola volta alla settimana, e ha mostrato di migliorare il controllo glicemico, rispetto alla versione giornaliera, senza un aumento del rischio di ipoglicemia», continua Avogaro.

I vantaggi sono notevoli, come la riduzione del carico di trattamento: meno iniezioni (da 7 a 1 a settimana) possono significare un minor numero di aghi, meno dolore e una maggiore semplicità, migliorando la compliance e la qualità della vita. Miglioramento del controllo glicemico e minore rischio di ipoglicemia: le formulazioni settimanali rilasciano l’insulina in modo più costante, riducendo i picchi e i cali di zucchero nel sangue e il rischio di ipoglicemia grave. Il migliore controllo glicemico a lungo termine può ridurre il rischio di complicazioni diabetiche come malattie cardiache, ictus, nefropatia e retinopatia.

«Mettere la persona con diabete al centro significa prendere in considerazione anche i suoi bisogni sociali e di vita – prosegue Avogaro -. Meno iniezioni offrono più flessibilità per la routine quotidiana, viaggi e attività sociali. Eridurre le iniezioni frequenti può diminuire lo stress, l’ansia e la depressione associati al diabete con un impatto emotivo inferiore oltre ad un aumento del senso di controllo e di autoefficacia. Una sola iniezione settimanale può aumentare l’aderenza che è un elemento importante per migliorare gli esiti di salute e ridurre sia i ricoveri ospedalieri che i costi che ne derivano».

Dello stesso avviso Riccardo Candido, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD): «L’approvazione da parte dell’EMA della nuova insulina a somministrazione settimanale prefigura una rivoluzione per le persone con diabete in terapia insulinica. L’auspicio è che adesso gli enti regolatori nazionali, a partire dall’AIFA, si adoperino per garantire in tempi rapidi la disponibilità di questo nuovo farmaco, che può consentire un percorso di cura con insulina più semplice e più efficace, e quindi, in definitiva, più salute e miglior qualità di vita per le persone con diabete».

Soddisfazione anche da parte dei pazienti: «L’approvazione da parte dell’EMA della prima insulina basale settimanale al mondo è per noi una notizia epocale che, al di là del risultato scientifico ottenuto, ci vede esultare per il concreto miglioramento che offre alla qualità della vita delle persone con diabete – dichiara Emilio Augusto Benini, presidente di FAND Associazione Italiana Diabetici – È un risultato importante, di sicuro il miglior risultato ottenuto dopo la scoperta dell’insulina fatta 100 anni fa. Cambia il numero di somministrazioni e di conseguenza, questa insulina riduce il sacrificio, più psicologico che fisico, che le persone con diabete fanno nell’osservazione delle prescrizioni terapeutiche. Riduce di gran lunga il numero di iniezioni e quindi, come diciamo spesso noi persone con diabete, l’obbligo di pungersi. Adesso rivolgiamo un appello ad AIFA, affinché non mortifichi con lunghe attese il nostro entusiasmo e dia priorità all’approvazione anche in Italia, affinché si possa dare il via nell’immediato alla distribuzione dell’insulina basale settimanale».

Collaborazione pubblico-privato per l’innovazione in sanità

La collaborazione tra l’amministrazione pubblica e il settore privato nell’innovazione sanitaria in Italia si presenta come un terreno fertile per la creazione di valore e la sostenibilità del sistema sanitario nazionale. Attraverso un’efficace sinergia tra enti pubblici e attori privati, è possibile promuovere lo sviluppo di soluzioni innovative, migliorare l’accessibilità ai servizi sanitari e garantire una gestione più efficiente delle risorse. Tuttavia, affinché questa collaborazione sia davvero efficace, è necessario che la pubblica amministrazione svolga un ruolo attivo nel supportare e facilitare il processo di co-creazione di valore, e che il settore privato si ponga come partner dinamico nell’ottica di contribuire al benessere generale della società.
Quali strumenti sono a disposizione delle parti, sia pubblica sia privata? E quali vincoli sono previsti? Come è possibile sfruttare al meglio le competenze e le risorse di entrambi i settori per affrontare le sfide più urgenti del sistema sanitario?

Ne parliamo con:

  • Patrizio Armeni
    Associate Professor of Practice, Health Economics and HTA, SDA Bocconi
  • Roberto Bonatti
    Studio Legale Russo Valentini, Bologna

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Ageismo, è emergenza sociale: da Fondazione Longevitas il Manifesto Europeo per contrastare pregiudizi e discriminazioni in base all’età

L’età anagrafica come oggetto di stigma e pregiudizio, come se l’essere anziani fosse di per sé un limite, una condizione invalidante, una differenza in termini negativi. Si chiama “ageismo” ed è un fenomeno non ancora messo a fuoco nel dibattito politico e culturale e che sembra inarrestabile. E in una società longeva come quella europea il problema diventa critico, perché rischia di bloccarne lo sviluppo, minando le relazioni intergenerazionali. Servono politiche mirate e più incisive, e allo stesso tempo trasversali a ogni livello della nostra comunità. È questo il messaggio del Manifesto Europeo contro L’Ageismo presentato oggi presso il Parlamento Europeo a Roma da Fondazione Longevitas con altre 21 organizzazioni firmatarie del documento. Un appello che giunge anche a pochi giorni dalle elezioni europee per chiedere ai candidati al Parlamento Europeo l’impegno a sottoscriverlo e a porre il contrasto all’ageismo come una priorità dell’agenda istituzionale.

