È Armando Genazzani il nuovo presidente in carica, eletto dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF) per il biennio 2024-2026. Figura di spicco nel panorama della farmacologia, Genazzani vanta un curriculum accademico e professionale di assoluto rilievo, con una carriera internazionale e un contributo scientifico di primo piano.
Armando Gebazzani
Nato a New York, Genazzani è attualmente professore di Farmacologia presso l’Università di Torino e ha ricoperto il ruolo di Direttore del Dipartimento di Scienze del Farmaco all’Università del Piemonte Orientale. La sua ricerca si è concentrata su temi innovativi come i meccanismi di trasduzione del segnale e la scoperta di nuovi target farmacologici. Con oltre 200 pubblicazioni e un h-index di 55, ha dato contributi fondamentali nell’ambito della comprensione della comunicazione cellulare, e nello sviluppo di strategie terapeutiche in ambito oncologico e neurologico.
Genazzani ha lavorato in prestigiose istituzioni internazionali, tra cui l’Università di Oxford e Cambridge. Ha esperienze di politiche farmaceutiche globali, europee e italiane avendo partecipato a comitati in OMS, EMA e AIFA.
«Sono orgoglioso di poter guidare la SIF in un momento così cruciale per la farmacologia, con sfide importanti legate all’innovazione e all’accessibilità dei farmaci. La nostra missione sarà quella di promuovere una ricerca sempre più vicina ai bisogni dei pazienti e di rafforzare il ruolo della farmacologia italiana nel contesto internazionale», ha dichiarato Genazzani.
Monica DiLuca, docente ordinario di Farmacologia e Prorettrice alla Ricerca dell’Università degli Studi di Milano, è invece il presidente eletto della Società Italiana di Farmacologia (SIF) per il biennio 2024-2026, in carica dal 2026-2028. Con una lunga carriera dedicata alla ricerca sulle malattie neurodegenerative e oltre 200 pubblicazioni scientifiche in riviste peer-reviewed, DiLuca rappresenta una figura di riferimento nel panorama scientifico internazionale.
Monica DiLuca
Monica DiLuca è infatti membro di EMBO e ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, tra cui un Dottorato Honoris Causa dall’Università di Bordeaux (2019), una Laurea Honoris Causa dalla Facoltà di Medicina e Farmacia dell’Università di Mons (2017) e l’EPHAR Rodolfo Paoletti Award for Excellence in Pharmacology (2024), tra gli altri. Il suo principale interesse di ricerca è legato alla plasticità sinaptica sia in condizioni fisiologiche che patologiche, con l’obiettivo primario di applicare le sue scoperte di base alla cura delle malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer.
«La nostra è una società complessa – ha dichiarato la prima presidente eletta donna della SIF – che vede attive diverse anime, dalla farmacologia preclinica alla clinica e agli aspetti regolatori. Dobbiamo fare tesoro di questa complessità, anche considerando che SIF sta cambiando nella sua composizione, con tantissimi giovani che si avvicinano alla nostra società. Mi auguro di poter affrontare questi aspetti di complessità, rispettando ed integrando i diversi ambiti, proprio nell’interesse della crescita professionale e scientifica dei nostri giovani».
Tutto è pronto per la IV edizione della Settimana della Ricerca, un’iniziativa dedicata alla promozione della cultura scientifica e all’approfondimento delle nuove frontiere della ricerca e della medicina.
L’evento, organizzato da Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione (DAIRI) dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria (AOU AL) e Solidal per la Ricerca con il patrocinio del Comune di Alessandria e di Casale Monferrato, oltre che con la collaborazione di alcuni partner tecnici, vedrà un ricco programma di eventi dal 21 al 30 novembre, con un primo convegno collaterale il 16 novembre dedicato ai “point of care testing”.
Ad aprire la settimana ci penserà uno degli eventi più tradizionali: la III Giornata della Ricerca in Sanità della Regione Piemonte, che si terrà nel Salone di Rappresentanza dell’AOU AL giovedì 21 novembre dalle 9 alle 13. Il giorno dopo, venerdì 22 novembre, una delle novità del programma 2024: verrà infatti inaugurato il laboratorio integrato di Metabolomica al DiSIT dell’Università del Piemonte Orientale alle 11.30.
Lunedì 25 sarà invece la volta del l seminario online dedicato al Bone Health, mentre martedì 26 si proseguirà con la cerimonia di consegna del Premio Roberto Riccoboni Solidal che avverrà al termine di un evento dedicato alle attività di ricerca dei Laboratori dalle 14.30 alle 18.
Altro appuntamento inedito sarà l’approfondimento sul supporto delle strutture amministrative alle attività del DAIRI con un evento dedicato il 27 novembre dalle 10 nel Salone di Rappresentanza dell’AOU AL. Nella stessa giornata a essere coinvolti però non saranno solo i professionisti del settore, ma anche gli studenti del territorio casalese che, nella Sala Consiliare del Comune di Casale Monferrato, parteciperanno dalle 11 alle 13 all’incontro “Come si fa ricerca? Focus sulle malattie asbesto-correlate”, un’opportunità per avvicinarsi al mondo della ricerca scientifica e conoscere le attività del DAIRI in materia di patologie ambientali.
La XX Giornata Scientifica dal titolo “One Health: la sostenibilità della ricerca“, sempre nel Salone di Rappresentanza dell’AOU AL, sarà la protagonista assoluta di giovedì 28 novembre dalle 8.30 alle 19, mentre la chiusura della Settimana della Ricerca spetterà al convegno sulla terapia del Les il 30 novembre sempre nel Salone dalle 9.
