Gli adulti fisicamente attivi in Italia tra i 18 e i 69 anni sono il 48%, poco meno di uno su due. Quelli che lo sono solo parzialmente il 24%, mentre i sedentari il 28%. La sedentarietà cresce con l’avanzare dell’età: si attesta intorno al 24% tra i 18 e i 34 anni, poi si registra un aumento che porta a raggiungere il 33% fra i 50 e i 69 anni. È più frequente nelle donne e le persone con uno status socioeconomico più svantaggiato e si manifesta maggiormente nelle regioni del Sud, un esempio su tutti la Campania, dove si registra un picco pari al 50%. Questo il quadro relativo al biennio 2022-2023 tracciato dalle sorveglianze Passi e Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità. Le indicazioni su cui ci si basa sono i criteri dell’Oms, che prevedono 150 minuti a settimana di attività fisica moderata o 75 di attività intensa.
Dal 2021 la percentuale di persone sedentarie è in aumento, in maniera più evidente nelle Regioni meridionali e meno in quelle del Centro. Al Nord sembra invece essere stazionaria. Non sempre la percezione soggettiva del livello di attività fisica praticata corrisponde a quella effettivamente svolta. Un adulto su 3 fra i parzialmente attivi, e quasi 1 su 4 fra i sedentari, percepiscono infatti come sufficiente il proprio impegno.
Troppo scarsa appare l’attenzione degli operatori sanitari al problema dei bassi livelli di attività fisica, anche nei confronti di persone in eccesso ponderale o con patologie croniche. Su 10 intervistati 3 riferiscono di aver ricevuto il consiglio, dal medico o da un operatore sanitario, di fare regolare attività fisica. Fra le persone in eccesso ponderale questa quota di poco superiore raggiunge il 37%, mentre fra quelle con patologie croniche il 45%
L’attività fisica negli anziani, cura della casa e passeggiate
Quasi il 40% degli over 65 raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’OMS, il 22% svolge qualche forma di attività fisica senza raggiungere i livelli raccomandati ed è quindi definibile come “parzialmente attivo”, mentre il 38% risulta completamente sedentario.
Camminare fuori casa è l’attività maggiormente praticata tra quelle di svago negli over 65. Ben oltre la metà degli intervistati (62%) ha riferito di aver fatto una passeggiata a piedi (o in bici) nella settimana precedente l’intervista. Solo una quota più contenuta di intervistati ha dichiarato di praticare attività fisica strutturata, per lo più leggera (18%), come la ginnastica dolce; meno di dedicarsi ad attività fisica moderata (6%) come il ballo o la caccia, o pesante (4%) come il nuoto, la corsa, o l’attività aerobica o attrezzistica.
Le attività domestiche sono praticate dalla gran parte degli intervistati. La cura della casa (dalla pulizia alle attività più pesanti) resta prerogativa delle donne (98% fa attività domestiche leggere, il 62% anche pesanti contro il 61% e 36% rispettivamente fra gli uomini); anche il giardinaggio come la cura di un’altra persona sono prerogative femminili, mentre piccole riparazioni o la cura dell’orto sono più frequenti fra gli uomini. Tra le attività indagate vi è anche il lavoro, considerato attività fisica se di tipo dinamico: il 9% degli over 65 ha dichiarato di svolgere un lavoro (12% fra gli uomini e 6% fra le donne) e fra questi meno della metà (5% fra gli uomini e 2% fra le donne) ha riferito di svolgerne uno durante il quale deve camminare o per cui è richiesto uno sforzo fisico. La quota di sedentari cresce al crescere dell’età (raggiunge il 61% dopo gli 85 anni), è maggiore fra le donne (41% contro il 37% degli uomini), tra coloro che hanno difficoltà economiche o un basso livello di istruzione ed è maggiore fra chi vive solo (43% contro 38%). La variabilità regionale è ampia, con una proporzione mediamente più elevata nelle regioni meridionali. Dopo un aumento della quota dei sedentari nel periodo pandemico, i valori sono tornati a livelli pre pandemici nel 2023.
Continua l’inverno demografico nel nostro Paese. Nel 2023, secondo gli ultimi dati ISTAT i nati residenti in Italia sono 379mila, con un tasso di natalità pari al 6,4 per mille (era 6,7 per mille nel 2022). La diminuzione delle nascite rispetto al 2022 è di 14mila unità (-3,6%). Dal 2008, ultimo anno in cui si è assistito in Italia a un aumento delle nascite, il calo è di 197mila unità (-34,2%). Numeri questi che pongono l’Italia di fronte a una sfida generazionale senza precedenti. Nell’ultimo report dell’ISTAT emerge che la diminuzione del numero dei nati residenti del 2023 è determinata sia da una importante contrazione della fecondità, sia dal calo della popolazione femminile nelle età convenzionalmente riproduttive (15- 49 anni), scesa a 11,5 milioni al 1° gennaio 2024, da 13,4 milioni che era nel 2014 e 13,8 milioni nel 2004.
«L’Italia è tra i paesi europei con il più basso indice di natalità e l’età media più alta per la prima gravidanza. È necessaria un’inversione di tendenza per riportare l’età del primo figlio ai numeri di qualche decennio fa, quando era di 28 anni. Noi ginecologi siamo in prima linea, poiché abbiamo l’opportunità di seguire le donne fin dall’adolescenza. Tuttavia, è fondamentale prestare attenzione anche al fattore maschile. Gli uomini, infatti, tendono a fare meno controlli per ragioni culturali e di tabù, evitando spesso di consultare specialisti come urologi e andrologi. Una maggiore consapevolezza e prevenzione potrebbero quindi aiutare a risolvere tempestivamente diversi problemi che compromettono la fertilità», ha ribadito Vittorio Unfer, ginecologo e docente di Ostetricia all’UniCamillus.
Un fenomeno multifattoriale
Il problema della denatalità andrebbe osservato come un fenomeno multifattoriale, per la cui risoluzione serve un’azione congiunta e sinergica di politiche economiche e sociali e della medicina, intesa non solo come cura, ma anche come prevenzione che si fa tramite la correttainformazione e incentivando l’accesso ai controlli.
Secondo gli esperti, è imperativo considerare lo stile di vita e l’alimentazione come elementi determinanti per la salute riproduttiva. La promozione di abitudini salutari e un’alimentazione bilanciata può contribuire significativamente al miglioramento della fertilità sia maschile che femminile. Fattori quali il consumo eccessivo di alcol, il fumo esposizione a sostanze tossiche devono essere attentamente valutati, in quanto hanno dimostrato di influenzare negativamente la capacità riproduttiva.
In base alle ricerche e al contatto costante con i pazienti, gli esperti intervenuti hanno concluso che l’Italia ha bisogno soprattutto di una corretta informazione che possa arrivare a tutte le fasce della popolazione, specie le meno abbienti che non possono permettersi specialisti, e ai più giovani che, vuoi per mancanza di possibilità economiche ma anche per un certo ‘tabù’ che circonda la materia, non affrontano il problema.
La demografia italiana
La popolazione ultrasessantacinquenne, che nel suo insieme a inizio 2024 conta 14 milioni 358mila individui, costituisce il 24,3% della popolazione totale, contro il 24% dell’anno precedente. Aumenta il numero dei grandi anziani ovvero di ultraottantenni che con 4 milioni 554mila individui, quasi 50mila in più rispetto a 12 mesi prima, supera il numero dei bambini sotto i 10 anni di età pari a 4 milioni 441mila individui.