Secondo il Rapporto Globale sull’Ageismo presentato il 18 marzo 2021 dal Comitato Economico e Sociale Europeo in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari Economici e Sociali e il Fondo delle Nazioni Unite, circa il 42% della popolazione anziana europea avverte la presenza diffusa di discriminazione legata all’età nel proprio paese, con particolare rilevanza sul luogo di lavoro. Una persona su tre in Europa, sia giovane che anziana, dichiara di essere stata vittima di ageismo. L’ageismo produce impatto in termini di limiti al diritto alla salute, escludendo spesso gli anziani dalle cure solo in base al criterio d’età, e ancora in tanti ambiti del vivere, come il lavoro, rispecchiandosi, e alimentandosi, nei media e sui social: gli anziani costituiscono solo l’1,5% dei personaggi in televisione negli Stati Uniti, solo 8,5% dei personali principali in tv in Germania, il 12% dei tweet secondo un’analisi contiene linguaggio ageista. L’impatto sulla salute è enorme, si stima che vi siano ben 6,33 milioni di casi di depressione nel mondo attribuibili ad ageismo, e anche sull’inaccettabile fenomeno degli abusi, che colpisce il 15,7% degli anziani, ovvero quasi 1 su 6.

Anche alla luce di questi numeri drammatici, la lotta contro l’ageismo costituisce una delle quattro principali azioni del Decennio dell’Invecchiamento in Buona Salute (2021-2030) delle Nazioni Unite. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ageismo è la terza principale causa di discriminazione a livello mondiale. Ma il vero e proprio piano di contrasto al fenomeno, con strumenti mirati, è ancora tutto da costruire.

«L’agesimo, per le conseguenze serie e di ampia portata che ha sulla salute, sul benessere e sui diritti umani, è una delle grandi sfide del nostro tempo – dichiara la Presidente della Fondazione Longevitas Eleonora Selvi – Per gli anziani tale fenomeno è associato, infatti, a una vita più breve, a una salute fisica e mentale peggiore, a una ripresa più lenta da disabilità e declino cognitivo. Riduce la loro qualità della vita, aumenta isolamento sociale e solitudine (entrambi associati a gravi problemi di salute), limita la loro capacità di esprimere la propria sessualità e può aumentare il rischio di violenza e abusi. L’ageismo, infine, può essere sperimentato anche dai più giovani, per esempio in termini di pregiudizi e discriminazioni sul lavoro, limitando la crescita personale e professionale. È un’emergenza che l’Europa, e non solo, deve affrontare con strumenti più incisivi e un’ampia visione politica: il nostro appello è quello di aderire al nostro Manifesto e mettere in campo atti politici concreti».

I 9 punti del Manifesto

Le Istituzioni europee hanno dedicato strumenti e fondi significativi, ma non sufficienti, per integrare i cittadini anziani come membri produttivi della società. Il 27 gennaio 2021 la Commissione Europea ha presentato il suo Libro Verde sull’invecchiamento demografico “Promuovere la solidarietà e la responsabilità fra le generazioni”, che conferma la necessità di azioni concrete a sostegno degli anziani in tutte le politiche, senza prevedere però un vero e proprio programma di iniziative da mettere in atto da parte dell’UE e degli Stati membri. È invece necessario e urgente un cambio di paradigma, abbandonando la visione basata sull’assistenza e concentrandosi sullo sviluppo dell’autonomia delle persone anziane, per eliminare alla radice il pregiudizio negativo nei loro confronti e superare le sfide urgenti, compresa la solitudine, che colpisce oltre il 44 per cento degli europei sopra i 55 anni. Il “Manifesto Europeo contro L’Ageismo” presentato da Fondazione Longevitas sintetizza gli interventi necessari in 9 punti:

  • l’elaborazione da parte delle Istituzioni di una strategia europea per la lotta contro l’ageismo;
  • l’istituzione di una Giornata Europea contro l’Ageismo per sensibilizzare l’opinione pubblica, coinvolgere la società civile e promuovere azioni concrete;
  • la promozione da parte delle Istituzioni europee e dei Governi nazionali di attività di educazione e sensibilizzazione per contrastare l’ageismo, nelle scuole, nel mondo del lavoro e complessivamente nell’opinione pubblica;
  • il sostegno attivo, da parte dell’Europa, delle relazioni intergenerazionali, favorendo l’istituzione di programmi di mentoring che connettano le diverse generazioni;
  • la promozione dell’inclusione digitale delle persone anziane, come una premessa imprescindibile per promuoverne il benessere e favorirne la partecipazione sociale;
  • il sostegno da parte dell’Europa agli Stati membri nelle azioni finalizzate a migliore le risposte ai bisogni di salute della popolazione anziana, per una sanità sempre più equa e accessibile;
  • l’impegno a promuovere attivamente la collaborazione internazionale, attraverso conferenze, condivisione di dati e di best practice e la stesura di specifici trattati contro l’ageismo;
  • la destinazione di fondi adeguati alla ricerca scientifica sulle cause e gli effetti dell’ageismo, con un monitoraggio costante delle tendenze ad esso collegate;
  • la costruzione di partnership strategiche con il settore privato al fine di coinvolgere attivamente le imprese nella lotta all’ageismo.

«I numeri sempre crescenti di persone anziane, spesso con disabilità e non autosufficienti, ci impongono una riflessione in particolare sulle azioni, sull’organizzazione e l’implementazione di servizi che bisogna mettere in campo per garantire loro una vita partecipata e dignitosa che guardi non solo al benessere e alla salute ma anche all’autonomia della persona. – dichiara Alessandra Locatelli, Ministra per le disabilità della Repubblica Italiana – Il Patto per la Terza età e la legge delega sulla disabilità, a cui il governo ha lavorato, sono due riforme importanti che vanno a dare risposte concrete esattamente in questa direzione. Serve, però, continuare a fare rete e rafforzare la collaborazione a tutti i livelli per poter affrontare in maniera adeguata le sfide di questo tempo».

Le sfide della transizione demografica

«Occorre fare rete per affrontare una sfida  profonda e complessa come quella della transizione demografica, valorizzando la coesione sociale e le nuove possibilità anche tecnologiche, oltre che di salute e assistenza, per una piena autosufficienza anche superati i 65 anni – dichiara Maria Teresa Bellucci, Viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali – Il Manifesto Europeo contro l’Ageismo è un’iniziativa lodevole perché richiama le istituzioni, ma anche la cittadinanza, a un cambio di paradigma per superare lo stigma verso le persone anziane, promuovendo innanzitutto la solidarietà e la responsabilità tra le generazioni, che è uno dei pilastri della legge-quadro in favore della terza età, approvata a marzo, dopo meno di un anno e mezzo di Governo. Solo un impegno condiviso e proattivo può cambiare la mentalità, superando i pregiudizi e l’isolamento che troppo spesso rendono ancora più difficile l’ultima fase della vita degli anziani. Una società finalmente longeva deve imparare a essere più felice e attiva in ogni età, con strategie percorribili e semplici da realizzare. Ringrazio i promotori del Manifesto per la sensibilità e le azioni volte a un reale cambiamento».