L’obiettivo primario dell’iniziativa è quello di diffondere la cultura del dono legata alla cultura della ricerca: quest’ultima, infatti, rappresenta un bene collettivo che contribuisce al benessere di tutti, ma richiede impegno, competenze specialistiche e risorse. Ecco perché tra le iniziative della Settimana della Ricerca figurano anche alcuni eventi di raccolta fondi promossi da Solidal come la cena del Cervellone il 29 novembre alle ore 20 al ristorante del Centogrigio, l’aperitivo solidale del 21 novembre al Melchionni Café alle ore 18 e il tributo ai Rolling Stones il 23 novembre alle ore 21 al Teatro Alessandrino.
Anche il calcio scenderà in campo per sostenere la ricerca: domenica 24 novembre, alle 15, andare allo stadio Natale Palli a vedere la partita Asd Città di Casale – Fc Gassino significa dare il proprio contributo per raggiungere un obiettivo importante. Grazie alla generosità della società nerostellata, parte dell’incasso verrà devoluto a Solidal per la Ricerca a sostegno delle attività condotte nella sede DAIRI di Casale Monferrato.
Questa Settimana della Ricerca non si limita quindi a offrire momenti di approfondimento scientifico, ma rappresenta una piattaforma di dialogo che mette in rete le esperienze e le competenze di professionisti, istituzioni e cittadini. Partecipare significa contribuire a un obiettivo comune: una sanità innovativa, inclusiva e sostenibile.
«Il point of care testing (POCT) è una diagnostica rapida che consente di fare un passo avanti sulla refertazione e comunicazione al paziente e al curante di informazioni molto importanti», ha ricordato Andrea Rocchetti, Direttore SC Microbiologia e Virologia, AOU SS Antonio e Biagio e Cesare Arrigo, in apertura del congresso “Le analisi decentrate e i “point of care testing”: una strada in salita?” che si è tenuto sabato 16 novembre all’AOU di Alessandria.
Con la digitalizzazione e la territorializzazione della sanità, le analisi decentrate diventano cruciali, poiché possono essere eseguite ovunque si trovi l’utilizzatore finale: in strutture ambulatoriali, studi medici, RSA, ambulanze, farmacie, Case di Comunità… Il potenziale è alto, ma le difficoltà non mancano: dall’ambito normativo a quello della formazione, passando per la sicurezza e l’affidabilità dei dispositivi, la strada è ancora lunga. Ad Alessandria si sono discussi, con un approccio multidisciplinare, i principali nodi di quella che si appresta a diventare una diagnostica sempre più utilizzata in futuro.
I numeri indicano infatti che il fenomeno è in crescita: il mercato globale della diagnostica point of care è stato stimato in 44,4 miliardi di dollari nel 2023 e si prevede raggiungerà i 47,8 miliardi nel 2024. Inoltre, si pensa che crescerà del 6,1% annuo dal 2024 in poi, raggiungendo i 66,5 miliardi entro il 2030.
Gli aspetti normativi
Il 16 ottobre è entrata in vigore la direttiva europea NIS2 sulla sicurezza delle reti e dei dati. Poiché i POCT sono possibili grazie a dispositivi decentrati, il tema diventa cruciale, per la sanità in generale e per questo tipo di diagnostica in particolare.
Con la digitalizzazione e la territorializzazione della sanità, le analisi decentrate diventano cruciali
«Dal punto di vista normativo, si tratta di un salto di qualità rispetto alla precedente direttiva NIS, in vigore dal 2018 – ha affermato Maurizio Mensi, Professore di Diritto dell’Economia alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Direttore del Centro di Ricerca @LawLab Luiss (Roma), avvocato e membro Comitato Economico e Sociale Europeo (Bruxelles) -. La NIS2 infatti introduce un assetto organizzativo nuovo. Tra gli aspetti più significativi, una responsabilità diretta del top management aziendale per quanto riguarda la conformità alle misure di sicurezza, il potenziamento della vigilanza e la sicurezza dell’intera supply chain. Inoltre, c’è un inasprimento delle sanzioni in caso di non conformità».
Per prepararsi al meglio alla NIS2, bisogna predisporre un’accurata valutazione del rischio con pianificazione delle misure di mitigazione, un’analisi delle lacune, la formazione del personale dipendente e del management e, soprattutto, la predisposizione di un budget per la conformità: «Una stima della Commissione europea indica che un’azienda già conforme agli adempimenti previsti dalla NIS2 dovrà allocare un 12% di budget aggiuntivo per le ICT, mentre chi si sta affacciando ora dovrà prevedere un +22%», ha riportato Mensi.
L’importanza dell’aggiornamento
Aggiornare i software è un’operazione tanto semplice quanto sottovalutata. Come ha sottolineato Enzo Veiluva, Responsabile dell’Area Privacy di CSI Piemonte, «oggi i dispositivi medici (DM) – anche quelli salvavita – sono sempre più soggetti a vulnerabilità a causa di software obsoleti o infrastrutture informatiche ospedaliere non aggiornate».
Un recente esperimento condotto all’Università Ben-Gurion in Israele ha mostrato come sia “facile” istallare nel Dipartimento di radiologia di un ospedale un dispositivo in grado di intercettare le TAC prima che queste siano lette da un radiologo. Grazie a un software di apprendimento, hanno manomesso le immagini aggiungendo o rimuovendo i segni del cancro. Il risultato è stato così realistico da ingannare sia i radiologi sia la tecnologia di screening del cancro.
