Home Blog Page 255

Disabilità, Corte Conti: Regioni in ritardo nell’attuazione delle misure del “Fondo Dopo di Noi”

Dei circa 466 milioni di euro stanziati tra il 2016 e il 2022 per l’autonomia e l’inclusione delle persone con disabilità grave e senza sostegno famigliare, soltanto 240 sono stati effettivamente trasferiti alle Regioni, che non hanno provveduto a rendicontare l’effettiva attribuzione delle risorse ai destinatari. Solamente sei Regioni risultano aver ricevuto tutte le somme complessivamente assegnate.

È quanto emerso dall’analisi conclusiva, approvata con Delibera n. 55/2022/G, che la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti ha condotto sull’attuazione delle misure volte al benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità grave prive di sostegno familiare, previste nel “Fondo Dopo di Noi” .

Nel documento, la magistratura contabile, oltre a rilevare come il numero dei beneficiari (tra i 100 e i 150 mila) sia stato stimato in modo solo indiretto e parziale, ha evidenziato che la mancanza di strumenti idonei ad arginare prontamente i ritardi e a superare le inadempienze delle Regioni non ha consentito, finora, di verificare che le risorse stanziate nel bilancio dello Stato siano state interamente utilizzate allo scopo e nei tempi programmati.

Il fatto – prosegue la Corte – che solamente 8.424 persone risultano aver effettivamente beneficiato delle prestazioni erogate, evidenzia un’applicazione della legge ancora molto limitata ed estremamente eterogenea a livello territoriale, mostrando, ancora una volta, le difficoltà delle Regioni del mezzogiorno. Una situazione che mette in luce sia l’urgenza di dover determinare i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) da garantire alle persone con disabilità, sia la necessità di controlli idonei a verificare, su tutto il territorio nazionale, la corretta e completa attuazione della legge n. 112/2016, istitutiva del Fondo.

Roberta Siliquini nuova presidente della Società Italiana d’Igiene

Avvicendamento al vertice della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI).

La nuova Giunta Esecutiva, eletta lo scorso Dicembre per il quadriennio 2023-2026, ha nominato oggi, quale nuovo Presidente della Società scientifica, la Prof.ssa Roberta Siliquini. Ordinario di Igiene presso l’Università degli Studi di Torino, subentra al Dr. Antonio Ferro, che ha guidato la SItI per il biennio 2021-2022, diventando la prima Presidente donna di una Società Scientifica che sta vivendo un momento storico di grande importanza e offrendo un contributo sostanziale al Paese. Il Dr. Enrico Di Rosa, Direttore del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’ASL Roma 1, assume invece il ruolo di vice Presidente, mentre il Prof. Walter Mazzucco, Prof. Associato d’Igiene presso l’Università di Palermo, è il nuovo Segretario Generale.

“Ringrazio il Dr. Antonio Ferro per l’ottimo lavoro svolto in questi ultimi due anni, ma anche tutti i membri della Giunta Esecutiva per la fiducia riposta in me – ha dichiarato la Prof.ssa Roberta SiliquiniGli obiettivi che ci proponiamo in questi anni ‘post pandemici’ sono, innanzitutto, promuovere il Progresso scientifico e culturale nel campo dell’Igiene, della Sanità Pubblica e dell’organizzazione dei Servizi Sanitari oltre a supportare le Istituzioni nella scelta e nell’applicazione delle migliori strategie di Sanità Pubblica rivolte al benessere della popolazione, anche in un’ottica ‘One Health’”.

Professore ordinario di Igiene all’Università di Torino dal 2006, autrice di più di 400 pubblicazioni scientifiche, Roberta Siliquini è stata la prima donna Presidente del Consiglio Superiore di Sanità (2014-2018) ed è dal 2016 componente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della vita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’interesse scientifico della Prof.ssa Siliquini è sempre stato rivolto all’applicazione delle discipline igienistiche. Negli ultimi anni, la sua attività di ricerca si è indirizzata verso l’approfondimento del ruolo delle tecnologie – sanitarie e non – a forte impatto sulla salute ma ha anche affrontato le nuove tematiche relative alla comunicazione sanitaria via web, con particolare riferimento alla modificazione delle abitudini di salute, alla scelta dei percorsi terapeutici ed alle potenzialità dello strumento online.

