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Medicines for Europe al nuovo Parlamento UE: «Una legge sui farmaci critici nei primi 100 giorni»

«Durante le elezioni europee, i partiti politici si sono impegnati a migliorare l’accesso ai farmaci, a sostenere l’innovazione a prezzi accessibili e a rafforzare la sicurezza della produzione di farmaci e principi attivi (API) in Europa. Incoraggiamo fortemente la nuova leadership dell’UE a dare priorità a una legge sui farmaci critici (Critical medicines Act) e all’adozione della nuova legislazione farmaceutica nei primi 100 giorni in carica».

Questo l’auspicio di Elisabeth Stampa, presidente di Medicines for Europe – l’associazione europea delle industrie dei farmaci generici, biosimilari e delle Value Added Medicines – che inaugura oggi la propria conferenza annuale a Dublino festeggiando anche i 30 anni dalla sua fondazione.  

Appello dell’associazione europea delle industrie dei farmaci generici, biosimilari e delle Value Added Medicines alla nuova leadership UE

Le aziende riunite a Dublino – che contano 190mila addetti in oltre 400 siti produttivi e 126 siti di ricerca in Europa e investono in ricerca e sviluppo fino al 17% del loro fatturato – forniscono il 70% dei farmaci essenziali in Europa, compresi i trattamenti per il cancro, le malattie autoimmuni, il diabete, le malattie cardiovascolari e molti altri. I farmaci equivalenti rappresentano oltre il 90% dell’elenco dei farmaci considerati dall’UE come critici in caso di carenze e pertanto da salvaguardare, posizionando l’industria off patent come un fattore chiave per un sistema sanitario europeo forte e resiliente.

La revisione della legislazione farmaceutica europea dovrebbe fornire soluzioni comuni per affrontare la carenza di farmaci, leggi più chiare per consentire ai pazienti di accedere ai farmaci equivalenti e biosimilari dopo la scadenza del brevetto e tangibili incentivi per l’innovazione accessibile offerta dalle value added medicines (VAM) e dal repurposing di molecole consolidate nella pratica clinica. Per garantire l’approvvigionamento sicuro di medicinali, una futura legge europea sui farmaci critici dovrebbe incoraggiare maggiori investimenti nella produzione di medicinali essenziali e di principi attivi farmaceutici (API) e implementare criteri che privilegino la sicurezza dell’approvvigionamento sia nelle gare di acquisto pubbliche che nelle altre politiche di prezzo e rimborso.

La proposta di riforma della Pharma Legislation – la più ampia degli ultimi 20 anni – dovrà andare ora all’esame del Consiglio, dopo aver passato il vaglio del precedente Parlamento Europeo lo scorso 10 aprile.

«Siamo lieti di essere alla conferenza annuale europea di quest’anno per celebrare i successi di 30 anni di sforzi della nostra industria in Europa per garantire concorrenza e accesso nel settore farmaceutico» – commenta il Presidente di Egualia, Stefano Collatina, partecipando ai lavori della conferenza in corso a Dublino. «Le associazioni nazionali aderenti a Medicines for Europe rimangono concentrate per garantire che ogni paziente abbia accesso ai medicinali di cui ha bisogno quando ne ha bisogno. È incoraggiante – prosegue Collatina – vedere una crescente penetrazione dei farmaci equivalenti in Europa, tuttavia diversi fattori stanno causando un ritardo del nostro Paese rispetto ai nostri omologhi europei, e questi devono essere affrontati al più presto. Alcuni di questi risiedono nella normativa UE e nella sua applicazione. Per questo ci aspettiamo che le nuove istituzioni europee – conclude Collatina – promuovendo la concorrenza, riformando il quadro normativo dell’UE nel farmaceutico e indirizzando gli Stati Membri verso politiche di acquisto sostenibili, contribuiscano rapidamente all’obiettivo di assicurare accesso e disponibilità dei medicinali essenziali in UE. Di fronte a sfide formidabili per la sanità in Italia ed in Europa, il ruolo di un’industria farmaceutica resiliente e sostenibile non può essere ignorato».

Antimicotico-resistenza: la minaccia dei funghi che resistono ai farmaci

Sempre più spesso si parla di resistenza agli antibiotici, ancora poco dell’antimicotico resistenza, una sfida emergente che minaccia la salute globale. Questa resistenza, simile a quella batterica, si sviluppa quando i funghi sono esposti per lungo tempo ai farmaci antimicotici, rendendo le infezioni sempre più difficili da debellare.

Poca sperimentazione

Sviluppare farmaci anti-infettivi non è remunerativo. Ciò ha portato molte Big Pharma ad abbandonare questo settore, nonostante l’importanza che riveste

Nel 2022, l’OMS ha stilato un rapporto che elenca i 19 patogeni fungini più pericolosi per l’uomo e i motivi del loro rischio crescente. Si rileva come i funghi stiano diventando sempre più resistenti alle uniche tre classi di farmaci antimicotici disponibili e sono ancora poche le nuove molecole in fase di sperimentazione.

Il riscaldamento globale

Il riscaldamento globale non aiuta e sta favorendo la diffusione delle malattie fungine che, però, fanno meno clamore rispetto a quelle batteriche e i dati epidemiologici ancora scarseggiano. La new entry tra i funghi patogeni è la Candida auris i cui casi di infezione/colonizzazione continuano ad aumentare rapidamente in molti Paesi.

Dati in aumento

Negli Stati Uniti, i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) riportano circa 1.400 casi di Candida auris tra il 2013 e il 2021 e circa 4.000 casi di colonizzazione identificati con attività di screening specifico fino al febbraio 2022.

Sono solo alcuni dei dati dell’Aggiornamento della situazione epidemiologica e delle indicazioni relative ai casi di Candida auris 2023 del Ministero della Salute.

Il 40% di decessi

In Italia tra luglio 2019 e dicembre 2022 sono stati notificati al Ministero 361 casi di infezione/colonizzazione (età media circa 64) da 17 strutture sanitarie in quattro regioni (Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto), di cui almeno 146 (40%) deceduti. Oltre il 90% dei casi erano colonizzati, almeno la metà presentava comorbidità e almeno un terzo era SARS-CoV-2 positivo.