Si stima che il costo medio di un cyberattacco in sanità sia di poco inferiore ai 5 milioni di dollari
«Si stima che il costo medio di un cyberattacco in sanità sia di poco inferiore ai 5 milioni di dollari – ha continuato Veiluva -. Da qui l’importanza delle misure di sicurezza e della security by design, cioè tenere conto della sicurezza informatica del dispositivo medico in fase di progettazione. Sarebbe importante che le aziende sanitarie richiedessero esplicitamente la fornitura di certificazioni e garanzie sulla sicurezza informatica nei capitolati per l’acquisto dei DM».
A questo proposito, Marco Foracchia, Direttore Servizio Tecnologie Informatiche e Telematiche “Corrado Tartaglia” Azienda USL di Reggio Emilia – IRCCS e Vice presidente ASIS (Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità), ha rilevato che «bisogna abbandonare la logica a silos che ha contraddistinto finora l’approccio alla sanità digitale. A questo proposito potremmo sfruttare la flessibilità sperimentata durante il Covid. La security by design non va applicata al singolo dispositivo medico, ma al DM inserito nel sistema».
I diversi modelli gestionali dei POCT
I modelli gestionali dei POCT sono in larga parte gli stessi per quando riguarda ospeale e territorio. Si differenziano per le finalità: «L’ospedale è il luogo delle acuzie, quindi dovrò avere POCT orientati a questo scopo, mentre sul territorio servono soluzioni che si avvicinino al cittadino in ambiti come il rafforzamento l’assistenza domiciliare», ha rilevato Guglielmo Pacileo, Responsabile SSA Governo Clinico Qualità Accreditamento, ASL AL, Direttore Centro Studi Management Sanitario (CeSIM), Dipartimento Attività Integrate Ricerca Innovazione DAIRI.
C’è poi un tema di distribuzione delle risorse: «Queste in ospedale tendono a essere centralizzate, con un sistema di supporto per la manutenzione degli strumenti e per il controllo di qualità, garantendo una gestione continua dei POCT – ha ricordato Pacileo -. Sul territorio, invece, le risorse tendono a essere distribuite e quindi è necessario implementare sistemi che richiedano una minore manutenzione».
L’importanza della formazione
I POCT sono strumenti versatili, accessibili e facili da utilizzare, che riducono il Turn-Around-Time e il clinical decision making con un indubbio vantaggio per i pazienti. Consentono poi la riduzione di alcuni errori preclinici, per esempio quelli che riguardano il trasporto. Per contro, hanno una minore accuratezza rispetto ai test di laboratorio e per questo vanno utilizzati all’interno di un contesto clinico adeguato. Inoltre, in base all’esperienza e al training del singolo operatore ci possono essere risultati diversi. Da qui l’importanza della formazione del personale sanitario.
«I risultati se non sono appropriati perdono di valore e non sono poi utilizzabili dal clinico», ha sottolineato Antonella Lupetti, Professore Associato di Microbiologia, Direttore Master di I Livello sulla diagnostica decentrata, Università di Pisa e Direttore SD Microbiologia Micologica, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.
Il Master che dirige Lupetti è destinato a persone già laureate in Tecniche di laboratorio biomedico: «Penso sia assolutamente necessario che questi strumenti vengano gestiti da personale formato, non solo all’interno degli ospedali, ma anche sul territorio».
Anche Luca Rossi, Coordinatore Area Formazione, Dipartimento Professioni Tecnico Sanitarie, AOU Pisa e Docente del Master Diagnostica Decentrata dell’Università di Pisa, ha sottolineato l’importanza della formazione per questi strumenti in continua evoluzione, evidenziando come sia fondamentale lo skill-mix tra laboratorista e infermiere.
E poi c’è una questione di fiducia nei confronti dello strumento: «Uno studio solido ha mostrato come la “confidenza” dei clinici verso le analisi decentrate sia inferiore a quella che hanno verso i dati ottenuti dal laboratorio – ha riportato -. Questa mancanza di sicurezza si traduce spesso nella richiesta di ripetizione di gran parte dei risultati patologici ottenuti dal POCT con conseguente aumento dei costi per la duplicazione di esami e allungamento dei tempi di risposta e trattamento del paziente».
In conclusione dei lavori, Andrea Rocchetti ha ribadito «l’importanza di fare sistema, portando avanti queste istanze tutti insieme. Sarà un lavoro complesso, ma abbiamo a disposizione strumenti molto potenti».
Parte oggi la survey europea che mira a creare linee guida chiare e coerenti nei Paesi dell’UE sulla salute oculare nei neonati. L’indagine, ideata e guidata da Cinzia Auriti, neonatologa e docente presso l’Università UniCamillus, durerà due giorni, in cui saranno raccolti dati sulle attuali pratiche di profilassi oculare contro l’Oftalmia Neonatorum.
Questo progetto mira a coinvolgere centri di nascita in tutta Europa. Oltre all’Università UniCamillus, gli altri partecipanti sono la Società Europea per la Ricerca Pediatrica, la Società Italiana di Neonatologia e l’Università Saint Luc di Bruxelles.
Linee guida europea poco chiare
L’Oftalmia Neonatorum (ON) rappresenta un’infezione oculare che si verifica nei primi 28 giorni di vita, spesso causata da batteri quali la Chlamydia trachomatis e la Neisseria gonorrhoeae. Attualmente, l’OMS raccomanda la profilassi oculare per prevenire queste infezioni in tutti i neonati, tuttavia le pratiche variano notevolmente tra i vari Paesi del mondo, perché varia è la diffusione delle congiuntiviti dovute a questi germi. In Europa ci sono Paesi nei quali la profilassi non è somministrata, e altri nei quali vengono seguite le raccomandazioni dell’OMS.