Sanità digitale: dal PNRR al territorio

Alla Salute è dedicata la Missione Salute 6 (M6) del Pnrr. Il Piano stanzia 15,63 miliardi in totale per le due componenti della missione:

  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 7 miliardi di stanziamenti
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: 8 miliardi e 63 milioni di euro

Insieme al DM77, il PNRR disegna una sanità territoriale tutta nuova. In campo Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedale di Comunità, infermiere di famiglia e di continuità assistenziale. Cambiano ruoli e rapporti tra gli attori: maggiori compiti ai distretti, una posizione centrale per gli infermieri e un’inedita integrazione con il lavoro dei medici di medicina generale.
D’altro canto, il PNRR forza le tappe di un obiettivo urgente quanto complesso come la sanità digitale, tra infrastrutture, tecnologie, reti, software, privacy, interoperabilità.
Non sembra facile e infatti non lo è. A un anno dal lancio del PNRR, facciamo il punto per capire come in concreto gli operatori impegnati a gestire il processo stanno affrontando le sfide poste da un piano così ambizioso, con scadenze tanto serrate e stringenti, e una grande protagonista: la telemedicina.

Ne parliamo con:

  • Gianmaria Mancosu
    Funzionario Servizio sistemi informativi sanitari, Direzione generale sanità, Regione Sardegna
  • Francesco Pensalfini
    Direttore SC Tecnologie ASL Città di Torino, Consigliere Nazionale Società Italiana dell’Architettura e dell’Ingegneria per la Sanità (SIAIS)

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Dall’Università di Torino una nuova molecola che rallenta la progressione dell’atrofia muscolare spinale (SMA)

L’Atrofia Muscolare Spinale (SMA) è una malattia neuromuscolare rara dell’infanzia, caratterizzata dalla perdita dei motoneuroni, le cellule nervose che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli, controllandone il movimento. La SMA, che ha un’incidenza di circa 1 su 10.000 nati vivi, provoca debolezza, atrofia muscolare progressiva e complicazioni respiratorie. È causata da mutazioni del “gene per la sopravvivenza del motoneurone” e conseguente carenza della proteina SMN (Survival Motor Neuron), essenziale per la sopravvivenza e il normale funzionamento dei motoneuroni.

Fino a poco tempo fa, il trattamento della SMA era esclusivamente sintomatico, finalizzato a migliorare la qualità di vita dei pazienti. Oggi, invece, sono stati approvati nuovi farmaci in grado di incrementare la produzione di proteina SMN funzionale, ma non sono ancora considerati come cura definitiva per la SMA.

Uno studio dell’Università di Torino, coordinato dalla Prof.ssa Riccarda Granata, della Divisione di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo (diretta dal Prof. Ezio Ghigo) del Dipartimento di Scienze Mediche e dal Prof. Alessandro Vercelli, direttore del NICO – Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi, Dipartimento di Neuroscienze, ha recentemente dimostrato come una piccola molecola sintetica chiamata MR-409, analoga del growth hormone-releasing hormone (GHRH, neurormone che stimola il rilascio dell’ormone della crescita), sia capace di rallentare la progressione della SMA