La Liguria è la regione più anziana, con una quota di over sessantacinquenni pari al 29% e una di ultraottantenni del 10,3%.
Il numero stimato di ultracentenari raggiunge a inizio 2024 il suo più alto livello storico, superando le 22mila e 500 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente.
Numeri allarmanti che fanno emergere ancor più il grave problema del calo delle nascite nel 2023 in Italia.
Questa dinamica di progressivo declino demografico pone un’ipoteca sul futuro del paese. Con una popolazione in invecchiamento con un balzo in avanti della durata di vita che si porta a 83,1 anni nel 2023.
Con il mancato ricambio generazionale, sono destinati a diventare insostenibili il sistema sociale, quello previdenziale e sanitario, con ripercussioni soprattutto sulla parte più debole della società.
Un calo preoccupante anche a livello territoriale, tra 2014 e 2021 (ultimo dato per cui sono disponibili stime a livello comunale), il tasso di natalità è diminuito in oltre 5.600 comuni, ovvero il 71,6% del totale.
In 6 comuni su 10 il tasso di natalità è inferiore rispetto alla media nazionale.
Nel 61,6% dei comuni, infatti, il tasso di natalità registrato nel 2021 è stato inferiore alla media nazionale dello stesso anno (6,8 nati ogni mille abitanti). Solo nel 36,6% dei casi questa cifra è stata superata.
In particolare, in provincia di Bolzano (dove quasi 9 comuni su 10 superano il tasso di natalità italiano), nell’area di Ragusa (83,3% dei comuni sopra la media) e nella città metropolitane di Catania (81%) e Napoli (70,7%).
Tra i capoluoghi è Catania il comune con il tasso di natalità più alto nel 2021: 8,6 nati ogni mille abitanti. Seguono, con almeno otto nati per mille residenti, le città di Andria, Barletta e Palermo. Mentre agli ultimi posti spiccano diverse città sarde e una delle Marche: Ascoli Piceno (4,9), Oristano (4,9), Cagliari (4,5), Nuoro (4) e Carbonia. Nel comune del Sud Sardegna il tasso di natalità si è attestato a 3,1 nati ogni mille abitanti nel 2021.
Si tratta di un fenomeno che ha innanzitutto radici strutturali. Legate al fatto che le persone in età fertile, con l’uscita della generazione del boom economico dall’età riproduttiva, sono sempre meno.
Negli ultimi anni sono aumentate in modo esponenziale i ricorsi alle tecniche in pazienti sotto i 37 anni, indice di una drastica riduzione della fecondità della donna. Questo si riflette in un aumento del ricorso alla donazione dei gameti, provenienti peraltro da altre nazioni, che comporta un cambiamento fenotipo importante nella nuova generazione.
Calo demografico che preoccupa anche a livello economico perché come analizzato da Bankitalia, secondo l’Istat, da qui al 2040 il numero di persone in età lavorativa diminuirà di 5,4 milioni di unità, malgrado un afflusso netto dall’estero di 170.000 persone all’anno.
Questa contrazione si tradurrebbe in un calo del Pil del 13%, del 9% in termini pro capite. Nonostante la crescita dell’ultimo decennio, la partecipazione al mercato del lavoro, pari al 66,7%, rimane di 8 punti percentuali inferiore alla media dell’area dell’euro.
Il Telemonitoraggio quale strumento fondamentale per il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza nell’assistenza territoriale nell’ambito del diabete, con benefici nella gestione del paziente, nel miglioramento della cura e nella razionalizzazione della spesa e delle risorse. È questo il tema al centro del documento di consensus e di indirizzo clinico “Percorso di Telemonitoraggio in Diabetologia”, elaborato insieme da SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, riunite sotto l’ombrello federativo di FeSDI – Federazione delle Società Diabetologiche Italiane. Il documento delinea in modo chiaro e dettagliato i criteri per il Telemonitoraggio nell’ambito del diabete al fine di assolvere efficacemente alla propria funzione.
Nell’ambito della Missione 6 Salute prevista dal PNRR, la Telemedicina assume un ruolo primario per un migliore supporto ai pazienti cronici nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale. L’utilizzo della Telemedicina, attraverso l’assistenza e il monitoraggio dei pazienti a distanza, offre la risposta sanitaria adeguata alle esigenze di una popolazione con un forte invecchiamento e un aumento delle malattie croniche, consentendo la riduzione del rischio di complicanze, una più rapida disponibilità di informazioni sullo stato di salute, e consentendo di accrescere la qualità e la tempestività delle decisioni da parte dei professionisti sanitari, nonché l’equità nell’accesso ai servizi sociosanitari per le persone fragili o che risiedono in aree logisticamente svantaggiate.
Il Telemonitoraggio, in particolare, è una metodologia di gestione del paziente cronico da remoto che rappresenta una naturale estensione di ciò che si fa in ambulatorio e la cui gestione tecnica necessita di una supervisione di natura clinica. Uno specifico bando nazionale ha per oggetto l’implementazione e l’integrazione operativa dell’Infrastruttura Regionale di Telemedicina (IRT) che fungerà da anello di congiunzione tra la Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT) e i Servizi Minimi di Telemedicina, dovendo poi interfacciarsi con il fascicolo sanitario e i dispositivi dei pazienti per consentire lo scambio dei dati tra i device stessi e l’ambulatorio o la struttura clinica interessata al monitoraggio. Si pone quindi la necessità di individuare criteri di comprovata efficacia e sostenibilità atti a identificare l’idoneità e appropriatezza dei dati generati e inviati dai medical devices, necessari per determinare quegli “avvisi” (advice) utili alla valutazione da parte del clinico. Da qui l’importanza del documento di consensus e indirizzo clinico elaborato da parte di AMD e SID, sotto l’ombrello federativo di FeSDI, con regole e criteri definiti per gestire produttivamente i dati di Telemonitoraggio e gli advice da esso derivanti.
Tra le cinque patologie croniche prioritariamente incluse nei servizi di Telemedicina individuati dal PNRR, il diabete è quella interessata dal coinvolgimento del maggior numero di pazienti che, nella quasi totalità dei casi, sono già in possesso a domicilio degli strumenti di misurazione glicemica necessari al Telemonitoraggio. La diabetologia, quindi, può rappresentare un vero e proprio modello apripista, rispetto a tutti gli altri ambiti, nel Telemonitoraggio proprio grazie alla dotazione tecnologica già ampiamente diffusa nella popolazione con diabete.
Tra gli aspetti centrali messi in evidenza dal documento di consensus vi è la necessità di integrazione del dato della misurazione parametrica della glicemia con il profilo clinico e la storia clinico-terapeutica di ogni singolo paziente contenuti nella Cartella Clinica Elettronica, in ottemperanza a quanto previsto dal DM del settembre 2022, quadro normativo alla base del PNRR Missione 6 Componente 1 | 1.2.3 Telemedicina.Importante è inoltre la fornitura di un quadro clinico completo, invece che il deposito di dati riferiti a rilevazioni di mere glicemie, alla Infrastruttura Regionale di Telemedicina e, quindi, al Fascicolo Sanitario Elettronico.Il documento sottolinea, inoltre, la necessità prospettica di disporre di dati di Telemonitoraggio per scopi di survey epidemiologiche. Il Telemonitoraggio unificato alle attività in Cartella Clinica Elettronica rappresenta una modalità di espansione, e allo stesso tempo di continuità, dell’attività ambulatoriale all’esterno dell’edificio di visita in presenza, con notevoli vantaggi nella gestione del paziente e benefici sul piano organizzativo, dalla gestione delle agende ai tempi di attesa. Infine, il quadro clinico integrato di Telemonitoraggio con i dati in Cartella Clinica Elettronica rappresenta uno strumento utile per valutazioni di costo-efficacia degli approcci di Telemedicina e impatto positivo sulla razionalizzazione della spesa e delle risorse.