Oggi abbiamo la necessità di contenere la somministrazione inappropriata di antibiotici. L’obiettivo della survey europea è quello di acquisire dati sul numero di congiuntiviti neonatali da Chlamydia trachomatis e da Neisseria gonorrhoeae, sull’utilizzo di antibiotici congiuntivali al neonato alla nascita e sui criteri che inducono a somministrarli, e di produrre una raccomandazione unitaria che contribuisca al contenimento dell’utilizzo inappropriato di antibiotici.
In Italia, la legge sulla profilassi antibiotica per i neonati risale al 1940, quando si stabilì che tutti i neonati dovessero ricevere l’instillazione congiuntivale di nitrato d’argento all’1%: l’obiettivo era prevenire la cecità neonatale. Una riforma legislativa ha abrogato l’obbligo della profilassi universale già dal 1975 e da allora nessun provvedimento legislativo al riguardo è in vigore. Le linee guida sulla gravidanza fisiologica, redatte dal Ministero della Salute nel 2011, fanno cenno all’utilità della profilassi dell’Ophthalmia neonatorum alla nascita, senza indicare le modalità, i tempi e i candidati al trattamento antibiotico. Tuttavia, esistono dei casi nei quali l’utilizzo della profilassi è fortemente raccomandato: nei neonati di madri con infezioni sessualmente trasmissibili (IST), nei figli di donne con storia ostetrica sconosciuta, nei neonati di donne con comportamenti sociali a rischio.
Allo stato attuale affrontiamo due sfide fondamentali: l’aumento dell’antibiotico-resistenza che induce ad evitare l’uso di antibiotici senza un’indicazione specifica; la diversità delle pratiche nei Paesi dell’Europa, poiché mancano delle linee guida comuni.
Situazione attuale in Italia
Nel 2022 è stata condotta una survey nazionale, guidata da Cinzia Auriti dell’Università UniCamillus e promossa dal Gruppo di studio di Infettivologia Neonatale della Società Italiana di Neonatologia. Hanno partecipato alla survey 302 punti nascita italiani, equivalenti al 72,9% dei centri nascita totali. I dati erano relativi al biennio 2018-2020 e hanno coinvolto l’82,3% dei nati in quel periodo.
I risultati hanno mostrato una forte disomogeneità nell’approccio al problema: solo lo 0,4% dei neonati è stato trattato seguendo le indicazioni dell’OMS relative alle molecole da utilizzare, alle modalità, alle confezioni, mentre il 99,6% dei neonati è stato trattato con una profilassi difforme dalle raccomandazioni vigenti. Nello stesso periodo sono stati osservati soltanto 12 casi di congiuntivite neonatale da Chlamydia trachomatis, pari allo 0.001% dei nati e nessun caso di congiuntivite da Neisseria gonorrhoeae.
Nonostante questi dati di bassa o assente prevalenza dell’infezione, nel biennio considerato, il 100% dei neonati in Italia ha ricevuto antibiotici oculari alla nascita, diversi da quelli raccomandati ed efficaci sui germi in questione, in virtù di una legge da tempo abrogata.
Situazione attuale in Europa
In Europa, l’approccio alla profilassi oculare neonatale varia notevolmente: Paesi come Danimarca, Svezia, Belgio e Regno Unito hanno eliminato la profilassi universale, preferendo lo screening prenatale e il trattamento delle madri a rischio di IST; altri Paesi, come l’Italia fino al 2023, mantengono la profilassi universale, sebbene con farmaci diversi da quelli raccomandati dall’OMS. I farmaci usati variano: tetraciclina, eritromicina e povidone iodio, con differenze nelle preparazioni farmaceutiche, nelle confezioni (monodose o meno) e nella scelta, spesso fatta in relazione ai costi.
C’è bisogno di un protocollo europeo condiviso per garantire un approccio uniforme e basato su evidenze scientifiche.
Obiettivi della Survey
La nuova survey guidata dall’Università UniCamillus si propone di raccogliere dati epidemiologici sull’Ophthalmia Neonatorum, al fine di sviluppare raccomandazioni condivise sull’uso dei farmaci antibiotici nei neonati alla nascita: i risultati saranno fondamentali per affrontare il crescente problema della resistenza batterica e per garantire un approccio più razionale alla profilassi.
Cinzia Auriti
Auriti sottolinea l’importanza di questo progetto: «La nostra missione è garantire che ogni neonato riceva la migliore assistenza possibile, riducendo al minimo il rischio di infezioni oculari. Attraverso questa survey, speriamo di riservare la profilassi antibiotica oculare a chi ne ha davvero bisogno per fattori di rischio definiti, evitare l’uso inappropriato di antibiotici e arrivare a indicazioni condivise, che consentano di superare le difformità assistenziali fra Paesi e Regioni».
È una sanità che necessita sempre più di maggior connessioni ed integrazioni tra modelli, competenze, esperienze e territori, quella che si confronta all’interno del secondo modulo di Masterpharm 2024, evento promosso da Francesco Cattel (Direttore Struttura Complessa Farmacia Ospedaliera, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e Coordinatore del laboratorio HTA della SIFO) che si apre tra due giorni a Torino. È un secondo modulo di carattere internazionale (dopo il primo appuntamento di quest’anno, caratterizzato da “voci nazionali”, tenuto a fine maggio) e che si presenta con il titolo Modelli integrati a confronto dall’Italia al mondo (20-22 novembre, AC Hotel, Torino).
