Dal David di Michelangelo in Piazza della Signoria a Firenze alla Mole Antonelliana a Torino, da Palazzo Pirelli, sede della Regione Lombardia a Milano al Palazzo della Gran Guardia a Verona, dal Palazzo del Podestà a Bologna al Teatro Massimo di Palermo, dal 23 al 29 settembre i principali monumenti di oltre una ventina di città italiane si illumineranno di verde, colore istituzionale FFC Ricerca, aderendo alla prima Settimana di sensibilizzazione sul test del portatore sano di fibrosi cistica (FC), una delle malattie genetiche gravi più diffuse, senza ancora una cura risolutiva.
L’iniziativa è promossa dalla Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica – ETS e si inserisce nel solco della Campagna “1 su 30 e non lo sai”, lanciata a settembre 2023, che mira ad aumentare la conoscenza della malattia e del test del portatore sano di FC. 1 su 30 è, infatti, la frequenza con cui si presenta la condizione di portatore di fibrosi cistica nella popolazione italiana. Un portatore non ha sintomi e non è malato ma una coppia composta da due portatori di FC a ogni gravidanza ha 1 probabilità su 4 di avere un figlio malato (25%).
Un progetto ambizioso e complesso, il primo in Italia dedicato al tema, che punta a colmare un vuoto e bisogno informativo – come hanno denunciato malati, caregiver, istituzioni e medici intervistati nell’Health Technology Assessment (HTA) commissionato dalla Fondazione all’Istituto Mario Negri e alla LIUC – che ha già raccolto l’interesse di numerosi decisori e referenti istituzionali, professionisti sanitari.
Due gli obiettivi principali: informare il maggior numero di persone sull’esistenza del test e giungere all’erogazione gratuita dello screening prenatale per le donne di età compresa tra i 18 e i 50 anni, in convenzione in tutte le regioni d’Italia, partendo da alcune regioni pilota.
Attualmente, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) offre il test per l’identificazione del portatore di FC solo a soggetti considerati ad alto rischio di poter mettere alla luce un bambino affetto da FC, in particolare persone con parenti affetti da FC. L’HTA dimostra che, a fronte di un’erogazione del test organizzata, nell’arco di 6-/8 anni il SSN rientrerebbe dei costi.
L’attività di advocacy della Fondazione ha fatto sì che l’Ordine del Giorno (ODG G/1161/11/10) sull’attuazione di modelli sperimentali di screening del portatore sano per l’identificazione precoce del rischio di fibrosi cistica sia stato presentato lo scorso 17 luglio in Senato dalla Sen. Ylenia Zambito anche al DL Liste di attesa e sia stato accolto. Un importante atto di impegno da parte del Governo nel farsi carico di questo delicato tema.
In collaborazione con l’agenzia di comunicazione medico-scientifica Zadig, FFC Ricerca ha realizzato un sito internet dedicato – testfibrosicistica.it – per rendere accessibili le informazioni sul test e favorire una scelta genitoriale consapevole. A rafforzare l’iniziativa, nel mese di settembre sarà on air sulle principali reti televisive nazionali il nuovo spot sociale.
A ottobre torna nelle piazze italiane il ciclamino per la ricerca
Al termine della settimana di sensibilizzazione, la Fondazione sarà di nuovo protagonista con l’annuale Campagna Nazionale del Ciclamino della ricerca: per tutto il mese di ottobre, acquistando il fiore nelle principali piazze italiane, sarà possibile sostenere i progetti scientifici e la mission di FFC Ricerca, Una Cura per tutti, per garantire a tutte le persone con fibrosi cistica le migliori cure possibili, anche a coloro ancora orfani di terapia. In programma un ricco calendario di eventi e iniziative promossi dai volontari dei Gruppi e delle Delegazioni su tutto il territorio del nostro Paese per sensibilizzare sulla malattia e sulla ricerca. A dare avvio alla Campagna Nazionale sarà la XII edizione del charity Bike Tour, la pedalata solidale che quest’anno percorrerà le strade di Campania, Basilicata e Puglia dal 2 al 5 ottobre.
Si è chiusa in Calabria la terza Summer School dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici-AIIC, un evento formativo riservato a venti giovani professionisti che per otto giorni hanno partecipato ad un format di full immersion professionale capace, a detta degli stessi corsisti, di «inserirti in una visione vibrante e vissuta delle problematiche dell’ingegneria clinica», grazie ad una robusta agenda di comunicazioni frontali di professionisti, esperti e docenti.
I temi inseriti nel programma della Summer School 2024 sono quelli ormai storici e consolidati per AIIC e che riguardano la professione in tutte le sue svariate sfaccettature: dall’HTA alla gestione quotidiana attraverso la manutenzione e l’integrazione con il mondo dell’information technology ed il procurement. Commenta Umberto Nocco, presidente AIIC: «Anche questa terza edizione della Summer School si è dimostrata un momento prezioso di incontro e formazione per i giovani soci. Quest’anno abbiamo però voluto aggiungere ai temi consolidati, anche un momento di approfondimento sul project management, perché gli Ingegneri Clinici sono sempre più chiamati a gestire progetti semplici e complessi. Abbiamo inoltre potenziato i momenti di interazione con l’aula, attraverso giochi di ruolo ed esercitazioni pratiche per testare le conoscenze acquisite, ma soprattutto per mettersi in gioco con i colleghi e verso i docenti che – ricordiamolo – sono comunque Ingegneri Clinici, professionisti che vivono dal di dentro le problematiche condivise con i discenti».