MR-409 è prodotta a Miami nel laboratorio del Prof. Andrew Viktor Schally, Premio Nobel per la Medicina e co-autore del lavoro. Nello specifico, i ricercatori che hanno condotto lo studio, la Prof.ssa Marina Boido, il Dr. Iacopo Gesmundo e la Dr.ssa Anna Caretto, hanno evidenziato come MR-409 sia in grado di migliorare le funzioni motorieattenuare l’atrofia muscolare e promuovere la maturazione delle giunzioni neuromuscolari in un modello sperimentale di SMA. Inoltre, MR-409 contrasta la perdita dei motoneuroni e riduce l’infiammazione nel midollo spinale. Questi risultati suggeriscono che MR-409 possa rappresentare un potenziale farmaco, in associazione ad altre terapie, nel trattamento della SMA.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista americana Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), è il risultato di una collaborazione tra il gruppo di neuroscienziati, da anni impegnati nella ricerca sulla SMA, ed il gruppo di endocrinologia cellulare e molecolare, che insieme al Prof. Schally ed i suoi collaboratori, ha dimostrato già in precedenza gli effetti protettivi degli analoghi del GHRH, anche a livello cardiaco e muscolare. Pur non essendo ancora disponibili per uso umano, sono in corso ulteriori studi per l’autorizzazione di queste sostanze per uso clinico, definite “agonisti” del GHRH, così come degli “antagonisti”, promettenti farmaci antitumorali, già studiati nel mesotelioma pleurico maligno e nei tumori ipofisari.

Identikit dei fisioterapisti italiani: i numeri della professione

La Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Sanitaria di Fisioterapista è già attiva, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto n. 183.2022, nel suo lavoro di rendere definita, chiara e comprensibile a tutta la società italiana (e non solo al mondo della sanità) la vasta popolazione dei fisioterapisti.

Come primo contributo a comprendere questo vastissimo ambito di professionisti la Federazione propone un lavoro di analisi numerica estesa e aggregata della sua realtà professionale. Il primo macro dato reso evidente (la rilevazione complessiva è datata giugno 2022) è che i Fisioterapisti iscritti all’insieme degli Ordini territoriali sono oggi 69.848 di cui 28.704 maschi (41,1%) e 41144 femmine (58,9%). Ciò conferma che ad oggi nel nostro Paese ci sono 118 fisioterapisti ogni 100mila abitanti, rapporto che pone il nostro Paese all’interno della media europea anche se con cifre inferiori a quelle di Germania, Finlandia, Belgio e Olanda.

All’interno di questa popolazione globale di fisioterapisti gli under 40 sono 29.362 (42,03%), divisi tra 14.697 maschi (50,05%) e 14.665 femmine (49,95%), in una sostanziale equivalenza di genere. Da segnalare che gli over 64 (quindi una popolazione professionale che nei prossimi anni entrerà in età pensionabile) sono 20.730 (29,67% dell’intera professione), in massima parte uomini (17.749 che equivalgono all’85,6% della popolazione che va verso il pensionamento).

Commentando questi numeri il Presidente FNOFI, Piero Ferrante, ha dichiarato: “ci è sembrato doveroso come primo atto ‘pubblico’ della Federazione quello di comunicare ai cittadini, alle istituzioni ed ai media la reale composizione della nostra popolazione professionale. Sono numeri importanti che ci pongono al terzo posto, come dimensionamento, tra gli Ordini dei professionisti della Sanità, dopo infermieri e medici chirurghi e odontoiatri. Queste cifre indicano sia la vastità della nostra popolazione professionale, che anche come all’interno della nostra professione sia in atto un normale avvicendamento generazionale, che da un lato rende robusta la classe dei ‘giovani fisioterapisti’ e dall’altro lancia un piccolo segnale d’allarme per quanto riguarda i tanti colleghi che si avviano a concludere il loro percorso lavorativo. Sono dati che devono far riflettere l’intero sistema accademico, affinché non si realizzi la sciagurata situazione di una ‘carenza di fisioterapisti’ nel nostro Paese, come già accade per altre figure professionali della sanità”. “Da ultimo”, sottolinea il Presidente, “è utile sottolineare come anche la nostra professione sia in evidente ‘transizione femminile’, nel senso che le professioniste in fisioterapia sono la maggioranza della popolazione dei nostri iscritti, fenomeno già comune ad altri ambiti della sanità”. “L’insieme dei dati proposti da FNOFI – è la conclusione di Piero Ferrante – aiuta a dimensionare una professione che finalmente può relazionarsi con un’identità ed una fisionomia coesa, precisa e riconosciuta sia con il mondo dei cittadini che con le istituzioni e con gli altri Ordini professionali”.