Il titolo di questo secondo evento di Masterpharm 24 mette la sottolineatura sul confronto tra modelli a cui porteranno il loro contributo anche (tra gli altri), Francesco Saverio Mennini (Ministero della Salute), Amerigo Cicchetti (Ministero della Salute), Paolo Russo (AIFA) ed Arturo Cavaliere (Presidente SIFO). Perché questa grande attenzione al tema dell’integrazione? Risponde Francesco Cattel: «Perchè la sanità non è più univoca, ma plurima. Ormai non esiste un tipo di sanità, ma esistono sanità differenti e aderenti alla geografia e al territorio dove operano. Quindi si può affermare che il territorio abbia un suo modello sanitario, come anche l’ospedale e le istituzioni regionali e nazionali, facendo certamente sempre riferimento ad AIFA e AGENAS. Dunque la parola integrazione diventa sempre più determinante. Ed intendiamo riferirci alla capacità di riuscire a costruire il mosaico della sanità cercando di mettere in comunicazione, compenetrandoli, i suoi vari modelli».
L’evento Masterpharm 24-secondo modulo si sviluppa su tre intense giornate, con sette sessioni plenarie ed una serie di parallele, coinvolgendo a Torino oltre 150 esperti di farmacia ospedaliera e di altre professioni sanitarie. I macro-temi di questo evento sembrano essere soprattutto l’innovazione tecnologica e la continuità ospedale-territorio: come queste tematiche impattano sulle farmacie ospedaliere? «La farmacia ospedaliera nasce da una legge della fine degli anni ‘60 e prevedeva un servizio che si occupasse di acquisti farmaci e distribuzione ai reparti – risponde il coordinatore dell’evento torinese -. Sono passati gli anni ed ora la farmacia ospedaliera sta diventando sempre di più una struttura aderente alle azioni delle direzioni strategiche, acquisendo un ruolo sempre più importante rispetto alla gestione del bilancio, non soltanto in termini di costi di farmaci e dispositivi ma anche in termini di miglioramento dei flussi. Di conseguenza, quando si parla di flussi e costi si parla di efficienza: per poter efficientare sarà esponenzialmente importante l’innovazione tecnologica. Stiamo attraversando un periodo importante, focale, che potrebbe cambiare a 360 gradi la nostra sanità, soprattutto a seguito dell’introduzione dell’intelligenza artificiale, dove sicuramente il farmacista avrà un ruolo fondamentale nell’applicazione pratica delle nuove tecnologie».
Un cambiamento che, si sottolinea da più parti, passa da una differente concezione della continuità ospedale-territorio, che «verrà trattato in Masterpharm perché sempre di più la prescrizione farmaceutica nonché la gestione del device nascono in ospedale per poi migrare sul territorio. Questo riconduce l’attenzione di tutti gli operatori e decisori al tema dell’integrazione e della comunicazione, dove sarà fondamentale una figura che sappia operare, ma soprattutto comunicare con gli stakeholder coinvolti, come il farmacista ospedaliero».
Il programma della seconda giornata di Masterpharm24-secondo modulo (giovedì 21) prevede anche una sessione sulla “clinicizzazione della farmacia”: cosa si intende con questa definizione? «Negli anni era stata ravvisata una carenza di cultura clinica nel farmacista ospedaliero, per la quale è stato importante portare avanti il discorso del farmacista clinico – precisa Cattel -. Ormai si può affermare che il farmacista abbia acquisito tale mentalità clinica, sapendo leggere le evidenze scientifiche, per esempio nell’ambito dell’HTA, ma anche cooperando con le figure professionali sanitarie, rappresentando una figura esistente a fianco delle figure sanitarie cliniche. Dunque, l’evoluzione che affronteremo sarà quella che ci porta dal farmacista clinico alla clinicizzazione della farmacia come struttura gestionale».
La seconda e terza giornata del simposio presentano un programma ricco di voci internazionali, con la partecipazione di Nenad Miljković (presidente EAHP), Despoina Makridakis, Tjalling van der Schors e Piera Polidori (tre componenti del board EAHP), Thomas De Rijdt (Università di Lovanio, Belgio), Ana Lozano (Università delle Asturie, Oviedo, Spagna), Annika Jödicke (Università di Oxford, Regno Unito), Antonella Tonna (Università Robert Gordon, Aberdeen, Regno Unito) e Andre Rieutord (Gustave Roussy Cancer Campus, Villejuif, France). Quale contributo si attende possano portare le tante voci europee che sono coinvolte nel programma? «Con le voci degli esperti europei porteremo avanti un discorso di benchmarking – precisa il coordinatore di Masterpharm -, atto non soltanto a ravvisare eventuali mancanze di una realtà rispetto al collega di un’altra nazione, ma indirizzato a creare un confronto transnazionale per capire che siamo eredi di servizi sanitari differenti, in Europa e nel mondo, e che di conseguenza i servizi della farmacia possano essere il risultato di differenze socio-economiche cruciali. Il confronto ci condurrà alla creazione di ragionamenti che trattano la sanità di sistema, a livello generale, piuttosto che di specificità e peculiarità di ciascun servizio».