Al percorso formativo promosso da AIIC ha portato il suo contributo anche Alessandro Preziosa, presidente Elettromedicali e Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici, che al termine dei lavori ha affermato: «Partecipare a questa importante iniziativa, incontrando i giovani ingegneri clinici e biomedici, è stato estremamente stimolante, per il mondo dell’industria in cui il confronto con i diversi stakeholder è al centro, si tratta di una vera e propria opportunità. Nel settore dei dispositivi medici sono indispensabili professionisti altamente specializzati: l’ingegnere biomedico ha un ruolo chiave nei processi di procurement e competenze cruciali per l’adeguamento di investimenti e procedure alla domanda di salute dei cittadini. Solo attraverso l’impegno sinergico di imprese, professionisti della salute, pazienti, mondo accademico e della ricerca, è possibile costruire la sanità del futuro, innovativa e sostenibile. Un ecosistema in cui l’ingegnere clinico e biomedico svolge un ruolo essenziale e in cui eventi come questo sono indispensabili per instaurare un dialogo aperto e costruire insieme azioni concrete».
«Nonostante il format della Summer School, giunta alla sua terza edizione, cominci ad essere consolidato – è il commento di Giovanni Guizzetti, coordinatore dell’evento formativo – abbiamo introdotto due nuovi argomenti: il ruolo dell’ingegnere clinico all’interno delle aziende sul mercato delle tecnologie sanitarie e – come anticipato dal presidente Nocco – il project management. Possiamo senz’altro confermare che il gradimento dei partecipanti è stato molto elevato anche quest’anno. Oltre all’interesse dimostrato verso le lezioni frontali, l’intervento di Alessandro Preziosa ha permesso di completare il quadro delle opportunità e delle traiettorie di carriera di un ingegnere clinico. Per quanto riguarda il project management, argomento proposto dal collega Giulio Iachetti, la lezione ha fornito le prospettive di integrazione dell’attività di valutazione tecnologica pura e semplice con la visione più ampia dei progetti che, sempre più spesso, devono essere portati avanti in maniera integrata all’interno di un’azienda sanitaria». Ha concluso Guizzetti: «Questa evoluzione delle tematiche proposte durante il programma della Summer School è senz’altro in linea con il dinamismo che la nostra professione ha dimostrato nel corso degli anni e conferma la nostra attenzione come AIIC a fornire ai giovani colleghi gli strumenti più efficaci per arricchire la capacità di risposta dell’ingegnere clinico alle richieste di supporto strategico che sempre più spesso e con continuità proviene dalle Direzioni delle aziende sanitarie».
Qualcosa si muove per le donne con endometriosi, malattia cronica che colpisce 3 milioni di italiane in età fertile. La SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) su mandato dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), sta lavorando, insieme ad altri 23 partner tra società e associazioni, sulle linee guida relative alla patologia. Il documento, che sarà pronto nella seconda metà del 2025 e pubblicato sul sito del CNEC (Centro Nazionale di Eccellenza Clinica), mira a individuare i centri di riferimento in Italia dove le donne possono avere una serie di servizi diagnostici e terapeutici.
L’endometriosi è la circolazione anomala di cellule dell’endometrio, il tessuto che riveste l’utero e che di norma si sfalda durante il ciclo mestruale, per essere eliminato proprio tramite le mestruazioni per poi rinnovarsi. Le cellule, invece di fuoriuscire dall’organismo, rimangono all’interno, aderendo ad altri organi vicini o permanendo nella cavità uterina (adenomiosi). Queste aderenze creano infiammazioni croniche con dolori lancinanti e invalidanti.
Vito Trojano
«La sintomatologia – spiega a TrendSanità il professor Vito Trojano presidente della SIGO – è aspecifica e questo rende difficile riconoscere la malattia». Gli effetti sono devastanti per le donne che, prima di arrivare ad una corretta diagnosi, attendono dai 7 ai 10 anni.
Lo sa bene Raffaella, oggi 42enne che a 15 anni venne operata di appendicite per dei dolori al fianco. Questi continuavano anche dopo l’intervento, compromettendo la normalità di un’adolescente con l’ansia di avere un attacco doloroso improvviso, tanto da impedirle qualunque attività quotidiana. I medici le hanno parlato di coliche renali, di sospetta celiachia, infiammazione dell’intestino, consigliando diversi tipi di cura, continui esami, ma nulla di risolutivo. L’endometriosi avanzava sugli altri organi con il rischio di comprometterne la funzionalità. Fino a quando non trovando niente di rilevante dalle endoscopie, Raffaella venne indirizzata dallo psichiatra. Così a soli 16 anni venne seguita per un anno dal CIM (Centro Igiene Mentale) della sua Asl e sottoposta ad una cura di psicofarmaci.
«Ero pazza – ci racconta Raffaella – ero quella esagerata che non accettava il dolore come qualcosa di fisiologico. Per tutti era normale che io soffrissi. Sono trascorsi dieci anni prima di arrivare alla diagnosi di endometriosi e sottopormi al primo intervento in uno dei centri specializzati».
A TrendSanità parlano esperti e associazioni e le pazienti si raccontano
Una condizione quella di Raffaella non tanto diversa dalle donne del passato. L’idea che il dolore pelvico cronico fosse correlato a una malattia mentale influenzò la cultura moderna nei confronti delle pazienti causando ritardi nella diagnosi e indifferenza verso la sofferenza delle donne vissute durante il XX secolo. Così, andando ancora più indietro nella storia, nonostante 2500 anni fa i medici ippocratici avessero riconosciuto e trattato il dolore pelvico cronico come una vera malattia organica, nel corso del Medioevo si tornò a colpevolizzare le donne, ritenendole pazze, immorali, affette da dolore immaginario o avvezze a una cattiva condotta. I sintomi del dolore pelvico cronico, tipico dell’endometriosi, erano spesso attribuiti a follia immaginaria, a debolezza femminile, a promiscuità o isteria. Come dimostra l’esperienza di Raffaella, in alcuni casi non è così diversa la cultura contemporanea che associa il dolore da endometriosi ad un disturbo mentale.