«La strategia più efficace per contrastare il diabete e le complicanze ad esso associate, insieme alle campagne di prevenzione primaria, è trattare precocemente e in modo intensivo sia il diabete che i fattori di rischio cardiovascolari associati», dichiara Riccardo Candido, Presidente FeSDI e AMD, «Nella situazione di attuale incremento delle persone affette da diabete e da altre malattie croniche con conseguente aumento del carico assistenziale e di cura per i medici, è essenziale stabilire, come avviene con questo documento di consensus, dei criteri chiari perché il Telemonitoraggio possa assolvere efficacemente alla sua funzione principale di monitorare le condizioni cliniche nei pazienti cronici, riducendo l’accesso delle persone alle strutture ed al contempo semplificando l’attività del medico e degli altri professionisti, ottimizzando efficacia ed efficienza».
«Studi sul diabete hanno dimostrato come i sistemi di Telemedicina riducano significativamente i costi di gestione e agiscano positivamente sul controllo metabolico», dichiara Angelo Avogaro, Presidente SID e Past President FeSDI, «Il documento di consensus che abbiamo elaborato, delinea il flusso informativo per il Telemonitoraggio in diabetologia, definendone il quadro operativo. I contenuti in esso sviluppati determinano inoltre la “Dichiarazione d’uso” o “Patto Terapeutico” per una comprensione chiara dei benefici clinici prodotti e delle risposte attese dalla persona con diabete».
«Nell’estate del 2024, auspichiamo di replicare i risultati ottenuti nello stesso periodo dell’anno precedente», afferma Vincenzo De Angelis, direttore del Centro Nazionale Sangue. Al termine del convegno “Sangue e plasma, risorse straordinarie a disposizione di tutti”, tenutosi a Roma nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. De Angelis discute con TrendSanità della sfida periodica che il mondo del sangue affronta e che quest’anno si presenta arricchita da un precedente significativo: il successo dell’anno scorso nella raccolta estiva di globuli rossi. Il risultato è stato ottenuto grazie ad un lavoro corale tra istituzioni e associazioni, tra le quali Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS) che ha organizzato l’evento su iniziativa del Senatore Antonio Guidi.
Vincenzo De Angelis
«L’estate del 2023 è stata un’occasione unica, per quanto mi ricordi: per la prima volta non ci sono stati pazienti che hanno lanciato un allarme per la mancanza di riserve di sacche di sangue e il sistema è riuscito a gestire le necessità dei pazienti. E quest’anno — prosegue De Angelis, illustrando le iniziative intraprese in vista dell’estate — ci siamo preparati con una campagna di sensibilizzazione promossa dal Ministero della Salute e rivolta ai cittadini, al fine di assicurare la partecipazione dei donatori anche durante il periodo delle vacanze, per far fronte agli interventi chirurgici, alle patologie del sangue e alla produzione di farmaci plasmaderivati». E continua: «Come l’anno scorso, abbiamo coinvolto le forze armatee creato campagne di comunicazione per i giovani; inoltre ci siamo affidati a coloro che già donano sangue, ricordando che la vacanza non riguarda i pazienti, che continuano a necessitare di sacche di sangue in estate».
Positivo il bilancio e crescono i numeri: c’è fiducia nel sistema
In ambito plasma l’Italia dipende ancora dall’estero
I dati raccolti nell’ultimo periodo parlano positivo ed evidenziano un miglioramento dei numeri e un bilancio sostanzialmente positivo. Nel primo trimestre del 2024, l’Italia ha raggiunto oltre 650mila unità di raccolta di globuli rossi, con un aumento di ben oltre il due per cento rispetto allo stesso periodo del 2023. La raccolta plasma ha segnato un incremento del quattro per cento, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma, se per il sangue l’autosufficienza nazionale è conseguita, l’aumento in ambito plasma non significa aver raggiunto l’obiettivo. Secondo i dati diffusi, l’Italia dipende ancora dall’estero, avendo raccolto circa 15 chilogrammi di plasma per ogni mille abitanti, valore inferiore ai 18, auspicabili per l’autosufficienza.
Le sfide del domani del sistema sangue
Disomogeneità regionale, coinvolgimento dei giovani e innovazione digitale. Sono le tre principali sfide che il sistema sangue deve affrontare per garantire un domani in crescita nel settore ematico. De Angelis spiega: «Esiste una notevole disomogeneità tra le varie regioni italiane oggi» e i dati confermano questo trend. Nel 2024, le regioni meno virtuose nella raccolta di globuli rossi sono state Campania, Lazio e Calabria. D’altra parte, alcune regioni si sono distinte per essere particolarmente virtuose e hanno contribuito a compensare le carenze. Tra queste, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trento, Veneto, Emilia Romagna, Bolzano, Valle d’Aosta. Le Forze Armate hanno programmato di compensare le regioni carenti. Inoltre, il Piemonte è stato riconosciuto come una delle regioni più virtuose, con un aumento dei donatori di sangue nel 2023 e previsioni di ulteriore crescita nel 2024. De Angelis continua: «Alcune regioni, grazie a un notevole impegno, riescono a garantire una costante disponibilità di riserve ematiche, mentre altre, meno coinvolte nella partecipazione civica, necessitano di supporto da parte di altre regioni».
Il picco dei donatori di sangue e plasma si registra tra i 45 e i 65 anni. La vera sfida consiste nel coinvolgere le nuove generazioni
A questa disomogeneità territoriale si aggiunge il parallelo legato alle diverse fasce d’età della popolazione, in relazione a chi sceglie di contribuire regolarmente e volontariamente al sistema sangue nazionale. De Angelis spiega: «Il picco dei donatori di sangue e plasma si registra tra i 45 e i 65 anni. Superati i 65 anni, si viene esclusi dal sistema; tuttavia, i dati rivelano che il numero di giovani donatori attuali non è sufficiente a compensare coloro che ne escono». E prosegue: «La vera sfida consiste nel coinvolgere le nuove generazioni in un gesto di autentica partecipazione alle attività del sistema sanitario – sottolinea – le associazioni devono sfruttare tutti i canali offerti dalla tecnologia e dai social media. È fondamentale non trascurare il nuovo pubblico, che riveste un ruolo cruciale per la sostenibilità a lungo termine del sistema, impegnandosi in una comunicazione innovativa e nell’uso ottimale della tecnologia digitale per parlare la lingua dei giovani».