Fanno il punto della situazione con TrendSanità, Maurizio Sanguinetti, professore di Microbiologia e Direttore del Dipartimento di Scienze di laboratorio ed ematologiche della Fondazione Policlinico Gemelli – Università Cattolica del S. Cuore, e Paolo Antonio Grossi, professore ordinario di Malattie infettive, Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi dell’Insubria, Direttore della Clinica delle Malattie infettive e tropicali e del Dipartimento clinico e di ricerca delle Malattie infettive presso ASST-Sette Laghi.

Che differenza c’è tra la farmaco-resistenza dei funghi e quella dei batteri?

Maurizio Sanguinetti

«Sul fronte dell’importanza percentuale, anche se la resistenza nei funghi sta crescendo significativamente, quella nei batteri rimane numericamente più rilevante − risponde Sanguinetti –. C’è anche un aspetto biologico: abbiamo pochi farmaci antifungini a disposizione, solo tre classi principali con una dozzina di molecole. Quindi, se i funghi diventano resistenti, i problemi aumentano, perché non ci sono molte alternative. I batteri e i funghi sono organismi molto diversi: nei batteri, la resistenza è spesso mediata dai plasmidi, che si possono spostare velocemente da un microrganismo all’altro, facilitando una rapida diffusione. I funghi, invece, non hanno plasmidi, quindi ogni microrganismo deve sviluppare la resistenza autonomamente. Ciò comporta una maggiore “lentezza” nella genesi della resistenza. C’è un però: molti funghi, non tutti, vivono nell’ambiente e non sono strettamente patogeni umani, ma riguardano il mondo vegetale e l’agricoltura. L’uso degli azoli, una delle tre classi di antifungini, ampiamente utilizzati per combattere le infezioni nelle piante, ad esempio, ha determinato nell’ambiente la resistenza di funghi patogeni per l’uomo come l’Aspergillus fumigatus».

Aggiunge Grossi: «In Paesi come l’Olanda, l’uso massiccio di fungicidi per colture importanti ha portato a tassi di resistenza molto alti. Anche in Italia, circa il 12% dei casi di aspergillosi sono resistenti agli azoli».

«Una volta che la resistenza si è indotta, si è “fissata”, non si torna indietro – replica Sanguinetti –. Il microorganismo non ridiventa sensibile e anche l’ipotesi che acquisendo resistenza perda qualcosa, è stata sconfessata negli ultimi anni. Si è visto che i microrganismi mettono in atto dei sistemi di compensazione a livello genomico che conservano la loro patogenicità».

Paolo Grossi

«La farmaco-resistenza, che si tratti di funghi, batteri o virus, riguarda l’insensibilità dei patogeni ai farmaci usati per eliminarli − conferma Grossi –. Esistono vari livelli di resistenza: la resistenza multipla, quando il microrganismo è resistente a più di tre classi di antimicrobici; quella estesa, quando solo due classi di farmaci rimangono attive; la pan-resistenza, quando nessun farmaco disponibile è efficace. Quindi, indipendentemente dal tipo di microrganismo, se questo non risponde ai farmaci, si parla di resistenza».

Perché ci sono ancora così pochi farmaci antimicotici in sperimentazione?

«La terapia antimicotica ha perso attrattiva per le grandi aziende farmaceutiche, che preferiscono investire in terapie più redditizie come antidiabetici, antipertensivi e farmaci oncologici – risponde Grossi –. Sviluppare farmaci anti-infettivi non è remunerativo. Ciò ha portato molte Big Pharma ad abbandonare questo settore, nonostante l’importanza che riveste. La crescente resistenza di funghi e batteri ai farmaci è un serio problema di salute globale, soprattutto negli ospedali, dove le misure di prevenzione e controllo delle infezioni non sono applicate sempre con efficacia. Ma l’aspetto più rilevante è l’uso inappropriato degli antibiotici, sia in ambito ospedaliero che comunitario. Si stima che almeno il 50% delle prescrizioni antibiotiche in ospedale e nella medicina territoriale siano inappropriate. Tale uso eccessivo e scorretto dei farmaci esercita una pressione selettiva sui microrganismi che riescono a sviluppare rapidamente meccanismi di resistenza. Il loro obiettivo è sopravvivere, quindi mettono in campo tutte le misure di cui dispongono. Serve pertanto un uso oculato dei farmaci, soprattutto negli ospedali. Gli specialisti in infettivologia dovrebbero essere più coinvolti nella prescrizione degli antibiotici, ma purtroppo non è così. Ognuno si sente competente nella prescrizione. È necessario, invece, migliorare la formazione dei medici sull’uso opportuno degli antibiotici».

«Inoltre – aggiunge Sanguinetti – i funghi sono eucarioti, quindi è difficile trovare bersagli selettivi. Negli ultimi anni, però, abbiamo quattro nuovi farmaci in fase di sperimentazione, tre dei quali con meccanismi d’azione nuovi. Questo è un segnale positivo dopo decenni senza nuovi antifungini. Tuttavia, la scarsità di molecole antifungine è dovuta alla complessità nel colpire solo il fungo e non l’organismo umano, a differenza dei batteri che sono cellule molto più semplici».

Caso Candida auris e riscaldamento globale: c’è da preoccuparsi?

«La Candida auris è una new entry tra i patogeni – ci dice Sanguinetti. Questo lievito sopravvive molto bene nell’ambiente, il che è inusuale per un lievito. Una volta entrato in un ospedale, è difficile da eradicare. È anche più resistente ai disinfettanti rispetto ad altri funghi. Una teoria affascinante, proposta da Arturo Casadevall, suggerisce che il riscaldamento globale, in particolare dell’ambiente in cui vive questo lievito, cioè le paludi, potrebbe aver selezionato ceppi di Candida auris in grado di crescere a temperature più elevate. In questo modo sono diventati patogeni anche per gli esseri umani. Una delle difese del nostro organismo nei confronti dei funghi è proprio la temperatura corporea costante. I funghi crescono tipicamente a temperature basse, intorno ai 25-35°. Molti miceti potenzialmente patogeni non possono causarci malattie, proprio perché non crescono a 37°, che è la nostra temperatura corporea. Tuttavia, sono stati identificati cinque gruppi di funghi che hanno sviluppato la capacità di crescere a temperature più alte, diventando termo-tolleranti e quindi patogeni per noi. Questi funghi, adattandosi a sopravvivere in ambienti competitivi, hanno mantenuto le caratteristiche di resistenza che altri funghi non hanno. Studi recenti hanno mostrato che una percentuale significativa dei ceppi isolati, tra il 30% e il 40%, è resistente a due delle tre classi di farmaci antifungini disponibili. In alcune casistiche, il 10% dei ceppi è resistente a tutte e tre le classi di farmaci, il che rappresenta un problema non indifferente. Serve un monitoraggio costante e uno screening delle persone colonizzate da Candida auris. Non tutti sviluppano un’infezione grave, ma la mortalità legata a queste infezioni può raggiungere il 30-50%, specialmente tra gli individui più sensibili, come quelli ospedalizzati. Perché la nostra difesa più importante per le infezioni fungine è l’immunità innata. Sono numeri che meritano attenzione».