«L’ageismo ha un impatto su tutti gli aspetti della salute delle persone anziane: accorcia la durata della vita, peggiora la loro salute fisica e mentale, ostacola il recupero dalla disabilità e accelera il declino cognitivo – dichiara la Sen. Daniela Sbrollini, Vice Presidente X Commissione del Senato, Co-Presidente Intergruppo Parlamentare Qualità della vita nelle città –  L’ageismo aggrava  l’isolamento sociale e la solitudine e riduce l’accesso all’occupazione, all’istruzione e all’assistenza sanitaria, tutti fattori che hanno un impatto sulla salute. Bisogna puntare a strategie efficaci per ridurre l’ageismo, quali politica e leggi apposite, istruzione e interventi di contatto intergenerazionale. La politica e la legge possono affrontare la discriminazione e la disuguaglianza sulla base dell’età e proteggere i diritti umani. Gli interventi educativi a tutti i livelli di istruzione possono correggere idee sbagliate, fornire informazioni accurate e contrastare gli stereotipi. Bisogna ricostruire le reti di prossimità nelle città e affrontare l’invecchiamento nelle aree interne marginali, realizzando città che siano luoghi di incontro e di benessere, delle health city in cui si possa praticare movimento e attività fisica, che facilitino le relazioni e allo stesso tempo i sani stili di vita. In tutto questo non farò mancare il mio impegno a favore degli anziani e in sinergia con la Fondazione Longevitas».

«La discriminazione basata sull’età, il cosiddetto ageismo, affligge sempre di più l’Italia. – dichiara il Sen. Francesco Zaffini, Presidente X Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica – È un fenomeno in crescita e complesso che ha radici culturali e sociali e che comporta costi elevati, sia per le persone che per l’economia. Per l’Oms l’ageismo è la terza causa di discriminazione al mondo, basti pensare che in Europa ne è vittima una persona su tre, e dunque, paradossalmente, in una società longeva come la nostra questo fenomeno assume proporzioni ancora più grandi. Uno dei temi principali è anche che questo tipo di discriminazione non avviene soltanto a livello sociale ma anche sanitario, perché gli anziani diventano “troppo vecchi e troppo costosi”, concetto che è ovviamente frutto di una valutazione errata che viene dal passato. Come ho più volte ripetuto, invece, essere anziani non può e non deve essere un limite o una condizione invalidante. Per tale motivo io e la mia Commissione abbiamo licenziato un provvedimento, di cui sono stato relatore, che riporta l’anziano ad essere un cittadino di serie A, in cui lui stesso torna ad essere protagonista di tutte quelle decisioni che riguardano il suo destino, sia in termini di invecchiamento attivo che di gestione di una eventuale non autosufficienza. Ora, a differenza del passato, ci si occuperà della presa in carico di queste persone non più solamente sotto il profilo clinico sanitario, ma ci sarà anche “una valutazione multidimensionale che tiene conto delle esigenze sociali, territoriali e persino sportive. Questo è un tema a cui questo governo pone massima attenzione, tanto da aver chiuso con questo provvedimento un percorso che durava da troppi anni.  L’obiettivo è quello di far recuperare centralità alla figura dell’anziano, come oggi sta facendo anche la Fondazione Longevitas in questo convegno».

«L’invecchiare positivo è relativo al generale aumento della salute e del benessere. – dichiara il Sen. Antonio Guidi, Membro della VII Commissione permanente (Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica), Membro della X Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica – Tuttavia, va sempre garantita la comunicazione intergenerazionale. Le misure per promuovere la longevità positiva sono trasversali e riguardano soprattutto efficaci servizi sociali e psicologici che aumentino l’interazione fra generazioni differenti. Solo con la comunicazione fra diverse età, si vive bene in tutte le età. Di solitudine si muore».

Antibiotico-resistenza: ripensare la nostra risposta per superare la crisi

Gli antibiotici sono stati una delle più grandi innovazioni della medicina moderna. Il loro contributo è stato determinante per salvare milioni di vite umane ma l’emergere e la diffusione di agenti patogeni resistenti ai farmaci riduce la nostra capacità di debellare le infezioni comuni, con un impatto enorme sulla salute umana e animale, sulla produttività agricola e sulla sicurezza alimentare.

L’antibiotico-resistenza comporta costi significativi per i sistemi sanitari e le economie a livello globale. Le infezioni correlate all’assistenza sanitaria (Ica) rappresentano ormai una delle principali minacce per la salute umana che rende gli ospedali tra i posti meno sicuri a causa dello sviluppo di microrganismi che sviluppano infezioni ospedaliere resistenti ai trattamenti disponibili. Minaccia ancora più preoccupante perché legata ad una carenza ormai strutturale di nuove molecole antibiotiche che non sono più nella pipeline delle aziende farmaceutiche.

È ormai evidente che per vincere la sfida è necessario un cambio di paradigma e un approccio innovativo. Quanto sono efficaci le nostre attuali strategie? Quali sono le innovazioni nella lotta alla resistenza antimicrobica?  Quali sono le nuove linee di difesa che il mondo dovrebbe prendere in considerazione? 

Queste sono le domande alle quali si cercherà di dare una risposta nel corso di un evento, promosso da Biovitae (marchio del gruppo P&P Patents and Technology-BIOVITAE) e HealthInnovation Exchange, che si terrà al Campus Biotech di Ginevra, martedì 28 maggio, alle 14, esplorando approcci innovativi che hanno dimostrato un enormepotenziale nel contrasto all’Amr.