L’AI e la possibile rivoluzione del sistema trasfusionale
A proposito dell’intelligenza artificiale, l’innovazione rappresenta una sfida e allo stesso tempo una speranza: «La tecnologia, che abbiamo iniziato a esplorare parzialmente a causa del Covid, ci ha spinti all’utilizzo di strumenti precedentemente esistenti, ma trascurati, come la telemedicina». De Angelis illustra come il digitale finora abbia portato un cambiamento positivo nell’intero sistema: «Chi desidera donare sangue oggi può connettersi al sistema trasfusionale comodamente da casa, utilizzando un’applicazione o un computer, e ricevere assistenza nella compilazione del questionario anamnestico. Inoltre, è possibile integrarsi nel processo di donazione grazie a medici che, operando a distanza, selezionano i donatori per gli infermieri sul posto».
L’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a prevedere dove si manifesteranno carenze di sangue, per fornire risposte tempestive
E conclude: «L’intelligenza artificiale si prospetta come una grande speranza per il futuro, offrendo una gamma di possibilità, come la gestione ottimale delle nostre riserve di sangue o l’accesso remoto alle emoteche». Cosa potrebbe rivoluzionare il sistema? «La capacità di prevedere dove si manifesteranno le carenze di sangue. Ciò ci consentirà di raggiungere un traguardo precedentemente inimmaginabile: anticipare le carenze ematiche e fornire risposte tempestive».
Partirà nei prossimi giorni la popolazione dati della Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT) con la collaborazione di alcune Regioni pilota. Si tratta di un ulteriore passo in avanti verso la piena operatività dell’infrastruttura tecnologica che consentirà al Servizio sanitario nazionale di migliorare la corretta presa in carico dei pazienti, in modo equo su tutto il territorio nazionale, e che vede AGENAS coinvolta in qualità di soggetto attuatore di una delle componenti della Missione 6 salute del PNRR (M6-C1 sub investimento 1.2.3. Telemedicina).
L’obiettivo è la presentazione della PNT il prossimo 1° ottobre 2024 a tutti gli stakeholder interessati.
Occorre sottolineare che la PNT garantirà l’interoperabilità con l’architettura applicativa del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE 2.0) e con l’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS) nell’intento di:
consentire l’implementazione omogenea dei percorsi di telemedicina su tutto il territorio nazionale facilitando la presa in carico, acuta e cronica, da parte delle cure territoriali, favorendo la deospedalizzazione e potenziando qualità e sicurezza delle cure di prossimità;
colmare il divario tra le disparità territoriali e offrire maggiore integrazione tra i servizi sanitari regionali e le piattaforme nazionali attraverso soluzioni innovative, codifiche e standard terminologici condivisi a livello nazionale;
migliorare la qualità clinica e l’accessibilità ai servizi sanitari dei pazienti su tutto il territorio nazionale;
dotare i professionisti sanitari di nuovi strumenti validati al fine di operare efficacemente in ogni processo sia individuale sia multidisciplinare;
facilitare la programmazione, il governo e lo sviluppo della sanità digitale.
Ogni anno nel nostro Paese si registrano circa 1.500 nuovi casi di tumore nella fascia d’età 0-14 anni e 800-900 casi tra gli adolescenti di 14-18 anni. Nei bambini fino a 14 anni prevalgono le leucemie, in particolare la leucemia linfoblastica acuta che conta circa 400 diagnosi annue. Negli adolescenti, invece, il tumore più comune è il linfoma di Hodgkin, con circa 150 casi all’anno. «Altri tumori che colpiscono bambini e adolescenti sono quelli cerebrali – spiega Franca Fagioli, Direttrice del Dipartimento Patologia e Cura del bambino dell’ospedale “Regina Margherita” di Torino – che rappresentano la categoria più frequente tra i tumori solidi pediatrici. Poi ci sono neoplasie tipiche dell’età pediatrica come il neuroblastoma e l’epatoblastoma. Negli adolescenti sono caratteristici anche i tumori ossei, in particolare l’osteosarcoma». Alcune di queste forme tumorali pediatriche sono definite rare, perché colpiscono meno di 6 persone su 100.000 per anno (secondo la definizione di RARECARE e JARC, Joint action europea dedicata ai tumori rari, adottata dalla Rete Nazionale Tumori Rari).
«I tumori pediatrici presentano caratteristiche biologiche e di trattamento completamente diverse da quelli degli adulti. Non possono essere affrontati allo stesso modo e richiedono competenze e protocolli specifici per l’età. Un aspetto cruciale è la tempestività della diagnosi – rimarca Fagioli – Nella fascia 0-14 anni il tempo medio che intercorre tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi è di circa 40 giorni, ma la situazione è più critica per gli adolescenti per i quali si registrano spesso ritardi diagnostici superiori ai 100 giorni. I ragazzi spesso non hanno un medico di riferimento, tendono a sottostimare i sintomi o si vergognano a farsi visitare. Questo ritardo può avere conseguenze significative sulla prognosi: è fondamentale dunque agire attraverso campagne di sensibilizzazione mirate specificamente agli adolescenti sui sintomi a cui prestare attenzione: linfonodi anomali, febbre o dolore persistente, dimagrimento inspiegabile».
I passi in avanti
Negli ultimi decenni sono stati fatti enormi progressi nelle cure dei tumori pediatrici. «Oggi guarisce oltre l’80% dei piccoli pazienti, con punte del 90% per alcune forme come leucemie linfoblastiche acute, linfomi e tumori di Wilms. Risultati straordinari sono stati ottenuti anche per i tumori ossei grazie all’introduzione della chemioterapia pre e post-operatoria. Rimangono purtroppo ancora alcune forme molto aggressive e resistenti alle cure convenzionali, come alcuni sottotipi di neuroblastoma, su cui la ricerca è molto attiva per individuare nuove opzioni terapeutiche. Il merito di questi successi – spiega ancora la Professoressa Fagioli – è da attribuire principalmente a due fattori. Da un lato la ricerca scientifica, che ha permesso di comprendere sempre meglio la biologia di questi tumori e di sviluppare terapie più mirate ed efficaci. Dall’altro, il modello organizzativo in rete che si è affermato in Italia fin dagli anni ’70. I piccoli pazienti vengono trattati nei 49 centri AIEOP – Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica con protocolli condivisi e diagnosi confermate da laboratori di riferimento per garantire omogeneità e qualità delle cure su tutto il territorio nazionale».
«Tra le principali attività di AIEOP – spiega il Presidente Arcangelo Prete – c’è la stesura e diffusione di protocolli uniformi di diagnosi e trattamento per le varie patologie, così da garantire le stesse possibilità di cura in tutti i centri, da Aosta a Catania». AIEOP è molto attenta all’attuale criticità riferibile alla fascia adolescenziale. «Per legge, l’età pediatrica finisce a 14 anni. Dai 15 si passa al medico di medicina generale. Noi vorremmo estendere l’età pediatrica fino a 17 anni e 364 giorni, per garantire una migliore presa in carico anche psicologica degli adolescenti. Attualmente la scelta se ricoverare un diciassettenne in un reparto pediatrico o per adulti viene fatta caso per caso, ma in tutti i centri AIEOP sono presenti psicologi che supportano questo delicato passaggio».