Rimane da aggiungere, rispetto alla rilevazione FNOFI, che tutto questo mondo di professionisti, a partire dal Decreto dell’8 settembre, è iscritto ai 38 Ordini territoriali esistenti. L’ordine territoriale più numeroso risulta essere quello del Lazio (9620 iscritti, il 13,77% dell’intera professione), seguito dal macro-ordine lombardo che comprende nove province, tranne Mantova, Brescia, Pavia e Bergamo (7597 iscritti). Il terzo ordine per numero di iscritti è quello che comprende Napoli, Avellino, Caserta e Benevento (4692 fisioterapisti), seguito da Piemonte-Valle d’Aosta (4092 iscritti) e dall’ordine di Bari-Taranto-Barletta-Andria-Trani (2829 iscritti. Gli ordini ad oggi numericamente più ridotti sono quelli di Siena (346), Reggio Calabria (392) e Molise (454).

Aggressioni in corsia al centro dell’incontro Fiaso-Ministero della Salute

Arginare e prevenire gli episodi di aggressione fisica e verbale perpetrati nei confronti dei professionisti sanitari, a partire dalla stipula di protocolli operativi con le forze dell’ordine nei casi di violenza in ospedale e nei luoghi di cura.

È la proposta della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) avanzata oggi nel corso dell’incontro che si è tenuto al Ministero della Salute, con al centro la sicurezza di medici, infermieri e operatori sanitari, in seguito al moltiplicarsi degli episodi di violenza perpetrati nei loro confronti nell’ultimo periodo.

“Abbiamo assistito in questi giorni a una nuova esplosione dei casi di violenza contro i professionisti sanitari, che non possono e non devono essere lasciati soli: ogni episodio di aggressione contro un operatore costituisce un vero e proprio attacco al Servizio sanitario nazionale tutto. Le aggressioni nei luoghi di cura mettono a repentaglio la sicurezza dei professionisti e quella dei cittadini e violano il diritto alla salute tutelato dalla Costituzione, imponendo oggi più che mai un necessario cambio di passo culturale”, dichiara Giovanni Migliore, Presidente di Fiaso.

Oggi abbiamo condiviso con il Ministro Schillaci la necessità di implementare interventi per la prevenzione e la deterrenza di questi deplorevoli episodi di violenza, a partire dalla proposta di farsi promotore presso il Governo di una iniziativa per l’emanazione di una direttiva specifica da parte del Ministero dell’Interno a tutte le Prefetture, per procedere in tempi certi e rapidi alla stipula dei protocolli operativi con le Aziende sanitarie previsti dalla Legge 113/2020 sulla sicurezza del personale sanitario, per garantire interventi rapidi in caso di aggressioni”.

Il payback slitta ad aprile, Gellona (Confindustria DM): ora va cancellato

Una soluzione temporanea e una spada di Damocle che rimane appesa in prima battuta sulle industrie e in seconda sulle prestazioni offerte ai cittadini dal Servizio Sanitario Nazionale. All’indomani del rinvio al 30 aprile del termine per il pagamento del payback, ne abbiamo discusso con Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici.

Gellona

Dottoressa, ci aiuti a fare il punto della situazione.

Da tempo solleviamo proteste contro il payback, una situazione che si è però aggravata con il Dl Aiuti dello scorso agosto, quando sono stati emessi per la prima volta i decreti attuativi che non erano mai stati emanati dall’istituzione del payback, nel 2015. Un fulmine a ciel sereno. Non ci aspettavamo un provvedimento del genere e soprattutto con una tempistica così stretta, visto che si prevedeva il pagamento entro il 15 gennaio di quest’anno da parte delle imprese del payback pregresso per gli anni 2015-2018, che vale 2 miliardi e 200 milioni: una cifra che farebbe fallire anche l’azienda più grande.