«C’è un problema culturale, ma anche di formazione dei medici – ci riferisce Annalisa Frassineti – presidentessa dell’Associazione Progetto Endometriosi (APE).» L’APE dal 2017 organizza corsi per personale sanitario con i fondi del 5 x 1000. Conoscere la patologia è fondamentale per evitare ritardi e conseguenze gravi come è accaduto a Chiara che, a soli 18 anni, ha subito un’isterectomia (asportazione dell’utero), diventando sterile.
«Non si dovrebbe arrivare a ciò – spiega Trojano a TrendSanità – la chirurgia va eseguita quando non ci sono alternative, ma spesso non è così. Per questo uno dei temi centrali delle linee guida che la SIGO sta mettendo a punto è quello delle buone pratiche sanitarie, con la tendenza a conservare il più possibile l’apparato riproduttivo della donna, ricorrendo a terapie o al massimo ad una chirurgia conservativa».
In un Paese che appare ai primi posti per denatalità, l’endometriosi diventa anche un problema sociale
L’endometriosi, se trascurata, può causare l’infertilità. Il 40% di coloro che soffrono di questa patologia risulta sterile e, in un Paese che appare ai primi posti per denatalità, l’endometriosi diventa un problema sociale. È importante quindi prevenire anche per ridurre il calo nascite.
Alice Maraschini
Un tema quello della prevenzione, già affrontato nel 2004, quando 266 membri del Parlamento Europeo firmarono la Written Declaration on Endometriosis, segnalando la poca conoscenza della malattia e l’importanza della prevenzione nei programmi comunitari. A distanza di 13 anni dalla direttiva europea, l’Italia ha emanato la Legge 160 del 2017, con cui ha stabilito nel 9 marzo di ogni anno la giornata nazionale per la lotta all’endometriosi. La norma prevede inoltre, un registro nazionale presso l’ISS e dei registri regionali. «La regionalizzazione – dice a TrendSanità la dottoressa Alice Maraschini del servizio statistica dell’ISS – rende difficile la raccolta e analisi dei dati a livello nazionale. Non tutti i territori si sono adeguati e il registro italiano di fatto è incompleto». Non è un caso che l’ISS stia collaborando con l’ospedale triestino Burlo per un progetto di ricerca epidemiologica.
Con la Legge italiana è stata introdotta anche l’esenzione di alcune prestazioni specialistiche di controllo (ecografia e visita ginecologica, clisma opaco ovvero esame radiologico del colon e retto), solo per le forme più gravi della malattia (terzo e quarto stadio), compresi i servizi necessari per la procreazione medicalmente assistita. Nonostante la norma abbia rappresentato un passo epocale, non ha ancora soddisfatto le pazienti che oggi devono pagarsi a vita terapia, integratori, psicologo, fisioterapista, fondamentali per chi ha difficoltà ad avere una vita normale, una sfera sessuale serena, per chi deve rinunciare alla maternità o che ha avuto un intervento demolitivo.
Come fa notare la Frassineti, la normativa non tiene conto di un presupposto fondamentale: la formazione dei medici. Serve esperienza nella diagnosi e nella terapia dell’endometriosi, che proprio la SIGO individuerà nelle prossime linee guida, in base alla casistica, ovvero ai casi di endometriosi trattati presso le strutture.
Nel frattempo, Agenas ha concluso un progetto finanziato dal Ministero della Sanità della durata due anni per la formazione e informazione sull’endometriosi. Una serie di percorsi formativi, sia nelle scuole con il coinvolgimento di 8mila studenti, sia in modalità FAD, a distanza, destinati ai professionisti sanitari che sono stati però appena un centinaio. All’iniziativa, conclusasi nel 2023, non è seguita alcuna programmazione del Governo, salvo un Disegno di Legge, numero 630 del 28 marzo 2023, in attesa di approvazione e che prevede anche per gli stadi più lievi dell’endometriosi l’esenzione dalla spesa di tutte le prestazioni correlate, oltre alla formazione del personale medico e la tutela del posto di lavoro che la donna spesso rischia di perdere per le assenze dovute ai dolori invalidanti.
Il 14% delle lavoratrici ha dovuto ridurre l’orario di lavoro, con costi per lo Stato che arrivano a 4 miliardi di euro: l’endometriosi non è un problema solo delle donne, ma della collettività.
Secondo l’Osservatorio delle Malattie Rare, la perdita di produttività di una donna è di poco più di 6mila euro l’anno, contro i 3mila euro di spesa per l’assistenza sanitaria di ciascuna paziente. Il 14% delle lavoratrici ha dovuto ridurre l’orario di lavoro, con costi per lo Stato che arrivano a 4 miliardi di euro.
Come asserito dal presidente francese Emmanuel Macron, sceso in campo nel gennaio del 2022 per lanciare la Strategia Nazionale per la Lotta alla malattia, l’endometriosi non è un problema solo delle donne, ma della collettività. La Francia è stato il primo paese in Europa a farsi promotore di una campagna nazionale per una maggiore conoscenza, diagnosi più rapide e trattamenti più efficaci. Non è un caso che proprio in Francia sia stato scoperto in un laboratorio nella periferia di Dax, il primo test salivare in grado di scoprire l’endometriosi e che poco dopo sia arrivata anche l’approvazione dall’Assemblea Nazionale francese per il riconoscimento dell’endometriosi tra i disturbi di “lunga durata” con un rimborso al 100% delle spese sanitarie: un modello per l’Europa. Ora tocca all’Italia per non essere da meno…
In considerazione del fatto che per molte attività di ricerca non è sufficiente l’utilizzo di dati anonimizzati (in quanto aggregati), è necessario individuare le basi giuridiche che consentano invece «un ecosistema di dati messi a sistema a supporto della salute dei pazienti. In particolare, è necessario pervenire ad una interpretazione sistematica del quadro normativo, che permetta di individuare i casi in cui per il trattamento dei dati sanitari non sia necessario procedere ad una nuova acquisizione del consenso dei pazienti, con l’adozione di quelle misure che consentano comunque la tutela dei diritti degli interessati».