Con questo evento Masterpharm conclude il suo terzo anno di attività: qual è lo stato di salute di questo progetto così trasversale? Risponde, concludendo, Francesco Cattel: «Possiamo affermare che lo stato di salute di Masterpharm è ottimo: siamo partiti tre anni fa portando come docenti di un evento prettamente formativo i farmacisti della farmacia ospedaliera di Città della Salute e della Scienza di Torino perché, vista la complessità della nostra azienda, pensavamo di poterla portare ad esempio e modello del territorio la nostra realtà. Progressivamente siamo cresciuti parallelamente al corso di formazione, arrivando ad offrire oggi un evento ampio e rappresentativo dove le best practice esposte sono sempre più internazionali, non soltanto coinvolgendo i colleghi farmacisti ma anche altre realtà e progettualità di tipo multidisciplinare, riguardanti per esempio l’HTA e la cronicità. Possiamo quindi dire che il percorso compiuto sino ad ora è lusinghiero e ci conferma nella nostra intenzione di proseguire, creando a Torino una base di riflessione sul futuro della farmacia ospedaliera e del SSN».
Si è concluso il convegno organizzato dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM), dal titolo: “Programmazione, presa in carico, umanizzazione. Realizzare i PDTA nella rete della SM”. L’evento, realizzato con il supporto non condizionante di Roche, ha riunito esperti, persone con SM e rappresentanti delle istituzioni e della rete dei servizi per discutere le sfide della gestione della sclerosi multipla (SM) e della neuromielite ottica (NMOSD), portando in primo piano soluzioni innovative per una presa in carico sempre più coordinata e incentrata sulla persona.
Attraverso i dati del Barometro AISM 2024 e le testimonianze raccolte, AISM ha illustrato i risultati del progetto “Umanizzazione” e dei Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA), volti a migliorare l’efficacia e l’accessibilità dei servizi per le persone con SM.
«I dati del barometro confermano l’urgenza di un maggior coordinamento e integrazione tra i servizi per le persone con sclerosi multipla e patologie correlate. Oltre la metà delle persone lamenta difficoltà nell’ottenere risposte tempestive e adeguate ai propri bisogni sanitari e sociali. Per questo AISM ha posto l’obiettivo di realizzare una rete di cura e assistenza che non sia solo efficace, ma anche umana, e dove i cittadini siano parte attiva del percorso assistenziale. Il progetto ‘Umanizzazione’ e i PDTA rappresentano i pilastri di questa visione», ha dichiarato Francesco Vacca, Presidente Nazionale AISM.
Dati e criticità: una presa in carico frammentata
Il Barometro AISM 2024 ha evidenziato che oltre la metà dei pazienti lamenta una mancanza di coordinamento tra i servizi sociosanitari e che in quattro casi su dieci non è chiaro come questi servizi siano collegati. Tra le principali criticità riscontrate:
36,2% dei pazienti attende troppo per una risonanza magnetica;
24,7% subisce ritardi nelle visite di controllo;
46,9% è insoddisfatto per l’accesso alla riabilitazione;
La sfida dei Centri SM in Italia: eccellenze e criticità
L’indagine su 180 dei 237 Centri Clinici per la SM in Italia ha evidenziato l’importanza dei Centri SM per oltre il 90% dei pazienti, con il 70% che riceve farmaci per modificare il decorso della malattia. Tuttavia, permangono ostacoli significativi: 80% dei Centri segnala carenze di personale, 60% denuncia debolezze nei servizi sociali e territoriali, e 57% difficoltà nella gestione dei dati clinici.
Soluzioni concrete: il progetto “Umanizzazione” e i PDTA
Per rispondere a queste sfide, AISM ha avviato il progetto “Umanizzazione” per costruire percorsi di cura coordinati e incentrati sulla persona. «Dal nostro osservatorio scientifico emerge chiaramente come i PDTA aziendali e interaziendali riescano a coinvolgere più professionisti e a garantire un’assistenza interdisciplinare, con impatti positivi per la persona e il sistema sanitario – ha sottolineato Mario Alberto Battaglia, Presidente della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) -. Attraverso ‘Umanizzazione’, puntiamo a rendere replicabili le migliori esperienze e garantire percorsi di cura sempre più personalizzati e inclusivi».
Dal 2020, il progetto ha coinvolto 16 PDTA aziendali, con un ampliamento progressivo che ha raggiunto oltre 80 Centri Clinici su tutto il territorio nazionale. Questi Del PDTA si stima ne abbiano beneficiato più di 4.000 pazienti, migliorando significativamente la loro esperienza di cura e l’accesso a percorsi personalizzati.
Paolo Bandiera, Direttore Affari Generali e Relazioni Istituzionali di AISM, ha spiegato: «I Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) costituiscono uno strumento fondamentale per garantire continuità e integrazione nei percorsi di cura, assistenza, inclusione. Il nostro obiettivo è che ogni Regione e contesto di rete dei servizi del territorio, a partire dal Centro SM di riferimento, adotti modelli organizzativi che rispondano pienamente ai bisogni delle persone con SM, adattandosi alle caratteristiche dei sistemi locali. Questo progetto sottolinea l’importanza di una co-programmazione e co-progettazione che coinvolga decisori, professionisti e pazienti, per orientare e qualificare priorità e sistemi, e migliorare i servizi attraverso un sistema sempre più centrato sulla persona».
Un modello di cura centrato sulla persona
Il convegno ha messo in luce come la consolidata collaborazione tra AISM e Roche abbia dato vita a strategie condivise, oggi punto di riferimento per la discussione sui modelli di cura e sui protocolli qualitativi. In questi anni, sono stati sviluppati protocolli operativi innovativi che rispondono alle esigenze reali dei pazienti e che possono essere integrati nei PDTA aziendali, migliorando così l’efficacia complessiva dei percorsi di cura.