«Non si può dire che ci sia un allarme in Italia, – aggiunge Grossi –. I dati dell’ISS però riportano almeno 361 casi noti tra il 2019 e il 2022. A fine 2022, solo presso l’ospedale San Martino di Genova, si sono registrati diversi casi di Candida auris. La sua capacità di diffondersi molto rapidamente, una caratteristica che non è comune ad altre specie di Candida, non è purtroppo contrastata da misure adeguate di prevenzione della trasmissione dell’infezione, quindi può colpire decine o centinaia di pazienti. È un allarme sommerso di cui si parla poco perché, quando la Candida auris entra in un ospedale, può innescare delle vere e proprie epidemie interne, aggravando il quadro clinico di molti pazienti».

Sarà mai possibile avere antibiotici definitivi contro le infezioni fungine?

«Purtroppo, – ci dice Sanguinetti – è improbabile avere farmaci antimicrobici che non inducano resistenza. La miglior strategia è monitorare, diagnosticare e trattare appropriatamente le infezioni, evitando terapie fai-da-te e non basate su diagnosi precise. Anche se ci sono nuovi farmaci promettenti in arrivo, è essenziale gestire attentamente le terapie per prevenire lo sviluppo della resistenza».

Off label, expanded access, legge 648: dialogo tra farmacisti ospedalieri, ematologi e oncologi

«Abbiamo vissuto due giornate significative promosse da SIFO Giovani, per affrontare con atteggiamento multidisciplinare le problematiche legate alla gestione sicura, tempestiva e sostenibile delle terapie off label nell’ambito onco-ematologico. Un appuntamento importante che conferma il Farmacista ospedaliero come interlocutore di tutto il sistema delle cure, anche nei suoi snodi più delicati, e sottolinea la grande vitalità dei giovani farmacisti ospedalieri, che dentro a SIFO rappresentano un’anima dinamica, competente e propulsiva, realtà su cui da tempo la nostra Società sta puntando con convinzione ”: così si esprime il presidente SIFO Arturo Cavaliere al termine del corso Usi speciali dei medicinali in onco-ematologia: farmacisti ospedalieri, oncologi ed ematologi a confronto concluso a Trieste ed organizzato dall’Area SIFO Giovani. Un commento che viene confermato dalla coordinatrice dell’Area, Chiara Lamesta (anche responsabile dell’evento): «Siamo veramente molto soddisfatti di quanto emerso a Trieste, perché siamo riusciti a mettere in dialogo tre società scientifiche di rilievo nazionale – la nostra, AIOM e SIE – coinvolgendo nel confronto anche l’ente regolatorio, AIFA. Siamo così riusciti a confrontarci su tutti i punti di vista, da quelli clinici a quelli legali, da quelli connessi con la preparazione a quelli riferiti alla sostenibilità. Auspichiamo chiaramente a partire da oggi lo sviluppo di una collaborazione tra società per garantire un approccio sistematico capace di offrire risposte sempre più uniformi e coerenti al bisogno su tutto il territorio nazionale”.

L’evento – aperto dagli interventi introduttivi del presidente Cavaliere e di Chiara Roni (Segretario regionale SIFO per il Friuli Venezia Giulia) – ha visto la presenza e gli interventi non solo di esperti di farmacia ospedaliera, ma anche di Martina Pennisi (segretario della Società Italiana di Ematologia), di Lorenzo Gerratana (professore associato presso il Dipartimento di Medicina dell’Università di Udine e dell’IRCCS CRO di Aviano, nonché componente del Working Group AIOM Giovani) e Claudia Santini (AIFA), oltre che dell’esperto di medicina legale Rosario Barranco (INAIL Genova).

La condivisione di culture professionali e scientifiche differenti è l’unica via per assicurare al paziente cure di qualità in linea con la ricerca più avanzata

Sullo sfondo dei lavori è rimasta la legge 648/96 che permette di erogare – appunto in forma di “uso speciale” – terapie farmacologiche a carico del SSN quando non vi è alternativa terapeutica valida, quando la commercializzazione di un farmaco è autorizzata in altri Stati ma non in Italia, farmaci non ancora autorizzati ma sottoposti a sperimentazione clinica o, infine, di medicinali da impiegare per un’indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata.

Da sinistra: Nigri, Lamesta, Cavaliere, Roni, Bagaglini

Nelle relazioni presentate all’evento sono stati approfonditi il tema dell’off label, dell’utilizzo secondo legge 648, dell’expanded access tra cui l’uso compassionevole dei farmaci da vari punti di osservazione, in particolare riguardanti: la scelta delle fonti di riferimento per il farmacista e per l’oncologo nel caso degli off label, il recepimento delle normative nei territori regionali, lo sviluppo e il ruolo dei molecolar tumor board, lo sviluppo delle terapie innovative e geniche, la funzione attuale dei comitati etici, la ricaduta nell’ambito dei tumori rari ed il contributo che nel settore possono offrire la radiofarmacia e la teranostica.

«Nella vastità di questi approcci è stato più volte evidenziato nel corso del convegno un elemento comune», ha sottolineato Gabriele Bagaglini (secondo coordinatore scientifico della due giorni), «la centralità di un approccio multidisciplinare, capace di garantire un accesso precoce e sicuro al farmaco. Per noi diventa sempre più importante e fondamentale il confronto con i colleghi ematologi ed oncologi. A questo si aggiunge poi anche il dialogo con il mondo della medicina nucleare, che è sicuramente una delle frontiere avanzate dell’innovazione sanitaria. Ecco: quello che intendevamo realizzare è proprio un luogo di collaborazione innovativa sia nei contenuti che nei metodi e siamo convinti di aver posto una prima pietra importante in questa costruzione”.