La diagnosi
Quando arriva una diagnosi di tumore, per le famiglie coinvolte inizia un percorso difficile e doloroso, spesso aggravato dalla necessità di spostarsi in centri specializzati lontani da casa. È qui che entra in gioco FIAGOP – Federazione Italiana delle Associazioni dei Genitori e dei Guariti di Oncologia Pediatrica, che riunisce 35 organizzazioni impegnate a offrire sostegno e assistenza alle famiglie. «Il nostro obiettivo – chiarisce il Vice Presidente Paolo Viti – è unire queste 35 associazioni per svolgere attività di comunicazione, informazione e advocacy. Ci occupiamo dell’accoglienza iniziale delle famiglie in ospedale, di assistenza burocratica per invalidità e altre pratiche con le ASL, oltre a fornire case alloggio per le famiglie durante la terapia dei bambini. Circa il 50% dei bambini viene curato fuori dalla propria Regione. In alcune Regioni come la Calabria, il 75% dei bambini deve andare via, forse la Sardegna è ancor più problematica. Spesso la mamma deve lasciare tutto, casa, marito, altri figli, per periodi che possono durare anche 1-2 anni. Noi rappresentiamo sia i piccoli pazienti che le loro mamme, quindi vediamo il dramma di queste situazioni. L’ideale sarebbe avere un ospedale specializzato vicino a ogni bambino – conclude – ma non è fattibile. Quindi è fondamentale che ci sia una rete che funzioni».
«La Rete Nazionale Tumori Rari (RNTR) –spiega Manuela Tamburo de Bella, Responsabile UOS Reti Cliniche Ospedaliere e Monitoraggio DM70/15 e Coordinatore dell’Osservatorio per il Monitoraggio Della Reti Oncologiche Regionali di Agenas –è stata istituita nel 2017 per garantire percorsi di cura omogenei e di alta qualità per i pazienti con tumori rari, adulti e pediatrici, su tutto il territorio nazionale. La RNTR, istituita con un’intesa Stato-Regioni, mette a sistema queste competenze attraverso una precisa architettura di rete, che prevede centri ‘provider’ ad altissima specializzazione, centri ‘user’ per presa in carico di prossimità e ‘nodi’ per funzioni ancillari. La rete comprende tre sottogruppi di patologie con caratteristiche e necessità diverse: tumori solidi dell’adulto, tumori ematologici dell’adulto e tumori pediatrici. Come coordinamento nazionale, insieme a tre tavoli tecnici di esperti e alle Regioni, abbiamo definito i requisiti dei centri della rete e gli standard di qualità. Ora spetta alle Regioni recepire l’intesa e rendere operativa la rete, riconoscendo e finanziando le attività dei centri secondo il loro ruolo. È un processo articolato che richiede tempo e impegno a livello di governance regionale. Intanto però i pazienti e i professionisti possono già usufruire di uno strumento prezioso:il portale della trasparenza di Agenas, in cui sono mappati tutti i centri della RNTR per patologia e per funzione. Inoltre, siamo al lavoro per implementare la piattaforma nazionale di telemedicina, che permetterà teleconsulti, telepatologia e seconde opinioni tra i centri, evitando spostamenti non necessari ai pazienti. Un altro tassello fondamentale chestiamo costruendo sono i PDTA, i percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali per patologia, che verranno condivisi in tutta la rete come standard di appropriatezza clinica e organizzativa. Infine – conclude Tamburo de Bella – un grande impegno è sul monitoraggio: stiamo definendo gli indicatori con cui, dal 2025, misureremo le performance e l’impatto della rete».
Il panorama normativo italiano in materia di protezione dei dati personali ha recentemente subito una rilevante trasformazione con la revisione dell’articolo 110 del Codice della Privacy. Questa modifica riguarda specificamente il consenso per il trattamento dei dati personali a fini di ricerca scientifica, introducendo cambiamenti significativi che influenzano ricercatori, istituzioni accademiche e cittadini.
Eliminazione della consultazione preventiva
Dal 1° maggio 2024 è entrata in vigore la nuova formulazione dell’articolo 110, che elimina la necessità della consultazione preventiva del Garante per l’utilizzo dei dati sanitari nei progetti di ricerca scientifica. Secondo questa nuova versione, in caso di impossibilità di ottenere il consenso dell’interessato, i dati personali possono essere trattati per fini di ricerca scientifica nei campi medico, biomedico ed epidemiologico, a condizione che sia ottenuto il parere favorevole del comitato etico competente e che siano rispettate le garanzie stabilite dal Garante per la protezione dei dati personali.
Origine della proposta di modifica
Mattia Altini
Mattia Altini, presidente Simm (Società Italiana di Leadership e Management in Medicina), tra i promotori della modifica, spiega: «La nostra proposta di modifica scaturisce dalla necessità, percepita da tutti gli operatori sanitari e dal settore scientifico, di riequilibrare il rapporto tra i diritti dei cittadini. Da un lato, vi è il diritto alla protezione dei propri dati personali; dall’altro, un’eccessiva enfasi su questo diritto potrebbe compromettere il diritto alla salute».
Altini prosegue: «Nella nostra visione, l’equilibrio previsto dalla normativa vigente risultava sproporzionato. Abbiamo quindi lavorato per riequilibrarlo, immaginando che per una serie di attività, in particolare quelle relative all’articolo 110, si potesse prevedere un percorso di garanzia più semplice per l’utilizzo dei dati in ambito di ricerca, che è ciò che alimenta la conoscenza e, di conseguenza, le opportunità per i nostri cittadini nelle terapie future».
Supporto della comunità scientifica
Questa convinzione è stata sostenuta da una notevole convergenza di opinioni provenienti dalla maggior parte della comunità scientifica nazionale. A febbraio 2024 Simm, assieme all’avvocato Luca Bolognini, estensore dell’emendamento approvato con l’avvocato Diego Fulco, ha redatto un documento sottoscritto da numerose società scientifiche italiane – Aiom, Anmdo, Cipomo, Cittadinanzattiva, Fiaso, Fondazione Periplo, Associazione Periplo, Fondazione ReS, Siiam, Sibioc, Sin – e presentato alle istituzioni. Istituzioni che, nelle persone della senatrice Simona Loizzo e del senatore Luciano Ciocchetti, hanno raccolto queste istanze fino a giungere all’approvazione della modifica dell’art. 110, nella legge di conversione del Decreto Pnrr.
Applicazione pratica e impatto regionale
Sottolinea ancora Altini: «Il primo effetto della semplificazione delle responsabilità sarà quello di rendere più agevole il percorso dei trial clinici all’interno dei Comitati Etici. A livello regionale e nazionale, questo è di fondamentale importanza poiché parte del processo autorizzativo è stata semplificata. La modifica dell’articolo è stata approvata e resa operativa immediatamente. Ora spetta al Garante definire le nuove modalità operative e fornire indicazioni di massima per consentire a tutti di seguire un percorso semplificato, orientando i Comitati Etici sulle nuove procedure in seguito alla modifica del regolamento».
Garanzie stabilite dall’Autorità
Il Garante per la privacy si è già mosso in questa direzione individuando le prime garanzie da adottare per il trattamento dei dati personali a scopo di ricerca medica, biomedica e epidemiologica, riferiti a pazienti deceduti o non contattabili. Nella delibera emanata dal Garante il 9 maggio 2024 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale in data 5 giugno 2024 l’Autorità fa riferimento a «motivi etici» e «motivi di impossibilità organizzativa», definendone le caratteristiche e stabilendo gli impegni a carico del titolare del trattamento. Ad esempio, ricade tra i motivi etici il caso in cui l’interessato non conosca la propria condizione: l’informativa sul trattamento dei dati potrebbe quindi rivelare notizie che potrebbero causare danni materiali o psicologici all’interessato stesso.