L’esperienza di AISM, con il suo impegno nella costruzione di una rete di supporto tra pazienti, clinici e professionisti, è un valore aggiunto nella progettazione di un sistema sanitario sempre più personalizzato e centrato sulla persona. I modelli proposti possono essere considerati best practices da applicare in altre strutture sanitarie, contribuendo a una maggiore uniformità e qualità nell’assistenza.
La co-programmazione tra pazienti, clinici e decisori è fondamentale per costruire percorsi di cura veramente integrati e efficaci, rispondenti ai bisogni di chi vive con la sclerosi multipla. Solo attraverso una visione condivisa e strutturata della presa in carico si potrà garantire una cura di qualità, equa e incentrata sulla persona.
In Italia le persone con una malattia rara sono più di 2 milioni, ben 300 milioni nel mondo, per circa 8mila patologie conosciute. Solo per il 5% di queste malattie, però, esiste un trattamento farmacologico. Una situazione che può cambiare solo attraverso la ricerca scientifica, che rappresenta l’unica vera speranza di miglioramento della qualità di vita di queste persone. In Italia, però, gli investimenti nel settore sono insufficienti e poco coordinati. Con il lancio della campagna di comunicazione “Molto più di quanto immagini”, Uniamo – Federazione Italiana Malattie Rare – Rare Disease Italy ha deciso di focalizzare il tema della Giornata delle Malattie Rare 2025 (che negli anni bisestili cade il 29 febbraio, un giorno “raro” appunto) proprio su questo argomento.
L’iniziativa, con i suoi obiettivi e attività, è stata presentata in occasione di una conferenza stampa a Roma presso la Biblioteca Centrale G.Marconi del CNR. «Una malattia è definita rara quando colpisce meno di 2 persone ogni 10mila – spiega Annalisa Scopinaro, Presidente di UNIAMO FIMR –, ma il numero di pazienti sale vertiginosamente se si considera la quantità di patologie conosciute oggi. Eppure, al momento, solo per 450 di queste sono state individuate terapie farmacologiche. Per tutte le altre esistono solo riabilitazione, farmaci ‘adottati’ da altre patologie e prodotti da banco in grado di contenere alcuni effetti collaterali, ma non risolutivi. La ricerca scientifica è l’unica arma che i pazienti hanno a disposizione».
In Italia, nel 2022, sono state erogate 11,4 milioni di dosi di farmaci orfani (lo 0,04% del consumo farmaceutico totale), con una spesa di 1,982 milioni di euro (il 6% della spesa farmaceutica). Sono 135 i farmaci orfani messi in commercio in Italia; ulteriori 40 sono quelli usati «off label», cioè per un’indicazione diversa da quella approvata. Otto terapie avanzate e innovative sono già in commercio in Italia e altre nove sono in corso di valutazione. «Quindi nel nostro Paese l’investimento in questo settore esiste, – continua la Presidente UNIAMO – ma non ha ancora trovato una integrazione fra i vari enti come sarebbe auspicabile. È proprio questo lo spirito che anima l’edizione 2025 del Rare Disease Day. Come Uniamo invitiamo Università e scuole, Istituti di Ricerca, strutture ospedaliere, enti e associazioni a unirsi a noi realizzando convegni, manifestazioni sportive, culturali e ricreative, flash mob, incontri con specialisti, iniziative sui social e altro, proprio per accendere un riflettore sulle necessità di chi convive con queste patologie. Desideriamo che i pazienti sappiano che siamo in tanti a lavorare per loro».
Nel nostro Paese, secondo i dati dell’Istituto Nazionale Italiano di Statistica (ISTAT) a inizio 2024 le persone ultrasessantacinquenni sono 14.358.000, il 24,3% della popolazione. Le persone che hanno raggiunto e superato gli ottant’anni sono 4.330.074 e coloro che hanno compiuto novant’anni sono 774.528.
Questo progressivo aumento della popolazione anziana pone i sistemi sociosanitari di fronte alla necessità di rivedere le politiche della salute per delineare contesti operativi capaci di presa in carico, efficace e di qualità, per le persone anziane con sempre maggiori complessità cliniche, assistenziali e sociali.
Un lavoro frutto dell’impegno di un gruppo di esperti comprendenti rappresentanti di 25 organizzazioni scientifiche e professionali, tra cui la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI)
Ciò, non solo a fronte del numero di persone anziane e della complessità dei bisogni espressi ma anche, come sottolineano gli esperti, per la significativa eterogeneità che caratterizza il percorso di invecchiamento. Di fatto, come riconosciuto anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono molti i fattori che condizionano la modalità di invecchiamento: caratteristiche biologiche, genetiche, stato di salute, condizioni socioeconomiche, relazionali e questo disegna differenti traiettorie e altrettanto differenti fragilità e bisogni in termini di manifestazione e di complessità degli stessi e conseguentemente di risposte.
In questo diversificato scenario, la valutazione multidimensionale consente di identificare i bisogni assistenziali e il piano di cura capace di migliorare gli esiti per la persona assistita. Un processo diagnostico multidimensionale e multidisciplinare che valuta la salute fisica, lo stato funzionale, la salute psicologica, e parametri socioambientali. Non nuovo, ma che alla luce della disomogeneità dei contesti in cui viene applicato, è stato oggetto di un lungo lavoro promosso da Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT), Istituto Superiore di Sanità (ISS) e da un gruppo di esperti comprendenti rappresentanti di 25 organizzazioni scientifiche e professionali, tra cui la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI), e di cittadini che ha portato alla stesura di una linea guida sulla Valutazione multidimensionale della persona anziana.