Una convinzione condivisa da Martina Pennisi: «La proposta di collaborazione disciplinare tra farmacisti ospedalieri, oncologi ed ematologi è una stimolante novità ed inoltre il fatto che il tutto sia partito dal Gruppo Giovani SIFO è una cosa positiva, che pone le basi per un dialogo anche nel futuro tra i giovani delle nostre società scientifiche. Credo – ha concluso Pennisi – che questo evento sia stato interessante sia in termini di contenuti sia in termini di comprensione dei rispettivi ruoli: questa collaborazione risulta infatti importantissima nella pratica clinica perché offre la possibilità di garantire ai pazienti un livello di cura ottimale, sicuro e aggiornato».

Multidisciplinarietà è stato valore essenziale nel dialogo comune, come confermato anche da Lorenzo Gerratana: «Ormai lavoriamo in un contesto dove la contaminazione vicendevole è essenziale, perché la condivisione di culture professionali e scientifiche differenti è l’unica via per assicurare al paziente cure di qualità in linea con la ricerca più avanzata. Da questo punto di vista mi sento anche di sottolineare il ruolo sempre più trainante dei Molecular Tumor Board, che oggi non costituiscono più solo uno snodo decisionale di medicina personalizzata, ma anche uno strumento di ricerca, visto che dai dati raccolti al loro interno si possono poi informare nuovi modelli di sperimentazione preclinica e traslazionale».

«Ciò che è emerso maggiormente – è il commento proposto da Marcello Pani (segretario nazionale SIFO) – è che il Farmacista ospedaliero è oggi lo snodo attorno a cui ruota la razionalizzazione dell’intero sistema dell’early access, a cui partecipano tante e varie professionalità, ma che necessita di una figura di sintesi. Una figura che ha particolare importanza quando si parla di sperimentazione: accesso precoce al farmaco significa infatti assicurare terapie più avanzate, speranze di cura per molte persone, ma anche garantire percorsi sicuri senza oneri per il SSN».

Da ultimo: cosa si portano a casa, nella quotidianità professionale gli oltre cento partecipanti alla due giorni? Risponde Nicola Nigri (terzo coordinatore scientifico dell’evento): «Come farmacisti ospedalieri abbiamo uno slogan condiviso, che è cresci, condividi e impara. Ecco: sicuramente il confronto con i clinici ha permesso di capire qual è il loro punto di vista, ed anche loro hanno potuto capire qual è il nostro. Una parola chiave al centro di questo confronto è stata quella del tempo: il paziente ha bisogno nel tempo più breve possibile di una terapia a cui accedere. La cosa più rilevante che è emersa è stata la comprensione che noi come farmacisti ospedalieri ci poniamo come ponte tra il clinico, le direzioni ed il paziente. Il tutto per far sì che il tempo – nel rispetto di tutte le considerazioni di sicurezza ed appropriatezza – sia sempre più contenuto».

Alla scoperta del “Genetic Nurse”: pochi (in Italia) ma fondamentali nell’equipe multiprofessionale

La sanità di precisione non può prescindere dalla multiprofessionalità. Il Genetic Nurse è la figura che può svolgere un ruolo chiave all’interno dell’equipe per un approccio ai bisogni di salute che prenda in considerazione le caratteristiche individuali (patrimonio genetico, stili di vita, ambito sociale, ambientale, economico) delle persone assistite in tutte le fasce di età all’interno del contesto familiare e sociale in cui sono inserite.

Genetica e genomica, ambiti in continua e rapida evoluzione che tracciano la traiettoria della prevenzione e del trattamento, consentono di individuare i geni e le mutazioni che possono influenzare la struttura e la funzione degli organi, il metabolismo e la suscettibilità alle malattie tumorali, rare, sindromi ereditarie, cronico-degenerative, genetiche.

Il ruolo di questi infermieri? Dare risposte personalizzate alle persone assistite, sia nella prevenzione, sia nel trattamento delle condizioni genetiche

Il fine è dare una risposta personalizzata alla persona assistita, sia nella prevenzione, sia nel trattamento delle condizioni genetiche, orientando così, in modo mirato, anche l’uso delle risorse e centrando un obiettivo importante: l’appropriatezza della presa in carico e delle risposte ai bisogni di salute della persona. Potremmo dire, parafrasando un’affermazione che ricorre più spesso in altri ambiti, che “Uno non vale uno”.

Ed è proprio in questo assunto che si colloca il Genetic Nurse in quanto “facilitatore” nell’accesso alla genetica e alla genomica ma anche, quale professionista di prossimità, nella presa in carico personalizzata della persona e del suo contesto familiare.

Una figura e un ruolo che nel Nord Europa sono piuttosto diffusi. Già nel 1994 uno studio pubblicato sul Journal of Genetic Counseling dal titolo “Nursing and genetic health care”  promosso dall’Association Genetic Nurses and Counsellors (AGNC) sottolineava le ricadute dei progressi della genetica anche nello sviluppo della pratica infermieristica nell’ambito della genetica clinica includendo nuovi profili di competenza per gli infermieri che prendono in carico persone con condizioni genetiche sia in termini di informazione, accesso alla consulenza e nell’accompagnamento della persona e dei suoi familiari nel processo decisionale e nell’accettazione e gestione dei percorsi conseguenti. Un anello di congiunzione, dunque, tra il paziente, i suoi familiari e l’equipe multiprofessionale ospedaliera e territoriale.

Di fatto, il Genetic Nurse concorre nell’identificazione delle persone che potrebbero trarre beneficio da valutazioni specialistiche di genetica medica, contribuisce a raccogliere e analizzare criticamente la documentazione clinica e tutti i dati anamnestici della persona assistita ed eventualmente anche dei familiari, ove appropriato, al fine di definire il livello di priorità e l’indicazione di un percorso preciso.

Ancora, supporta la persona assistita fin dal primo contatto sostenendolo sul piano emotivo, psicologico e, attraverso il dialogo e l’interazione personale, contribuisce insieme al team, a favorire le condizioni idonee a gestire le difficoltà, potenziare le risorse per creare le condizioni relazionali finalizzate al suo benessere in tutto il percorso: dal primo contatto, alla presa in carico, al follow up.