La richiesta arriva dal documento pubblicato oggi sul sito della Società Italiana di farmacologia SIF, redatto di concerto con il Garante della Privacy a seguito del 9° Simposio sul ruolo della Real-World Evidence a supporto delle politiche del farmaco, dello scorso 11 e 12 luglio a Milazzo, patrocinato dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF), dalla Società italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO) e dalla Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmissibili (SIDeMaST), Farmindustria ed Egualia.
«L’esigenza di fondo – spiega Gianluca Trifirò, Professore Ordinario di Farmacologia e Direttore della Scuola di Specializzazione di Farmacologia e Tossicologia Clinica dell’Università di Verona – è quella di conciliare l’attività di ricerca in sanità pubblica e di sorveglianza post-marketing dei medicinali con il diritto alla protezione dei dati dei pazienti, esigenza che potrà essere realizzata soltanto attraverso un confronto costruttivo tra i tutti i soggetti interessati e che veda al primo posto il coinvolgimento degli interlocutori istituzionali quali ad esempio il Ministero della Salute, l’Agenzia Italiana del Farmaco e il Garante per la Protezioni dei Dati Personali, ai quali stiamo inoltrando il nostro documento programmatico emerso dai lavori del Simposio».
«L’importanza della RWE – dichiara Giuseppe Cirino, presidente della Società Italiana di Farmacologia SIF – che si riferisce alle evidenze generate da dati derivati da fonti di real world come cartelle cliniche ospedaliere informatizzate, archivi di medicina generale, registri di pazienti e persino dispositivi indossabili, risiede nella sua capacità di colmare le lacune lasciate dagli studi clinici tradizionali. Questi studi, sebbene fondamentali, hanno tipicamente limiti come dimensioni del campione ridotte, selezione rigorosa dei partecipanti e condizioni di utilizzo dei farmaci altamente controllate. I dati di real world, d’altra parte, consentono di analizzare una popolazione più ampia e diversificata, offrendo insight preziosi su come i trattamenti funzionano nella pratica quotidiana».
«L’esempio del Fascicolo Sanitario Elettronico per cui ogni regione ha differenti criteri – ha spiegato durante il Simposio Luigi Montuori, Garante per la protezione dei dati personali – dimostra che c’è ancora molta strada da percorrere per arrivare ad una omogenizzazione a livello nazionale. Stiamo lavorando con il ministero della Salute e con la Conferenza Stato-Regioni per stabilire un cronoprogramma che dia gli stessi diritti a tutti i cittadini che hanno dati sanitari trattati nel Fascicolo Sanitario Elettronico. Con la relativa messa in sicurezza di questi dati. Ho anche segnalato al ministero che è prioritario inserire nella legge che istituisce il FSE, la parola ‘ricerca’ affinché si favorisca la fruizione di questo ecosistema di dati a vantaggio dei pazienti».
Sono tanti gli italiani che devono affrontare la vita di tutti i giorni convivendo con una malattia cronica: più di uno su tre (36%), secondo quanto emerge dai dati raccolti per l’Osservatorio Sanità di UniSalute dall’istituto di ricerca Nomisma, che ha interrogato in merito un campione di 1.346 persone su tutto il territorio nazionale.
Nello specifico, secondo lo studio, il 20% degli italiani dichiara di essere affetto da unapatologia cronica, e il 16% (uno su sei) da due o più patologie. Nella definizione di cronicità rientrano malattie anche molto diverse tra loro, che in alcuni casi possono seriamente compromettere la qualità della vita di chi ne soffre.
In particolare, la patologia cronica più diffusa in Italia è l’ipertensione arteriosa, che colpisce una persona su cinque (20%). Al secondo posto ci sono le malattie allergiche (15%), e al terzo le malattie che riguardano le articolazioni, come l’artrosi e l’artrite (13%). Seguono l’osteoporosi (7%), il diabete, l’asma e i tumori (tutti col 5%.)Ampliando il campo di osservazione ai nuclei familiari, emerge che in quasi una famiglia su tre (30%) c’è almeno una persona affetta da ipertensione, e in più di una su quattro un membro ha una malattia allergica (26%).
Come detto, le patologie croniche possono rappresentare un ostacolo importante nella quotidianità delle persone, e questo emerge anche dalla ricerca di UniSalute: il 53% di chi soffre di una patologia cronica non è soddisfatto del proprio stato di salute fisico. La percentuale aumenta poi significativamente per chi è affetto da multicronicità, raggiungendo il 67% di insoddisfazione per la propria condizione fisica.
Le diagnosi delle patologie croniche avvengono prevalentemente dopo i 40 anni per malattie come l’osteoporosi (85%), i tumori (79%) e l’ipertensione (78%). Al contrario, altre patologie come l’asma (94%) e le malattie allergiche (90%) vengono rilevate principalmente prima dei 40 anni. Per quanto riguarda il diabete, la diagnosi arriva entro i 40 anni in quasi un caso su tre (31%).
Infine, riguardo la gestione della propria patologia, il 58% si affida prevalentemente a un medico specialista, mentre nel 42% dei casi la figura di riferimento è il medico di base. Quasi la totalità delle persone affette da patologie croniche (94%) dice di aver effettuato almeno un controllo o una cura negli ultimi 12 mesi: la maggior parte degli esami diagnostici sono stati effettuati nel sistema sanitario pubblico (61%), mentre per le visite specialistiche c’è un maggiore ricorso alla sanità privata, con quasi un paziente su due (48%) che vi si rivolge prevalentemente (30%) o almeno in parte (18%).