La nuova formulazione dell’articolo mira a facilitare le attività di ricerca, garantendo al contempo elevati standard di sicurezza e trasparenza
Più articolata la definizione dei motivi di impossibilità organizzativa: tra questi rientrano il caso in cui la mancata raccolta dati di alcuni partecipanti che non possono essere contattati influenzerebbe negativamente la qualità dei risultati dello studio, ma anche l’eventualità che contattare gli interessati richiederebbe uno sforzo sproporzionato vista la particolare elevata numerosità del campione o, in alternativa, che, nonostante tutti gli sforzi ragionevoli effettuati per contattare i partecipanti (come verificare se sono ancora vivi, consultare la documentazione clinica, usare i recapiti telefonici forniti o cercare dati di contatto pubblici), gli interessati risultino deceduti o non reperibili al momento dell’arruolamento nello studio.
L’Autorità ha anche avviato la procedura per l’adozione di nuove regole deontologiche per trattamenti a fini statistici o di ricerca scientifica.
Prospettive future
«Il nostro obiettivo è continuare a contribuire al miglioramento del Paese, con l’intento esclusivo di rendere il sistema più efficiente», afferma Altini. «Desideriamo proporre, insieme al medesimo gruppo di senatori, un approccio innovativo alla medicina preventiva e all’uso secondario dei dati. Riteniamo che la prevenzione debba essere considerata a tutti gli effetti un atto medico e che sia il sistema sanitario a dover andare incontro al cittadino. Per collegare meglio i vari settori della salute, come la prevenzione oncologica ospedaliera e la medicina generale, non dovrebbe essere necessario il consenso informato. È già chiaro che il cittadino ha scelto un medico curante e che questo medico deve disporre di tutte le informazioni relative al paziente, per ovvie ragioni».
Conclusioni
La modifica dell’articolo 110 del Codice della Privacy rappresenta un passo importante verso un equilibrio più sostenibile tra le esigenze della ricerca scientifica e la protezione dei dati personali. La nuova normativa mira a facilitare le attività di ricerca, garantendo al contempo elevati standard di sicurezza e trasparenza. Sarà fondamentale osservare come queste disposizioni saranno applicate nella pratica e quale impatto avranno sul panorama della ricerca scientifica in Italia.
Con 34mila nuovi decessi all’anno, il carcinoma polmonare rappresenta la più frequente causa di morte oncologica in Italia. Per quanti sono colpiti da questa neoplasia ci sono, però, buone notizie. Negli ultimi anni, infatti, si sono registrati importanti progressi nella chirurgia e nelle terapie farmacologiche, che hanno permesso, anche grazie alla prevenzione primaria, in primis la lotta al tabagismo, di aumentare significativamente le aspettative di sopravvivenza dei pazienti. Il successo dei trattamenti è però legato alla precocità della diagnosi. Ed è per questo motivo che l’implementazione di un programma strutturato di screening polmonare deve rappresentare una priorità nell’ambito degli interventi e delle politiche di sanità pubblica.
Per contribuire a un dibattito aperto sul tema, C.R.E.A. Sanità ha sviluppato, con il contributo di Roche Italia, un innovativo modello che, per la prima volta, integrando e aggiornando uno studio precedente, analizza anche l’impatto di farmaci innovativi come l’immunoterapia, di recente introduzione, e offre una valutazione economica dello screening del cancro al polmone, basata su evidenze di costo-efficacia, costo-utilità, impatto finanziario (budget impact). I risultati del modello stimano che l’attuazione di un programma di screening nazionale nei pazienti ad alto rischio, consentirebbe, grazie a una diagnosi tempestiva, un incremento della sopravvivenza dei pazienti screenati di 7,63 anni rispetto ai non screenati, a fronte di una riduzione dei costi sanitari pari 2,3 miliardi di euro, in un orizzonte temporale di 30 anni.
In termini finanziari, va previsto un investimento iniziale nel primo anno, legato anche all’organizzazione dello screening, pari a circa 80 milioni di euro, che sarebbe però più che compensato dai risparmi pari a circa 180 milioni di euro già al primo anno. La presentazione dei risultati, avvenuta oggi alla Camera dei Deputati, è stata l’occasione per dare vita a un dibattito costruttivo che ha coinvolto esperti clinici, economisti e istituzioni, con l’obiettivo di stimolare un impegno condiviso per ampliare l’accesso allo screening al polmone nel nostro Paese. «Il modello elaborato – ha spiegato Federico Spandonaro, professore aggregato Università degli Studi di Roma Tor Vergata e presidente del Comitato Scientifico C.R.E.A. Sanità – dimostra che la promozione di uno screening della popolazione ad alto rischio per il carcinoma polmonare è una politica di sanità pubblica efficace ed efficiente che, purché adeguatamente promossa e incentivata, risulta anche sostenibile da un punto di vista finanziario».
«Parallelamente alla lotta al tabagismo – ha dichiarato Giulia Veronesi, direttrice del Programma di Chirurgia Robotica Toracica presso l’Irccs ospedale San Raffaele – è prioritario favorire l’accesso allo screening ai soggetti ad alto rischio, cioè fumatori o ex forti fumatori sopra i 50 anni. Le società scientifiche internazionali e la Commissione europea stanno già andando in questa direzione e raccomandano, per questi soggetti, regolari TAC al torace a basso dosaggio di radiazioni intensità, per un monitoraggio adeguato». «Quando il tumore al polmone viene diagnosticato e trattato in fase precoce con chirurgia e farmaci – ha proseguito Veronesi – si possono raggiungere tassi di sopravvivenza a 5 anni intorno all’80%. Per questo, investire in un programma strutturato di screening polmonare è oggi più cruciale che mai, perché consente un guadagno di vita di oltre 7 anni a fronte di un risparmio economico per il Sistema sanitario nazionale». «Mentre è ormai prassi consolidata fornire evidenze anche in termini di costo-efficacia delle terapie – ha commentato il presidente Aiom, Francesco Perrone – ci sono ancora pochi dati e analisi di questo tipo sullo screening. Il modello presentato oggi sul polmone è, per questo, molto interessante e ha il potenziale per essere replicato e applicato ad altri screening oncologici, fornendo uno strumento di grande valore per guidare le politiche sanitarie». L’onorevole Ugo Cappellacci, presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, ha ricordato che «gli screening consentono di giocare d’anticipo sulla malattia e sulle conseguenze. Per questo è fondamentale recuperare i ritardi accumulati durante la pandemia. Una delle misure su cui Governo e Parlamento stanno lavorando è lo smaltimento delle liste d’attesa, con un provvedimento importante a favore dei diritti dei cittadini».
«La missione – ha poi precisato Cappellacci – è, inoltre, quella di ampliare l’offerta di screening ad ambiti prioritari come quello del tumore al polmone, grazie all’azione comune avviata a livello europeo e che vede anche l’Italia protagonista. In Commissione abbiamo svolto una serie di audizioni sul Piano Europeo Contro il Cancro da cui, una volta di più, emerge che impiegare nuove risorse a favore della salute non va considerato una spesa, ma il migliore investimento e la migliore riforma che si possa attuare». «Grazie a significativi investimenti in ricerca – le parole di Federico Pantellini, Medical Lead Roche Italia – mettiamo a disposizione dei pazienti affetti da tumore al polmone farmaci immunoterapici e a bersaglio molecolare in grado di agire fin dalle fasi precoci della malattia, dove l’obiettivo può essere quello della cura. Per poter assicurare i benefici associati a questi trattamenti, è prioritario effettuare una diagnosi quanto più precoce e lo screening è uno strumento chiave».