All’evento parleranno il professor Pierre Somse, ministro della Sanità e della Popolazione della Repubblica Centrafricana, Hatem Amer, vice ministro della Salute e della Popolazione per le Relazioni Internazionali dell’Egitto, il professor Enrico Garaci, già presidente dell’ISS e Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, Mauro Pantaleo Ceo di Biovitae, Romano Florigia Lista, Brig. Gen. Direttore dell’istituto della Difesa per le scienze biomedicali, Helen Onyeaka e Taghi Miri, professori dell’Università di Birmingham e Giorgio Buonanno docente all’Università di Cassino.

La sessione riunirà Ministri della salute e scienziati per analizzare il contesto globale attuale e approfondire l’importanza dell’approccio One Health nella lotta all’Antimicrobico Resistenza (AMR) per fornire un contributo alla discussione che si farà all’ High Level Meeting delle Nazioni Unite a settembre e al G7 Salute che si terrà ad Ancona in ottobre. 

Sclerosi multipla, ogni anno solo in Italia colpisce 3.600 persone

Sclerosi multipla (SM), si cambia. La ricerca su questa malattia è in continuo movimento e produce risultati tangibili che hanno cambiato la vita delle persone con SM. Ma si può e si deve fare di più per una patologia che ogni anno, solo in Italia, colpisce 3.600 persone: sono circa 3 milioni nel mondo, oltre 140mila in Italia, una diagnosi ogni 3 ore.

A cominciare dalla prevenzione e dalla diagnosi della malattia, i temi al centro del congresso annuale della Fism, la Fondazione dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, al via oggi a Roma presso l’hotel Villa Pamphili fino al prossimo 30 maggio.

Il convegno si intitola “Salute del cervello: ripensare la diagnosi della sclerosi multipla e delle patologie correlate“: sempre di più i successi della ricerca sulla sclerosi multipla e patologie correlate si legano a un’agenda globale che ha come obiettivo la salute del cervello.

E a testimonianza di un lavoro di ricerca mondiale il congresso Fism apre con la presenza di numerosi ricercatori internazionali che con Aism e Fism stanno portando avanti considerevoli progetti per trovare quella cura definitiva che ancora non esiste.

La prevenzione

Le nuove evidenze scientifiche mostrano che la ricerca sulle cause della sclerosi multipla ha compiuto enormi passi avanti negli ultimi anni. Questo oggi consente sempre di più di immaginare strategie di prevenzione che, se non possono ancora prevenire l’insorgenza della malattia, possono aiutare a identificare i fattori di rischio e scongiurare la disabilità. O a capire quali sono le strade da percorrere.

Come accade nel caso del virus Epstein-Barr, ricorda Kjell-Morten Myhr dell’università di Bergen, ospite della prima giornata di lavori del congresso Fism. «È ormai dimostrato infatti – afferma – che l’infezione da EBV sia un prerequisito essenziale per lo sviluppo della malattia, ma non è chiaro ancora in che modo un virus così comune possa contribuire alla SM».

Per scoprirlo, Myhr e colleghi hanno lanciato il progetto EBV-MS finanziato dall’Unione europea per un valore di 7 milioni di euro, che vede anche la partecipazione di Fism, per studiare a 360 gradi il virus, le sue interazioni con l’ospite, gli stili di vita e immaginare possibili strategie terapeutiche, dagli antivirali ai vaccini.

Nella seconda giornata Luca Battistini, direttore del Laboratorio di Neuroimmunologia, Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma, con la sua lettura per la consegna del Premio Rita Levi Montalcini ricorderà l‘importanza crescente dell’asse intestino-cervello e della disbiosi come ulteriore ‘trigger’ (detonatore) per lo sviluppo della sclerosi multipla e come fattore di rischio su cui è possibile fare prevenzione.

I passi in avanti

Ma i traguardi della ricerca hanno già prodotto risultati concreti destinati a cambiare la pratica clinica. È il caso dei nuovi criteri diagnostici per la sclerosi multipla: ufficialmente verranno presentati solo al prossimo congresso Ectrims, in programma a settembre a Copenaghen, ma Xavier Montalban del Cemcat, il Centro per la Sclerosi Multipla della Catalogna, ne anticipa i contenuti al congresso Fism. «Grazie al lavoro di revisione portato avanti da esperti radiologi, clinici, epidemiologi e con il contributo del punto di vista dei pazienti- spiega- abbiamo raggiunto un consensus su quelli che saranno i nuovi criteri diagnostici per la sclerosi multipla».

Ma quali sono i benefici di nuovi criteri diagnostici? «La revisione periodica dei criteri diagnostici sulla base delle evidenze scientifiche- prosegue Montalban- ci consente di poter anticipare sempre di più le diagnosi e così i trattamenti, magari anche prima della manifestazione dei sintomi. E questo, lo abbiamo dimostrato, si associa a una migliore prognosi sul lungo termine, in grado anche di abbassare il rischio di disabilità e migliorare la qualità di vita dei pazienti».

Tra i temi al centro della revisione, ha anticipato Montalban, le caratteristiche del nervo ottico, l’analisi di nuovi marcatori di risonanza magnetica e le valutazioni relative ai pazienti con concomitanti fattori di rischio vascolare.

«Abbiamo bisogno di una ricerca che produca ricadute concrete sulla vita delle persone con SM – dichiara la vicepresidente Aism, Rachele Michelacci – e l’arrivo di nuovi criteri diagnostici che promettono di migliorare la prognosi e la qualità di vita delle persone risponde appieno al primo dei punti inclusi nella nostra Carta dei Diritti, il diritto alla salute».

Dal congresso della Fism emerge chiaramente l’importanza di investire in una nuova disciplina: la scienza con e del paziente. Questo sottolinea un concetto fondamentale: una diagnosi precoce della malattia verso una medicina preventiva può progredire solo conoscendo l’esperienza di malattia della persona e rendendola scientifica per tutti gli attori del sistema.