È Guido Beccagutti il nuovo Direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici. Bresciano, classe 1978, ha maturato una solida esperienza e competenza nel settore dei dispositivi medici, ricoprendo diversi ruoli in ambiti come l’accesso alla salute, la formazione, la trasformazione dei processi di business, le relazioni istituzionali.
Laureato in Farmacia, con una specializzazione in socioeconomia, presso l’Università degli Studi di Pavia, ha fatto il suo ingresso nel mondo della salute nell’ambito della consulenza farmacoeconomica, per poi approdare in Medtronic nel 2005, dove, da ultimo, ha ricoperto il ruolo di Value Strategy Director per la regione Europa. Guido Beccagutti subentra – formalmente il prossimo 14 ottobre – a Fernanda Gellona, che ha preso la decisione di andare in pensione dopo una carriera di oltre 30 anni nell’Associazione, di cui 14 da Direttore generale.
«Diamo un caloroso benvenuto a Guido Beccagutti – ha dichiarato il Presidente Nicola Barni -. Sono convinto che la competenza, la visione e l’entusiasmo che lo contraddistinguono contribuiranno a dare un nuovo impulso alla nostra associazione e a valorizzarla ulteriormente, per affrontare insieme le importanti sfide che ci attendono. Voglio rivolgere il mio più profondo ringraziamento a Fernanda Gellona, che nel ruolo di Direttore generale ha tracciato un solido percorso di crescita e innovazione per Confindustria dispositivi medici, rendendo l’associazione un interlocutore istituzionale di alto profilo».
«Sono molto orgoglioso di assumere questo incarico – ha dichiarato Guido Beccagutti, Neodirettore generale di Confindustria dispositivi medici -, consapevole della grande responsabilità di raccogliere il testimone di Fernanda Gellona, che in tutti questi anni ha saputo gestire con competenza le complessità del settore. Nuove rilevanti sfide ci attendono, primi fra tutti il superamento del payback e la nuova governance dei dispositivi medici, per perseguire la crescita dell’associazione e rafforzare l’industria dei dispositivi medici in Italia».
Può la modifica dei comportamenti delle persone avere un impatto sulla gestione sanitaria e di conseguenza sulla salute? Secondo il marketing comportamentale sì, a patto di affidarsi a un background solido.
La “bibbia” italiana sull’argomento è Healthcare Marketing, a cura di Lucio Corsaro (Egea Editore). In meno di 300 pagine viene sintetizzato un approccio anglosassone ancora poco conosciuto in Italia che permette di identificare e risolvere problemi sanitari attraverso la modifica dei comportamenti delle persone.
Lucio Corsaro
«Un esempio che può sembrare banale riguarda i criteri in base ai quali un medico prescrive dei farmaci o effettua una diagnosi. Nell’ambito delle malattie rare spesso assistiamo a un ritardo diagnostico perché il camice bianco si è convinto che una sua ipotesi corrisponda alla realtà e persegue su quella strada, ignorando gli elementi che la contraddicono», spiega a TrendSanità Corsaro.
Inoltre, nonostante si parli almeno da 20 anni di personalizzazione delle cure, «la sanità si basa ancora per la stragrande maggioranza su una concezione taylorista – afferma Corsaro -. Gli stessi PDTA, per esempio, non sono costruiti attorno al paziente, ma elencano una serie di azioni e attività da intraprendere». Questo modo potrebbe non essere il più efficace: «Occorre considerare delle altre variabili: se ho una persona con una patologia seria, per esempio il morbo di Crohn, che però è anche un genitore di persona disabile, devo saperlo. Questa persona metterà sempre se stessa in secondo piano e il figlio avrà la priorità. Se vuole aumentare l’appropriatezza terapeutica, il SSN deve conoscere anche questi elementi».
La letteratura di riferimento
Il framework costruito da Corsaro, oggi a capo di un’azienda che si occupa proprio di marketing comportamentale applicato alla salute, è composto a partire dalla letteratura internazionale.
Sono tre i pilastri principali su cui si basa il costrutto teorico:
Le teorie di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia 2002, sul fatto che il nostro cervello funzioni seguendo due sistemi, uno più automatico e un altro più consapevole. Di fronte a uno stimolo, ciascuno di noi mette in atto una risposta più o meno automatica. Capire come le organizzazioni e le persone inquadrano lo stimolo che ricevono è importante per correggere i comportamenti (le risposte allo stimolo);
I concetti di Job To Be Done e di Gain e Pain: qual è il lavoro che le persone compiono e come percepiscono il meccanismo di fatica/gratifica? «Questo diventa importante quando si pongono gli obiettivi di un’organizzazione – spiega Corsaro -. Se per esempio all’interno di un ospedale i medici che fanno attività ambulatoriale hanno dei target di visita di almeno 20 persone al giorno, diventa difficile fare counseling e avere empatia verso il paziente perché il loro lavoro viene misurato solo in funzione del numero di visite effettuate». O ancora: durante una visita ambulatoriale il medico deve inquadrare il paziente e contemporaneamente espletare tutta una serie di attività burocratiche al computer. «Inserire i dati al pc significa non guardare il paziente. Per lui quindi potrebbe essere un Gain avere delle soluzioni, come ad esempio l’intelligenza artificiale per ridurre i tempi di esecuzione di quell’attività burocratica, magari automatizzandola con un’app conversazionale in modo che il medico possa dedicare più tempo e più attenzione al paziente».
Secondo un modello dell’UCL (l’University College of London), infine, affinché persone e organizzazioni facciano certe cose, ci devono essere tre elementi:
l’opportunità;
la motivazione;
la capacità
«I cambiamenti nella sanità avvengono molto lentamente perché ci sono una serie di blocchi sia comportamentali (bias cognitivi) sia organizzativi. Noi studiamo queste situazioni per fornire suggerimenti a ospedale, istituzioni, aziende farmaceutiche su come migliorare questi aspetti».