In realtà abbiamo trovato i vari governi che si sono alternati sempre distanti da questa problematica, ma a fronte di questa catastrofica urgenza ci siamo ulteriormente attivati fino a scendere in piazza a Roma il 10 di gennaio. La manifestazione ha ottenuto l’attenzione da parte delle istituzioni e in effetti il Consiglio dei Ministri ha approvato la proroga dei termini per il pagamento da parte delle imprese fino al 30 aprile.

Siete soddisfatti?

Non è molto, visto che noi avevamo chiesto uno slittamento di almeno sei mesi, ma è già qualcosa. Se non altro, le imprese riescono a non avere una scadenza terrificante come una tagliola, ma soprattutto ci auguriamo che nel periodo da qui a fine aprile si trovino delle soluzioni, cosa che cerchiamo di ottenere dal 2015.

Che tipo di soluzioni ha in mente?

Lo scorso anno l’Italia ha speso 107 euro pro capite in dispositivi medici, contro i 265 di media europea

In attesa di poter intervenire a un tavolo istituzionale in cui trattare la materia, la nostra posizione è molto semplice. Innanzitutto il problema fondamentale della sanità è il sottofinanziamento, cioè il fatto che si spenda più del previsto. Questo deriva da due fattori, a partire dal tetto troppo basso fissato volutamente all’epoca dell’introduzione del payback, in piena emergenza finanziaria, con l’obiettivo di fare un taglio lineare. Il sottofinanziamento però è anche rispetto a tutti i Paesi europei con cui normalmente ci confrontiamo. L’Italia è quello che spende meno e la pandemia ha dimostrato cosa succede a uno Stato che non si cura e sta male: va in default economico. Lo scorso anno abbiamo speso 107 euro pro capite in dispositivi medici contro i 265 di media europea: meno del doppio. Un dato che da solo dimostra che il finanziamento è sottodimensionato. La nostra proposta quindi è innanzitutto di finanziare correttamente il SSN, cosa che non sosteniamo di certo solo noi ma hanno sollecitato quasi tutti i ministri della Salute.

Il secondo punto è che il payback non è uno strumento che consenta di governare la spesa, innanzitutto perché è perfettamente regolamentata dal sistema delle gare pubbliche d’appalto sia per quanto concerne i volumi che le basi d’asta dei prezzi: un quadro in cui l’impresa non ha leve di manovra se non offrire un prezzo inferiore alla base d’asta. A maggior ragione, questo dimostra che il finanziamento è inadeguato ai bisogni di salute del Paese, che sono in crescita, visto che più prestazioni si fanno e più si usano dispositivi medici. Il punto, che è politico, è quindi capire questo governo quanta assistenza del SSN vuole offrire ai propri cittadini, perché dalla risposta discende o un corretto finanziamento del SSN, in aumento rispetto a quello che c’è adesso, oppure l’impossibilità a spendere di più; ma a quel punto il governo dovrà dire che le prestazioni erogate dal SSN sono meno di quelle a cui eravamo abituati.

Un altro aspetto che critichiamo del payback, che, appunto, non è uno strumento di controllo della spesa, è il seguente: se so che, qualora sfori un tetto, c’è qualcuno che ripaga, che incentivi ho a rispettarlo? È comprensibile, al di là del fatto che la soglia è talmente bassa che, per non sforare, non dovrei erogare molte prestazioni sanitarie, ma queste nessuna regione le vuole negare. Perciò servono un aumento del finanziamento del SSN e lavorare sul controllo e sull’osservatorio dei prezzi delle gare per capire l’andamento dei bisogni e dei consumi, ma anche dei prezzi”.

Cosa prevede quindi per il prossimo futuro?