«La scienza con le persone della persona – sottolinea Paola Zaratin, direttore della ricerca scientifica Fism – deve essere una delle discipline fondamentali di un modello di ricerca e cura multidisciplinare e partecipatorio, unico a garantire che l’innovazione scientifica e la trasformazione digitale possano essere introdotti nella pratica clinica».

La ricerca

In questo spirito i pazienti sono chiamati a unirsi al tavolo della ricerca. «Noi persone con SM – le parole di Michelacci – ci dobbiamo sentire co-responsabili nei confronti della ricerca. Per una diagnosi precoce della progressione, per conoscere le cause della malattia, per trovare le cure dobbiamo essere al tavolo della ricerca e dare, insieme a tutti gli altri attori, quelle risposte che ancora non ci sono. Dobbiamo essere parte attiva del disegno scientifico. E un lavoro che va fatto insieme, reciprocamente».

Al centro di un programma per la salute del cervello e di una medicina preventiva anche la creazione di un EU Brain Data System. «In questo contesto- dichiara Marco Salvetti, professore ordinario di Neurologia Università Sapienza, direttore della neurologia dell’Azienda ospedaliero-Universitaria S. Andrea di Roma, membro del consiglio di amministrazione di Fism- continuiamo il nostro impegno per la creazione di sistema integrato di dati clinici, genetici, di neuroimmagini e riferiti dai pazienti (Barcoding MS), per la caratterizzazione di tutti i nuovi casi diagnosticati di SM in Italia e in Europa».

Ripensare la diagnosi della sclerosi multipla e garantire la salute del cervello, significa però anche continuare a investire nella ricerca di potenziali biomarcatori e fattori di rischio della malattia. Si parlerà anche di questo al congresso, con la presentazione dei risultati dei progetti sostenuti da Fism che hanno indagato, tra l’altro, il ruolo dell’inquinamento atmosferico come possibile trigger dell’infiammazione nella SM, e la ricerca di biomarcatori nel sangue e nel liquido cerebrospinale per il monitoraggio della malattia e per studiare efficacia ed effetti collaterali delle terapie, anche grazie ai dati clinici che arrivano dal Registro Italiano Sclerosi Multipla e Patologie Correlate, che oggi comprende oltre 90mila pazienti.

Nella terza giornata del convegno, invece, i massimi esperti di cellule staminali si confronteranno con rappresentanti delle istituzioni ed esperti di economia sanitaria e sviluppo di farmaci per discutere delle prospettive concrete che vengono dalle cellule staminali per la sclerosi multiple e delle sfide, cliniche e regolatorie, poste dall’avvento delle terapie avanzate.

Chiuderanno i lavori le presentazioni sul ruolo centrale della riabilitazione attraverso la ricerca fisica e cognitiva svolta dalla Fondazione, come chiave per mantenere in salute il cervello, preservare la funzione e la qualità di vita delle persone.

Sono 188 i progetti in corso, nel periodo 2022-2024, sostenuti da Fism (84 per bloccare la SM, 74 per ristabilire la funzione, 23 per la prevenzione primaria e sette per potenziare le infrastrutture di ricerca) per un investimento complessivo di oltre 56 milioni di euro.

A questi si aggiungeranno altri cinque milioni di euro con il finanziamento del bando Fism 2024, ottenuti in gran parte grazie al contributo del 5xmille dei cittadini.

Una rete internazionale

Fism e i suoi ricercatori fanno parte di una rete internazionale e nel 2023, insieme alle associazioni di Australia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti e alla Federazione Internazionale SM, si sono impegnati per una strategia di ricerca globale. «Solo inserendo le priorità di ricerca all’interno di una strategia globale e valorizzando il contributo dei pazienti – evidenzia il presidente della Fism, Mario Alberto Battaglia – possiamo rispondere ai bisogni delle persone con SM».

«Nel farlo – precisa – ci siamo dati tre direttrici. La prima mira a bloccare la sclerosi multipla, la progressione dei sintomi e della disabilità, trovando i nuovi trattamenti che ancora mancano. La seconda punta a recuperare la funzione: trovare strategie per riparare la mielina, rendere sempre più efficace la riabilitazione, migliorare la qualità di vita delle persone. La terza è l’ambizione di mettere una volta per tutte la parola fine alla SM, che vuol dire ridurre a zero i fattori di rischio e arrivare a un mondo in cui non ci sia più nessuna diagnosi di sclerosi multipla».

La presenza sulla scena internazionale di Aism e Fism è quanto mai fondamentale in un periodo come questo, ha sottolineato il direttore esecutivo dell’European Brain Council, Frédéric Destrebecq, ospite del congresso. «Le elezioni europee – ricorda – sono una grande occasione per portare all’attenzione del nuovo Parlamento l’importanza della salute del cervello. Auspichiamo che questo possa tradursi in una strategia a livello europeo che dialoghi con i piani nazionali».

«Il numero delle persone in Europa che convivono con problemi neurologici è elevato – conclude – e le discussioni su questi temi devono avvenire con il contributo di chi è esperto per sua esperienza, per rompere lo stigma e l’isolamento. Il coinvolgimento delle persone aiuterà ad aumentare l’attenzione soprattutto su una condizione come la SM, dove abbiamo l’opportunità di raccontare di come la ricerca abbia portato allo sviluppo di molte terapie».

Il congresso è stato reso possibile con la sponsorizzazione non condizionante dei main sponsor Alexion, AstraZeneca Rare Disease, Biogen, Merck Italia, Neuraxpharm, Novartis Italia e dello Sponsor Bristol-Myers Squibb.

SIMEU, nel 2023 aumentano pazienti over 80 e crescono le ore d’attesa

Medici, infermieri, specializzandi MEU provenienti da tutta Italia si incontreranno a Genova dal 30 maggio al 1 giugno per il Congresso Nazionale della Società Scientifica, proponendosi di affrontare in modo sistematico i temi relativi alla corretta definizione dei contesti e delle professionalità del futuro. In occasione dell’imminente evento l’Osservatorio SIMEU ha raccolto alcuni dati che contribuiscono a descrivere l’evoluzione dell’attività erogata dalla Medicina di Emergenza Urgenza in questi ultimi anni.