Le unità comportamentali
Oltre alle soluzioni personalizzate, Corsaro e gli altri autori del volume parlano di alcune azioni generiche e a costo zero, che potrebbero migliorare la fruibilità dei servizi.
Oltre alla già citata analisi del contesto del paziente, ci sono alcuni suggerimenti legati alle liste d’attesa. «Nel tempo che intercorre tra quando una persona prenota e quando ha la visita, normalmente passano alcuni mesi. In questo periodo il 7% delle persone muore e nessuno disdice l’appuntamento – rileva Lucio Corsaro -. Basterebbe inserire questo reminder nel protocollo del medico che deve constatare la morte e che, tra le attività da espletare, ricordi ai familiari di cancellare le visite prenotate».
Una cosa analoga succede quando una persona anziana viene ricoverata in ospedale: «Sia in Pronto soccorso che in reparto il paziente viene interrogato sui farmaci assunti e sulle patologie di cui soffre, ma non sulle visite da annullare. Si tratta di comportamenti banali, ma che attualmente non vengono attuati».
Il passaggio successivo sarebbe collegare i Cup con il registro decessi, «in modo analogo a come succede in tante Regioni con la motorizzazione: quando una persona muore, la sua patente non è più valida, senza che nessuno debba effettuare una comunicazione».
Sebbene l’OMS abbia raccomandato di avere delle unità comportamentali quando si devono prendere delle decisioni per migliorare la sanità, in Italia istituzioni e strutture pubbliche non sono ancora molto attrezzate. «Esiste una Unità comportamentale in Toscana, che ha ottenuto risultati interessanti cambiando la lettera per il richiamo vaccinale ai medici». Sebbene i camici bianchi dovrebbero essere vaccinati almeno contro Covid e influenza, sono tra le categorie meno vaccinate. «A giugno e settembre tutte le Regioni inviano ai medici una lettera protocollata per avvisarli che è disponibile il vaccino per loro. La Toscana ha modificato graficamente questa lettera, sullo stile delle bollette della luce o dell’acqua, e ha cambiato lo storytelling: non ti vaccini per proteggere te stesso, ma i tuoi cari. Hanno registrato un aumento di medici vaccinati a costo zero».
In Italia si avvicina l’introduzione dell’assistente infermiere. La figura viene delineata da due accordi messi a punto dal Ministero della Salute e diffusi lo scorso 8 agosto, mettendo in moto il meccanismo per il necessario passaggio in sede di Conferenza Stato-Regioni. Due riunioni tecniche, in tal senso, sono state convocate per il prossimo 19 settembre, con la partecipazione anche del ministero dell’Economia e delle Finanze.
Per la FNOPI non è una figura pensata con logica sostitutiva, come si evince dalla normativa in esame, ma che implementa e permette di rendere più appropriata la presenza infermieristica qualificata. È una delle risposte concrete messe in campo dalle istituzioni per affrontare le nuove criticità, i nuovi setting e i nuovi bisogni di salute.
Non rappresenta quindi “un ibrido” – sottolinea FNOPI – ma l’evoluzione naturale delle precedenti figure di supporto, con più attività da svolgere in quadri di bassa complessità clinica che restano sempre e solo attribuibili dall’infermiere, giustificate da una sua maggiore formazione.
L’istituzione dell’assistente infermiere si inserisce infatti in un percorso complessivo e arriva, non a caso, in concomitanza delle lauree magistrali a indirizzo clinico abilitanti che saranno presto emanate. “In tal senso, ci aspettiamo un ultimo sforzo da parte del Ministero competente per completare il percorso di attivazione dei nuovi percorsi formativi”, chiede la Federazione.
È un percorso che, del resto, la FNOPI aveva avviato con i propri Ordini fin dal 2021 – anche se i germogli di questa idea precedono questa data – con il costante coinvolgimento di società scientifiche e numerosi stakeholder qualificati, come si può anche riscontrare nei documenti finali della Consensus Conference e negli Stati Generali dell’Infermieristica svolti tra il 2022 e il 2023.
“Ora è necessario un cambio di paradigma dell’organizzazione del lavoro, perché a modelli invariati non si riuscirà più a dare una risposta assistenziale adeguata”, ha dichiarato il Comitato Centrale nel corso di una videocall di allineamento sul tema tenuta l’11 settembre con i rappresentanti di tutti gli Ordini territoriali.
Una risposta che non può essere legata alla riqualificazione di figure già esistenti, ma alla realizzazione, appunto, di un nuovo operatore intermedio, in grado di “sgranare” la professione, di stratificarla, che possa occuparsi di una serie di interventi tecnici ad alta riproducibilità, pur mantenendo inalterato il sapere disciplinare infermieristico in capo esclusivamente agli infermieri.
Con l’assistente infermiere si elimineranno tutte le aree ‘grigie’ che attualmente generano confusione: la sua non sarà più una formazione regionale, ma omogenea a livello nazionale. Risponderà in maniera diretta e unica all’infermiere che sarà anche il responsabile della sua formazione. L’infermiere potrà così realizzare una vera pianificazione assistenziale e attuare un processo decisionale declinato nell’applicazione del sapere infermieristico e nell’attribuzione di attività tecniche.
“La soluzione ai problemi dell’assistenza non può legarsi a una valutazione quantitativa della forza lavoro, limitata dall’inverno demografico che ci aspetta con il conseguente calo di giovani, ma deve essere risolta con l’innovazione dei modelli organizzativi – spiega la FNOPI – E ci auguriamo che ciò porti, anche con l’azione dei sindacati, a una riqualificazione economica di tutti gli infermieri, con differenziazioni stipendiali legate ai modelli organizzativi che distinguano e premino saperi e competenze degli infermieri laureati, di chi conseguirà la magistrale con funzioni specifiche e, di conseguenza, di tutti quanti concorreranno a quella che è la nuova filiera assistenziale”.