Infermieri diventano garanti di decisioni informate e consapevoli da parte dei pazienti e delle famiglie relativamente ai dati genetici

In quest’ottica ha un importante ruolo nel processo di advocacy. È, infatti, garante di una decisione informata e consapevole da parte del paziente e della sua famiglia relativamente ai dati genetici e al loro significato in termini di ricadute sulla sua salute e sul suo benessere come peraltro dettato dall’articolo 17 – Rapporto con la persona assistita nel percorso di cura – del Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche, 2019 che recita: “Nel percorso di cura l’Infermiere valorizza e accoglie il contributo della persona, il suo punto di vista e le sue emozioni e facilita l’espressione della sofferenza. L’Infermiere informa, coinvolge, educa e supporta l’interessato e con il suo libero consenso, le persone di riferimento, per favorire l’adesione al percorso di cura e per valutare e attivare le risorse disponibili”.

Promuove anche la continuità dell’assistenza tra i servizi e le diverse strutture: dall’ospedale al domicilio favorendo una rete di rapporti interprofessionali efficaci al fine di un reale accesso alla potenzialità della genetica e della genomica da parte della popolazione generale.

Nonostante i dati della letteratura, anche recente, sull’importanza del ruolo del Genetic Nurse nelle equipe multiprofessionali e la sua presenza di fatto in molti Paesi, nel nostro, sono ancora molto poche le realtà in cui l’infermiere è presente. Storicamente è stato naturale il processo di acquisizione di conoscenze e competenze genetiche da parte degli infermieri in contesti dove la sua presenza era già prevista ai fini assistenziali, come i centri per il trattamento delle condizioni genetiche rare od oncologiche, o ancora nei servizi di genetica medica.

Meno strutturato è stato, però, formalizzare il ruolo di queste figure che ormai hanno acquisito un expertise tale da essere parte integrante dell’equipe. Gli infermieri che operano in contesti dove la genetica è la disciplina principale sono sicuramente tanti; gli infermieri cui è stato riconosciuto il ruolo sono, invece, ancora pochi, anche a causa della scarsa conoscenza, da parte dei professionisti e della società, e di un percorso ancora non riconosciuto di acquisizione di competenze specialistiche.

È auspicabile, quindi, alla luce della significatività del suo ruolo, che il Genetic Nurse possa essere presente, come avviene per altri ruoli agiti dagli infermieri, in sempre maggiori contesti. Ciò, per facilitare davvero l’accesso delle persone assistite e delle loro famiglie ai servizi di cui hanno realmente bisogno, anche in ambito genetico perché come affermava il campione di basket Michael Jordan: «Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra che si vincono i campionati».

Un italiano su quattro in eccesso di peso, appena il 7% consuma 5 porzioni al giorno di frutta e verdura

Quattro italiani su 10 sono in eccesso ponderale, uno su dieci obeso. E non decolla il consumo delle cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida per una corretta alimentazione. Se è vero infatti che pochi italiani adulti nella fascia 19-69 anni, il 3%, dichiarano di non inserirle nei propri pasti, meno di una 1 persona su 2, il 45%, ne consuma almeno 3 porzioni al giorno. Tra coloro che le mangiano, il 7% ne consuma la quantità di raccomandata dalle linee guida per una corretta alimentazione, cioè almeno 5 porzioni. Il 52% si ferma 1-2 al giorno, il 38% a 3-4. L’abitudine al consumo dei cosiddetti ‘five a day’ è più comune nelle donne, nelle persone con minori problemi economici e cresce con l’avanzare dell’età per arrestarsi negli over 65, dove la quota di persone che mangiano almeno 3 porzioni al giorno o aderiscono al five a day ha raggiunto nel 2023 il valore più basso dal 2016. A fare il punto sono i dati della sorveglianza Passi e Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicati sul sito Epicentro e che fanno riferimento al biennio 2022-2023, che coinvolge almeno l’80% delle Asl con un campione pari a 275 persone per ciascuna.

Quattro adulti su 10 in eccesso di peso, 1 su 10 obeso

I dati riferiti dagli intervistati Passi nel biennio 2022-2023 relativi a peso e altezza portano a stimare che 4 adulti su 10 siano in eccesso ponderale, 3 in sovrappeso (con un indice di massa corporea compreso fra 25 e 29,9) e 1 obeso. L’essere in eccesso ponderale è una caratteristica più frequente col crescere dell’età, fra gli uomini rispetto alle donne, fra le persone con difficoltà economiche e fra le persone con un basso livello di istruzione. Alcune Regioni del Sud (Molise, Campania, Basilicata, Puglia) continuano a detenere il primato per quota più alta di persone in eccesso ponderale (sfiorando la metà della popolazione residente). Le analisi temporali non mostrano significative variazioni temporali nell’eccesso ponderale a livello nazionale, ma questo è solo il risultato di andamenti diversi, con cambiamenti non eccessivi ma significativi, delle due componenti di soprappeso e obesità, nelle tre ripartizioni geografiche fra generi e classi di età.

Il sovrappeso aumenta nel Sud mentre l’obesità aumenta nel Nord, si tratta di modifiche contenute ma statisticamente significative; l’aumento di sovrappeso e dell’obesità è sostenuto dalle classi di età più giovani (18-34enni) mentre fra i 50-69enni si riducono entrambe; fra le donne aumenta il sovrappeso ma non vi sono differenze di genere nell’obesità. Meno della metà degli intervistati in eccesso ponderale riferisce di aver ricevuto dal proprio medico il consiglio di perdere peso e l’attenzione è indirizzata soprattutto alle persone obese, molto meno a quelle in sovrappeso. Ma il parere del medico viene valutato molto: la quota di persone in eccesso ponderale che dichiara di seguire una dieta è significativamente maggiore fra coloro che hanno ricevuto il consiglio medico rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto (46% vs 17%). Tra gli over 65 ad essere in eccesso ponderale è oltre la metà (56%), il 41% in sovrappeso e il 15% obeso (IMC ≥30). Con l’avanzare dell’età , specie negli over 75,vi è un calo ponderale fisiologico: oltre a ridursi la quota di persone in eccesso ponderale, aumenta progressivamente quella degli anziani che perdono peso in modo involontario (definiti come coloro che dichiarano di aver perso più di 4,5 kg o più del 5% del proprio peso negli ultimi 12 mesi).