È stata eseguita una rilevazione su un campione significativo di Pronto Soccorso italiani raffrontando i dati relativi all’anno 2019 (anno pre-pandemico, con circa venti milioni di accessi nazionali) con quelli relativi all’anno 2023 (18.000.000 di accessi, dati AGENAS).

I risultati, proiettati sul dato complessivo nazionale, permettono di evidenziare quanto segue.

Relativamente all’accesso di pazienti molto anziani, con più di 80 anni di età, si è rilevato:

  • Anno 2019: 23% degli accessi totali, pari a circa 4.600.000
  • Anno 2023: 27% degli accessi totali, pari a circa 4.860.000

Secondo il responsabile dell’Osservatorio SIMEU Andrea Fabbri: «È un dato impressionante che deve essere spiegato: a fronte di una diminuzione del numero totale degli accessi di Pronto Soccorso, l’incremento relativo di pazienti così anziani provoca un aumento, in termini assoluti, di oltre 250.000 casi. Ma è ancora più importante comprendere che è la composizione della popolazione del Pronto Soccorso a mutare profondamente. Le esigenze cliniche e assistenziali di pazienti così anziani moltiplicano l’impegno necessario da parte di tutti gli operatori (medici, infermieri, OSS) per un fattore di incremento che è certamente superiore alla semplice differenza numerica».

Relativamente al tempo medio di attesa in Pronto Soccorso per il ricovero in area medica il dato rilevato è il seguente:

  • Anno 2019: attesa media di 25 ore
  • Anno 2023: attesa media di 31 ore (+ 25%)

Il Past President SIMEU Salvatore Manca commenta: «Il tempo d’attesa per il ricovero in area medica è aumentato in pochi anni del 25%: 6 ore in più. Quel tempo ha un valore assoluto che riflette il disagio dei pazienti e l’impegno assistenziale messo in atto nei Pronto Soccorso, sempre più a corto di strumenti per provvedere alle nuove esigenze. Se si moltiplica il tempo di 31 ore per il numero dei ricoveri in Medicina in un anno emerge una cifra spaventosa: decine di milioni di ore di assistenza e cura in barella».

L’indagine SIMEU si è orientata anche sull’aspetto economico dell’attività di Pronto Soccorso. Sono stati presi in esame alcuni dati grezzi comparando ancora il 2019 con il 2023:

  • Costo/paziente per esami di laboratorio: +13%
  • Costo/paziente per diagnostica per immagini: +23%
  • Costo/paziente per farmaci: +15%

Beniamino Susi, vicepresidente nazionale SIMEU: «Il dato dei costi per paziente è grezzo e andrebbe approfondito e meglio definito. Quel che sappiamo è che l’incremento, in generale, è legato solo in minima parte a un aumento dei prezzi e deriva soprattutto dal crescere delle attività. Il che è certamente il risultato sia del maggior tempo di stazionamento in Pronto Soccorso di tanti pazienti, sia dell’incremento della loro complessità clinica e dell’accuratezza della diagnostica e della terapia effettuata in PS».

Infine un dato interessante che riguarda gli accessi ripetuti in Pronto Soccorso.

Circa il 3,5% dei pazienti registrati in Pronto Soccorso ha eseguito più di 5 accessi nel solo anno 2023.

«Le cause degli accessi ripetuti sono molteplici e molto differenti tra loro: ci sono persone con grandi difficoltà sociali, come i senza fissa dimora, ma anche pazienti con condizioni croniche che hanno necessità frequenti, come i pazienti con patologia psichiatrica, oncologica, geriatrica. Il denominatore comune è certamente la presenza di problematiche, siano cliniche o assistenziali, che comunque non trovano soluzioni e generano inevitabilmente la categoria dei “frequent flyers” del Pronto Soccorso: l’espressione evidente di carenze esterne all’obiettivo della Medicina d’Emergenza Urgenza ma che possono rivolgersi solo ad essa», spiega Antonio Voza, Segretario nazionale SIMEU.

Secondo Fabio De Iaco, Presidente SIMEU i dati analizzati evidenziano un generale incremento della complessità che il Pronto Soccorso italiano continua ad affrontare: sono numeri che esprimono incrementi aritmetici ma che andrebbero letti come esponenziali, visto che ogni segno più corrisponde a un aumento di attività su persone che hanno necessità cliniche e assistenziali che coinvolgono più professionisti. Tutto questo in un contesto di progressivo depauperamento degli organici e di frequente inadeguatezza di spazi e strutture.

È l’ennesima conferma di quanto rilevato da anni: il Pronto Soccorso è lo specchio della situazione complessiva del SSN, ma anche, allo stato attuale, l’unica risposta possibile per molte condizioni.

Conclude il Presidente: «Nella discussione generale sulla necessità di una profonda riforma strutturale dell’intero SSN i nostri dati esprimono la necessità impellente di soccorrere il mondo dell’Emergenza Urgenza, in attesa che gli auspicati provvedimenti generali – che attendiamo di vedere identificati e attuati – possano finalmente produrre effetti concreti. Il tempo delle analisi è decisamente finito – sottolinea – non ci stancheremo mai di evidenziarlo: serve una corretta progettualità accompagnata da giusti investimenti».

Il Congresso si inaugura alle ore 17.00 del 30 maggio. Parteciperanno all’opening Giovanni Viafora, Lella Costa, Luca De Fiore e Antonio Gaudioso che dialogheranno di Ruolo, Talento, Passione, Idee con i professionisti MEU Mauro Fallani, Francesca Alvau, Simone Pompili, Aurora Vecchiato e Lorenzo Iogna Prat.

Per trovare professionisti della salute, le professioni devono cambiare

0

Temo che ci troviamo in un ecosistema sociale e professionale dove il mondo delle professioni legate alla salute continui a essere parametrato su un passato nostalgico che non solo non è più sostenibile, ma che non tornerà mai più come lo abbiamo conosciuto.