«In questa prospettiva – ha concluso Pantellini – rinnoviamo la nostra volontà ad essere un partner di valore per il Sistema, collaborando con tutti gli attori in campo affinché l’accesso a questa strategia di salute pubblica così preziosa possa essere garantito. Il dibattito di oggi si inserisce nell’ambito del programma LungLive, promosso da Roche per ridefinire insieme il tumore al polmone, puntando su prevenzione primaria, screening e innovazione terapeutica fin dalle fasi precoci di malattia». Il modello presentato fornisce uno strumento prezioso, se si tiene conto del fatto che, tra tutti i tumori, quello al polmone è quello a maggiore impatto per la società: a livello mondiale l’onere raggiunge i 4.000 miliardi di dollari, mentre in Italia è stato stimato un costo annuo di 2,5 miliardi di euro. E in un contesto di risorse limitate per le politiche pubbliche, l’aspetto economico non può essere trascurato.
Assumendo di effettuare lo screening con frequenza biennale sulla popolazione ad alto rischio (rappresentata dai soggetti di età compresa fra 50 e 79 anni con forte esposizione al fumo- più di 30 pack-year), considerando un orizzonte temporale di 30 anni e adottando, infine, un tasso di risposta del 30%, il modello predisposto stima che sarà necessario effettuare in media circa 460.000 LD-CTs annue (circa 360.000 a regime se non si modificheranno significativamente le abitudini di fumo).
Il lavoro di ricerca condotto si è concentrato sulla modellizzazione delle diverse possibili modalità alternative di effettuazione dello screening e permette di modificare la popolazione invitata e aderente, la frequenza di ripetizione dello screening e le opzioni di gestione dei casi in cui lo screening effettuato non permetta una diagnosi certa.
In aggiunta, una particolare attenzione è stata dedicata alla descrizione dei percorsi terapeutici a oggi disponibili, prevedendo la possibilità di un loro aggiornamento nel tempo.
Il lavoro è stato implementato con il supporto di un board scientifico composto da Giulia Veronesi, professoressa presso I.R.C.C.S. ospedale San Raffaele, Ferrara R., ricercatore, Dipartimento di Oncologia Medica, Università Vita-Salute San Raffaele, Graziano P., Direttore Unità di Patologia, Istituto di Ricerca Casa Sollievo della Sofferenza.
Il dibattito politico sulle problematiche della sanità è polarizzato da due grandi temi: l’annosa questione delle liste di attesa e l’affollamento delle strutture di Pronto Soccorso.
Esiste una rilevante richiesta di comunicazione tra ospedale e territorio, anche tramite canali che possano contribuire al governo delle liste di attesa e alla riduzione di invii in pronto soccorso
In effetti molte sono le minacce al nostro sistema sanitario: il progressivo invecchiamento della popolazione, la cronica carenza di personale, lo stress subito dalla pandemia Covid-19 e la presenza di una deriva dei conti pubblici con una politica che non sempre si dimostra in grado di superare ritardi, sacche di resistenza, difesa di interessi corporativi e poteri economici forti.
In attesa della piena realizzazione delle Case della Comunità e degli Ospedali della Comunità che dovrebbero consentire (con molti nodi tuttora irrisolti) la piena presa in carico del cittadino grazie alla attività delle Centrali Operative Territoriali, grande enfasi è stata data al potere salvifico di soluzioni di telemedicina con un proliferare di esperienze nei campi più disparati, talvolta in assenza di una regia istituzionale.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede in effetti il finanziamento di servizi di telemedicina, che dovrebbero rappresentare «un formidabile mezzo per:
contribuire a ridurre gli attuali divari geografici e territoriali in termini sanitari grazie all’armonizzazione degli standard di cura garantiti dalla tecnologia;
garantire una migliore “esperienza di cura” per gli assistiti;
migliorare i livelli di efficienza dei sistemi sanitari regionali tramite la promozione dell’assistenza domiciliare e di protocolli di monitoraggio da remoto».
Il teleconsulto
Mentre molto risalto è stato dato ai servizi di telemonitoraggio e tele-riabilitazione (ad esempio anche con il relativo Documento di Consenso), relativamente poca attenzione è stata dedicata al teleconsulto.
Il teleconsulto è un atto medico in cui il professionista interagisce a distanza con uno o più colleghi per dialogare riguardo la situazione clinica di un paziente
Questa prestazione di telemedicina viene definita come «un atto medico in cui il professionistainteragisce a distanza con uno o più medici per dialogare, anche tramite una videochiamata, riguardo la situazione clinica di un paziente, basandosi primariamente sulla condivisione di tutti i dati clinici, i referti, le immagini, gli audio-video riguardanti il caso specifico. Tutti i suddetti elementi devono essere condivisi per via telematica […]. Il teleconsulto tra professionisti può svolgersi anche in modalità asincrona, quando la situazione del paziente lo permette in sicurezza […]. Questa attività si considera come parte integrante dell’attività lavorativa dei medici specialisti e delle altre professioni sanitarie e come quella effettuata in presenza non prevede remunerazione a prestazione, e non ha una tariffa a livello di nomenclatore tariffario della specialistica e non prevede compartecipazione alla spesa da parte del cittadino e nemmeno una prescrizione SSN. Questa attività può essere registrata mediante gli applicativi aziendali in uso per tenere traccia di quanto erogato ad un paziente e monitorare l’attività del personale coinvolto, ma non viene ad oggi rilevata nei flussi istituzionali».
L’esperienza della Cardiologia di Chivasso – ASLTO4
L’ASLTO4 si estende su una superficie di circa 3.200 kmq e con i suoi 514.420 abitanti (anno 2019) presenta una densità di popolazione pari a 162,3 abitanti/kmq. I comuni più popolosi sono Settimo Torinese (47.000 abitanti) e Chivasso (27.000 abitanti).
Il Presidio Ospedaliero di Chivasso, che conta 212 posti letto, di cui 12 di cardiologia, serve il Distretto di Chivasso-San Mauro (120.478 abitanti) e il distretto di Settimo Torinese (84.935 abitanti).
Le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte negli ambiti nazionale, regionale e provinciale; in particolare, nella provincia di Torino nel 2019 si registravano 37,9 morti ogni 10.000 abitanti, valore inferiore rispetto a quanto registrato a livello regionale (41,3) e in linea con i valori rilevati a livello nazionale (36,6).
Nel 2020 il 40,7% circa della popolazione piemontese aveva una malattia cronica e il 19,2% aveva almeno due malattie croniche, valori lievemente inferiori alle medie italiane.
Nel giugno 2023 è stata creata una chat WhatsApp per gli MMG dei distretti serviti dalla Cardiologia di Chivasso, con casi clinici anonimi e non urgenti
Nei due distretti serviti dalla SC Cardiologia di Chivasso operano 153 medici di medicina generale (MMG). In occasione di un corso di aggiornamento è stata proposta la creazione di una chat WhatsApp in cui sarebbe stato possibile avere un contatto con un cardiologo qualora se ne fosse avvertita la necessità nella gestione quotidiana dei pazienti. Poiché, come è noto, WhatsApp non è un sistema GDPR “compliant”, doveva essere garantita la privacy dei pazienti. Potevano essere discussi pertanto casi clinici anonimi e venivano inoltre esclusi i casi urgenti.