Consumo di 5 porzioni di frutta e verdura, un trend in calo negli anni

Il consumo di almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura resta un’abitudine che coinvolge poche persone, non superando mai il 9% neppure nei gruppi che ne fanno un maggior consumo. La quota di persone che adotta questa abitudine nel proprio regime alimentare, già relativamente bassa, mostra anche una diminuzione nel tempo soprattutto negli ultimi anni e ovunque nel Paese, in particolare nelle Regioni settentrionali. Solo nelle Regioni del Centro Italia si era intravisto un aumento significativo dal 2008 al 2016, che poi si è arrestato e ha iniziato la discesa come nelle altre parti del Paese.

Nelle abitudini alimentari il Nord meglio del Sud, la Sardegna spicca

L’adesione al consumo delle porzioni di frutta e verdura raccomandate per una corretta alimentazione significativamente più bassa nelle Regioni nel Centro-Sud rispetto a quelle del Nord Italia, ad eccezione della Sardegna in cui il consumo di 5 porzioni al giorno è fra i più alti (11%).

Un algoritmo per la stima dei fabbisogni: webinar LIUC Business School

Poter fruire di una previsione del consumo di farmaci che sia affidabile rappresenta un aspetto di vitale e cruciale importanza, per l’intera filiera sanitaria e per il sistema pubblico in particolare, senza dimenticare le aziende produttrici, i cittadini e i pazienti, ma soprattutto gli enti appaltanti e le Aziende Sanitarie.

STEINBOCC Project (STima dEI fabbisogNi di gara: variaBili di impattO e prediCtive data analytiCs) è lo strumento predittivo sviluppato dall’Healthcare Datascience LAB della LIUC Business School in collaborazione con Egualia con l’obiettivo di indagare le incongruenze nella determinazione dei fabbisogni per le forniture farmaceutiche pubbliche.

Lunedì 10 giugno dalle 15.30 alle 17 si terrà online un nuovo webinar per presentare il modello e aggiornare le previsioni con dati relativi al 2023.

Durante il webinar, saranno illustrati i benefici concreti di un approccio predittivo a supporto della presa di decisioni valida per ciascuno stakeholder coinvolto. Sarà evidenziato inoltre come l’algoritmo possa contribuire a migliorare l’efficienza e l’efficacia del processo di approvvigionamento farmaceutico, offrendo vantaggi tangibili per l’intero sistema sanitario.

Inoltre, saranno approfonditi gli aspetti pratici dell’utilizzo del modello, mostrando come ogni stakeholder possa trarre vantaggio dalle previsioni accurate e affidabili sul consumo di farmaci.

Consip SpA: attivo il nuovo contratto di Sanità digitale per cartella clinica elettronica ed enterprise imaging

Consip SpA ha reso disponibile il nuovo contratto di Sanità digitale dedicato ai “Sistemi informativi clinico-assistenziali” (ed.2), che fa parte del programma di gare per l’attuazione del PNRR (Missione 6.C2-1.1.1. “Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero – Digitalizzazione delle strutture ospedaliere DEA di Livello I e II”).

L’iniziativa dà continuità all’offerta di servizi (cartella clinica elettronica ed enterprise imaging) già presenti nella prima edizione dell’Accordo quadro “Sistemi informativi clinico-assistenziali” – ottimizzandoli rispetto al contesto del SSN e valorizzando le soluzioni Cloud-SaaS (Software As a Service) in base alla complessità delle strutture sanitarie – con l’obiettivo di diffondere e consolidare sul territorio standard di riferimento che guidino lo sviluppo di soluzioni applicative per i servizi integrati della rete clinico- assistenziale.

L’iniziativa è collocata fra le gare funzionali alla realizzazione dei progetti di digitalizzazione del SSN previsti nel PNRR

Il contratto ha un valore complessivo di 880 mln/€ ed è suddiviso in 6 lotti, di cui 4 dedicati ai servizi applicativi (2 per la Cartella clinica elettronica e 2 per la Enterprise Imaging) e 2 ai servizi di supporto.

I servizi applicativi riguardano sviluppo ed evoluzione software, migrazione applicativa, configurazione e personalizzazione di soluzioni, manutenzione adeguativa e correttiva, supporto specialistico, conduzione applicativa e infrastrutturale.

Tra i servizi di supporto, invece, figurano quelli di project management, supporto al monitoraggio, change management, PMO e demand management, digitalizzazione dei processi sanitari, IT Strategy ed Advisory.

Le amministrazioni titolari di progetti PNRR continueranno ad utilizzare l’attuale Accordo quadro (ed.1) fino alla scadenza temporale, salvo esaurimento del valore massimo previsto nei lotti; in tal caso potranno usufruire fin da subito del nuovo Accordo quadro, che diventerà il contratto di riferimento a partire dalla fine dell’anno.

Elezioni europee, che cosa ci si aspetta per la sanità

Le elezioni europee sono alle porte: dal 6 al 9 giugno i cittadini dei 27 Stati Membri saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti per i prossimi 5 anni.

In campagna elettorale non si è parlato molto di sanità: si tratta di una competenza nazionale e, sebbene molti problemi siano simili, si fatica a trovare soluzioni congiunte.

Nel nostro viaggio con Across Europe abbiamo visto come alcune Nazioni europee stanno affrontando nodi come la carenza di personale sanitario, le disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari e la sostenibilità dei propri sistemi di assistenza.

L’eterogeneità delle esperienze ci dice che difficilmente su questi temi si troverà a breve una soluzione comune. 

Un esempio per tutti: il voto che stabilisce l’aborto come diritto fondamentale. L’11 aprile il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che prevede di inserire l’interruzione di gravidanza nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.

L’ok dell’europarlamento, arrivato con 336 voti favorevoli, 163 contrari e 39 astensioni, non è però vincolante, ma ha “solo” valore politico: seppur si tratti di un passo importante, non incide a livello normativo.

Parallelamente all’approvazione della risoluzione, gli eurodeputati hanno invitato Polonia e Malta ad abrogare le proprie leggi nazionali che limitano questo diritto. 