Pubblicata nel novembre scorso e, in revisione nel 2026, ha definito – come si legge nella premessa – sulla base delle più recenti evidenze della letteratura, i fondamenti scientifici, concettuali e procedurali di applicazione della valutazione multidimensionale nei diversi setting clinici (area ospedaliera, residenziale, delle cure palliative, medicina generale e cure primarie), in cui per la persona anziana si rende necessario un percorso di valutazione e di trattamento multidimensionale e interdisciplinare per la cura, l’assistenza, la riabilitazione.
Si va dalla raccomandazione finalizzata ad aumentare l’appropriatezza prescrittiva in persone anziane afferenti ad ambulatori specialistici di area medica, a quella per ridurre il tasso di ospedalizzazione
Nello specifico, sono state prodotte 25 raccomandazioni cliniche e di ricerca relative all’efficacia della valutazione multidimensionale nella riduzione e miglioramento di esiti e agli strumenti multidimensionali da utilizzare per predire esiti. Si va dalla raccomandazione finalizzata ad aumentare l’appropriatezza prescrittiva (sospensione chemioterapia per effetti tossici) in persone anziane afferenti ad ambulatori specialistici di area medica, a quella per ridurre il tasso di ospedalizzazione, a quella per predire il rischio di ammissione in strutture residenziali nei pazienti anziani.
Un processo innovativo che avrà bisogno di essere messo a terra e testato per evolversi perché «per la maggior parte delle raccomandazioni l’evidenza scientifica a sostegno è limitata ed incompleta, pertanto la forza delle raccomandazioni è debole» come scrive Stefania Maggi, Dirigente di ricerca dell’Istituto Cnr di Neuroscienze di Padova – Epidemiology of aging and biostatistics group, nel suo commento alla linea guida come revisore esterno.
«Questo fatto – continua Maggi – non rende meno valida la linea guida, al contrario, ma sottolinea che il lavoro di monitoraggio della sua implementazione nei prossimi 3 anni, prima dell’aggiornamento del documento previsto nel 2026, deve essere pianificato con la stessa cura e scrupolosità con cui è stata preparata la versione attuale. Si è posta molta attenzione all’inclusione nel panel di esperti di diverse discipline, in modo che fossero rappresentate le prospettive dei vari professionisti coinvolti nell’assistenza dei pazienti anziani nei diversi setting e che fossero presenti rappresentanti dei pazienti e della società civile. È fondamentale che questo panel, o un sottogruppo dello stesso, continui ad operare come task force nel prossimo triennio. Trattandosi di linee guida sulla VMD, il coinvolgimento dei pazienti è fondamentale per poter stabilire l’accettabilità da parte del paziente e la comprensione della sua rilevanza nel definire profili di cura ed assistenza personalizzati. Nel frequente caso di raccomandazioni di forza debole, infatti, le preferenze e i valori espressi dal paziente saranno di fondamentale importanza, in base soprattutto al contesto clinico in cui verrà utilizzata la linea guida».
Paolo Petralia, Direttore generale ASL 4 Liguria e vicepresidente FIASO con delega al digitale, parla di come riuscire a garantire la stessa offerta a tutti i cittadini del proprio territorio.
«La sfida è far sedere l’etica al tavolo delle decisioni, affinché ciascuno di noi possa porsi le domande giuste e soprattutto trovare le risposte giuste. La sfida è far venire Socrate in corsia e con la maieutica tirare fuori il meglio da ciascuno di noi: dal paziente, dall’operatore sanitario, dal decisore. In sostanza, dal cittadino».
Si svolge sabato 16 novembre dalle 9 alle 13 presso il Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria il convegno dal titolo “Le analisi decentrate e i Point of Care Testing: una strada in salita?“, dedicato a professionisti del settore sanitario e a rappresentanti di aziende e organizzazioni, che rappresenta di fatto un’anticipazione della Settimana della Ricerca.
Organizzato sotto la guida scientifica del Dottor Andrea Rocchetti, Direttore della SC Microbiologia e Virologia, della Dottoressa Annalisa Roveta, Responsabile dei Laboratori della Ricerca DAIRI, e della Dottoressa Marta Betti, referente del Clinical Trial Center DAIRI dell’AOU AL, l’evento esplorerà il ruolo e le sfide delle analisi decentrate e dei Point of Care Testing (PoCT) nella sanità moderna.
La giornata sarà articolata in tre sessioni di discussione che vedranno la partecipazione di esperti di microbiologia, diritto, tecnologie sanitarie e gestione della qualità.
Convegno ad Alessandria sulle nuove tecnologie diagnostiche a risposta rapida sia in ambito ospedaliero che territoriale
Le sessioni tratteranno vari aspetti legati all’implementazione delle nuove tecnologie diagnostiche a risposta rapida sia in ambito ospedaliero che territoriale, affrontando questioni di sostenibilità economica, protezione dei dati e qualità delle prestazioni. Particolare attenzione sarà dedicata ai PoCT (Point of Care Testing), il cui utilizzo si è rivelato cruciale durante la recente pandemia, dimostrando l’importanza di una gestione clinica autorevole e ben strutturata.
Il programma della giornata include tavole rotonde con professionisti di diverse discipline, che si confronteranno su argomenti quali gli aspetti giuridici e i regolamenti europei sulla sicurezza dei dati e delle reti, il rapporto costo-efficacia delle analisi decentrate, le differenze gestionali tra ospedale e territori e l’evoluzione della diagnostica decentrata, e la qualità delle analisi PoCT nei percorsi di cura.
I contenuti e le conclusioni più rilevanti saranno successivamente pubblicati e resi disponibili per il pubblico, per rispondere a eventuali domande e interessi raccolti nei giorni precedenti al convegno.