La Figura 1 mostra l’andamento della iscrizione dei MMG alla chat nel tempo: nell’arco di sei mesi 90 MMG su 153 avevano aderito al progetto.
Figura 1. Andamento della iscrizione dei MMG alla chat WhatApp
Nei primi sei mesi di attività sono stati trattati una media di 61 messaggi mensili che hanno riguardato interpretazione di referti elettrocardiografici (29 %), iter diagnostici (52 %), suggerimenti su terapie farmacologiche (52%), suggerimenti su priorità di richiesta di accertamenti cardiologici (28%).
Dopo sei mesi di attività è stato inviato un questionario ai MMG che avevano accettato di partecipare alla chat per comprendere l’utilità del servizio. Alcune delle risposte più significative, relative ad un mese di attività, sono illustrate nella Figura 2.
Figura 2. Selezione di risposte ai quesiti
Per la seconda fase del progetto, fase in cui si è ritenuto indispensabile lo scambio di documenti non anonimizzati e la fornitura di una consulenza ufficiale, si è pensato di impiegare il Portale ECWMED (System Technology) che dal 2004 gestisce in Piemonte le relazioni operative tra ASL e MMG/pediatri di libera scelta per quanto riguarda attività extra quota capitaria e che si è diffuso progressivamente anche in Umbria, Veneto, Valle d’Aosta, Sardegna e Lazio.
Le applicazioni e gli strumenti sono sviluppati con tecnologie open source: PHP e MySQL. Il parco applicativo è installato o presso i server delle singole ASL o presso server farm regionali (in Piemonte presso CSI).
Nella seconda fase del progetto si è aggiunta la gestione “Consulenza Cardiologica” sul Portale ECWMED per le relazioni tra ASL e MMG
È pertanto stata attivata la gestione “Consulenza Cardiologica” che ha come scopo quello di far dialogare in un ambiente sicuro e protetto informazioni sanitarie tra il MMG e lo specialista cardiologo sull’assistito.
Dal punto di vista del MMG, la procedura è così strutturata.:
il medico MMG identifica il paziente assistito dal portale ECWMED
a seguito dell’identificazione del paziente, seleziona il Servizio Cardiologico dove inviare la richiesta di consulto
inserisce il quesito testuale da inviare e può effettuare upload di file relativi al consulto richiesto
Al momento del salvataggio della richiesta, in automatico, il sistema invia un alert (email) al medico della cardiologia, avvisandolo che è presente sul portale ECWMED una richiesta di consulto richiesto da un MMG.
Per il medico cardiologo ospedaliero, la procedura invece è la seguente:
il sistema propone una schermata relativa alle richieste di consulti inviati dai MMG per i loro Assistiti
selezionando l’assistito, il cardiologo vede la richiesta ed eventuali allegati che il medico ha inviato, permettendogli di rispondere ed eventualmente allegare a sua volta documenti.
Al momento del salvataggio, in automatico, il sistema invia un alert (email) al medico per segnalare che è presente la risposta riferita alla sua richiesta di consulto.
Il medico di medicina generale, entrando nel Portale ECWMED, vede sia la sua richiesta che la risposta del cardiologo. Chiaramente può a sua volta richiedere ulteriori delucidazioni allo specialista che nello stesso modo risponderà.
Tutte le transazioni vengono storicizzate in modo che sia il MMG che il cardiologo possano vedere sempre tutta la storia delle loro comunicazioni.
Nella Tabella 1 sono riportati i casi proposti per valutazione sul portale.
CASI PROPOSTI_ECWMED
134
100%
Interpretazione esami
58
43%
Suggerimenti terapeutici
28
51%
Rinnovo piani terapeutici
16
12%
Valutazione esami ematici
10
7%
Gestione anticoagulanti
10
7%
Gestione antiaggreganti
10
7%
Tabella 1. Quesiti posti dai MMG (novembre 2023-aprile 2024)
Poiché l’avvio del Portale ECWMED non ha interrotto l’impiego della chat WhatsApp (per specifica richiesta dei MMG), è di un certo rilievo la valutazione del comportamento dei MMG per l’uno o l’altro mezzo, come descritto nella Figura 3.
Figura 3. Contatti WhatsApp vs ECWMED
Conclusioni
La percentuale di MMG che hanno aderito al progetto (90/153) e il numero di teleconsulti richiesti documenta che esiste una rilevante richiesta di comunicazione tra ospedale e territorio attraverso canali che possono contribuire in modo significativo al governo delle liste di attesa e alla riduzione di invii in pronto soccorso.
Per proseguire questo cammino sono indispensabili a nostro avviso due linee di intervento: da una parte non è pensabile che questa intensa attività di consulenza non venga né tariffata né tracciata centralmente derubricandola a «parte integrante dell’attività lavorativa dello specialista», dall’altra è opportuno prevedere una incentivazione all’impiego di queste prestazioni da parte dei MMG per “arruolare” anche coloro (e non sono pochi) che per vari motivi non hanno dimostrato interesse nell’impiego di questa modalità di comunicazione con l’ospedale.
Non solo un collegamento unidirezionale ospedale-territorio ma un ecosistema per le interazioni multiple e condivise
È infine necessario riflettere sullo strumento più adatto per creare questo ecosistema: l’esperienza maturata ci consente di sottolineare come la chat si sia dimostrata vincente non solo perché “veloce” e gestibile con facilità mediante l’impiego di smartphone ma anche perché la condivisione dei quesiti tra tutti i partecipanti con possibilità di interazioni multiple è risultata molto gradita.
Pertanto non un collegamento unidirezionale ospedale-territorio ma un vero e proprio ecosistema in cui tutti i componenti hanno una finalità comune: mettere il paziente al centro della propria attività.
Ringraziamenti
Un ringraziamento particolare a tutti i colleghi MMG che hanno partecipato attivamente alla realizzazione di questo progetto
Il Lugano Happiness Forum è un evento di due giorni il cui intento è riunire accademici, politici ed esperti per esplorare gli intricati meccanismi e i principi alla base del benessere e della felicità umana.
Nel corso di questo forum si potrà intraprendere un viaggio rigoroso nei campi delle diverse discipline scientifiche e degli studi interdisciplinari per scoprire cosa plasma e definisce la ricerca della felicità nella cultura, nella scienza, nella politica e nella vita pratica. La felicità in Svizzera, inclusa la Città di Lugano, può essere descritta come una combinazione di diversi fattori che contribuiscono a un’elevata qualità della vita e al benessere generale.
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Questo forum costruisce un ponte tra gli aspetti accademici e scientifici, applicati della felicità, politiche incluse, incoraggiando lo scambio di idee che non solo approfondiscano le conoscenze teoriche, ma abbiano anche implicazioni pratiche per il miglioramento del benessere degli individui e delle società.
In un’ottica di sostenibilità, il forum sarà un evento “Carbon Neutral (ISO 14068-1)” grazie alla partnership con +O Positive Organizations e vedrà il coinvolgimento di associazioni impegnate nella lotta allo spreco alimentare per tutta la parte di preparazione e fornitura alimentare.