La sindrome di Lynch è una condizione ereditaria associata a un aumentato rischio di sviluppare nell’arco della vita diversi tipi di neoplasie, principalmente tumori gastrici, del colon-retto e dell’endometrio. Eppure basterebbe davvero poco per individuare per tempo i potenziali pazienti, salvandoli così da un percorso terapeutico spesso invasivo e invalidante.
Un semplice test, già inserito da tempo nei LEA, non solo potrebbe consentire un monitoraggio delle persone a richio, ma si calcola una riduzione della mortalità, per esempio del tumore del colon, fino al 60% grazie proprio una tempestiva presa in carico del paziente. Numeri enormi che al momento rimangono scritti sulla carta, come il suggerimento dello screening universale, datato 2008, e le indicazioni specifiche del Piano Oncologico Nazionale.
La Sindrome di Lynch è tuttora largamente sotto-diagnosticata. Ad oggi il 98% dei pazienti non è individuato per tempo. Inoltre, si rileva una marcata disomogeneità dei percorsi diagnostico-terapeutici a livello regionale con conseguenti disparità sul territorio nazionale rispetto alla sua identificazione. Sono stati questi i temi al centro di un Tavolo Istituzionale promosso da Fondazione Onda ETS lo scorso 11 luglio, in modalità virtuale, con il patrocinio di Aifet – Associazione Italiana Familiarità ed Ereditarietà Tumori, Aiom – Associazione Italiana di Oncologia Medica, Cittadinanzattiva APS, Favo – Federazione Italiana Associazioni Di Volontariato In Oncologia, Uniamo – Federazione italiana malattie rare onlus, e con il contributo incondizionato di GSK.
L’evento è stata occasione di un confronto tra Istituzioni, comunità scientifica, Associazioni pazienti e società civile da cui sono emerse le traiettorie di intervento per aumentare la conoscenza dei tumori eredo-familiari, con particolare riferimento alla Sindrome di Lynch, favorire un accesso equo e omogeno ai percorsi dedicati alla valutazione del profilo di rischio genetico e ai centri di riferimento. I risultati dei lavori sono stati raccolti in un documento, pubblicato in questi giorni, dal titolo “Sindrome di Lynch: un impegno condiviso per migliorare i percorsi di prevenzione, diagnosi e cura”.
La sindrome di Lynch può essere causata da varianti patogenetiche dei geni codificanti le proteine coinvolte nel sistema di riparazione del DNA mismatch repair (cosiddetti geni MMR, in particolare MLH1, PMS2, MSH2 e MSH6), la cui frequenza nella popolazione generale è stata stimata 1 su 279. Numerose evidenze dimostrano l’efficacia delle strategie di prevenzione – attraverso programmi di sorveglianza intensiva o interventi di chirurgia profilattica – nei soggetti portatori di una di queste varianti, siano essi affetti dalla Sindrome di Lynch o loro familiari sani ad alto rischio oncologico. L’identificazione delle famiglie con Sindrome di Lynch attraverso criteri clinici, basati sulla storia familiare e sulla precocità d’insorgenza dei tumori correlati, ha dimostrato una bassa sensibilità. Pertanto, in molti paesi è stato proposto il ricorso allo screening universale attraverso l’analisi immunoistochimica delle proteine MMR nei campioni istologici di tutti i nuovi casi di tumori colorettali e dell’endometrio. Al test cosiddetto somatico (eseguito sul tumore) deve poi seguire un percorso di consulenza genetica volta all’identificazione dei soggetti portatori di varianti patogenetiche affetti dalla Sindrome di Lynch e alla pianificazione della presa in carico dei loro familiari ad alto rischio oncologico.
«Nonostante siano disponibili robuste evidenze che dimostrano l’efficacia delle strategie di prevenzione nei soggetti portatori delle varianti patogenetiche, in termini di maggior sopravvivenza e miglior qualità della vita, nonché di riduzione dei costi a carico del Sistema sanitario, nel nostro Paese si registra una marcata disomogeneità dei percorsi per l’identificazione della Sindrome di Lynch. Un dialogo aperto e un confronto costruttivo tra Società scientifiche, Associazioni pazienti e Istituzioni rappresentano i presupposti essenziali per affrontare una sfida complessa e multidimensionale che non è soltanto organizzativa e formativa ma anche culturale, per assicurare equità e pari opportunità a tutti i cittadini in tutte le Regioni», dichiara Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS.
Le Raccomandazioni Aiom pubblicate nel 2022 prevedono l’integrazione del test universale su campioni istologici di tutti i nuovi casi di tumori colorettali e dell’endometrio con la consulenza genetica oncologica, indispensabile per una corretta interpretazione del test e per la definizione di programmi di prevenzione e sorveglianza personalizzati. Solo due Regioni, Lombardia e Campania, hanno raccomandato, attraverso specifici decreti, l’uso dell’analisi immunoistochimica per la valutazione delle proteine MMR su tutti i nuovi casi di cancro colorettale ed endometriale come test universale per identificare la Sindrome di Lynch. La Campania, in particolare, ha codificato nell’ambito dei PDTA dedicati ai tumori eredo-familiari un percorso specifico per la Sindrome di Lynch e costruito un modello di presa in carico multidisciplinare in raccordo con la Medicina generale e sei centri di riferimento per le consulenze genetiche. Altre Regioni suggeriscono ma non formalizzano l’uso del test universale, con il conseguente utilizzo del test in modo spontaneo e in assenza di un coordinamento con il percorso di consulenza genetica oncologica.