Il contesto sociale: l’inverno demografico

La tendenza è in atto da anni: «I nati residenti in Italia sono stati 379mila, con un tasso di natalità pari al 6,4 per mille (6,7 nel 2022). La diminuzione di nascite rispetto al 2022 è di 14mila unità (-3,6%)» certifica l’ISTAT. Negli anni ’60 i nuovi nati erano oltre 1 milione. È stato detto molte volte? Sì. C’è bisogno di ripeterlo? Allo sfinimento. «Gravissima la situazione italiana», commenta Adriano Bordignon, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari: «Un crollo senza fine, cui assistiamo inerti malgrado i ripetuti allarmi. Ci sta condannando a un futuro insostenibile: non saremo in grado di far fronte a una spesa sanitaria crescente. La tenuta del sistema previdenziale è compromessa con fenomeni dello spopolamento delle aree interne e rurali». In compenso, aumenta l’età media e il numero di anziani e grandi anziani che necessitano di assistenza.

Il contesto tecnologico: l’intelligenza artificiale e la tecnologia sanitaria

La maggior parte dei radiologi si aspetta cambiamenti sostanziali nella professione entro la prossima decade

Stiamo discutendo a sufficienza di come le nuove tecnologie rivoluzioneranno le professioni? Di come impatteranno in alcuni casi riducendone il numero, in altri casi modificandone le competenze fino quasi a stravolgerle, in altri casi ipotizzando anche una scomparsa di alcune branche? Un esempio su tutti l’intelligenza artificiale nei processi diagnostici radiologici. «La maggior parte dei radiologi si aspetta cambiamenti sostanziali nella professione entro la prossima decade e crede che l’intelligenza artificiale dovrebbe avere un ruolo come “copilota”, agendo come secondo lettore e migliorando la gestione del flusso di lavoro. Tuttavia, emergono preoccupazioni […] dai possibili cambiamenti nell’identità e nell’autonomia professionale. L’uso dell’intelligenza artificiale in campo radiologico, infatti, non è limitato solo ai radiologi, ma sta emergendo una tendenza globale verso l’utilizzo di questi strumenti da parte di clinici non radiologi e altri operatori sanitari» spiegano due medici della SIIAM (Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina).

Il contesto professionale

Professioni introvabili e altre in eccesso: «Con oltre un milione di bambini in meno che faranno i pediatri di libera scelta?»

Lo Stato italiano riconosce attualmente 30 professioni sanitarie. Si tratta di circa un milione e 500mila professionisti. Questo è un editoriale, non una metanalisi, quindi rimango su un livello superficiale. Tuttavia, è chiaro dai dati in premessa che non avremo un numero sufficiente di giovani per ricoprire tutte le 30 professioni sanitarie così come sono strutturate attualmente. È pleonastico che le professioni abbiano bisogno di essere ripensate completamente, immaginando che alcune di queste diventino specializzazioni post-laurea di altre, alcune accorpate e in generale ripensando le competenze di tutte. Non ci stiamo preparando con modalità omogenee e con lucida onestà intellettuale, che richiede l’abbandono di logiche autoreferenziali, su questo tema; anzi, in alcuni casi, continuiamo a ragionare e proteggere attività esclusive in ambiti professionali appannaggio di professionisti che un domani, semplicemente, potrebbero non esistere più perché i giovani che le svolgeranno non ci saranno, o perché i bisogni della popolazione non se ne serviranno. Cito due recenti dichiarazioni a sostegno di quanto espresso, perché comunque un pensiero riformatore appare e cerca di farsi spazio. Di fronte all’allarme sulla mancanza dei medici pediatri in Toscana, Paolo Biasci (presidente regionale toscano della Federazione Italiana Medici Pediatri) dichiara a mezzo stampa in data 22 maggio 2024: «In base a uno studio fatto da noi pediatri se la natalità rimane invariata a livello nazionale ci saranno un milione e 500mila bambini in meno entro il 2026. Eravamo 7500 pediatri e ora siamo 7.000, numeri senza ospedalieri. Dov’è la mancanza? Siamo anche troppi…».

Rimodulazione delle competenze: sfide e opportunità

Un esempio: una laurea magistrale ad indirizzo clinico in infermieristica pediatrica che con il tempo sostituisca la omonima laurea triennale

Un recente editoriale (20 maggio 2024) dello psichiatra Andrea Angelozzi solleva questioni cruciali sulla rimodulazione delle competenze all’interno delle professioni sanitarie e nell’intersezione tra diverse figure e specializzazioni. L’autore si interroga sul ruolo futuro degli psichiatri, evidenziando la carenza di specialisti e la crescente richiesta di servizi da parte della popolazione. Angelozzi presenta diverse ipotesi sul futuro della psichiatria: alcuni propongono un avvicinamento all’assistenza sociale, altri ipotizzano lo sviluppo di competenze farmacologiche e anestesiologiche. Non manca chi ritiene che il lavoro degli psichiatri possa essere svolto da medici di medicina generale o specialisti affini, limitando così l’intervento specialistico. Dall’altra parte, la popolazione e le istituzioni auspicano un ruolo più centrale degli psicologi, in modo più rigoroso e meno stigmatizzante. Il medico chiude il suo interessante intervento così: «Ma allora, cosa rimane allo psichiatra di specifico? […] Alla fine, un dubbio avvolge tutti questi dubbi: che per questa psichiatria a cui oggi assistiamo non servano gli psichiatri, ma che possano avere un senso in un modo diverso di fare psichiatria, da cui però attualmente siamo molto lontani…».

E gli infermieri?

La professione si interroga da molto, e non da ora. L’istituzione di una laurea magistrale ad indirizzo clinico in infermieristica pediatrica che con il tempo sostituisca la omonima laurea triennale (e quindi ricompatti due profili professionali in uno) è un buon esempio delle tante proposte che concretamente si stanno portando avanti, ma non l’unico.

L’Italia è pronta a questa rivoluzione?