L’unico aspetto su cui si è lavorato concretamente, soprattutto durante l’ultimo semestre a guida belga, è quello che riguarda la carenza di farmaci: il 24 aprile è stata lanciata la Critical Medicines Alliance, che contiene una serie di azioni per diversificare le catene di approvvigionamento e sostenere la produzione farmaceutica europea.

Le sfide dei prossimi anni

Sul tavolo dell’Unione Europea di domani ci sono alcune questioni importanti: la riforma della legislazione farmaceutica, il cambiamento più importante degli ultimi 20 anni che sta incontrando una serie di ostacoli da parte dell’industria. 

La Commissione europea ha elaborato una proposta di riforma che è passata al vaglio dei tanti stakeholder coinvolti. I diversi attori hanno potuto esprimere la loro posizione, proponendo contromisure. Il 10 aprile il Parlamento europeo ha approvato una versione light rispetto alla proposta della Commissione, che tiene conto anche delle perplessità e delle richieste delle case farmaceutiche. Questo pacchetto sarà ridiscusso e definitivamente approvato dal nuovo Parlamento. 

Riforma della legislazione farmaceutica, spazio europeo dei dati sanitari e antimicrobico resistenza tra le questioni che interesseranno la prossima legislatura

Altro tassello importante è stato l’approvazione del Regolamento sullo spazio europeo dei dati sanitari (EHDS), che fa parte della più ampia strategia europea dei dati. Il documento intende facilitare la circolazione dei dati sanitari tra i diversi Stati membri, in modo che un cittadino europeo possa ritirare un farmaco in una nazione dell’UE con una ricetta emessa in un altro. Allo stesso modo, gli operatori che si prendono in carico nel territorio dell’Unione un cittadino europeo potranno accedere ai suoi dati sanitari ovunque questi si trovi, facilitando quindi gli accessi in ospedale e in generale la ricerca scientifica. Il regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale in autunno. 

Infine, durante l’ultimo mandato la Commissione ha posto alcuni paletti importanti per quanto riguarda la lotta all’antimicrobico resistenza (AMR), tra cui la riduzione del 50% delle vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e l’acquacoltura entro il 2030, il divieto dell’uso di routine di antibiotici a scopo profilattico per gruppi di animali o come promotori della crescita negli animali da allevamento e la riduzione del 20% del consumo di antibiotici sempre entro il 2030. Tuttavia, come ha ricordato a TrendSanità il Direttore Generale per la Salute e la Sicurezza alimentare della Commissione Sandra Gallina, «non possiamo riposare sugli allori».

L’ECDC stima che, ogni giorno nei paesi dell’UE/EEA, circa 390.000 pazienti ospedalizzati siano colpiti da almeno un agente antimicrobico, e per circa il 35,5% dei pazienti questo è accaduto negli ospedali.

La Direttrice uscente dell’ECDC Andrea Ammon ha evidenziato sempre a TrendSanità «l’urgente necessità di ulteriori azioni per mitigare questa minaccia a livello europeo».  

I problemi comuni

Per quanto riguarda invece temi come la carenza del personale sanitario, le liste d’attesa, la sostenibilità dei servizi sanitari e le disuguaglianze territoriali l’Unione europea è frammentata tra le diverse politiche nazionali. 

Questi problemi interessano tutti, compresi quei Paesi che destinano alla sanità una percentuale molto alta del proprio prodotto interno lordo (come la Francia e la Finlandia), oppure le nazioni che hanno puntato molto sulla sanità digitale (come l’Estonia).

Tra i casi raccontati dalla rubrica Across Europe, Lussemburgo e Bulgaria sono peculiari. Il Lussemburgo è il primo paese in Europa, in termini di spesa sanitaria pro capite, ma con il 5,7% nel rapporto tra spesa sanitaria e PIL, si posiziona all’ultimo posto su questo parametro. Rispetto ad altri Stati Membri, il Lussemburgo gode di un notevole vantaggio finanziario derivante dalla crescita della popolazione e dall’apporto dei lavoratori frontalieri, che contribuiscono al sistema sanitario senza gravarne in modo completo sulle risorse. Per contro, ha una tradizione medica piuttosto limitata. Non ci sono le facoltà di medicina o farmacia, per esempio.

La Bulgaria, al contrario della maggior parte dei paesi dell’UE, non ha problemi con le liste d’attesa. Tuttavia, permangono importanti disuguaglianze sociali, soprattutto tra le città e le zone più rurali, che pregiudicano l’accesso ai servizi. Le differenze legate al reddito e al luogo di residenza sono più marcate rispetto alla media degli altri paesi dell’Unione Europea. 

Chi sarà il prossimo commissario alla sanità?

Una delle persone che avrà il potere di impattare maggiormente sulla sanità europea del futuro sarà il prossimo commissario alla sanità. Questo ruolo è stato ricoperto nell’ultimo quinquennio dalla cipriota Stella Kyriakides, che non sembra interessata a proseguire anche nella prossima legislatura. È inoltre piuttosto raro che un commissario uscente sia riconfermato nello stesso ruolo.

Un pezzo di Euronews ricorda che uno dei favoriti, il vice primo ministro di Malta Chris Fearne, che è anche un chirurgo e il ministro della Salute di più lunga data in Europa, è fuorigioco a causa di uno scandalo nazionale che l’ha spinto a dimettersi e a ritirare la sua candidatura europea. 

Dopo l’uscita di scena del maltese Chris Fearne, gli altri nomi papabili sono Frank Vandenbroucke, Tomislav Sokol oppure Dubravka Šuica

Con l’uscita di scena di Fearne, molti guardano al belga Frank Vandenbroucke, che ha guidato con successo l’ultimo semestre europeo. Un altro nome in lizza è quello dell’attuale relatore del Parlamento, il croato Tomislav Sokol, che durante l’ultima legislatura ha partecipato attivamente ad alcuni dei più importanti dossier sanitari del mandato ed è stato anche membro della commissione parlamentare per la salute e delle due commissioni speciali sul cancro e sulla pandemia.

Tuttavia, per gli equilibri tra gli Stati, due suoi connazionali potrebbero togliergli la poltrona: una è l’attuale commissario europeo per la democrazia e la demografia Dubravka Šuica che se riconfermata potrebbe ottenere anche la delega alla salute. L’altro è il primo ministro Andrej Plenković, che si dice potrebbe essere la scelta di riserva del PPE se Ursula von der Leyen non dovesse essere riconfermata. In questo ultimo caso, difficilmente la Croazia potrebbe ottenere un altro ruolo chiave come quello alla salute.