La carenza di genetisti (in generale e ancor più specializzati in ambito oncologico) rappresenta una delle principali criticità ed è aggravata dall’assenza nel Sistema sanitario italiano di una figura professionale a supporto (genetic counsellor). Per garantire un accesso equo e omogeneo ai percorsi di screening e di presa in carico dei soggetti ad alto rischio eredo-familiare è necessario investire risorse nelle reti oncologiche, nella formazione dei medici, in particolare dei medici di Medicina generale, e nella digitalizzazione.
«Seguiremo con il Parlamento le iniziative necessarie per tenere conto delle esigenze di queste persone», conclude On. Elisabetta Gardini, Cofondatrice dell’Intergruppo Parlamentare sulle malattie rare e oncologiche.
Coniugare assistenza e innovazione. È la sfida degli infermieri che da sempre hanno questi valori ben radicati nella loro professionalità e, complice un’età media storicamente più bassa di altre categorie di sanitari, si pongono da protagonisti di fronte alle sfide della sanità del futuro.
«Per andare a fondo delle mille sfaccettature di questo momento storico che rappresenta indubbiamente un passaggio epocale per il nostro sistema abbiamo riunito chi lavora all’elaborazione scientifica e culturale nelle università e nei centri di ricerca, le istituzioni a tutti i livelli, dal Governo alle Regioni, dalle Agenzie statali ai Comuni, e chi ogni giorni si misura con il nostro SSN». Anticipa così, Pietro Giurdanella, consigliere nazionale FNOPI e presidente OPI Bologna, temi e ospiti di “Connected Care – Frontiere attuali e fattori di successo nella trasformazione digitale in sanità”, il convegno organizzato dalla Federazione Nazionale Ordini delle Professioni infermieristiche in collaborazione con l’Università di Bologna che propone un confronto qualificato sui cambiamenti che stanno interessando la sanità del territorio e i bisogni di salute delle persone, che implicano un’evoluzione di tutte le professioni sanitarie e sociosanitarie. L’evento si svolgerà il martedì 17 settembre, dalle ore 10 alle ore 17, nella prestigiosa Aula Absidale Santa Lucia dell’ateneo felsineo. A condurre due degli incontri chiamate le firme di TrendSanità.
«Abbiamo voluto questa importante giornata di confronto e formazione perché la sfida è duplice e molto impegnativa. Da una parte il sistema salute viene gradualmente ridisegnato in seguito al DM 77 del 2022 per operare una forte azione di collegamento tra territori, cittadini e strutture sanitarie. Dall’altra il digitale, la telemedicina, la teleassistenza e la nuova frontiera delle applicazioni dell’intelligenza artificiale richiedono una grande capacità di mettersi in discussione per interpretare al meglio il cambiamento» spiega Giurdanella.
Pietro Giurdanella
«L’elaborazione degli infermieri parte dal nostro position paper sulla Sanità digitale che FNOPI ha diffuso nell’ottobre del 2023. La premessa è che per noi queste innovazioni sono sicuramente un potente driver di cambiamento a patto, però, che il cittadino non sia solo un attore passivo delle scelte. L’evoluzione digitale deve viaggiare accanto all’empowerment dei professionisti sanitari e degli utenti finali del sistema: le persone assistite. Altrimenti, come accaduto in molti passaggi del passato, a cambiare sarà ben poco», riflette il presidente di OPI Bologna.
Il confronto servirà anche a misurare i passi fatti finora a diversi livelli e, racconta Giurdanella, «avremo al tavolo le Regioni che sono le prime chiamate a mettere a terra la sanità digitale, ma avremo anche avremo i Comuni e le Aree Metropolitane, come quella di Bologna che sta testando alcune progettazioni per superare la fragilità digitale dei cittadini. Poi ci saranno le istituzioni sanitarie che sono impegnate in una delle sfide più difficili: far evolvere i modelli organizzativi. Non basta mettere dei computer, o delle soluzioni informatiche, o dei software, all’interno di organizzazioni già di per sé performanti».
«Una ricerca a livello internazionale ci dice che fino al 75% delle innovazioni digitali non vanno a regime perché non si è in grado di modificare gli assetti organizzativi, quindi quello che si propone è un’evoluzione in chiave digitale dei sistemi organizzativi. Faccio un esempio: se il cittadino per avere una risposta deve girare tre luoghi diversi e rimangono tre luoghi diversi anche in chiave digitale, allora abbiamo perso l’occasione».
Per chiudere non si può non tornare sull’attualità, dalla carenza di personale alle aggressioni, con medici e infermieri che si devono barricare per non essere malmenati. La nuova sanità, digitale e territoriale, può contribuire a recuperare un clima meno drammatico?
«L’aggressione è un fenomeno complesso che certo non si supererà attraverso l’innovazione tecnologica. Ma, può sicuramente migliorare l’offerta dei servizi e, dunque, incidere su una serie di problematiche che esasperano i rapporti: dall’allungamento dei tempi alle trafile troppo burocratiche e onerose per il cittadino. Inoltre, il miglioramento dei setting organizzativi, anche in chiave digitale, può influire sull’attrattività delle professioni sanitarie, in primis per quella infermieristica. Oggi modelli superati di organizzazione sanitaria incidono fortemente sui giovani che vedono logiche vetuste e finiscono per venirne demotivati. Una transizione digitale può migliorare l’appeal di una professione ed è sicuramente un ambito su cui noi dobbiamo incidere» conclude il presidente OPI Bologna rinnovando l’invito per il 17 settembre a Connected Care – Frontiere attuali e fattori di successo nella trasformazione digitale in sanità e anticipando i temi che saranno portati avanti dallo stesso Giurdanella all’evento Health for Dreamers che TrendSanità organizza il 4 ottobre in Piazza San Carlo a Torino.