Modificare il sistema delle professioni sanitarie richiede lungimiranza e coraggio. Non è facile, né popolare, ma è necessario per anticipare il futuro e non subirlo. In caso contrario, saranno i cambiamenti imposti dalla realtà a dettare le regole, con conseguenze imprevedibili. Del resto, una massima sempre valida massima recita: «Ciò che non governi ti governerà».

Sicurezza del lavoro in Sanità: a UniCamillus si discute di infortuni, burnout e incolumità fisica di medici e operatori sanitari

Si è svolto a Roma, presso l’Università UniCamillus, il settimo e ultimo del ciclo di convegni di Terza Missione “Orizzonti della Medicina”. Il titolo dell’incontro è stato “Sicurezze nel lavoro in Sanità: infortuni, stress, burnout ed incolumità fisica. Affrontare l’importanza della sicurezza del lavoro tra gli operatori sanitari”. Il focus è stato la sicurezza sul lavoro in ambito sanitario, un tema di crescente rilevanza per il benessere sia degli operatori sanitari che dei cittadini.

Gli operatori sanitari sono esposti a una vasta gamma di rischi che vanno dai pericoli biologici e chimici, al rischio di aggressioni e allo stress cronico dovuto ai turni massacranti e alla responsabilità delle cure. Questi fattori non solo compromettono la salute degli operatori, ma possono anche influenzare negativamente la qualità dell’assistenza offerta ai pazienti.

L’evento ha riunito esperti del settore per discutere le sfide attuali e proporre soluzioni concrete per migliorare le condizioni di lavoro nei servizi sanitari.

I saluti istituzionali sono stati quelli di Donatella Padua, Delegata alla Terza Missione dell’Ateneo nonché Responsabile Scientifica del ciclo di conferenze, che si è mostrata estremamente soddisfatta per il successo e la grande partecipazione ai convegni che si sono tenuti durante quest’anno accademico.

Turni massacranti e rischi elevati

Dopo Padua, ha parlato Barbara Porcelli, Consigliera OPI (Ordine delle Professioni Infermieristiche di Roma), che ha rilevato il paradosso di come «non dovrebbe esservi organizzazione più sicura del Sistema Sanitario, considerando che il suo obiettivo è proprio la sicurezza dei cittadini», mentre poi non si è altrettanto attenti alla sicurezza degli operatori sanitari. Sempre la Porcelli sottolinea come «dal Rapporto INAIL 2023, la categoria più esposta a rischi rilevata è stata proprio quella degli infermieri».

Per Giovanni Palombi, Responsabile UOC Sicurezza e Prevenzione ASL Roma 2, questa vulnerabilità di medici e operatori sanitari è dovuta a rischi evitabili e non evitabili. Tra i primi, cita «i turni massacranti e la mancanza di organizzazione»; tra i secondi, «il rischio di aggressione e quello biologico (contatto con fluidi infetti)». Per Palombi, tuttavia, il problema è di tipo culturale, perché «manca la sensibilità in merito alla sicurezza».

A tal proposito, Mario D’Ambrosio, Direttore di UniCamillus Management Academy nonché moderatore del convegno, ha ribadito l’importanza della Carta d’Urbino, introdotta il 2 marzo 2023 a Bilbao in una conferenza pubblica e successivamente discussa in dettaglio durante la sessione conclusiva del “Festival internazionale della Salute e della Sicurezza sul lavoro”, svoltosi a Urbino dal 21 al 23 giugno 2023. Gli autori della Carta di Urbino affermano che “l’integrità psico-fisica delle persone è un bene assoluto e inalienabile”, promuovendo così un approccio etico al lavoro.

Il burnout: il rischio più probabile e il meno denunciato

È proprio l’integrità psico-fisica ad essere minata nel caso degli operatori sanitari, in quanto, come sottolinea Patrizio Rossi, Sovrintendente Sanitario Centrale INAIL, «medici e infermieri sono sottoposti a uno stress cronico dovuto a responsabilità, lavoro spesso svolto da soli e turni logoranti». Sempre Rossi stila una scala percentuale di malattie contratte più spesso sul luogo lavorativo: il 68% riguarda le patologie osteo-articolari, il 15% le malattie del sistema nervoso, l’8% problemi all’udito, un 4% i tumori e un altro 4% le malattie respiratorie, con un 1% di malattie della cute. E il burnout? «È uno dei rischi maggiori per gli operatori sanitari, ma è tra i meno denunciati, perché sarebbe come confessare una fragilità» afferma Lucilla Livigni, Coordinatrice Area benessere organizzativo e rischi psicosociali della Sezione Medicina del Lavoro di Tor Vergata. Le fa eco Andrea Magrini, Direttore Sanitario del Policlinico Tor Vergata, affermando che «anche i suicidi sono frequenti tra gli operatori sanitari».

L’importanza dell’organizzazione del gruppo di lavoro

Il concetto di organizzazione del gruppo può essere una chiave, che può tornare utile anche dal punto di vista contrattuale: è quanto afferma Andrea Filippi, Segretario Nazionale CGIL – Area Sanità Funzione Pubblica, asserendo che i liberi professionisti rischiano di diventare «dei meri prestatori d’opera», mentre una relazione sindacale più consistente li porterebbe ad avere una maggiore sicurezza alle spalle e un miglior coordinamento con i loro colleghi.

Inevitabile menzionare, in questo ambito, la figura del medico del lavoro, spiegata da Antonio Pietroiusti, Professore Ordinario di Medicina del Lavoro presso UniCamillus. Si tratta, infatti, di una figura cruciale, poiché si occupa di svolgere attività di prevenire gli infortuni e di effettuare visite mediche per assicurarsi che i lavoratori godano di buona salute. «Il medico competente deve coniugare conoscenze mediche e lavorative, e adattarle allo specifico contesto lavorativo – spiega Pietroiusti – Ma non solo: deve anche avere buone skill di comunicazione per spiegare ai lavoratori stessi il perché di determinate scelte di sicurezza, rendendoli consapevoli del valore della propria salute».