Logistica smart dei dispositivi medici: utopia o realtà?

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La grande distribuzione utilizza da anni tecnologie in grado di tracciare i prodotti. Magazzini automatizzati che permettono di gestire con precisione i flussi e casse intelligenti per gli acquisti sono una realtà in un numero crescente di aziende non sanitarie.
Poli culturali come il Teatro Stabile di Torino o il Teatro Regio di Parma stanno utilizzando la tecnologia RFID per tracciare attrezzature e oggetti di scena.

Una delle sfide della governance dei dispositivi medici è il loro tracciamento.

Sebbene ci sia un regolamento europeo che si concentra anche su questo aspetto, la realtà a livello nazionale è molto eterogenea. Alcune aziende sanitarie utilizzano tecnologie smart per la gestione dei propri magazzini, mentre altre fanno fatica a digitalizzarsi.

Nella prima puntata Live XL i nostri esperti si sono confrontati sulla governance del dispositivo medico, riflettendo su come la logistica impatti sull’intera supply chain e sulle ricadute positive che, almeno in alcuni ambiti, l’implementazione di tecnologie come l’RFID potrebbero generare.

L’ebook raccoglie le esperienze degli esperti, anche in video, e i temi della discussione.

La prima puntata di Live XL è stata realizzata con il patrocinio di:

  • AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici
  • FARE – Federazione delle Associazioni Regionali degli Economi e Provveditori della Sanità
  • SIFACT – Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia
  • SiHTA – Società italiana di Health Technology Assessment

Europa in campo contro la disinformazione e gli attacchi esterni

«Sii critico su ciò che leggi on line: audio e video possono essere alterati. Controlla le fonti. Difenditi da chi ti vuole manipolare». Si gioca anche così la partita per le elezioni europee.

#FightDisinformation

Molti avranno incrociato in queste settimane in tv e sul web lo spot e la campagna #FightDisinformation, promossi dalla Commissione UE e dall’ERGA, il gruppo europeo dei regolatori per i servizi audiovisivi che riunisce le 27 autorità nazionali di regolamentazione di settore. L’iniziativa nasce per contrastare le distorsioni informative e le manipolazioni diffuse in occasione delle elezioni europee che chiameranno al voto tutti gli europei dal 6 al 9 giugno.

Inquietante déjà vu

Notizie false, video e audio artefatti, sono, per chi si occupa di comunicazione e salute, un inquietante déjà vu che fa tornare alla mente i mesi più difficili della pandemia da covid-19. E la salute, i vaccini e le iniziative di prevenzione delle malattie restano ancora adesso uno dei temi più utilizzati da chi punta ad indebolire la credibilità delle istituzioni europee e di quelle nazionali. A questo si aggiungono di recente i rischi dell’utilizzo strumentale di intelligenza artificiale, chatbot e deep fake.

L’impegno UE

Antonio Parenti

«La grandissima ondata di disinformazione che abbiamo avuto sulla sanità nel periodo della pandemia ha sicuramente causato morti e ricoveri gravi di chi ha creduto alle notizie false messe in circolazione o di chi ha scelto di non vaccinarsi sulla base di informazioni distorte e manipolate – spiega a TrendSanità Antonio Parenti, Capo della Rappresentanza della Commissione Europea in Italia –. Per cui, non è che stiamo parlando di attività ludiche che non hanno alcun effetto sulla società. Ma parliamo di rischi reali e concreti su cui l’Unione Europea e le sue istituzioni sono molto attente».

FIMI – Foreign Information Manipulation and Interference

Sono iniziative create da soggetti interni alla UE e non solo. «Nell’ambito delle elezioni di giugno – spiega ancora Parenti – è in particolar modo chiaro che ci sarà sicuramente un forte tentativo di influenzare il voto da parte di potenze straniere». Quelle a cui si riferisce il funzionario comunitario in gergo vengono chiamate FIMI – Foreign Information Manipulation and Interference. Quelle censite negli ultimi mesi hanno preso di mira la salute, la crisi climatica e le misure varate dall’Europa per contrastarla, le persone LGBTIQ+ e molto altro.

La forza della democrazia europea

Qui il rappresentante della Commissione UE ci tiene a fare una doverosa precisazione: «Questo è uno dei limiti ma, se vogliamo, è anche la forza del sistema democratico dei nostri Paesi. C’è un dibattito, ci sono opinioni diverse che si confrontano in modo anche netto. E poi c’è la disinformazione che deve essere definita, qualificata e vista come tale. E, dunque, deve essere combattuta, ma tutto va fatto preservando il nostro sistema democratico che consente la discussione a differenza di altri Paesi dove questa libertà è molto limitata. Questa è oggi l’Europa e questo rimane uno dei punti forti».

Dal debunking al prebunking

Il video IDMO-Google

Torniamo alla pandemia e alla grande infodemia che abbiamo conosciuto in quegli anni. Molte delle ricerche e delle iniziative scientifiche messe in campo in quel periodo hanno provato a puntare sul rafforzamento del senso critico dei cittadini nei confronti della disinformazione evolvendo il concetto di debunking (smentire le notizie false dopo che si sono diffuse) in quello di prebunking dando alla popolazione gli strumenti cognitivi per riconoscere le tecniche e gli stratagemmi ricorrenti della disinformazione su tutti gli argomenti su cui si declina: che sia la salute, il clima, la guerra o le differenze di genere. In questo senso va citata l’interessante collaborazione di EDMO e IDMO (rispettivamente l’osservatorio europeo e quello italiano dei media digitali finanziati dalla Commissione UE) con piattaforme come Google e altre, per “addestrare” gli utenti, anche i più giovani, con video e animazioni.

Votare informati

«Le istituzioni europee stanno cercando naturalmente di facilitare l’opera di definizione di quali sono le distorsioni dell’informazione e di identificare anche le fonti di questa disinformazione. Perché se, per esempio, abbiamo una forte attività da parte di settori statali russi, è importante che questo si sappia perché il cittadino deve poter svolgere il proprio voto di giugno nel modo più informato. Ma informato sui fatti e sulle opinioni e non sulla base di fake news messe in giro da chi vuole indebolire l’Europa» conclude Parenti.