L’attivazione di un tavolo di confronto, che dovrà risolvere il punto del pregresso e quello del futuro, perché altrimenti ogni anno ci troveremo come oggi, con un tetto fissato così basso che sempre sarà sforato, a meno che il governo non decida di ridurre l’offerta di salute a carico del SSN. Una scelta legittima, ma politica, che il governo deve fare.

Non può essere il mondo delle imprese e dei dispositivi medici a finanziare la sanità pubblica: il nostro compito è offrire tecnologie efficaci, efficienti e innovative a un giusto prezzo, ciò che normalmente facciamo col sistema delle gare.

Il rischio è che all’Italia restino i prodotti meno innovativi e che i cittadini possano ricevere meno cure rispetto a oggi

La nostra richiesta in definitiva è pertanto che il payback venga cancellato, visto che non serve a nulla se non a mettere a rischio fallimento molte aziende e a far scappare dall’Italia gruppi internazionali che sono quelli che investono maggiormente in ricerca e sviluppo: se la situazione non cambia, all’Italia riserveranno i prodotti meno innovativi, ma soprattutto il rischio vero è che se il payback sarà confermato arriveranno nel nostro Paese solo prodotti di qualità scadente. In ultima analisi il problema lo avremo come cittadini, perché rischiamo di non poter avere più tutte le cure di cui disponiamo oggi, oppure di averle a un livello qualitativo e tecnologico non adeguato al nostro standard”.

Aggressioni in sanità, CIMO-FESMED: «Mandare l’esercito negli ospedali»

Sono ormai all’ordine del giorno le aggressioni che si verificano negli ospedali di tutta Italia ai danni di medici, infermieri e operatori sanitari. Un fenomeno in crescita e sempre più insopportabile, che secondo il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (cui aderiscono le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) va arginato inviando nelle strutture ospedaliere le Forze dell’Ordine, eventualmente anche l’esercito, per garantire l’ordine pubblico.

«Militarizzare i luoghi di cura potrà apparire una misura esagerata, ma ci troviamo di fronte ad un’emergenza che richiede un intervento straordinario – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Proponiamo allora l’avvio di un’operazione “Ospedali sicuri”, sulla scia di “Strade sicure”, per tutelare il personale sanitario e disincentivare le azioni violente».

Stando così le cose, la grave crisi che sta investendo il Servizio sanitario nazionale – con liste d’attesa infinite, Pronto soccorso affollati, carenza di posti letto e di personale ed assistenza territoriale limitata – non potrà che peggiorare, e dunque l’esasperazione e la rabbia dei pazienti non potranno che aumentare, insieme al rischio di un aumento delle azioni violente.

Carenza farmaci, tavolo al Ministero della Salute

Un tavolo di lavoro permanente sull’approvigionamento dei farmaci per definire la reale entità del fenomeno e indicare proposte risolutive.

Lo ha annunciato il Ministro della Salute Orazio Schillaci, aprendo l’incontro convocato oggi al Ministero, insieme al Sottosegretario Marcello Gemmato, alla presenza di rappresentanti del Ministero della Salute, di Aifa e della filiera farmaceutica produttiva e della distribuzione.

Il Ministro ha posto all’attenzione dell’incontro l’individuazione dei farmaci che registrano una reale carenza, interventi di risposta a breve e medio termine per far fronte tempestivamente ai bisogni dei cittadini e la definizione di attività di comunicazione e sensibilizzazione al fine di evitare allarmismi e conseguenti ingiustificate corse all’acquisto.

Il tavolo, istituito con decreto ministeriale, sarà allargato anche ai Nas e ai medici di medicina generale.

Medici in formazione, SMI: servono retribuzioni adeguate e cambio del sistema formativo

“Nel 2023 è arrivato il momento di tirare una linea di rottura con la gestione passata e guardare con concretezza al futuro del Sistema Sanitario Nazionale. Quello che secondo le più autorevoli stime sarà un anno cruciale per l’assetto socio-economico e quindi il futuro del paese non può che vedere una profonda riforma del nostro welfare. È quanto mai urgente la necessità di rompere con i paradigmi del passato a fronte di situazioni carenti mai affrontate prima che richiedono analisi e lungimiranza. Dal nostro punto di vista questo non può che iniziare da una critica del sistema formativo”. Così Paolo A. D’Intinosante, Responsabile Nazionale Settore Formazione e Prospettive del Sindacato Medici Italiani.

“Se negli ultimi anni abbiamo visto finalmente l’inizio del passaggio della figura dello specializzando da studente glorificato a medico in formazione, veniamo accolti all’alba del nuovo anno da situazioni spiacevoli che denotano come gli sforzi non siano sufficienti. Ci pare assolutamente inutile investire fondi del Next Generation EU per incrementare il numero di medici in formazione specifica di medicina generale quando questi vengono privati della possibilità di esercitare la propria professione. È giusto, infatti, assegnare al medico, non più studente, responsabilità incrementali (anche sotto forma di incarichi convenzionali temporanei o provvisori o contratti di collaborazione) tuttavia a ciò devono corrispondere nuove strategie di formazione e lavoro”.

“La legge, effettivamente, prevede l’affiancamento di tutor all’attività dei medici in formazione che assumono incarichi di convenzione, tuttavia questo sistema rimane ancora oggi con nostro dispiacere nel cumulo delle incertezze. Questo dualismo irrisolto del medico specializzando che è allo stesso tempo lavoratore ma anche studente senza un corretto bilanciamento delle due condizioni offre facilmente il fianco a situazioni che possiamo solo definire di miserabile sfruttamento, che coraggiosamente vengono ogni giorno denunciate e che leggiamo nelle pagine dei giornali. A nostro avviso l’Amministrazione Pubblica dovrebbe porsi chiaramente in contrasto con questi sistemi non solo con dichiarazioni di sostegno ai colleghi caduti vittime ma con atti concreti. Proponiamo, infatti, che vengano potenziate le attività dell’Osservatorio permanente sulla condizione dei Medici Specializzandi in seno ai Ministeri della Salute e dell’Università a cui far pervenire direttamente le segnalazioni”.

“Nonostante queste difficoltà, i medici specializzandi non si tirano indietro di fronte alle palesi incongruenze di un sistema che subisce gli effetti non solo di calamità naturali, quali la pandemia, ma anche di un progressivo definanziamento, ed anzi si assumono le proprie responsabilità. I medici specializzandi subiscono, soprattutto, gli effetti di una carenza di servizi che porta ad un incremento di attrito con i cittadini che sempre più spesso sfocia in spregevoli episodi di violenza come avvenuto nei confronti di colleghe specializzande di Udine proprio qualche giorno fa mentre svolgevano servizio presso una sede di continuità assistenziale. A queste colleghe va la nostra solidarietà e l’augurio di vedere presto fatta giustizia e soprattutto l’elogio per aver affrontato con coraggio una situazione del genere”.

“In ultima analisi è appena il caso di ricordare che i medici iscritti al corso di formazione specifica, grazie a leggi in vigore dal 1999 e solo parzialmente modificate ormai circa vent’anni fa, percepiscono un trattamento economico sotto forma di borsa di studio che non è nemmeno comparabile a quello dei colleghi specializzandi “ospedalieri” senza contare gli oneri assicurativi e previdenziali sempre a loro carico. Tutto ciò  rende la disciplina meno appetibile per una evidente posizione di svantaggio che nasce non solo dal discorso economico ma è aggravata dall’interpretazione screziata delle leggi da parte delle varie Regioni responsabili dell’organizzazione dei corsi di formazione. Riconoscendo che questo non sia il singolo fattore, ma sicuramente uno dei fattori contribuenti all’attuale carenza di medici di medicina generale, non ci resta che ribadire come sia sicuramente necessario un incremento dello stipendio dei corsisti da comparare a quello delle specializzazioni ospedaliere ed una maggiore concertazione e chiarezza in materia di ridefinizione dei percorsi formativi”.